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Violenza verbale più dannosa di quella fisica PDF Stampa E-mail
Venerdì 08 Novembre 2013 15:43

Corte di cassazione penale 
sentenza 7568/05 del 01/03/2005


Suprema Corte di Cassazione, Sezione Quinta Penale, sentenza n.7568/2005 (Presidente: F. Marrone; Relatore: R. L. Calabrese)

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

V SEZIONE PENALE

SENTENZA

OSSERVA

C. M. e’ stato dichiarato responsabile del reato punito dall’art. 595 c.p. perche’ mediante invio di una lettera per fax destinata a P. F. e M. M., della redazione del quotidiano Il Messaggero, offendeva la reputazione di D. G., collaboratore del predetto quotidiano, definendolo incompetente, pezzo di merda: in Roma, il 29 marzo 1996.

Per i giudici di merito, l’espressione usata, a ragione della sua pesantezza e volgarita’, e’ offensiva e le considerazioni svolte dalla difesa sulle modifiche del linguaggio nell’era moderna e sul come oggi siano socialmente accettate espressioni che ieri venivano reputate offensive, non possono riguardare le volgarissime parole scritte dall’imputato.

Inoltre non ricorre, nemmeno sotto il profilo putativo, l’invocata esimente della provocazione.

Col ricorso il difensore deduce inosservanza ed erronea applicazione della legge penale, nonche’ vizi motivazionali in riferimento alla sussistenza del reato, nella sua componente tanto oggettiva che soggettiva, e alla esimente della provocazione.

Rileva altresi’ la intervenuta prescrizione del reato.

Preliminarmente, va osservato che, risalendo il fatto al marzo 1996, ed essendo decorsi oltre 7 anni e 6 mesi previsti dagli artt. 157 n. 4 e 160 u.c. c.p., in assenza di documentate cause di sospensione della detta decorrenza, il reato e’ estinto per prescrizione; onde, non ricorrendo alcuna delle ipotesi di cui al n. 2 dell’art. 129 c.p.p., ola sentenza impugnata va annullata senza rinvio.

Ai fini degli interessi civili, deve subito dirsi che sono sicuramente infondati i profili di censura sub a).

E’ indispensabile che il linguaggio usato per comunicare sia corretto; il modo di esprimersi puo’ anche essere severo ed aspro, ma il requisito della continenza deve essere rispettato.

E’ vero che oggi e’ invalso il costume, oramai diffuso, di avvalersi di inaccettabili linguaggi usati anche da personaggi molto in vista, negli ambienti piu’ disparati.

Ma si tratta di un malcostume che deve essere contenuto per la salvaguardia di coretti rapporti tra i consociati che debbono essere improntati ad un minimo di rispetto e di civilta’, requisiti ai quali non e’ possibile rinunciare.

Ed invero, si e’ perspicacemente osservato che la violenza verbale, ingiustamente tollerata proprio in nome della liberta’ di espressione e di critica, e’ talvolta anche piu’ dannosa della violenza fisica (Cass. Sez. V, 17 febbraio 2004, Metta).

La locuzione pezzo di merda, che lo stesso ricorrente definisce inelegante e volgare, e’ dunque dotata di indubbia carica offensiva, tale connotato non perdendo di certo in vita del particolare contesto (mondo dello spettacolo) in cui e’ stata usata.

E va da se che riverbera tutta la sua valenza negativa sull’epiteto (incompetente) che immediatamente la precede, dovendo la significazione offensiva della frase essere desunta dall’intero contesto delle parole adoperate, unitariamente considerate.

Appaiono invece fondate, per quanto di ragione, le censure che afferiscono all’esimente della provocazione.

L’imputato ha giustificato l’invio del fax quale reazione al fatto ingiusto del D., indicato come l’autore di un articolo, apparso sul Messaggero, ispirato alla presentazione dell’ultima opera del gruppo musicale Elio e le storie tese, avvenuta in una abitazione privata.

Nello scritto gli si attribuivano comportamenti fascisti: il C. management degli artisti, avrebbe messo alla porta i giornalisti e i fotografi intervenuti alla festa, dopo che costoro avevano fotografato i musicisti.

Si sostiene inoltre che sarebbe stato violato l’accordo che prevedeva la pubblicazione dell’articolo solo due giorni dopo l’evento, dovendo questo essere ripetuto nel giorno seguente a Milano (il c.d. embargo).

Cio’ posto i giudici di merito hanno ritenuto che non vi era prova che il D. fosse stato a conoscenza dell’intesa volta all’attuazione dell’embargo; aggiungendosi dalla corte territoriale che, comunque, non era dato comprendere quale danno potesse avere cagionato alla compagine rappresentata dal C. la pubblicazione anticipata dell’articolo sul Messaggero.

Sotto questo aspetto, l’esclusione del fatto ingiusto risulta argomentato congruamente, senza cadute sul piano della logica, cio’ che rende la motivazione, in parte qua, incensurabile in questa sede.

Per il resto, va osservato che il giudice d’appello: ritiene il C., mai indicato normativamente nell’articolo, non identificabile come l’autore dello scortese intervento verso i fotografi e i giornalisti intervenuti alla festa; ma cosi’ si pone in netto contrasto con il giudice precedente, che si e’ avvalso al riguardo di precisi elementi (in particolare, della testimonianza di tale T: F.); e non da’ minima ragione del suo diverso convincimento; attribuisce un connotato ironico e scherzoso, ricalcando il dire del giudice di primo grado, alle parole adoperate dal giornalista per stigmatizzare l’intervento dell’imputato nella festa (stile aguzzino Villa Triste tardo Salo’) e, ad ogni modo, la le considera corretta espressione del diritto di critica: ma con mere affermazioni, del tutto apodittiche, che non esplicitano in alcun le ragioni dei convincimenti espressi; liquida la tematica relativa all’immediatezza della reazione con il semplice asserto che il fax e’ stato inviato al Messaggero dopo il ritorno a Milano di C.: senza precisare il lasso di tempo intercorso tra l’apprendimento della notizia della pubblicazione dell’articolo e la reazione avuta dall’imputato (che costui assume accaduti lo stesso giorno), cosi’ in pratica eludendo completamente la specifica questione devoluta con l’impugnazione.

E’ pertanto di palese evidenza che i tre punti sopra menzionati abbisognino di un riesame, involgente la scriminante in parola, anche sotto l’aspetto putativo, che e’ da affidare al competente giudice civile.

PQM

La Corte annulla la sentenza impugnata perche’ il reato e’ estinto per prescrizione.

Rinvia il processo al giudice civile competente in appello, limitatamente al punto relativo alla provocazione, agli effetti civili.

Roma, 17 nov. 2004.

Depositata in Cancelleria il 1 marzo 2005.

 

 
Si può licenziare l'infermiere che sbaglia il dosaggio del paziente. PDF Stampa E-mail
Giovedì 07 Novembre 2013 15:35

Corte di cassazione civile Roma 
sentenza 13317/05 del 21/06/2005


CASSAZIONE CIVILE, Sezione Lavoro, Sentenza n. 13317 del 21/06/2005

SENTENZA

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

L’Ospedale pediatrico del Bambin Gesu’ di Roma ha licenziato per giustificato motivo soggettivo, con preavviso, la infermiera professionale D.G. A. L., previa rituale contestazione dei seguenti due addebiti: aver il giorno 20 maggio 1997 preparato (e consegnato per la somministrazione), una terapia con dosaggio superiore a quello prescritto; avere il 22 maggio successivo, in relazione all’episodio precedente, tenuto una condotta aggressiva ed ingiuriosa verso la caposala e le colleghe.

L’impugnazione del licenziamento e’ stata respinta dal primo giudice e, in sede di appello, dalla Corte d’Appello di Roma con sent. 25 giugno/ 17 ottobre 2002 n. 2783, che all’esito di un’ampia istruttoria testimoniale ha ritenuto i fatti accertati ed il loro disvalore proporzionato al provvedimento solutorio assunto.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione la D. G., con cinque motivi.

