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Timbrare il cartellino del collega non è "sostituzione di persona" ne' falso ideologico PDF Stampa E-mail
Giovedì 14 Novembre 2013 15:47

Corte di cassazione penale 
sentenza del 31/01/2013


Non costituisce reato di “sostituzione di persona” il “timbrare” il cartellino del collega!

Secondo la Suprema Corte “farsi timbrare il cartellino dal collega non comporta il reato di sostituzione di persona, ma solo un procedimento disciplinare a carico del lavoratore”.

La condotta di chi fa riportare sul cartellino marcatempo nella sua dotazione la presenza, non corrispondente alla realtà, sul posto di lavoro, producendo effetti solo nell'ambito della sfera relativa al rapporto di diritto privato tra il dipendente ed il suo datore di lavoro, non è adatta ad integrare il reato di falsità ideologica a carico del pubblico ufficiale in atti pubblici (art. 479 c.p.), né integra al piu' il reato di sostituzione di persona (art. 494 c.p.), poiche' difetta dell'attribuzione al soggetto attivo e la conseguente rappresentazione nei confronti dei terzi, allo scopo di indurli in errore per far conseguire a sé o ad altri un vantaggio ovvero per arrecare ad altri un danno, di connotati che, pur non appartenendogli, appaiono idonei a definirlo come una persona diversa da quella che egli effettivamente è ovvero rivestito di uno stato o dotato di una qualità a cui la legge riconnette effetti giuridici, che egli in realtà non possiede.

La Cassazione è, dunque, recentemente intervenuta su quei consueti, ma illeciti, “scambi di favore” che avvengono tra colleghi, quando si deve timbrare il cartellino di presenza. ( così Cass. 31/01/2013) Secondo i giudici in tale condotta non sono ravvisabili gli estremi del reato di sostituzione di persona.

Si configura il reato di sostituzione di persona quando un soggetto, al fine di ottenere un vantaggio personale, fa cadere un terzo in errore, sostituendosi ad altri, attribuendo a sé o ad altri un falso nome o una falsa qualità. Ad esempio si ha sostituzione di persona quando ci si attribuisca il nome di persona immaginaria; oppure si usi un “account” o una casellaemail servendosi dei dati anagrafici di un diverso soggetto, inconsapevole, con il fine di far ricadere su quest'ultimo l'acquisto di beni mediante la partecipazione ad aste in rete. 
Secondo i giudici della Suprema Corte timbrare il cartellino del collega, per farlo risultare presente, non rientra pero' in questi casi. Infatti, seppur è vero che il datore di lavoro è caduto in errore, è bisogna constatare che il collega non ha assunto l' identità del dipendente assente, limitandosi a timbrarne soltanto il cartellino.

Nel caso di specie, il lavoratore furbetto si è limitato a simulare una presenza inesistente del collega sul lavoro, attraverso l'uso della scheda magnetica del compagno. 
Attenzione però: il fatto che tale condotta non configuri il reato di sostituzione di persona, non significa che non sia un illecito comunque punibile. Infatti, oltre ad essere un illecito disciplinare, potrebbe concretizzarsi l'ipotesi del reato di truffa.

 
Lesione personale e tentato omicidio: ecco come distinguerli. PDF Stampa E-mail
Giovedì 14 Novembre 2013 15:42

Corte di cassazione penale 
sentenza 30991/12 del 30/07/2012



Si rileva che, per aversi il reato tentato, l'art. 56 c.p., richiede la commissione di atti idonei, diretti in modo non equivoco a commettere un reato.
E', quindi, elemento strutturale oggettivo del tentativo, insieme alla direzione non equivoca degli atti, l'idoneità degli stessi, dovendosi intendere per tali quelli dotati di una effettiva e concreta potenzialità lesiva per il bene giuridico tutelato, alla luce di una valutazione prognostica da effettuarsi con giudizio ex ante.
Tale valutazione, da compiersi non dal punto di vista del soggetto agente, ma nella prospettiva del bene protetto dalla norma incriminatrice, deve tener conto delle circostanze in cui opera l'agente e delle modalità dell'azione, si da determinarne la reale ed effettiva adeguatezza causale e l'attitudine a creare una situazione di pericolo attuale e concreto di lesione dell'indicato bene.
Al fine della qualificazione del fatto quale reato di lesione personale o quale reato di tentato omicidio, si deve aver riguardo al diverso atteggiamento psicologico dell'agente e alla diversa potenzialità dell'azione lesiva. Se nel primo reato la carica offensiva dell'azione si esaurisce nell'evento prodotto, nei secondo vi è un quid pluris che tende ed è idoneo a causare un evento più grave di quello realizzato in danno dello stesso bene giuridico o di uno superiore, riguardante lo stesso soggetto passivo, che non si realizza per ragioni estranee alla volontà dell'agente.




Cassazione penale, Sez. I, sentenza del 30.7.2012, n. 30991

...omissis...

Motivi della decisione

1. Il ricorso deve essere accolto nei limiti che saranno precisati.

2. Le censure svolte con il primo motivo attengono alla valutazione della prova e all'accertamento dei fatti compiuto dalla sentenza impugnata, lamentandosi il vizio motivazionale in cui è incorsa la Corte d'appello nel rispondere alle doglianze, mosse con i motivi di appello, sul punto della concordanza/discordanza delle dichiarazioni rese dalla persona offesa e dai testi G. e M. alla Polizia Giudiziaria e trasfuse negli atti de dibattimento.

2.1. L'infondatezza di tali censure consegue al rilievo che la valutazione organica delle risultanze processuali, che si assume apodittica e contraddittoria, è stata compiutamente condotta dalla Corte di merito con motivazione esente da evidenti incongruenze e da interne contraddizioni (saldata con la struttura motivazionale della decisione di primo grado per formare un unico complesso corpo argomentativo: Sez. U, n. 6682 del 04/02/1992, dep. 04/06/1992, P.M., p.c., Musumeci e altri, Rv. 191229; Sez. 1, n. 17309 dei 10/03/2008, dep. 24/04/2008, Calisti e altri, Rv. 240001, Sez. 1, n. 11455 del 17/11/2010, dep. 22/03/2011, Narcisio).

La Corte, infatti, ha analizzato le risultanze processuali e le dedotte ragioni di doglianza, evidenziando, alla luce della versione dei fatti resa dalla persona offesa nella sua denuncia e delle sommarie informazioni rese dai due testi indicati, che ha richiamato, che le contraddizioni, dedotte come sussistenti dalla difesa, si risolvevano in piccole discordanze, che rafforzavano l'ipotesi accusatoria, avuto riguardo alla descrizione, fatta dai dichiaranti, limitatamente ai fatti cui avevano assistito e tenuto conto della cadenza temporale delle loro dichiarazioni, che escludeva ipotesi di accordo.

Nella condotta valutazione la Corte neppure ha prescisso dal rilevare, in coerenza con i caratteri del giudizio abbreviato, che la richiesta avanzata dall'imputato di decisione allo stato degli atti aveva comportato sia la rinuncia alla escussione dibatttimentale degli indicati testi e di altri, sia il loro eventuale confronto, necessari l'una e l'altro per far emergere le ritenute contraddizioni.

