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Scritto da Eugenio Cortigiano   
Lunedì 30 Maggio 2016 17:18

All'inizio fu la sentenza k-flebo, e molti gioirono.

In senso lato si dava dignità professionale e giuridica all'infermiere.

Gli si riconoscevano competenze e responsabilità da autonomo professionista, non più, come scritto nella sentenza, di "mero esecutore di ordini".

Forti del nostro diritto romano, dove le sentenze non fanno giurisprudenza, pensavamo solo agli aspetti positivi di quella sentenza.

Quale madornale errore...

Da allora infatti si è consolidata, ultima sentenza il mese scorso, le linea giuridica per la quale, di fronte ad un errore prescrittivo, l'infermiere è comunque responsabile.

E non ci si è limitati più a farmaci universalmente conosciuti, utilizzati in ogni ambito, come poteva essere nel caso del potassio.

Una recente sentenza in tal senso ha condannato, con pene sovrapponibili a quelle dei medici coinvolti, 2 infermiere per l'errata somministrazione di un farmaco che, anche secondo alcuni professori specialisti di quella branca intervenuti come testi in aula, "erano sconosciuti ai medici giovani e ad alcuni degli anziani".

Secondo l'orientamento giurisprudenziale più recente quindi l'infermiere deve possedere conoscenze di farmacologia e farmacodinamica uguali, se non superiori (per riconoscere l'errore), ai medici.

Un orientamento francamente fuorviante, destabilizzante e fuori dalla realtà giuridica e formativa.

La speranza è che Appello e Cassazione (sono tutte sentenze di primo grado) smontino queste tesi sanzionatorie.

L'infermiere NON E' un medico. La sua formazione in farmacologia è irrisoria rispetto a quella dei laureati in medicina.

Perfino nei farmaci più diffusi si deve spesso fare forza sull'esperienza, figurarsi per quelli ultraspecialistici!

E' giunta l'ora di mettere un freno a questa vera e propria "caccia alle streghe".

Se i media ed alcuni giudici, succubi al fascino della lobby, credono in questo modo di "scaricarsi la coscienza" occorre ricordare a tutti come la colpa, in diritto, sia PERSONALE. Non si può dividere fra gli altri imputati.

E' necessario anche smetterla con la pronazione totale alle parti civili; una moglie, una madre, un figlio, un fratello è giusto e doveroso abbiano l'adeguato riconoscimento in casi di danno o peggio di perdita del parente, ma questo NON PUO' significare il rovinare vita e carriera a chi nulla poteva per limitare quell'evento.

In troppi casi, inoltre, gli avvocati ancora fanno affidamento a perizie stese da medici.

Quale attendibilità possono avere questi elaborati, provenendo da persone che hanno giurato fedeltà ad Ippocrate, su un foglio che impone loro la strenua difesa dei colleghi?

Quale conoscenza hanno questi sull'effettivo lavoro dell'infermiere?

Quale scienza possono mettere a disposizione dell'infermiere, se infermieri non sono?

Quale valenza difensiva possono avere le loro perizie, in procedimenti dove quasi sempre ci si deve difendere più dalle accuse dei medici indagati che da quelle del PM?

In conclusione;

o cambiamo la giurisprudenza, riassegnando in maniera UNIVOCA le competenze esclusive di ognuno, in modo che la prescrizione sia, come stabilito dalle legge, una ESCLUSIVA COMPETENZA MEDICA,

oppure, se l'infermiere deve essere esperto di farmacologia per coprire gli errori dei medici, cominciamo a:

- formarlo adeguatamente in Università, magari togliendo lezioni inutili che nulla hanno a che vedere con l'infermiere, come il rifacimento dei letti

- dargli la possibilità, date formazione e competenze, di fare prescrizioni

- RETRIBUIRLO ADEGUATAMENTE per tutte queste nuovo competenze ed il rischio nel metterle in pratica.

Se dobbiamo essere anche medici vogliamo le stesse possibilità e gli stessi stipendi...