L’Ospedale intimato si e’ costituito con controricorso, resistendo; ha depositato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con i primo motivo la ricorrente, deducendo omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su punto decisivo della controversia (art. 360, n. 5 c.p.c.), censura la sentenza impugnata per la valutazione delle risultanze istruttorie relative al primo episodio; contestato il sovradosaggio, che sarebbe affermato solo dalla madre del bambino, mentre si trattava di una bolla d’aria; sostiene che vi era la prassi per cui gli infermieri non somministravano direttamente il farmaco al bambino ricoverato, ma lo consegnavano ala madre.

Contestato poi il secondo episodio, che sarebbe affermato dalla sola caposala.

Il motivo e’ palesemente infondato.

La deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimita’ non il potere di riesaminare il merito della intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio,bensi’ la sola facolta’ di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico- formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilita’ e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicita’ dei fatti ad esse sottesi, dando, cosi’, liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti (salvo i casi tassativamente previsti dalla legge).

Ne consegue che il preteso vizio di motivazione, sotto il profilo della omissione, insufficienza, contraddittorieta’ della medesima, puo’ legittimamente dirsi sussistente solo quando, nel ragionamento del giudice di merito, sia rinvenibile traccia evidente del mancato (o insufficiente) esame di punti decisivi della controversia, prospettato dalle partii o rilevabile di ufficio, ovvero quando esista insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l'identificazione del procedimento logico- giuridico posto a base della decisione (Cass. 9 febbraio 2004 n. 2399; Cass. Sez. Un. 27 dicembre 1997 n. 13045; Cass. Sez. Un. 11 giugno 1998 n. 5802; Cass. 22 ottobre 1993 n. 10503).

La ricorrente si limita a prospettare una diversa ricostruzione dei fatti, senza evidenziare alcun vizio logico della sentenza impugnata, che appare ampiamente e congruamente motivata.

Con il secondo motivo la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 39 e 42, comma 6, lett. f) e g) del contratto collettivo; difetto di motivazione travisamento di fatto in relazione ai fatti oggetto della previsione contrattuale.

Il motivo e’ inammissibile, non essendo consentito a questa Corte di legittimita’ il sindacato diretto dei contratti collettivi.

Con il terzo motivo la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 421, 2° comma, e 424 c.p.c., si duole che il giudice d’appello non abbia accolto la richiesta di esperimento giudiziario e7o di consulenza tecnica d’ufficio, e non l’abbia disposta d’ufficio.

Valgono le considerazioni del primo motivo.

Sono infine infondati il quarto motivo, con cui la ricorrente afferma che il giudice del merito viola il principio istituzionale secondo cui jura novit curia, ed il quinto motivo, con cui la ricorrente ritorna sulla valutazione delle prove e sulla proporzionalita’ della sanzione, senza offrire alcun argomento suscettibile di formare oggetto di sindacato di legittimita’.

Il ricorso va pertanto respinto.

Le spese processuali seguono la soccombenza e vengono liquidate in Euro 32, 00 oltre Euro millecinquecento per onorari di avvocato.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente a pagare le spese del presente giudizio liquidate in Euro 32,00 oltre Euro millecinquecento per onorari di avvocato, oltre spese generali, IVA e CPA..

Roma, 16 gen. 2004.

Depositata in Cancelleria il 21 giugno 2005.

 

 
Omicidio colposo e responsabilita' dell'equipe medica PDF Stampa E-mail
Giovedì 07 Novembre 2013 15:32

Corte di cassazione penale 
sentenza 12275/05 del 08/02/2005


La Suprema Corte ha sancito che la posizione di garanzia penalisticamente rilevante in capo all’equipe medica non riguarda solo l’intervento chirurgico, estendendosi invece anche alle fasi post-operatorie.
Sui sanitari infatti grava l’obbligo di vigilanza sulla salute del paziente: risultano dunque responsabili penalmente i medici che, sottovalutando indici quali aumento della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa, non hanno portato il paziente in terapia intensiva, provocandone la morte dovuta ad una prevedibile insufficienza respiratoria.

Leggi il testo della sentenza.

 

 
Responsabilità dei sanitari: valutare tutti gli aspetti PDF Stampa E-mail
Mercoledì 06 Novembre 2013 11:48

Corte di cassazione penale 
sentenza 8844/11 del 07/03/2011


Nella individuazione della responsabilità professionale del sanitario, bisogna contemperare:

-la valutazione del rischio patologico (originato dalla patologia accusata dall'ammalato)

-con  il rischio terapeutico (originato dall'intervento terapeutico svolto dal sanitario).

A sua volta, il rischio terapeutico viene distinto in errore terapeutico di carattere esecutivo (per es. chirurgico) ed errore di carattere valutativo (errore diagnostico di individuazione della sintomatologia, ovvero erronea sottovalutazione dell'effetto di interazione tra farmaci o interventi comunque invasivi).

In particolare, si è sottolineato che la rilevanza penale dell'errore valutativo deve ritenersi subordinata alla condizione che esso sia manifestazione di un evidente atteggiamento soggettivo del sanitario di superficialità, di avventatezza,imperizia nei confronti delle necessità terapeutiche del paziente. Cioè, viene messa in rilievo l'esigenza di realizzare e recuperare un'adeguata "soggettività della colpa del sanitario", nel senso di effettiva possibilità di manifestare uno specifico giudizio di rimprovero in ordine alla condotta, omissiva o commissiva, del sanitario, configurante la c.d. "colpevolezza della colpa".



Cassazione penale,  Sez. IV,  (ud. 9.12.2010) 7.3.2011, n. 8844

 

Svolgimento del processo

1. P.M., cardiologo in servizio presso l'ospedale Brotzu di (OMISSIS), veniva tratto a giudizio innanzi al Tribunale di Cagliari per rispondere del reato di omicidio colposo perpetrato nei confronti di T.F.. Il medico era accusato di avere avuto in cura la T., la quale aveva subito il trapianto del cuore nel (OMISSIS) presso l'ospedale Le Molinette di (OMISSIS), dal 14 a 18 ottobre 2001, e di averla dimessa in quest'ultima data senza disporre una coronarografia e senza mettere al corrente i medici trapiantologia dell'ospedale Le Molinette dell'evoluzione negativa delle condizioni della T.. Costei, il giorno successivo 19 era stata ricoverata nuovamente presso il nosocomio di Cagliari, a seguito di un episodio lipotimico, lamentando forti dolori addominali ed assegnata al reparto di gastroenterologia, dove era stata sottoposta ad ecografia addominale; peraltro, nella serata del (OMISSIS) era deceduta. Era stato accertato il decesso a causa di "Vasculopatia occlusiva in cuore trapiantato- coronoropatia asterosclerotica accelerata- stadio precoce. Morte improvvisa coronarica". 2. Il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Cagliari, con sentenza in data 26-06-2007, assolveva P.M. dal reato ascritto perchè il fatto non costituiva reato.

Il Giudice escludeva la sussistenza in capo all'imputato di un comportamento colposo, nonchè, in ogni caso, la ricorrenza del nesso di causalità tra la presunta negligenza attribuita al P. e la morte di T.F.. Al riguardo, doveva tenersi conto che la paziente era stata ricoverata in precedenza presso l'ospedale Le Molinette il 11-09 e successivamente dal 24 al 27-09-2001, sempre per il controllo del decorso postoperatorio del trapianto; le condizioni di costei risultavano migliorate, rispetto alla situazione riscontrata a Torino, dopo la degenza al B. di Cagliari, essendo stata constata la quasi totale risoluzione del pericolo di rigetto acuto passato dallo stadio di grado acuto 3B a quello tranquillante 3A, mediante l'apprestamento di opportuna terapia farmacologica (sia di antirigetto che antiscompenso). D'altro canto, anche tenendo conto delle valutazioni espresse dai periti nominati in sede di incidente probatorio, doveva escludersi che potesse ritenersi sussistente un obbligo a carico del P. di eseguire la coronarografia che non era stata esperita neppure dai medici delle Molinette e che, nel caso di trapianto di cuore, va eseguita a seguito di attenta programmazione in genere dopo uno- due anni dall'intervento. Aggiungeva che la coronografia costituiva uno strumento diagnostico che, nel caso di accertamento di coronopatia ostruttiva grave, avrebbe imposto come soluzione medica un rapidissimo intervento di ritrapianto di non facile attuazione pratica attesa la necessità di reperire in termini brevissimi un nuovo organo compatibile.