2.2. Si tratta di una valutazione congrua e ragionevole che resiste alle svolte censure, che, insistendo sulle ritenute già descritte contraddizioni e dissentendo dall'analisi svolta in sede di merito per le incoerenti massime di esperienza cui la stessa potrebbe dar luogo, si risolvono nella riproposizione di argomenti difensivi adeguatamente presi in esame e confutati e nella sollecitazione a una diversa valutazione degli elementi probatori acquisiti, che esula dai poteri di questa Corte, il cui sindacato deve svolgersi sul testo del provvedimento impugnato e limitarsi a verificare se la giustificazione con lo stesso data sia sorretta da validi elementi dimostrativi e sia compatibile con il senso comune e con "i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento", secondo una formula giurisprudenziale ricorrente e pienamente condivisa (Sez. 1, n. 624 del 05/05/1967, dep. 23/10/1967, Maruzzella, Rv. 105775; Sez. 2, n. 230 del 15/07/1980, dep. 17/01/1981, Miranda, Rv. 147306; Sez. 4, n. 4842 del 02/12/2003, dep. 06/02/2004, Elia e altri, Rv. 229369).

Nè il ricorrente, che, prospettando una contraddizione della motivazione, assume che vi sarebbero divergenze narrative tra le dichiarazioni non valutate e ne deduce genericamente la loro prospettazione in atto di appello, ha allegato gli atti processuali che contengono tali dichiarazioni, ai quali questa Corte non ha accesso, e identificato gli elementi fattuali o i dati probatori emergenti dai medesimi e le ragioni per cui le dedotte divergenze sarebbero tali da compromettere la tenuta logica della motivazione e da essere incompatibili con l'operata ricostruzione dei fatti e della responsabilità (da ultimo, sez. 6, n. 45036 del 02/12/2010, dep. 22/12/2010, Damiano, Rv. 249035).

3. Sono infondate anche le censure svolte con il secondo motivo, che riguardano la logicità della motivazione della sentenza impugnata rispetto alla verosimiglianza della versione difensiva resa dall'imputato.

Gli argomenti svolti, che, peraltro, ripercorrono le ragioni argomentate dalla Corte per escludere la sussistenza delle condizioni per il riconoscimento della esimente della legittima difesa, non ulteriormente invocata dal ricorrente, e non considerano e neppure contestano il rilievo della carenza di alcun riscontro della versione difensiva in elementi presenti nel fascicolo processuale, si pongono, quanto alla ritenuta plurima aggressione e alla affermata impossibilità di agevole fuga, come censure sul significato e sulla interpretazione di alcuni degli elementi probatori utilizzati in giudizio e come prospettazioni di dissenso di merito, quanto alla valutazione del risultato probatorio, sulla base di argomenti logici, tese a impegnare questa Corte in una inammissibile revisione, in un'ottica più favorevole alla tesi difensiva, delle valutazioni già effettuate e delle conclusioni già raggiunte.

4. Quanto al terzo motivo non meritano accoglimento i rilievi, formulati dal ricorrente, circa la insussistenza degli estremi del delitto di tentato omicidio con riguardo all'attitudine oggettiva degli atti posti in essere a cagionare la morte e alla intenzionalità soggettiva della condotta.

4.1. Si rileva che, per aversi il reato tentato, l'art. 56 c.p., richiede la commissione di atti idonei, diretti in modo non equivoco a commettere un reato.

E', quindi, elemento strutturale oggettivo del tentativo, insieme alla direzione non equivoca degli atti, l'idoneità degli stessi, dovendosi intendere per tali quelli dotati di una effettiva e concreta potenzialità lesiva per il bene giuridico tutelato, alla luce di una valutazione prognostica da effettuarsi con giudizio ex ante.

Tale valutazione, da compiersi non dal punto di vista del soggetto agente, ma nella prospettiva del bene protetto dalla norma incriminatrice, deve tener conto delle circostanze in cui opera l'agente e delle modalità dell'azione, si da determinarne la reale ed effettiva adeguatezza causale e l'attitudine a creare una situazione di pericolo attuale e concreto di lesione dell'indicato bene (tra le altre, Sez. 6, n. 27323 del 20/05/2008, dep. 04/07/2008, P., Rv. 240736; Sez. 1, n. 19511 del 15/01/2010, dep. 24/05/2010, Basco e altri, Rv. 247197; Sez. 1, n. 27918 del 04/03/2010, dep. 19/07/2010, Resa e altri, Rv. 248305).

Questa Corte ha anche ripetutamente affermato che, al fine della qualificazione del fatto quale reato di lesione personale o quale reato di tentato omicidio, si deve aver riguardo al diverso atteggiamento psicologico dell'agente e alla diversa potenzialità dell'azione lesiva. Se nel primo reato la carica offensiva dell'azione si esaurisce nell'evento prodotto, nei secondo vi è un quid pluris che tende ed è idoneo a causare un evento più grave di quello realizzato in danno dello stesso bene giuridico o di uno superiore, riguardante lo stesso soggetto passivo, che non si realizza per ragioni estranee alla volontà dell'agente (tra le altre, Sez. 1, n. 1950 del 20/05/1987, dep. 15/02/1988, Incamicia, Rv. 177610; Sez. 1, n. 35174 del 23/06/2009, dep. 11/09/2009, M., Rv.

245204;).Sez. 1, n. 37516 del 22/09/2010, dep. 20/10/2010, Bisotti Rv. 248550.

4.2. La Corte di merito ha fatto corretta applicazione di tali principi, avendo riferito l'accertamento da compiersi, secondo i criteri che presiedono alla configurabilità del delitto tentato, a un giudizio ex ante di oggettiva idoneità dell'azione dell'imputato a cagionare la vittima della vittima, evidenziando in tale contesto prognostico il mezzo utilizzato, rappresentato da una bottiglia spezzata utilizzata come arma da punta e da taglio, le regioni corporee attinte (il capo, il collo e l'emitorace sinistro) e il numero dei colpi inferti; ha logicamente e ragionevolmente ritenuto la sussistenza dell'idoneità degli atti in relazione alla loro adeguatezza causale in rapporto alla lesione del bene protetto dalla norma incriminatrice, e ha, coerentemente, ritenuto, al fine della valutazione della potenzialità espansiva della condotta, non necessario che la vittima si fosse trovata in pericolo di vita.

Conformemente ai predetti principi, la Corte ha, anche, dato esaustivo conto della qualificazione del fatto quale tentato omicidio, richiamando la valenza concorrente dell'aspetto relativo alla idoneità degli atti e le considerazioni svolte al riguardo ed evidenziando due dati fattuali specifici, relativi all'accanimento contro la vittima da parte dell'imputato che lo ha continuato a colpire e alla pronuncia della frase "ora lo ammazzo"; e, con ragionamento probatorio corretto, ha ritenuto tali elementi idonei a esprimere la sussistenza dell'animus necandi, in linea con le valutazioni fatte dal primo Giudice che aveva già posto in debito risalto gli elementi fattuali e i dati probatori acquisiti e ritenuto la condotta, particolarmente pervicace e reiterata, tenuta dall'imputato tale da configurare, con prognosi ex ante, l'ipotesi del tentato omicidio.

4.3. A fronte di tali rilievi, la difesa, nuovamente reiterando argomenti già rappresentati nelle fasi di merito e puntualmente analizzati con motivazioni giuridicamente corrette e logicamente articolate, ha dedotto l'assenza di pericolo di vita, incidente sulla idoneità degli atti, cui essa è correlata, e la superficialità delle ferite refertate, che esclude la idoneità concreta del mezzo usato ed è incompatibile con l'intenzionalità omicida, disvelando lo scopo di allontanare da sè la minaccia o, al più, lo scopo di ledere.

L'infondatezza di tali doglianze deriva dalla diversa prospettiva in cui si pone il ricorrente nell'analisi della sua condotta, poichè il giudizio preteso in ordine all'intensità dei colpi inferti e alle loro conseguenze attiene a una valutazione ex post, in contrasto con la lettera e la ratio della previsione normativa, e dalla considerazione che la valutazione circa l'esistenza o meno dell'animus necandi costituisce il risultato di un'indagine di fatto, rimessa all'apprezzamento del giudice di merito, mentre le deduzioni prospettate come conseguenti a incongruenze logiche e lacune motive della decisione impugnata sono alternative interpretazioni, affidate alla ricostruzione in fatto di elementi non rilevanti al fine della configurazione della condotta di tentato omicidio, e si risolvono in critiche di puro merito, estranee al tema di indagine di legittimità.

5. E', invece, fondata la censura che attiene alla contestata applicazione della misura di sicurezza della espulsione dal territorio dello Stato a pena espiata, disposta con la sentenza di primo grado ai sensi dell'art. 235 c.p., e implicitamente confermata dalla Corte d'appello nell'esame congiunto del terzo e del quarto motivo d'appello, con il secondo dei quali si era svolta analoga doglianza.

Il ricorrente ha, infatti, opposto un valido titolo giustificativo della sua protezione dalla espulsione ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 20, attuativo della direttiva 2004/83CE, essendo titolare, al momento del fatto, di permesso di soggiorno rilasciato ai sensi dell'art. 23, comma 2, del detto decreto per il suo status di protezione sussidiaria prevista dall'art. 2, comma 1, lett. g), del medesimo decreto, in favore di quanti, pur non riconoscibili come rifugiati politici, nei Paesi di origine correrebbero rischi effettivi di subire uno dei gravi danni contemplati al successivo art. 14.

La eliminazione della disposta espulsione, che non richiede una valutazione di merito, può essere disposta da questa Corte a norma dell'art. 620 c.p.p., lett. l), con conseguente annullamento senza rinvio della sentenza impugnata limitatamente a tale punto.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alla espulsione, che elimina.

Rigetta nel resto il ricorso.

 

 
Colpa per assunzione: ecco cos'è PDF Stampa E-mail
Giovedì 14 Novembre 2013 15:38

Il medico specializzando non è presente nella struttura per la sola formazione professionale, la sua non è una mera presenza passiva nè lo specializzando può essere considerato un mero esecutore d'ordini del tutore anche se non gode di piena autonomia; si tratta di un'autonomia che non può essere disconosciuta, trattandosi di persone che hanno conseguito la laurea in medicina e chirurgia e, pur tuttavia, essendo in corso la formazione specialistica, l'attività non può che essere caratterizzata da limitati margini di autonomia in un'attività svolta sotto le direttive del tutore. Ma tale autonomia, seppur vincolata, non può che ricondurre allo specializzando le attività da lui compiute; e se lo specializzando non è (o non si ritiene) in grado di compierle deve rifiutarne lo svolgimento perchè diversamente se ne assume le responsabilità (c.d. colpa per assunzione ravvisabile in chi cagiona un evento dannoso essendosi assunto un compito che non è in grado di svolgere secondo il livello di diligenza richiesto all'agente modello di riferimento). Pertanto sussiste la responsabilità professionale sia per i medici strutturati che per gli specializzandi.




Cassazione penale, Sez. IV, sentenza del 22.2.2012, n. 6981


...omissis...

Motivi della decisione

I ricorsi sono infondati e vanno respinti.

Preliminarmente, si deve rilevare che il termine prescrizionale per il reato contestato, di sette anni e sei mesi, di cui è stato eccepito l'avvenuto decorso dalla difesa della G., a causa del periodo di sospensione di mesi 5 e giorni 2, non è ad oggi spirato (venendo, infatti, a compimento il 12.2.2012).

Inoltre, quanto alla pretesa tardi vita della querela, dedotta dalla difesa del V., la censura è aspecifica essendosi limitata a riproporre in questa sede pedissequa mente la medesima doglianza già rappresentata sia in sede di appello sia finanche in primo grado e da entrambi i giudici di merito disattesa con motivazione ampia e congrua, immune da vizi ed assolutamente plausibile (pagg. 13-15 della sentenza del Tribunale e pagg. 11-12 di quella impugnata) che hanno ricondotto al 21.6.2004, data della chiara relazione del Prof. C., il momento in cui i genitori esercenti la potestà sulla persona offesa hanno avuto piena e completa conoscenza del fatto reato astrattamente ascrivibile al V. nella sua "dimensione soggettiva ed oggettiva". Onde correttamente è stata ritenuta la tempestività della querela del 29.7.2004. Ed è stato affermato che nè inammissibile il ricorso per cassazione fondato su motivi che ripropongono le stesse ragioni già discusse e ritenute Infondate dal giudice del gravame, dovendosi gli stessi considerare non specifici.

La mancanza di specificità del motivo, invero, dev'essere apprezzata non solo per la sua genericità, come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell'impugnazione, questa non potendo ignorare le esplicitazioni del giudice censurato senza cadere nel vizio di aspecificità conducente, a mente dell'art. 591, comma 1 lett. c), all'inammissibilità" (Cass. pen. Sez. 4, 29.3.2000, n. 5191).

Quanto alle censure di carenza motivazionale si rammenta che il nuovo testo dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), come modificato dalla L. 20 febbraio 2006, n. 46, con la ivi prevista possibilità per la Cassazione di apprezzare i vizi della motivazione anche attraverso gli "atti del processo", non ha alterato la fisionomia del giudizio di cassazione, che rimane giudizio di legittimità e non si trasforma in un ennesimo giudizio di merito sul fatto. In questa prospettiva, non è tuttora consentito alla Corte di Cassazione di procedere ad una rinnovata valutazione dei fatti ovvero ad una rivalutazione del contenuto delle prove acquisite, trattandosi di apprezzamenti riservati in via esclusiva al giudice del merito. Il novum normativo, invece, rappresenta il riconoscimento normativo della possibilità di dedurre in sede di legittimità il cosiddetto "travisamento della prova", finora ammesso in via di interpretazione giurisprudenziale:

cioè, quel vizio in forza del quale la Cassazione, lungi dal procedere ad una inammissibile rivalutazione del fatto e del contenuto delle prove, può prendere in esame gli elementi di prova risultanti dagli atti onde verificare se il relativo contenuto sia stato o no "veicolato", senza travisamenti, all'interno della decisione (Cass. pen. Sez. 5, n. 39048 del 25.9.2007, Rv. 238215).