Sotto altro profilo era da sottolinearsi che, mentre i sanitari dell'ospedale di Cagliari stavano curando la T. in relazione al pericolo di rigetto acuto con esiti positivi, si era verificato un episodio improvviso, e quindi imprevedibile, di rigetto cronico precoce.

Neppure fondato, ad avviso del GUP di Cagliari, era l'addebito di non avere contattato i medici cardiologi di Torino che avevano eseguito il trapianto sulla donna. Difatti, il dott. P., al momento delle dimissioni della paziente, aveva raccomandato di prendere contatto quanto prima con i sanitari delle Molinette ed aveva redatto una dettagliata lettera di dimissioni concernente le condizioni di salute della T.; il giorno successivo alle dimissioni, la madre della T. aveva inviato via fax la lettera del dott. P. alla struttura ospedaliere torinese senza peraltro avere risposta.

3. La Parte civile D.L. proponeva impugnazione con appello. La Corte di Appello di Cagliari, con sentenza in data 10-11- 2009, confermava la decisione del Giudice di primo grado. Ribadiva la correttezza delle argomentazioni svolte dal GUP di Cagliari.

4. La parte civile proponeva ricorso per cassazione.

Censurava l'affermazione della Corte di Cagliari, secondo cui la preponderante posizione di garanzia, rispetto alla parte offesa, era attribuibile ai sanitari di Torino che avevano eseguito l'intervento di trapianto, mentre la posizione dell'imputato appariva marginale in considerazione del limitato tempo in cui aveva avuto in cura la donna. Per contro, doveva ritenersi che il dott. P., una volta instauratosi il rapporto teraupetico con T.F., era tenuto a compiere tutti gli incombenti necessari per la tutela della vita e salute della paziente.

Rilevava che il Collegio di Appello aveva erroneamente escluso la violazione di regole cautelari poste a presidio dell'operato del medico. Mentre, era sicuramente addebitarle al prevenuto di non avere preso contatti immediati con i medici che stavano seguendo la donna nel delicato periodo postoperatorio del trapianto, come di non avere eseguito la coronarografia prima di dimettere la ricoverata. Dette omissioni erano sicuramente in nesso di causalità con l'evento letale: in particolare, la causa della morte del soggetto passivo del fatto era stata accertata come dipendente da una grave vasculopatia;

la vasculopatia avrebbe potuto essere diagnosticata con la coronarografia; in presenza della relativa diagnosi si sarebbe potuto prontamente intervenire con terapie idonee ad evitare l'evento ovvero a procrastinarlo significativamente.

Ribadiva che l'imputato era in colpa, perchè il particolare decorso clinico della T. (in precedenza aveva avuto tre episodi di rigetto) doveva indurre il medico curante a rappresentarsi l'eventualità della presenza nella paziente di una vasculopatia, con la conseguente necessità di effettuare d'urgenza la coronarografia e cioè l'unico esame che avrebbe consentito di accertare con certezza tale patologia.

Si doleva ancora che la Corte di merito non aveva tenuto conto di tutte le emergenze processuali idonee ad apportare elementi di valutazione e a formare il convincimento del giudice; all'uopo, non era stata più rinvenuta una radiografia toracica che a detta di diversi testimoni era stata eseguita sulla T. e che avrebbe rivelato la sussistenza di un esteso edema polmonare, connesso evidentemente con uno stato di scompenso cardiaco avanzato. Chiedeva l'annullamento della sentenza impugnata con ogni conseguenza di legge.

5. Il Dott. P. presentava memoria difensiva.

Motivi della decisione

1. Il ricorso deve essere respinto perchè infondato.

Si osserva che i Giudici di merito hanno correttamente ricostruito la vicenda processuale sulla base degli elementi probatori acquisiti, correttamente apprezzati ed interpretati, tenendo conto delle vantazioni tecniche, fondate su basi scientifiche, attentamente formulate dai periti nominati in sede di incidente probatorio dal GIP del Tribunale di Cagliari.

D'altro canto, è noto che compito di questa Corte di legittimità non è quello di sostituire il ragionamento valutativo espresso dai Giudici di merito con un altro in riferimento a diversi parametri di giudizio, ma di controllare la logicità e razionalità della decisione correlata alle emergenze di fatto ricorrenti.

2. L'orientamento in dottrina e giurisprudenza è quello di pervenire ad una situazione di attento contemperamento, nella individuazione della responsabilità professionale del medico, tra fa valutazione del rischio patologico (originato dalla patologia accusata dall'ammalato) ed il rischio teraupetico (originato dall'intervento teraupetico svolto dal medico). A sua volta, il rischio teraupetico viene distinto in errore teraupetico di carattere esecutivo (per es. chirurgico) ed errore di carattere valutativo (errore diagnostico di individuazione della sintomatologia, ovvero erronea sottovalutazione dell'effetto di interazione tra farmaci o interventi comunque invasivi). In particolare, si è sottolineato che la rilevanza penale dell'errore valutativo deve ritenersi subordinata alla condizione che esso sia manifestazione di un evidente atteggiamento soggettivo del medico di superficialità, di avventatezza, imperizia nei confronti delle necessità teraupetiche del paziente. Cioè, viene messa in rilievo l'esigenza di realizzare e recuperare un'adeguata "soggettività della colpa medica", nel senso di effettiva possibilità di manifestare uno specifico giudizio di rimprovero in ordine alla condotta, omissiva o commissiva, del sanitario, configurante la c.d. "colpevolezza della colpa".

Sotto altro profilo, viene appunto evidenziata, nell'individuazione della responsabilità medica, l'importanza di tenere conto delle categorie teoriche, peraltro strettamente connesse con aspetti normativi e conoscitivi, da un verso della misura soggettiva della colpa, consistente nella prevedibilità del risultato offensivo e nell'esigibilità della condotta conforme alla regola cautelare, e dall'altro della misura oggettiva della colpa, contrassegnata invece dalla individuazione e violazione della regola cautelare e dalla evitabilità del risultato dannoso.

3. Sulla base di dette premesse normative, si osserva che risultano acquisite dai giudici di merito, tramite la perizia svolta e gli ulteriori elementi probatori, esaustive informazioni scientifiche concernenti l'andamento della patologia accusata da T. F.; la normale efficacia delle terapie intraprese dai medici;

la riconoscibilità dei segnali clinici evidenziatisi; l'accertamento dell'adeguato comportamento in fase teraupetica tenuto dai sanitari curanti, secondo i protocolli conosciuti ed alla luce della concreta storia clinica della paziente.

Del resto, si evidenzia che l'accertamento della ricorrenza o meno del nesso di causalità configura un giudizio di fatto (riservato al Giudice di merito), non censurabile se correttamente e logicamente motivato, così come effettuato nel caso di specie, secondo il quale i giudici hanno escluso che il comportamento dell'imputato abbia comunque avuto in qualche modo incidenza sullo sviluppo del quadro clinico della paziente e sulla complessa patologia da cui era affetta.

4. Il rigetto del ricorso comporta la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Ultimo aggiornamento Martedì 10 Dicembre 2013 14:39
 
Licenziamento discriminatorio: cosa provare? PDF Stampa E-mail
Mercoledì 06 Novembre 2013 11:42

Corte di cassazione civile 
sentenza 7046/11 del 28/03/2011


Nel caso di licenziamento discriminatorio bisogna dimostrare specificamente, con onere a carico del lavoratore, che l'intento discriminatorio e di rappresaglia per l'attività svolta abbia avuto efficacia determinativa esclusiva della volontà del datore di lavoro, anche rispetto ad altri tatti rilevanti ai fini della configurazione di una giusta causa o di ingiustificato motivo di recesso.