Ciò peraltro vale nell'ipotesi di decisione di appello difforme da quella di primo grado, in quanto nell'ipotesi di doppia pronunzia conforme, come nel caso di specie per quel che concerne la ritenuta penale responsabilità, il limite del devolutum non può essere superato ipotizzando recuperi in sede di legittimità, salva l'ipotesi in cui il giudice d'appello, al fine di rispondere alle critiche contenute nei motivi di gravame, richiami atti a contenuto probatorio non esaminati dal primo giudice (Cass. pen., sez. 2, 15.1.2008, n. 5994; Sez. 1, 15.6.2007, n. 24667, Rv. 237207; Sez. 4, 3.2.2009, n. 19710, Rv. 243636), evenienza non verificatasi nel procedimento in esame. Ancora, va rammentato (con particolare riguardo alle censure sub 2 di entrambi i ricorsi), che "nella motivazione della sentenza il giudice di merito non è tenuto a compiere un'analisi approfondita di tutte le deduzioni delle parti e a prendere in esame dettagliatamente tutte le risultanze processuali, essendo invece sufficiente che, anche attraverso una valutazione globale di quelle deduzioni e risultanze, spieghi, in modo logico e adeguato, le ragioni che hanno determinato il suo convincimento, dimostrando di aver tenuto presente ogni fatto decisivo; nel qual caso devono considerarsi implicitamente disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata e ravvisare, quindi, la superfluità delle deduzioni suddette" (Cass. pen. Sez. 4, 24.10.2005, n. 1149, Rv. 233187).

Per il resto, nettamente infondate s'appalesano le censure sub 2) e 3) nell'interesse della G. e quelle sub 3) e 4) nell'interesse del V., tenuto conto delle esaurienti argomentazioni addotte in ordine al ravvisato nesso eziologico tra condotte ed evento sulla scorta dei principi della nota sentenza c.d.

"Franzese" ed in particolare del corretto giudizio controfattuale svolto alla luce delle deposizioni dei dottori Ca. e C. della Neuromed che operarono il T., essendo pacifico l'andamento ingravescente della patologia riscontrata e la possibilità di successo terapeutico dipendente dalla tempestività dell'intervento chirurgico.

E' palese, inoltre, il contenuto prettamente generico del riproposto motivo sub 4) nell'interesse del V. (v. pag. 14 sent. impugnata), escludendosi in radice la ricorrenza nel caso di specie della ventilata Ipotesi della c.d. "motivazione apparente", ravvisabile soltanto quando sia del tutto avulsa dalle risultanze processuali o si avvalga di argomentazioni di puro genere o di asserzioni apodittiche o di proposizioni prive di efficacia dimostrativa, cioè, in tutti i casi in cui il ragionamento espresso dal giudice a sostegno della decisione adottata sia soltanto fittizio e perciò sostanzialmente inesistente (Cass. pen. Sez. 5, n. 24862 del 19.5.2010, Rv. 247682). Si evidenzia, ancora, l'infondatezza delle censure sub 2) e 3) del ricorso del V., dal momento che il Giudice a quo, sulla scorta della non meno attenta ed approfondita motivazione della sentenza di primo grado e della relazione del Prof. C., ha non solo evidenziato che il dr. V. aveva omesso di diagnosticare al piccolo T. "lo slargamento della regione sellare all'interno della quale era presente un tessuto con pareti calcifiche ed a contenuto pseudo cistico con la componente posteriore più voluminosa..." (pag. 15 sent.) ma altresì evidenziato che la detta omissione diagnostica andava ritenuta sicuramente macroscopica, secondo quanto correttamente rilevato dal consulente di parte civile Z.P. ed escluso che l'eventuale rarità della patologia potesse confondersi con la difficoltà della diagnosi. E, sulla scorta dei rilievi dello stesso consulente della difesa, dr. F., i giudici di merito sono giunti ad affermare che il V. disponeva di tutte le cognizioni necessarie per l'effettuazione di una corretta diagnosi, in tal modo escludendo la necessità a tal fine di una peculiare ed ulteriore specializzazione. Peraltro, la Corte territoriale ha puntualizzato come nel caso di specie non possa trovare applicazione in sede penale il principio civilistico della colpa grave sancito dall'art. 2236 c.c. (Cass. pen. Sez. 4, n. 46412 del 28.10.2008, Rv.

242251).

Analoghe considerazioni (pagg. 19-25, non meno approfondite e puntuali di quelle svolte dal Tribunale nella sentenza di 1^ grado a pagg. 19-31, dalle quali si evince il grado macroscopico dell'errore della G., laddove trascrisse in modo del tutto difforme la diagnosi oculistica della dr.ssa Cr., particolarmente significativi delle implicazioni che comportano le vantazioni prettamente neurologiche di competenza della ricorrente che neppure valutò correttamente - senza nutrire il minimo sospetto di anomalie in atto, come dalla stessa sostanzialmente ammesso - quegli ulteriori dati dalla medesima imputata annotati in cartella clinica circa la sintomatologia - cefalee, risvegli notturni e vomito - lamentata dal piccolo paziente) sono state correttamente svolte in relazione alla G., che, ormai prossima alla specializzazione, non aveva rifiutato l'incarico affidatole: di qui la "c.d. colpa per assunzione". In proposito è stato affermato che "Il medico specializzando non è presente nella struttura per la sola formazione professionale, la sua non è una mera presenza passiva nè lo specializzando può essere considerato un mero esecutore d'ordini del tutore anche se non gode di piena autonomia; si tratta di un'autonomia che non può essere disconosciuta, trattandosi di persone che hanno conseguito la laurea in medicina e chirurgia e, pur tuttavia, essendo in corso la formazione specialistica, l'attività non può che essere caratterizzata da limitati margini di autonomia in un'attività svolta sotto le direttive del tutore. Ma tale autonomia, seppur vincolata, non può che ricondurre allo specializzando le attività da lui compiute; e se lo specializzando non è (o non si ritiene) in grado di compierle deve rifiutarne lo svolgimento perchè diversamente se ne assume le responsabilità (c.d. colpa per assunzione ravvisabile in chi cagiona un evento dannoso essendosi assunto un compito che non è in grado di svolgere secondo il livello di diligenza richiesto all'agente modello di riferimento). Pertanto sussiste la responsabilità professionale sia per i medici strutturati che per gli specializzandi" (Cass. pen., Sez. 4, 10.12.2009, n. 6215, non massimata nel CED e richiamata in sentenza).
Consegue il rigetto del ricorsi e, ai sensi dell'art. 616 c.p.p., la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali oltre alla rifusione delle spese di questo giudizio in favore delle parti civili liquidate come in dispositivo.
P.Q.M.
Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali oltre alla rifusione delle spese in favore delle parti civili che liquida in complessivi Euro 3.500,00 oltre accessori come per legge.

 
Esclusa la corresponsabilità se il sanitario non conosce l’attività svolta dal collega PDF Stampa E-mail
Mercoledì 13 Novembre 2013 14:33

Non sussiste la responsabilità medica se non esiste la prova che il chirurgo, per quanto specialista in materia, abbia avuto la possibilità di conoscere e valutare l’attività svolta dal suo collega nel corso di un’operazione non riuscita. È quanto affermato dalla quarta sezione penale della Corte di Cassazione con la sentenza n. 43988 depositata lo scorso 28 ottobre, che ha annullato l’impugnata sentenza della Corte territoriale in merito ad un caso di responsabilità medica.

Nello specifico, si trattava di un medico chirurgo condannato in cooperazione con un collega per il reato di lesioni personali colpose ai danni di un paziente. La Corte di merito, pur riconoscendo la concorrente responsabilità dell’imputato, che nella fattispecie in oggetto aveva assunto una posizione di garanzia con la partecipazione all’intervento e al post-operatorio gestito da altro medico in qualità di primo operatore, riformava in parte la sentenza di primo grado confermando le disposizioni civili di quella ma dichiarando di non doversi procedere nei confronti dell’imputato per l’estinzione del reato per prescrizione.

Nel confermare le disposizioni civili fissate dal primo giudice, la Corte si richiamava alla giurisprudenza di legittimità che in materia di attività medico-chirurgica di equipe richiede ad ogni sanitario di osservare gli obblighi sul medesimo gravanti ma anche di conoscere e valutare l’attività precedente e contestuale svolta da altri operatori, nonché di controllarne la correttezza. Nel caso di specie, l’imputato, in quanto specialista della materia, è stato perciò ritenuto dal giudice dell’appello in grado di valutare la correttezza delle tecniche operatorie adottate, gravando su di lui il conseguente obbligo di attivarsi per evitare conseguenze dannose al paziente.

Per la Corte di Cassazione adita dall’imputato il tema dell’attribuzione del fatto illecito ad uno specifico soggetto in casi come quello portato alla sua attenzione non può esaurirsi nella sola evocazione del principio che regola la ripartizione delle responsabilità nell’ambito dell’attività medica di equipe. Occorre, infatti, in tali casi, rapportare detto principio a quelli valevoli in materia di responsabilità penale, i quali richiedono di verificare, oltre al concreto comportamento (commissivo od omissivo) che, provvisto di valenzaconcausale, rappresenta il contributo reso dall’imputato al verificarsi dell’illecito, anche se quel contributo gli possa essere concretamente rimproverabile sul piano soggettivo,secondo i criteri elaborati da giurisprudenza e dottrina in tema di colpa.

Tanto premesso, per la Corte di legittimità, il fatto che il chirurgo sia specialista della materia e come tale in grado di valutare la correttezza delle tecniche operatorie adottate è soltanto una delle premesse dell'attribuzione dell'illecito, dovendo pur sempre essere accertato se egli abbia avuto la concreta possibilità di conoscere e valutare l'attività svolta da altro collega, di controllarne la correttezza, di agire ponendo rimedio o facendo in modo che si ponesse rimedio agli errori da quello commessi perché evidenti e quindi da lui rilevabili ed emendabili.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 13 Novembre 2013 14:41
 
Errata diagnosi dei sanitari - Ente ospedaliero risponde direttamente PDF Stampa E-mail
Mercoledì 13 Novembre 2013 14:29

 


Corte di cassazione civile 
sentenza 4400/04 del 04/03/2004


Svolgimento del processo

Con citazione notificata il 23 marzo 1993 Alice Tantardini e Claudio Bellasio convenivano davanti al Tribunale di Milano la Ussl 68 di Rho, chiedendone la condanna al risarcimento del danno loro derivante dalla morte di Angelo Bellasio, marito della prima e padre del secondo, verificatasi il 19 settembre 1992, all’ospedale di Rho.

Assumevano gli attori che il loro congiunto verso le ore 8 di detto giorno era ricoverato in ospedale in preda a forti dolori addominali; che i medici del pronto soccorso avevano diagnosticato un globo vescicolare, inviando il paziente nel reparto di urologia, che ivi era stato sottoposto a visita, con esito negativo; che il Bellasio decedeva in detto reparto alle ore 10,30 per rottura di aneurisma dell’aorta addominale; che la morte dello stesso era da addebitare ad errata diagnosi dei sanitari.

Si costituiva la convenuta, che resisteva alla domanda, chiedendone il rigetto.

Veniva disposta consulenza medico-legale.

Il Tribunale di Milano, con sentenza del 12 dicembre 1996, fatte proprie le conclusioni del ctu,accertava il colpevole errore diagnostico dei sanitari,che avevano omesso anche gli accertamenti strumentali necessari, ma rigettava la domanda per mancanza del nesso causale tra detto errore ed il decesso del Bellasio, in quanto, in caso di corretta diagnosi e conseguente intervento chirurgico presso altra struttura dotata di reparto di chirurgia vascolare, la sopravvivenza del paziente sarebbe stata possibile ma non probabile.

Proponevano appello gli attori. Resisteva la convenuta.

La Corte di appello di Milano, con sentenza depositata il 19 ottobre 1999, rigettava l’appello.

Riteneva la Corte territoriale che non vi erano elementi sufficienti per affermare con certezza la colpa dei sanitari, rilevando che potevano esservi tre ipotesi, a seconda dei dolori accusati dal Bellasio, per cui solo nella seconda e terza ipotesi, di dolori addominali acuti, sarebbe stata evidente la colpa dei sanitari nel non diagnosticare l’aneurisma con invio in altra struttura per l’intervento.

In ogni caso riteneva la Corte di merito che non era provato il nesso causale tra l’omessa diagnosi corretta dell’aneurisma e l’evento letale, poiché, sulla base delle risultanze della consulenza tecnica, tenuto conto del tempo necessario per eseguire gli accertamenti atti a diagnosticare l’aneurisma aortico addominale e tenuto conto che l’ospedale di Rho non era dotato di reparto di chirurgia vascolare e quindi del tempo necessario per il trasferimento in altro ospedale, l’inizio dell’intervento presso altra struttura si sarebbe potuto effettuare intorno alle ore 10 del giorno del ricovero, orario in cui il Bellasio perdeva conoscenza e si verificava la rottura dell’aorta, per cui il prospettato intervento, già di per sé a rischio di mortalità del 50%, tenuto conto anche dei gravi disturbi epatici del Bellasio, non poteva che avere remote possibilità di successo, e per ciò non apprezzabili, sotto il profilo del nesso causale in questione.

Avverso questa sentenza hanno proposto ricorso per cassazione gli attori, che hanno anche presentato memoria.

Resiste con controricorso la Gestione liquidatoria della disciolta USL 68 di Rho.

Motivi della decisione

1.1. Con il primo motivo di ricorso, i ricorrenti lamentano l’insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza impugnata, ai sensi dell’articolo 36 n. 5 Cpc.

Assumono i ricorrenti che erratamente la sentenza impugnata ha escluso l’errore diagnostico dei medici, “inventando” tre possibili ipotesi della situazione di salute del Bellasio al momento del ricovero presso il pronto soccorso ospedaliero, sostenendo che in caso di dolori lievi all’addome non vi sarebbe stata colpa dei medici, mentre in caso di dolori medi o alti, sussisterebbe detto colpevole errore, segnatamente nell’ipotesi di dolori forti (ipotesi ritenuta più probabile dal giudice di appello), nel qual caso la diagnosi era possibile sulla base del solo esame clinico; che invece era indiscusso l’errore diagnostico dei sanitari; che, in ogni caso, i medici non avevano effettuato alcun esame strumentale; che la prova dell’assenza di colpa gravava in ogni caso sul debitore della prestazione, e quindi sulla Usl.

1.2. Con il secondo motivo di ricorso i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione degli articoli 1218 e 2697 Cc, oltre che degli articoli 1362 e segg. Cc.

Ritengono i ricorrenti che erratamente la sentenza di appello ha escluso il nesso di causalità materiale tra il comportamento colpevole dei medici dell’ospedale di Rho e la morte di Angelo Bellasio. Secondo i ricorrenti erratamente il giudice di appello ha ritenuto che la prova del detto nesso di causalità gravava sugli appellanti, mentre, trattandosi di responsabilità contrattuale dell’ente ospedaliero competeva a quest’ultimo fornire la prova che la prestazione professionale era stata eseguita idoneamente e che la morte del Bellasio era imputabile ad eventi imprevedibili.