 

 

Cassazione civile, Sez. lavoro,  28.3.2011, n. 7046

Svolgimento del processo

1.- B.B. con ricorso al giudice del lavoro di Viterbo esponeva di essere stata licenziata in data 11.6.99 per giustificato motivo oggettivo dalla locale Agenzia INA Assitalia, nonostante fosse stata già precedentemente reintegrata in sede cautelare per un analogo licenziamento. Ritenendo insussistente la motivazione addotta e adducendo il carattere vessatorio del recesso, la predetta conveniva in giudizio la Ignazio Tricomi e Carlo Bonini s.n.c., titolare dell'Agenzia, chiedendo che il licenziamento fosse dichiarato illegittimo e che tosse ordinato il ripristino del rapporto, oltre il risarcimento dei danni, che assumeva derivati anche alla sua salute dal comportamento del datore di lavoro.

Il Tribunale annullava il licenziamento perchè privo di giustificato motivo e condannava i convenuti alla riassunzione ed al risarcimento del danno ex L. n. 604 del 1966, riteneva esistente il danno esistenziale e, in questi limiti, concedeva l'ulteriore risarcimento del danno.

2.- Proponevano appello entrambe le parti: la B. in via principale insisteva perchè il licenziamento fosse dichiarato nullo per illiceità del motivo in ragione del suo carattere discriminatorio e perchè fosse concesso il risarcimento del danno alla salute; Tricomi e Bonini s.n.c. in via incidentale chiedeva che fosse accertata l'esistenza del giustificato motivo e tosse dichiarato inesistente il danno esistenziale.

La Corte d'appello di Roma con sentenza del 4.10.07 rigettava l'impugnazione principale ed accoglieva quella incidentale, respingendo in toto le domande della B..

La Corte, essendo provata una consistente riduzione del portafoglio dell'Agenzia e la conseguente riduzione di attività e ricavi, riteneva giustificata la decisione di ridurre il personale per mantenere l'equilibrio tra costi e ricavi, non essendo necessaria l'esistenza di una conclamata crisi aziendale, essendo invece il licenziamento uno strumento per prevenire la crisi stessa m considerazione delle dimensioni dell'azienda, ove la soppressione di una sola posizione lavorativa era tale da consentire detto riequilibrio.

Quanto alla scelta della B. per il licenziamento, il giudice riteneva impossibile la sua destinazione ad altre mansioni, in quanto la prosecuzione dell'occupazione avrebbe procurato lo squilibrio dei costi aziendali. Riteneva, altresì, che il datore di lavoro, a differenza di quanto previsto per il licenziamento collettivo, non fosse vincolato ad alcun criterio di scelta ed al confronto tra le situazioni soggettive dei vari dipendenti, essendo sufficiente la prova della relazione tra il licenziamento ed il morivo oggettivo dedotto.

Includeva inoltre il carattere ritorsivo o discriminatorio del licenziamento - già implicitamente escluso dall'accorato g.m.o., l'esistenza del quale avrebbe dovuto escludere in nuce che la ritorsione potesse essere l'unico motivo determinante del recesso - ritenendo che la reiterazione del recesso a distanza di quattro anni fosse circostanza del tutto neutra e che la destinazione in trasferta della dipendente ad una sub-Agenzia periferica prima del licenziamento era conseguenza di una esigenza aziendale.

Quanto al risarcimento del danno, pur escluso in principio per la legittimità del comportamento datoriale, il giudice riteneva non provato il danno alla salute e. insussistente il danno esistenziale, non avendo parte ricorrente allegato elementi di fatto tali da poter essere considerati come fonte di presunzione per la individuazione del danno in questione.

3.- Propone ricorso per cassazione B., cui risponde parte convenuta con controricorso.

Parte ricorrente ha depositato memoria.

Motivi della decisione

4.- I motivi dedotti da B. possono essere sintetizzati come segue.

4.1.- Con il primo motivo è dedotta violazione della L. 15 maggio 1966, n. 604, artt. 3 e 5, in relazione agli artt. 1175 e 1375 c.c., contestandosi l'affermazione che nel licenziamento individuale per g.m.o. il datore non è vincolato da criteri di scelta e non è tenuto a confrontare le situazioni personali dei dipendenti, mentre, invece, avrebbe dovuto selezionare i lavoratori da licenziare tacendo applicazione analogica dei criteri previsti dalla L. 23 luglio 1991, n. 223, art. 5, o comunque dei criteri di correttezza e buona fede desumibili dagli artt. 1175 e 1375 c.c..

4.2.- Con il secondo motivo è dedotta violazione della L. n. 604 del 1966, art. 3, in punto di attribuzione, dell'onere della prova, e carenza di motivazione a proposito delle modalità della riorganizzazione aziendale e della possibilità di utilizzare diversamente la ricorrente nell'agenzia. In ragione delle modeste dimensioni aziendali, pienamente conosciute dal datore di lavoro, a questi dovrebbe essere interamente attribuito l'onere di provare l'impossibilità di reimpiegare in mansioni diverse il lavoratore, senza che questi abbia l'onere di indicare le mansioni in questione.

4.3.- Con il terzo morivo è dedotta violazione della L. n. 108 del 1990, art. 3, e della L. n. 300 del 1970, art. 18, nonchè carenza di motivazione a proposito dell'esistenza di inequivoci comportamenti discriminatori. E' contestata l'affermazione che la ritenuta legittimità del comportamento dei datori di lavoro sul piano della gestione della riduzione del personale escluderebbe in nuce la possibilità di atti discriminatori, ì quali possono consistere invece in comportamenti che, pur leciti singolarmente, diventano illeciti se riconducibili ad un complessivo disegno persecutorio. In particolare è contestato il mancato confronto del trattamento riservato alla B. con quello riservato ad altri dipendenti.

5.- Il ricorso è fondato nei termini di seguito indicati.

6.- Anteponendo la trattazione del terzo morivo per ragioni di consequenzialità logica, deve, rilevarsi che nel licenziamento per cui sia richiesta per legge l'esistenza di una giustificazione, una volta accertata l'obiettiva esistenza dei fatti necessari per radicare il potere di recesso, restano irrilevanti eventuali profili di arbitrarietà e irrazionalità dei motivi dell'atto, cosi come l'esistenza di ipotesi di discriminazione diverse da quelle tipizzate dalla legge, sempre che non sia configurarle un motivo determinante contrario a norme imperative, all'ordine pubblico o al buon costume (Cass. 13.1.2.95 n. 12759).

In particolare, con riferimento al licenziamento discriminatorio invocato dalla ricorrente, il divieto sancito dalla L. n. 604 del 1966, art. 4, dalla L. n. 300 del 1970, art. 15, e dalla L. n. 108 del 1990, art. 3, deve interpretarsi in senso estensivo, di modo che l'area dei motivi vietati (il cui onere probatorio grava sul lavoratore) comprende anche il licenziamento per ritorsione, ossia intimato a seguito di comportamenti risultati sgraditi al datore di lavoro (Cass. 3.5.97 n. 3837).

Circa la prova dei tatti determinanti tali ipotesi occorre, tuttavia, dimostrare specificamente, con onere a carico del lavoratore, che l'intento discriminatorio e di rappresaglia per l'attività svolta abbia avuto efficacia determinativa esclusiva della volontà del datore di lavoro, anche rispetto ad altri tatti rilevanti ai fini della configurazione di una giusta causa o di un giustificato motivo di recesso (Cass. 14.7.05 n. 14816).

6.2.- Con riferimento alla posizione della B., il giudice di merito, ravvisata l'esistenza del giustificato motivo oggettivo, ha escluso il carattere ritorsivo (e comunque discriminatorio) sulla base di una valutazione di carattere logico e di fatto della posizione aziendale della B..

Sul piano logico ha ritenuto che una volta accertata l'effettività del g.m.o. e la mancanza di vincoli per il datore per la scelta del dipendente da licenziare, di per sè dovesse essere escluso il carattere ritorsivo, atteso chela motivazione recondita avrebbe potuto escludere la legittimità del licenziamento solo ove fosse stata provata la sua esclusiva efficacia determinativa del recesso.

Sul piano del merito, all'esito di una compiuta disamina dei singoli episodi evidenziati, ha ritenuto insufficienti le circostanze di fatto poste dalla lavoratrice a fondamento della resi della natura ritorsiva.