Secondo i ricorrenti il medico risponde anche per colpa lieve ed, in ogni caso, la responsabilità è presunta a norma dell’articolo 1218 Cc; che sussiste detto nesso causale tra il comportamento colpevole del medico che, omette un intervento necessario ed il decesso del paziente, quando vi è un apprezzabile probabilità di successo.

2.1. Ritiene questa Corte che i due motivi di ricorso, essendo strettamente connessi, vadano esaminati congiuntamente.

Essi sono fondati e vanno accolti.

È pacifico che la responsabilità dell’Ente ospedaliero (o delle Ussl ed attualmente delle Asl) nei confronti dei pazienti ricoverati abbia natura contrattuale (cfr. Cassazione 7336/98 e 4152/95), anche per quanto attiene al comportamento dei propri dipendenti medici.

È irrilevante in questa sede stabilire se detta responsabilità sia conseguenza dell’applicazione dell’articolo 1228 Cc, per cui il debitore della prestazione , che si sia avvalso dell’opera di ausiliari, risponde anche dei fatti dolosi o colposi di questi ovvero del principio di immedesimazione organica, per cui l’operato del personale dipendente di qualsiasi ente pubblico ed inserito nell’organizzazione del servizio determina la responsabilità diretta dell’ente medesimo, essendo attribuibile all’ente stesso l’attività del suo personale (cfr. Cassazione 269/97 e 10719/00).

2.2. Ciò che rileva, in questa sede, è che l’ente ospedaliero risponde direttamente della negligenza ed imperizia dei propri dipendenti nell’ambito delle prestazioni sanitarie effettuate al paziente. Ne consegue che in relazione all’attività sanitaria posta in essere dal medico, l’ente ospedaliero (o la Ussl) è contrattualmente responsabile se il medico è almeno in colpa.

Poiché la prestazione dovuta dall’ente ospedaliero, relativamente all’attività del personale medico, coincide con questa, anche la natura di questa prestazione coincide, poiché l’ente ospedaliero si obbliga tramite i suoi dipendenti medici a fornire un’opera professionale sanitaria.

Trattasi, quindi, limitatamente a questo profilo, di una obbligazione di mezzi e non di risultato (figura pacificamente riconosciuta in giurisprudenza, ma criticata da parte della dottrina).

2.3. Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, da cui non vi è motivo di discostarsi, le obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale sono, di regola, obbligazioni di mezzi e non di risultato, in quanto il professionista, assumendo l’incarico, si impegna alla prestazione della propria opera per raggiungere il risultato desiderato, ma non al suo conseguimento.

Ne deriva che l’inadempimento del professionista alla propria obbligazione non può essere desunto, ipso facto, dal mancato raggiungimento del risultato utile avuto di mira dal cliente, ma deve essere valutato alla stregua dei doveri inerenti lo svolgimento dell’attività professionale e, in particolare, del dovere di diligenza, per il quale trova applicazione, in luogo del tradizionale criterio della diligenza del buon padre di famiglia, il parametro della diligenza professionale fissato dall’articolo 1176, comma 2, Cc - parametro da commisurarsi alla natura dell’attività esercitata.

Pertanto non potendo il professionista garantire l’esito comunque favorevole auspicato dal cliente, il danno derivante da eventuali sue omissioni in tanto è ravvisabile, in quanto, sulla base di criteri necessariamente probabilistici, si accerti che, senza quell’omissione, il risultato sarebbe stato conseguito secondo un’indagine istituzionalmente riservata al giudice di merito, e non censurabile in sede di legittimità se adeguatamente motivata ed immune da vizi logici e giuridici (Cassazione 2836/02; 9617/99; 9617/99).

2.4. Questi principi vanno applicati anche in tema di responsabilità dell’ente ospedaliero per comportamento colposo dei propri medici dipendenti, sia pure con alcune specificazioni.

Infatti, una volta affermato che anche in questa ipotesi trattasi di prestazione di mezzi (prestazione di attività professionale dei medici dipendenti) e non di risultato, è solo in relazione alla prima che può sussistere l’inadempimento, mentre il mancato raggiungimento del risultato sperato non costituisce di per sé inadempimento, ma può costituire solo danno consequenziale all’inadempimento della non diligente prestazione o della colpevole omissione dell’attività sanitaria.

3.1. Osserva preliminarmente questa Corte che, posto che, in materia di responsabilità per colpa professionale, al criterio della certezza degli effetti della condotta si può sostituire, nella ricerca del nesso di causalità tra la condotta del professionista e l’evento dannoso, quello della probabilità di tali effetti e dell’idoneità della condotta a produrli, il rapporto causale sussiste anche quando l’opera del professionista, se correttamente e prontamente svolta, avrebbe avuto non già la certezza, bensì serie ed apprezzabili possibilità di successo (Cassazione 1286/99).

L’evoluzione giurisprudenziale in tema d’individuazione del nesso di causalità tra inadempimento della prestazione dedotta in contratto e danno - pur con qualche non condivisibile ritorno alla “certezza morale” (Cassazione 4044/94), o qualche esitazione tra “ragionevole certezza” e “ragionevole previsione” (Cassazione 722/99) evidenzia l’esigenza di superamento della concezione tradizionale: dal criterio della certezza degli effetti della condotta omessa a quello della probabilità di essi e dell’idoneità della stessa a produrli ove posta in essere; criterio per il quale il rapporto causale può e deve essere riconosciuto anche quando si possa fondatamente ritenere che l’adempimento dell’obbligazione, ove correttamente e tempestivamente intervenuto, avrebbe influito sulla situazione, connessa al rapporto, del creditore della prestazione in guisa che la realizzazione dell’interesse perseguito con il contratto si sarebbe presentata in termini non necessariamente d’assoluta certezza ma anche solo di ragionevole probabilità, non essendo dato esprimere, in relazione ad un evento esterno già verificatosi, oppure ormai non più suscettibile di verificarsi, “certezze” di sorta, nemmeno di segno “morale”, ma solo semplici probabilità d’un eventuale diversa evoluzione della situazione stessa (criterio desumibile, con gli adattamenti logici resi necessari dalle diverse situazioni di fatto considerate, da Cassazione 632/00; 1286/98; 3362/97; 5264/96; 11287/93).

3.2. In particolare e con riguardo alla sussistenza del nesso di causalità fra l’evento dannoso e la condotta colpevole (omissiva o commissiva) del medico, ove il ricorso alle nozioni di patologia medica e medicina legale non possa fornire un grado di certezza assoluta, la ricorrenza del suddetto rapporto di causalità non può essere esclusa in base al mero rilievo di margini di relatività, a fronte di un serio e ragionevole criterio di probabilità scientifica, specie qualora manchi la prova della preesistenza, concomitanza o sopravvenienza di altri fattori determinanti (Cassazione 632/00).

Il ricorso al giudizio di probabilità si presenta poi, come una necessità logica, poiché si tratta di accettare o respingere l’assunto, secondo cui il danno si è verificato, perché non è stato tenuto il comportamento atteso.

Qui si tratta di stabilire se il comportamento mancato avrebbe evitato il danno e giudizi di certezza non possono essere formulati già in linea di principio.

3.3. Ciò che va specificato, applicando anche in questa sede civile risarcitoria, i principi già espressi in sede penale (Cassazione penale, Su, 30328/02, Franzese), tenuto conto che il nesso di causalità materiale va determinato a norma degli articoli 40 e 41 Cp, è che non è consentito dedurre automaticamente dal coefficiente di probabilità espresso dalla legge statistica la conferma, o meno, dell’ipotesi dell’esistenza del nesso causale, poiché il giudice deve verificarne la validità nel caso concreto, sulla base delle circostanze del fatto e dell’evidenza disponibile, cosi che, all’esito del ragionamento probatorio che abbia altresì escluso l’esistenza di fattori alternativi, risulti giustificata e processualmente certa la conclusione che la condotta omissiva o in ogni caso colpevole del medico è stata condizione necessaria dell’evento lesivo con elevato grado di credibilità razionale o probabilità logica.

4.1. Tutto ciò opera nel caso in cui il soggetto creditore agisca per il risarcimento del danno costituito dal mancato raggiungimento del risultato sperato, allorché ciò sia conseguenza, sia pure in termini di probabilità concrete, dell’inadempimento della prestazione del medico, perché omessa, errata o ritardata.

Tuttavia in una situazione in cui è certo che il medico ha dato alla patologia sottopostagli una risposta errata o in ogni caso inadeguata, è possibile affermare che, in presenza di fattori di rischio, detta carenza (che integra l’inadempimento della prestazione sanitaria) aggrava la possibilità che l’esito negativo si produca.

Non è possibile affermare che l’evento si sarebbe o meno verificato, ma si può dire che il paziente ha perso, per effetto di detto inadempimento, delle chances, che statisticamente aveva, anche tenuto conto della particolare situazione concreta (segnatamente se si era portato in ambiente ospedaliero).

4.2. Com’è stato ormai da tempo evidenziato, tanto da autorevole dottrina quanto dalla giurisprudenza di questa Corte, la chance, o concreta ed effettiva occasione favorevole di conseguire un determinato bene o risultato, non è una mera aspettativa di fatto ma un’entità patrimoniale a sé stante, giuridicamente ed economicamente suscettibile d’autonoma valutazione, onde la sua perdita, id est la perdita della possibilità consistente di conseguire il risultato utile del quale risulti provata la sussistenza, configura un danno concreto ed attuale (ex pluribus Cassazione 11340/98; 2167/96; 6506/85).

Siffatto, danno, non meramente ipotetico o eventuale (quale sarebbe stato se correlato al raggiungimento del risultato utile), bensì concreto ed attuale (perdita di una consistente possibilità di conseguire quel risultato), non va commisurato alla perdita del risultato, ma alla mera possibilità di conseguirlo.

4.3. Il principio è stato accolto in tema di risarcimento del danno subito da un lavoratore dipendente non ammesso dal suo datore di lavoro a partecipare ad una procedura concorsuale(ex multis Cassazione 11522/97; 11340/98; 4725/93).

Se il dipendente reclama come danno d’aver perso i vantaggi inerenti alla posizione superiore, alla sua domanda si applica il modello già visto in tema di inadempimento di prestazione professionale intellettuale, per cui la domanda va rigettata se le probabilità di vittoria erano scarse, mentre se erano elevate, gli si liquida tutto il danno che deriva dal non aver raggiunto la posizione superiore.

Se il dipendente reclama che è stato privato della possibilità di concorrere, si considera che il diritto leso è stato quello di partecipare e lo si risarcisce di una quota di danno commisurata alla possibilità di vittoria, che gli è stata riconosciuta (giurisprudenza costante, Cassazione 11877/98; 8470/96).

4.4. Il modello di giudizio basato sul sacrificio delle possibilità (la perdita di chances) è accolto, negli stessi termini dalla giurisprudenza di altri ordinamenti, segnatamente quello francese, in tema di responsabilità dei medici.

Una volta configurata la chance nei termini suddetti, ragioni di coerenza del sistema inducono a ritenere condivisibile una tale soluzione in tema di responsabilità dei medici anche nel nostro ordinamento, ispirandosi, anzi, essa alla ripartizione del carico del danno tra creditore e debitore, che si rinviene nel nostro ordinamento (ad es. articolo 1227 Cc).

4.5. Sennonchè ciò che occorre porre in rilievo è che la domanda per perdita di chances è ontologicamente diversa dalla domanda di risarcimento del danno da mancato raggiungimento del risultato sperato. Infatti, in questo secondo caso la stessa collocazione logico-giuridica dell’accertamento probabilistico attiene alla fase di individuazione del nesso causale, mentre nell’altro caso attiene al momento della determinazione del danno: in buona sostanza nel primo caso le chances substanziano il nesso causale, nel secondo caso sono l’oggetto della perdita e quindi del danno.

Né può ritenersi, come pure sostenuto da parte minoritaria della dottrina, che con l’espressione “perdita di una probabilità favorevole” non si fa riferimento ad un danno distinto da quello finale, ma si descrive solo una sequenza causale nella quale la certezza del collegamento fatto-evento si evince dalla sola probabilità del suo verificarsi, ed il risarcimento viene adeguato alla portata effettuale della condotta illecita sul danno finale. La ricostruzione più convincente, sulla quale si allinea la giurisprudenza dominante in materia di lavoro (Cassazione 123/03; 734/02; 11340/98), dissocia invece il danno come perdita della possibilità dal danno per mancata realizzazione del risultato finale, introducendo cosi una distinta ed autonoma ipotesi di danno emergente, incidente su di un diverso bene giuridico, la possibilità del risultato appunto.

4.6. Ne consegue, nell’ambito della responsabilità dei medici, per prestazione errata o mancante, cui è conseguito il danno del mancato raggiungimento del risultato sperato, se è stato richiesto solo questo danno, non può il giudice esaminare ed eventualmente liquidare il danno da perdita di chances, che il creditore della prestazione sanitaria aveva, neppure intendendo questa domanda come un minus rispetto a quella proposta, costituendo, invece domande diverse, non ricomprese l’una nell’altra.

5.1. Nella fattispecie gli attori hanno domandato esclusivamente il risarcimento del danno per la morte del loro congiunto, conseguente ad assunto errore diagnostico ed omesso intervento chirurgico.

Ne consegue che il giudice di merito avrebbe dovuto valutare se esisteva un errore diagnostico dei medici ovvero un’omissione di comportamento dovuto sulla base dei normali protocolli di cura ed, in caso positivo, se , in assenza di questo errore o di questa omissione secondo una valutazione di probabilità, il Bellasio aveva ragionevoli probabilità di salvezza, in relazione alla fattispecie concreta.

Ritiene questa Corte che la sentenza impugnata viola il principio in tema di riparto dell’onere della prova ed è contraddittoria nella motivazione.

5.2. Infatti il giudice di appello assume che l’invio del paziente immediatamente in altra struttura sanitaria, dotato di reparto cardiochirurgico, per l’esecuzione di intervento chirurgico, costituiva l’unico rimedio possibile per prevenire la rottura dell’aorta; che il ricovero avvenne alle ore 8 e che il decesso avvenne alle ore 10,30, senza che fosse stata diagnosticata la patologia di cui era affetto il Bellasio e senza che lo stesso fosse sottoposto ad accertamenti strumentali nel predetto periodo.

L’errore diagnostico e la mancanza di accertamenti già di per sé integra inadempimento della prestazione sanitaria.

L’unico problema che residua è se tale inadempimento sia colpevole o meno.