La censura mossa dalla ricorrente si limita ad una mera contestazione del giudizio di tatto formulato dal giudice, senza toccare i presupposti di diritto da cui lo stesso è partito, per i quali va ravvisata invece la conformità ai principi enunciati, da questa Corte, sopra evidenziati.

Considerata la congruità della valutazione dei fatti e degli argomenti adottati, essendo inammissibile in questa sede la riconsiderazione dei fatti, il morivo deve essere ritenuto infondato.

7.- Sono, invece, fondati il primo ed il secondo motivo di ricorso.

La ricorrente contesta l'affermazione del giudice di merito, secondo cui - una volta ritenuti sussistenti gli estremi del licenziamento per g.m.o. e ritenuto che le esigenze di riorganizzazione aziendale trovassero ragione di attuazione nella soppressione non della posizione lavorativa della B. ma nella generica soppressione di una risorsa - il datore non sarebbe vincolato all'adozione di criteri di scelta ed al confronto tra le situazioni dei vari lavoratori potenzialmente destinatari del provvedimento espulsivo, essendo sufficiente che il recesso sia legato da rapporto eziologico con l'esigenza di riorganizzazione aziendale. Tale affermazione violerebbe i principi di correttezza e buona tede affermati dagli artt. 1175 e 1375 c.c., che debbono caratterizzare la condotta negoziale delle parti anche nel momento della cessazione del rapporto, salvo che non fosse stata data dal datore la prova che la lavoratrice interessata non potesse essere utilizzata in attività lavorativa diversa.

La giurisprudenza di questa Corte ritiene che il g.m.o. di licenziamento è rimesso alla valutazione del datore di lavoro, senza che il giudice possa sindacare la scelta dei criteri di gestione dell'impresa, espressione della libertà di iniziativa economica tutelata dall'art. 41 Cost..

Spetta, dunque, al giudice il controllo dell'effettiva sussistenza del motivo addotto dal datore di lavoro con onere probatorio gravante sul datore di lavoro, che deve dare prova anche dell'impossibilità di una differente utilizzazione del lavoratore in mansioni diverse da quelle precedentemente svolte, termo restando l'onere per il lavoratore di deduzione e allegazione di tale possibilità di reimpiego (v., da ultimo e per tutte, Cass. 18.03.10 n. 6559).

La stessa giurisprudenza ha rilevato che, quando il g.m.o. si identifica nella generica esigenza di riduzione di personale omogeneo e fungibile, non sono utilizzabili nè il normale criterio della posizione lavorativa da sopprimere in quanto non più necessaria, nè il criterio della impossibilità di repechage (in quanto tutte le posizioni lavorative sono equivalenti e tutti i lavoratori sono potenzialmente licenziabili). Non è, tuttavia, vero che la scelta del dipendente (o dei dipendenti) da licenziare sia per il datore di lavoro totalmente libera: essa, infatti, risulta, limitata, oltre che dal divieto di atti discriminatori, dalle regole di correttezza cui deve essere informato, ex artt. 1175 e 1375 c.c., ogni comportamento delle parti del rapporto obbligatorio e, quindi anche il recesso di una di esse (Cass. 21.12.01 n. 16144).

In questa situazione, pertanto, la giurisprudenza si è posto il problema di individuare in concreto i criteri obiettivi che consentano di ritenere la scelta conforme ai dettami di correttezza e buona tede (Cass. 6.9.03 n. 13058) ed ha ritenuto che possa farsi riferimento, pur nella diversità dei rispettivi regimi, ai criterì che la L. n. 223 del 1991, art. 5, ha dettato per i licenziamenti collettivi per l'ipotesi in cui l'accordo sindacale ivi previsto non abbia indicato criteri di scelta diversi e, conseguentemente, prendere in considerazione in via analogica i criteri dei carichi di famiglia e dell'anzianità (non assumendo, invece, rilievo le esigenze tecnico - produttive e organizzative data la indicata situazione di totale fungibilità tra i dipendenti) (v. la già citata sentenza 16144 n. 2001, nonchè le successive 11.6.04 n. 11124).

8.- Può, dunque, ritenersi che. nel caso di licenziamento per ragioni inerenti l'attività produttiva e l'organizzazione del lavoro, ai sensi della L. n. 604 del 1966, art. 3, se il g.m.o. consiste nella generica esigenza di riduzione di personale omogeneo e fungibile, il datore di lavoro deve pur sempre improntare l'individuazione del soggetto (o dei soggetti) da licenziare ai principi di correttezza e buonafede, cui deve essere informato, ai sensi dell'art. 1175 c.c., ogni comportamento delle parti del rapporto obbligatorio e quindi anche il recesso di una di esse.

Il giudice di merito, affermando apoditticamente che il datore non era tenuto ad adottare criteri di scelta per l'individuazione dell'unico soggetto da licenziare, invece, non ha verificato se nel caso di specie la scelta tosse stata effettuata nel rispetto dei detti canoni di correttezza e buona tede e, quindi, sulla base di un criterio improntato a razionalità e graduazione delle posizioni dei lavoratori interessati.

Il secondo e terzo morivo sono, dunque, fondati.

9.- In conclusione, il ricorso deve essere accolto e la sentenza deve essere cassata, con rinvio al giudice indicato in dispositivo, il quale procederà a nuovo esame facendo applicazione del principio di diritto indicato sub 8) e provvederà altresì, sulle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corre d'appello di Roma in diversa composizione, anche per le spese del presente giudizio di legittimità.

 
Violenza privata aggravata se il marito geloso impone alla moglie di tagliarsi i capelli PDF Stampa E-mail
Mercoledì 06 Novembre 2013 11:40

 

Il seme della gelosia: si configura "la violenza privata aggravata" per il marito che perde la testa per la gelosia e impone alla moglie di tagliarsi i capelli.

"Che cosa conta se tu sei solo mia......

 

E non andare via neanche con lo sguardo, quando mi siedi accanto...

Perché senz'altro! Senz'altro che sei mia....e di chi altro...."

Queste strofe appartengono ad un famoso brano di Vasco Rossi: "il Tango della gelosia" che riassume in poche parole quelli che sono i pensieri, a dir poco, deliranti di uomini gelosi che, spesso, esercitano sulle proprie compagne un illegittimo diritto di possesso.

Tra " i virus" che possono colpire la salute sentimentale di una coppia, sicuramente quello della gelosia e' uno dei più letali perché purtroppo, a volte, questi atteggiamenti di gelosia fuori controllo possono non solo concretizzarsi in maltrattamenti di varia natura, nei confronti del proprio partner ma ,nei casi più gravi, possono finanche concludersi in gesti omicidiari.

Ma ,come tutti gli sbagli, anche la gelosia si paga e a dirlo e' proprio una recente sentenza la n. 10413/13, pubblicata il 6 marzo dalla quinta sezione penale della Cassazione.

Si configura la "violenza privata aggravata "per il marito che perde la testa per gelosia e impone alla moglie di tagliarsi i capelli.

Ai sensi dell'art. 610 Codice Penale commette il reato di violenza privata:

"Chiunque, con violenza o minaccia , costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro anni.

La pena è aumentata se concorrono le condizioni prevedute dall'articolo 339 c.p.

( che prevede le circostanze aggravanti).

Nella vicenda in oggetto, il marito dopo una lite di gelosia imponeva alla moglie il taglio dei capelli brandendo come arma un paio di forbici.

Quindi, in questo caso il reato di "violenza privata" e' aggravato dall'uso delle forbici.

La gelosia non risparmia davvero nessuno e, a volte, può lambire anche la vita di uomini che sono tenuti a far rispettare la legge; questa incresciosa vicenda ha, infatti, come protagonista un carabiniere che in preda all' ira della gelosia aveva non solo distrutto i cellulari della sua compagna ma brandendo delle forbici aveva obbligato la donna a tagliarsi i capelli, non accettando il suo aspetto troppo vistoso.

Il militare aveva cercato di difendersi sostenendo che l'episodio era avvenuto nel quadro di un chiarimento su di un presunto tradimento: era volato perfino un pugno, come aveva ammesso lo stesso imputato, ma su questo episodio la moglie aveva sorvolato evitandogli la querela.

L'uomo aveva cercato di ridimensionare l'episodio invocando la configurabilità della fattispecie più lieve di minaccia o ingiuria.

E' stata, però, esclusa l'ipotesi più lieve della minaccia perché l'umiliazione è inflitta con la forza e si risolve in un'intollerabile compressione della libertà morale.

La Suprema Corte, dunque, non ha accolto il ricorso dell'imputato ritenendo condivisibile la decisione del giudice del merito sul reato di violenza privata aggravata.

In buona sostanza, non è stato punito il semplice atto di umiliazione della persona offesa ma quello posto in essere facendo ricorso alla violenza o alla minaccia; dunque, l' imposizione di un comportamento o di una omissione viola la libertà morale di un soggetto.

Gli ermellini hanno anche condiviso l'aumento di pena relativo alle aggravanti.

 

 

Fonte:(StudioCataldi.it)

Ultimo aggiornamento Mercoledì 06 Novembre 2013 14:59
 
Art. 186 c.d.s.: rifiuto di sottoporsi ad accertamento sostanze alcoliche PDF Stampa E-mail
Martedì 05 Novembre 2013 11:47

Corte di cassazione penale 
sentenza 21192/12 del 31/05/2012


Art. 186 c.d.s.: rifiuto del conducente di sottoporsi ad accertamento

Cassazione sez. IV, 14.03 – 31.05.2012 n. 21192

L'art.   186 c.d.s ., come noto, disciplina la guida sotto l'influenza dell'alcool.

Il comma tre della predetta norma sancisce che, al fine di verificare l'assunzione di   sostanze alcoliche gli organi di Polizia Stradale possono sottoporre i conducenti ad accertamenti qualitativi non invasivi o a prove anche attraverso  apparecchi portatili.

Tuttavia, con la pronuncia in commento, la Suprema Corte ha sancito che la norma non consente l'accompagnamento coattivo del conducente presso un comando di polizia nell'ipotesi in cui gli operanti non abbiano con sé l'apparecchio.

L'accompagnamento, infatti, limitando la libertà personale deve essere esplicitamente previsto dalla legge, e ciò in base al disposto di cui all'art. 13 comma II della Costituzione per il quale essa può essere limitata solo per atto motivato dell'autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.

Ne discende che il rifiuto del conducente di seguire gli operanti al fine di espletare il controllo, non può essere sanzionato ai sensi del comma 7 dell'art. 186 c.d.s. che prevede, tra l'altro, la sospensione della patente di guida da sei mesi a due anni e la confisca del veicolo

Ultimo aggiornamento Mercoledì 06 Novembre 2013 14:56
 
Timbrare badge di altri assenti dal lavoro: licenziamento per giusta causa PDF Stampa E-mail
Martedì 05 Novembre 2013 11:44

Corte di cassazione civile 
sentenza 4693/12 del 23/03/2012


L' Art. 2119 del Codice Civile prevede che "Ciascuno dei contraenti può recedere dal contratto prima della scadenza del termine, se il contratto è a tempo determinato, o senza preavviso, se il contratto è a tempo indeterminato, qualora si verifichi una causa che non consenta la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto."

Nel caso in questione avendo il dipendente di un'azienda timbrato il cartellino di altri dipendenti, peraltro assenti dal luogo di lavoro, fa venire meno il vincolo fiduciario che lega il lavoratore all'azienda, rendendo quindi legittimo il licenziamento per giusta causa, e senza preavviso.

Di seguito il testo integrale della Sentenza della Cassazione

CORTE DI CASSAZIONE - SENTENZA 23 MARZO 2012, N. 4693 - LICENZIAMENTO DISCIPLINARE - GIUSTIFICATO MOTIVO - TIMBRATURA DEL BADGE E ASSENZE DAL LUOGO DI LAVORO - SUSSISTE
Svolgimento del processo
La Corte di Appello di Napoli, confermando la sentenza di primo grado, rigettava la domanda proposta da (...) e (...) proposta nei confronti della società (...) avente ad oggetto l'impugnativa del licenziamento disciplinare loro intimato, in data 11 dicembre 2001, dalla predetta società in ragione della timbratura in uscita del badge ad opera del (...) anche per il (...) e la (...) non presenti in azienda.
La Corte partenopea accertava, sulla base delle dichiarazioni -ritenute circostanziate puntuali e concordanti- rese dai testi (...) e (...) ed il (...) il giorno 27 novembre 2011 il (...) ed il (...) benché risultanti regolarmente al lavoro sino alle ore 16,45, ora in cui il (...) timbrò in uscita i loro cartellini marcatempo, in realtà erano stati di fatto assenti dallo stabilimento per l'intera giornata lavorativa, così come asserito nelle lettere di contestazioni. Tanto, sottolineava la Corte territoriale, doveva asserirsi per la maggiore attendibilità delle dichiarazioni testi rispetto a quelle del (...) e (...) anche perché le modalità temporali riferite da costoro, secondo cui nella giornata del 27 novembre 2011 avrebbero visto in azienda il (...) ed il (...) erano in conflitto con le versioni fornite sul punto da questi ultimi e contrastanti tra loro.
Rilevava, poi, la Corte del merito che anche per l'addebito relativo alla giornata del 26 novembre 2011 sussistevano, in base alla deposizione del teste (...) gravi precisi e concordanti elementi atti a provarne la sussistenza.
Stante secondo la Corte territoriale, l'assenza del (...) e (...) dal posto di lavoro per l'intera giornata del 27 novembre 2011 conseguiva che la condotta posta in essere dai lavoratori ricorrenti in tale giorno fu frutto di un preventivo accordo diretto a far risultare fittiziamente ottemperato l'obbligo di regolare presenza sul posto di lavoro dei due nominati dipendenti.
Pertanto, rimarcava la Corte napoletana, la condotta contestata appariva connotata da un elemento particolarmente intenso e fraudolento che implicava la violazione di fondamentali doveri scaturenti dal rapporto di lavoro subordinato, espressamente ribaditi anche dall'art. 18 del CCNL.
Tenuto conto, poi, concludeva la Corte del merito, che la condotta contestata era stata posta in essere anche il giorno precedente non vi erano dubbi circa l'idoneità della stessa a ledere la fiducia dell'Azienda nella futura correttezza dell'adempimento della prestazione lavorativa.
Tale conclusione, a parere dei giudici di appello, trovava conforto altresì nelle norme del codice disciplinare e in quelle del CCNL che prevedevano il licenziamento senza preavviso di fatti che costituiscono delitto a termine di legge, come appunto l'illecito ascritto ai ricorrenti idoneo ad integrare gli estremi della fattispecie di cui all'art. 640 cp.
Avverso questa sentenza i lavoratori in epigrafe ricorrono in cassazione sulla base di due censure.
Resiste con controricorso la società intimata che, in via preliminare, eccepisce l'inammissibilità del ricorso per violazione dell'art. 366 bis cpc.
Motivi della decisione
Con il primo motivo del ricorso i lavoratori, deducendo violazione degli art. 115 e 116 c.p.c., 2967 cc e 5 Legge n. 604 del 1966 in relazione all'art. 2119 cc, per erronea valutazione della prova testimoniale, nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, formulano il seguente quesito: "se ai fini dell'accertamento di una giusta causa dì licenziamento, la valutazione delle risultanza della prova testimoniale ed il giudizio sull'attendibilità dei testi e sulla credibilità di alcuni invece che di altri non determini violazione degli artt. 115, 116 cpc, 2967 cc e 5 L. 604/66, nell'ipotesi in cui la motivazione della sentenza sia insufficiente o contraddittoria ed il Giudice di merito, con apprezzamenti di fatto a lui riservati, ponga a fondamento della sua decisione una fonte di prova ad esclusione di altra senza indicare le ragioni del suo convincimento".
Con la seconda censura i ricorrenti, denunciando violazione degli artt. 7 della legge n. 300 del 1970 e 2119 c.c. in relazione agli artt. 18, 24 e 25 CCNL nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, formulano il seguente quesito: "se nella valutazione delle risultanze processuali circa la giusta causa di licenziamento per la determinazione della consistenza della infrazione disciplinare non rilevi la circostanza che il datore di lavoro non ha rispettato il principio della proporzionalità, tenuto conto della disciplina sindacale dì settore, dovendo inoltre esercitare il potere disciplinare con gradualità prima di ricorrere alla sanzione espulsiva".
Rileva la Corte che le censure non sono formulate secondo le prescrizioni di cui all' art. 366 bis cpc in quanto, essendo dedotta contemporaneamente la violazione di norma dì legge di cui al n. 3 dell'art. 360 cpc ed il vizio di motivazione ex n. 5 del citato art. 360 cpc, non è consentito a questo giudice di legittimità stabilire quali denunce siano riferibili alla violazione di legge e quali al vizio di motivazione.
Del resto, non vi è, per ciascun motivo, formulazione di quesiti plurimi destinati alla specificazione distinta della violazione di legge e del vizio di motivazione, anzi vi è, per ogni censura, un singolo quesito nel quale confluiscono insieme rilievi relativi all'una ed all' altra delle ipotesi di cui ai menzionati numeri 3 e 5 dell'art. 360 cpc.
Secondo giurisprudenza di legittimità,infatti, non è conforme alle disposizioni di cui al citato art. 366 bis cpc il motivo di ricorso nel cui contesto trovino formulazione, al tempo stesso, censure aventi ad oggetto violazione di legge e vizi della motivazione, ciò costituendo una negazione della regola di chiarezza posta dalla citata norma (nel senso che ciascun motivo deve contenere la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa ovvero delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione) giacché si affida alla Corte di cassazione il compito di enucleare dalla mescolanza dei motivi la parte concernente il vizio di motivazione, che invece deve avere una autonoma collocazione (V. Cass. 11 aprile 2G03 n.947 0 e Cass. 23 luglio 2008 n.20355 cui adde, nello stesso senso, Cass. 29 febbraio 2003 n.5471).
Né è consentito a questa Corte di estrapolare dai singoli quesiti di diritto e dalla parte argomentativa quali passaggi siano riferibili al vizio dì motivazione e quali al violazione di legge, diversamente sarebbe elusa la ratio dell'art, 356 bis cpc. (Cass. 5.U. 11 marzo 2008 n. 6420).
Tanto, del resto, corrisponde alla regola della specificità dei motivi del ricorso ex art. 366 n.4 cpc.
Diversamente significherebbe demandare a questa Corte di sostituirsi alla parte nella individuazione concreta della situazione di fatto sottesa alla censura (Cass. 23 marzo 2005 n. 6225), compito questo, invece, che nel nostro ordinamento processuale non è previsto.
D'altro canto non sono trascritte, in violazione del principio di autosufficienza, nel ricorso le risultanze istruttorie di cui si denuncia l'erronea valutazione e le clausole contrattuali che si assumono non correttamente applicate. Sulla base delle esposte considerazioni il ricorso va rigettato non potendo le censure, spiegate dai ricorrenti, trovare ingresso, in questa sede di legittimità, in quanto dette censure finiscono per tradursi ih una richiesta di rivisitazione dei fatti di causa ed in una istanza di rivalutazione delle risultanze istruttorie già oggetto di motivato esame da parte del giudice di appello la cui decisione va confermata.
Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese di giudizio di legittimità liquidate in € 50,00 per esborsi, oltre € 3.000,00 per onorario ed oltre accessori di legge.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 06 Novembre 2013 14:56
 
Il giudice deve acquisire le prove raccolte dal difensore. PDF Stampa E-mail
Martedì 05 Novembre 2013 11:41

Dalla presentazione di elementi di prova raccolti dal difensore a favore del proprio assistito deriva al giudice l'obbligo non solo della loro acquisizione, ma anche della loro valutazione, con la conseguenza che, in caso venissero disattese, è comunque richiesta una motivazione circa le ragioni che hanno portato ad escludere il rilievo alle prove assunte dalla difesa.



Cassazione penale, Sez. VI, sentenza del 23.4.2012, n. 15701

...omissis...

Motivi della decisione

1. Il motivo di ricorso, concernente la violazione del diritto di difesa, è fondato e il provvedimento è da annullare con rinvio al tribunale di Caltanissetta per nuovo esame.

2. E' noto che la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 336 del 23.9.2008, è intervenuta sul tema ed ha dichiarato che è "costituzionalmente illegittimo l'art. 268 c.p.p., nella parte in cui non prevede che, dopo la notificazione o l'esecuzione dell'ordinanza che dispone una misura cautelare personale, il difensore possa ottenere la trasposizione su nastro magnetico delle registrazioni di conversazioni o comunicazioni intercettate, utilizzate ai fini dell'adozione del provvedimento cautelare, anche se non depositate". 3. In seno al provvedimento, è stato precisato che l'ascolto diretto delle conversazioni non può essere surrogato dalle trascrizioni eseguite, senza contraddittorio, dalla polizia giudiziaria; infatti l'accesso diretto alle registrazioni può essere necessario per valutare l'effettivo significato probatorio, perchè la qualità delle registrazioni può non essere perfetta, perchè risultano spesso rilevanti le pause, l'intonazione della voce etc. Pertanto, in assenza della trascrizione di un perito, l'interesse difensivo si appunta sull'accesso diretto tutte le volte in cui la difesa ritiene di dover verificare la genuinità delle trascrizioni fatte dalla polizia giudiziaria ed utilizzate dal pubblico ministero. Invero, la possibilità per quest'ultimo di depositare solo i brogliacci, se giustificata dall'esigenza di procedere senza indugio alla salvaguardia delle finalità che il codice assegna alle misure cautelari, non può limitare il diritto della difesa ad accedere alla prova diretta, considerato, altresì, che le esigenze di segretezza per il proseguimento delle indagini e le eventuali ragioni di riservatezza sono venute meno in riferimento alle comunicazioni poste a base della misura.

4. Quanto, poi (al fatto che il diritto di accedere alle registrazioni debba concretarsi nella possibilità di ottenerne una copia, va richiamata la sentenza della Corte Costituzionale n. 192 del 17.6.1997, laddove è stato precisato che la "ratio" dell'istituto del deposito degli atti in cancelleria a disposizione delle parti deve, di regola, comportare necessariamente, insieme al diritto di prenderne visione, la facoltà di estrarne copia, considerando che al contenuto minimo del diritto di difesa, ravvisabile nella conoscenza degli atti depositati mediante la loro visione, deve accompagnarsi autonomamente, salvo che la legge disponga diversamente, la facoltà di estrarne copia, al fine di agevolare le ovvie esigenze del difensore di disporre direttamente e materialmente degli atti per preparare la difesa e utilizzarli nella redazione di richieste.

5. E' stato, ancora affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, anche a sezioni unte, che si determina una illegittima compressione del diritto di difesa, quando il PU, sollecitato con tempestiva istanza, rifiuti o ritardi, senza giustificato motivo, l'accesso alle registrazioni di conversazioni intercettate e sommariamente trascritte dalla polizia giudiziaria nei cosiddetti brogliacci di ascolto, utilizzati ai fini dell'adozione di un'ordinanza di custodia cautelare, sanzionata da nullità relativa; in relazione, poi,alla specificità della procedura, soggetta a termini ristretti ed al dovere di collaborazione tra le parti, ha sottolineato che la richiesta deve intervenire "in tempo utile" rispetto alle cadenze temporali indicate dalle norme procedurali, ma anche che, a fronte della complessità delle operazioni di duplicazione, l'A.G., ha uno specifico onere di motivazione circa l'impossibilità di adempiere al rilascio delle copie in tempo utile all'esercizio del diritto di difesa nella procedura incidentale; infine ha ribadito che il Tribunale del Riesame deve decidere senza dilazioni incompatibili con la specifica procedura.

6. Tanto premesso, è pacifico che la richiesta di avere copia dei files audio delle registrazioni utilizzate avvenne tempestivamente e che i ed audio sono stati consegnati in udienza dal PM alla difesa;

pur concordando in ipotesi con la difesa che la produzione ha comportato un limitato tempo per l'ascolto diretto delle registrazioni, dato che il Tribunale ha concesso un rinvio della udienza a tal fine, di due giorni, non può convenirsi invece sulla conseguenza di nullità che viene invocata. Di fatto, come osservato dal Tribunale, il difensore del T. ha preso atto del contenuto dei dialoghi, tanto da elaborare una propria versione e da indicare errori e manchevolezze nella interpretazione degli stessi.

7. La doglianza che il tempo per la trascrizione fosse esiguo al punto da annullare la possibilità di controdurre e mettere in evidenza elementi favorevoli alla difesa è(dunque contraddetta dalla stessa attività svolta dal difensore, sicchè la deduzione incide in definitiva non già sulla ritualità dell'acquisizione, ma sulla interpretazione dei dati indiziaria di cui si denuncia la erroneità. 8. Stesale aspetto, ossia se i dialoghi intercettati avessero in equivoca valenza accusatoria o si prestassero ad altre alternative interpretazioni, il Tribunale ha dato risposte che non possono condividersi, in quanto irragionevolmente motivate, si da verificarsi in concreto un caso di motivazione apparente e contraddittoria.

9. L'onere di sviluppare un adeguato apparato argomentativo, per verificare i ragionevoli dubbi avanzati dall'indagato, è stato pretermesso, poichè il giudice distrettuale ha dato atto esplicitamente di non aver "potuto o saputo tecnicamente" ascoltare la fonte diretta, per difetto di adeguata apparecchiatura elettronica, ed ha perciò privilegiato la versione contenuta nel brogliaccio, professando maggior fede in essa, perchè espressa dal personale della p.g. qualificato e preparato a tale attività. 10. Ora, a prescindere dalla osservazione sulla apoditticità di tale ragionamento, cui è ictu ocuti possibile contestare il fatto contrario, - e che cioè la difesa ha avuto la possibilità di riascoltare i nastri, laddove la trascrizione nei brogliacci è immediata, con inevitabili riflessi sulla percezione delle voci -, il punto è il Tribunale non ha ascoltato i files, eppure ha espresso un giudizio su di essi. Ciò equivale violare il principio espresso da questa corte, secondo cui dalla presentazione di elementi di prova raccolti dal difensore a favore del proprio assistito deriva al giudice l'obbligo non solo della loro acquisizione, ma anche della loro valutazione, con la conseguenza che, in caso venissero disattese, è comunque richiesta una motivazione circa le ragioni che hanno portato ad escludere il rilievo alle prove assunte dalla difesa (Sez. 2, 27 maggio 2008, n. 28662, Manola).

11. Si impone l'annullamento dell'ordinanza, con rinvio al Tribunale di Caltanissetta affinchè tenga conto dei risultati delle trascrizione difensivi prodotte dall'indagato, procedendo alla opportune verifiche.

12. E' da disporre inoltre che copia del presente provvedimento sia trasmesso al direttore dell'istituto penitenziario competente, perchè provveda a quanto stabilito dall'art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 ter.

P.Q.M.

Annulla l'impugnata ordinanza e rinvia per nuovo esame al Tribunale di Caltanissetta.

Manda alla cancelleria gli adempimenti di cui all'art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 ter.

 

 
Il ' sesso estremo' deve essere voluto da entrambi altrimenti si configura lo stupro. PDF Stampa E-mail
Lunedì 04 Novembre 2013 10:42

 

Il " sesso estremo", praticato in una coppia, deve essere voluto da entrambi altrimenti si configura il reato di stupro.
"Lo famo strano?" Molti ricorderanno questa frase,  e' quella pronunciata da Ivano a sua moglie Jessica nel famoso film di Carlo Verdone: "Viaggi di nozze" , un film ,ad episodi ,nel quale si raccontano le vicende tragicomiche di tre coppie di novelli sposi.
Mantenere vivo l'erotismo in una coppia non è semplice, sia che la coppia si sia appena costituita sia che abbia alle spalle molti anni di matrimonio.
Per cui, spesso, per ravvivare il rapporto ci si inventa di tutto come ricorrere a "pratiche amorose" estreme nel nome della trasgressione e dell'essere a tutti i costi degli "amanti alternativi".
Ma fare sesso estremo può avere delle conseguenze penali; a puntualizzarlo e' la  Cassazione Penale con la sentenza  37916/2012 che ha stabilito che :"va condannato per violenza sessuale chi impone pratiche sessuali estreme a un partner, il quale, mostrandosi consenziente all'inizio del rapporto, manifesta a un certo punto, di non voler andare oltre.
Ai sensi dell'art. 609 bis. C.p. ( titolato come violenza sessuale): " chiunque , con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni.
Il consenso o la mancanza di dissenso, quindi, nel reato di violenza sessuale sono parte dell'impianto del reato e ne sono elemento, appunto, strutturale per la sua configurazione.
Questa vicenda giudiziaria ha permesso agli Ermellini di introdurre un principio  importantissimo che tutela fortemente la donna che subisce violenza dal proprio compagno.
In più occasioni, la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che il consenso dell'avente diritto per avere effetto "scriminante" deve essere in correlazione cronologica con il compimento del fatto tipizzato come illecito.
Dunque, tale consenso deve permanere durante lo svolgimento dell'attività sessuale, la quale si caratterizza nella sua liceità proprio per la presenza costante del consenso.
Per cui la scriminante non può essere invocata se l'avente diritto manifesta, "esplicitamente o mediante comportamenti univoci", di non essere più consenziente al protrarsi dell'azione alla quale aveva inizialmente aderito.
Il principio della sentenza stabilisce che : "venuto meno il consenso va da sè che il sesso "estremo" deve essere subito interrotto, in caso contrario si configurerà il "reato di stupro ,nei confronti del partner che impone la propria volontà sull'altro.
La Cassazione inoltre precisa che la configurazione del reato persiste anche se la "vittima" dopo aver subito, accetta liberamente altri rapporti col partner-violentatore.
In buona sostanza, non basta il consenso iniziale per avere la libertà di fare ciò che si vuole col partner perchè l'eventuale rifiuto, non rispettato, configurerà il reato di stupro.
Qui di seguito la storia processuale.
Il caso analizzato si riferisce ad una relazione intrattenuta tra un muratore marchigiano 33enne e una ragazza 29enne conosciuta al mare con cui il muratore ha intrattenuto una relazione nel periodo compreso tra maggio del 2009 ad agosto dello stesso anno.
L'evolversi del rapporto tra i due e la conseguente vicenda giudiziaria ha permesso ai Giudici della Massima Corte di introdurre un principio  importantissimo che tutela fortemente la donna che subisce violenza dal proprio compagno.
Nel caso specifico, infatti la Cassazione ha evidenziato che facilmente si potrebbe configurare, anche all'interno di una relazione più o menio stabile, il reato di stupro.
Infatti, l'eventuale consenso dato dal partner a compiere "pratiche sessuali estreme" all'inizio della relazione non ha durata illimitata e valida una volta per tutte.
Infatti, sono sempre possibili i "ripensamenti" e questi vanno rispettati e possono avvenire in qualunque momento.
Successivamente la donna si rifiutava di compiere alcune delle pratiche sessuali fatte in precedenza col proprio compagno che di fatto aveva sempre ignorato questo ripensamento continuando a compierle sottomettendo così la donna e la sua volontà.
Questa situazione ha originato un procedimento penale in cui veniva contenstato al muratore marchigiano appunto il reato di sturpo.
Nonostante i legali di quest'ultimo avessero sottolineato ai giudici che i rapporti tra i due erano caratterizzati da una alternanza di consensi e dissensi da parte della donna, come per dire che i dissensi di quest'ultima non erano seriamente espressi, se poi successivamente vi acconsentiva di nuovo ad altre pratiche sessuali.
La Corte con la sentenza n. 37916 del 2102 ha confermato la condanna a tre anni e sei mesi di reclusione per il violentatore (già condannato nella fase di merito dalla Corte d'Appello di Ancona per l'accusa di "violenza sessuale continuata commessa con violenze fisiche e minacce nei confronti della ragazza") stabilendo che l "alternanza" delle fasi consenso-dissenso non minano la verità della denuncia.



Fonte:
(StudioCataldi.it)

Ultimo aggiornamento Mercoledì 06 Novembre 2013 14:57
 
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