Il giudice di appello formula tre ipotesi, a seconda dell’intensità dei dolori addominali del Bellasio (bassa, media o alta) e ritiene che solo nella prima ipotesi non sussisterebbe colpa, mentre essa sussisterebbe nelle altre due ipotesi, specificando peraltro che, in caso di dolori addominali acuti di forte intensità, non erano necessari neppure gli esami strumentali per ipotizzare un aneurisma addominale.

Il giudice di appello i pur ritenendo che l’ipotesi più, probabile fosse quest’ultima e che lo stesso ctu avesse optato per essa, ha poi assunto che non vi erano elementi di certezza in merito, stante la mancanza di precisi elementi di fatto.

Sennonché, vertendosi in tema di responsabilità contrattuale, essendo pacifico l’errore diagnostico e quindi l’inadempimento, la prova della mancanza di colpa doveva essere fornita dal debitore della prestazione, con la conseguenza che dell’incertezza sulla stessa se ne doveva giovare il creditore e non il debitore (la Usl), tanto più che lo stesso giudice di appello riteneva che l’ipotesi più, probabile era quella per cui il Bellasio presentava forti dolori addominali acuti, che avrebbero dovuto sulla base del solo esame clinico far diagnosticare un aneurisma addominale, con l’immediato inoltro del paziente presso un centro clinico specializzato.

5.3. Questo vizio motivazionale dell’impugnata sentenza in merito al comportamento colpevole dei sanitari del pronto soccorso nella diagnosi esatta e tempestiva si riflette sul successivo iter argomentativo di esclusione del nesso di causalità tra il comportamento dei sanitari ed il decesso.

Infatti il giudice di appello ha ritenuto che le possibilità di salvezza del Bellasio erano ridotte, poiché, essendo necessaria circa un’ora per effettuare tutti gli accertamenti strumentali di varia natura, il Bellasio non poteva giungere in un centro specializzato se non dopo 30 minuti ed entrare in sala operatoria alle ore lo, cioè circa mezzora prima del momento in cui mori.

Sennonché una volta osservato che gravava sulla convenuta provare che l’inadempimento (costituto dall’inesattezza e dall’intempestività della diagnosi) era incolpevole, ed avendo lo stesso giudice di merito ritenuto che l’ipotesi più, probabile era quella di una sintomatologia che deponeva già all’esame clinico per l’aneurisma e rendeva necessario il ricovero presso centro specializzato, l’esistenza o meno del nesso di causalità tra detto inadempimento e l’evento mortale, nei termini di probabilità secondo i principi sopra esposti, andava valutato in relazione a questo ben maggiore arco di tempo, nonché in relazione alle circostanze del caso concreto, tenuto conto che il Bellasio si era pur sempre affidato ad un reparto di pronto soccorso ospedaliero.

6. Il ricorso va, pertanto, accolto e va cassata l’impugnata sentenza, con rinvio, anche per le spese del giudizio di Cassazione, ad altra sezione della Corte di appello di Milano.

PQM

Accoglie il ricorso. Cassa l’impugnata sentenza e rinvia, anche per le spese del giudizio di Cassazione, ad altra sezione della Corte di appello di Milano.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 13 Novembre 2013 14:41
 
Sull’indennità sostitutiva delle ferie non godute PDF Stampa E-mail
Martedì 12 Novembre 2013 08:51

Tar Puglia 
sentenza 5653/06 del 05/12/2006


TAR LECCE, sentenza 5/12/2006, n. 5653

Il diritto al compenso sostitutivo delle ferie non godute sussiste anche in mancanza di una norma espressa che preveda la relativa indennità e discende direttamente dal mancato godimento delle ferie, quando sia certo che lo stesso non sia stato determinato dalla volontà del lavoratore e/o non sia comunque a lui imputabile.

L’art. 36 della Costituzione va interpretato nel senso che il carattere indisponibile e/o l’irrinunciabilità del diritto alle ferie non può escludere l’obbligo dell’Amministrazione di corrispondere al lavoratore il pagamento di una somma equivalente a quella pagata per le normali giornate lavorative, denominata indennità sostitutiva delle ferie non godute, quando il lavoratore è stato impossibilitato (cioè in assenza della sua volontà) a godere delle ferie.

Dott. Francesco Navaro


REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia, Sede di Lecce,

Sezione Seconda

Reg. dec. nr. 5653/06

composto dai Signori Magistrati

omissis

ha pronunciato la seguente

sentenza

sul ricorso n. 3465/2000 proposto da , rappresentato e difeso in giudizio dall'avv. Cingari Gaetano e con questi domiciliato in Lecce nello studio dell'avv. F. Valenti alla via 95° Rgt. Fanteria;

contro

il Comune di , in persona del sindaco e legale rappresentante pt, nc;

per la declaratoria

del diritto del ricorrente al pagamento della indennità sostitutiva delle ferie non godute per gli anni 1993-1998, oltre gli interessi e/o rivalutazione monetaria dalla maturazione al soddisfo;

Visto il ricorso ed i relativi allegati;

Udito alla camera di consiglio del 19 ottobre 2006 il giudice relatore dott. Giulio Castriota Scanderbeg;

considerato che col ricorso all'esame il ricorrente, dipendente del Comune di lamenta la illegittimità del comportamento dell'Amministrazione datoriale che non avrebbe provveduto a liquidargli il compenso sostitutivo di ferie non godute nel periodo compreso tra il 1993 ed il 1998;

considerato che all'udienza del 19 ottobre 2006 il ricorso è stato trattenuto per la decisione;

considerato nel merito che il diritto al compenso sostitutivo delle ferie non godute sussiste anche in mancanza di una norma espressa che preveda la relativa indennità (poiché l'art. 36, comma 3, della Costituzione sancisce che il lavoratore ha diritto alle ferie annuali retribuite “e non può rinunziarvi”, la normativa di contrattazione collettiva disciplina solo il godimento delle ferie e non prevede in via generale l'indennità sostitutiva per il mancato godimento) e discende direttamente dal mancato godimento delle ferie, quando sia certo che il mancato godimento delle ferie non sia stato determinato dalla volontà del lavoratore e/o non sia comunque a lui imputabile;

considerato, infatti, che il predetto art. 36, comma 3, della Costituzione va interpretato nel senso che il carattere indisponibile e/o l'irrinunciabilità del diritto alle ferie non può escludere l'obbligo dell'Amministrazione di corrispondere al lavoratore il pagamento di una somma equivalente a quella pagata per le normali giornate lavorative, denominata indennità sostitutiva delle ferie non godute, quando il lavoratore è stato impossibilitato (cioè in assenza della sua volontà) a godere delle ferie, come appunto nella specie;

considerato pertanto che dalla predetta disposizione costituzionale di cui all'art. 36, comma 3, si evince agevolmente che la mancata fruizione del diritto alle ferie annuali fa sorgere in capo ai lavoratori il diritto a percepire la predetta indennità sostitutiva (equivalente alla somma stabilita per le normali giornate lavorative), in quanto la funzione essenziale del periodo feriale è quella di ritemprare le energie psico-fisiche usurate dal lavoro (e di soddisfare le esigenze ricreative, culturali, affettive e familiari);

considerato che, nella specie, in cui si verte nell'ambito di un rapporto di lavoro alle dipendenze di un ente locale, sussiste l'art. 18 del CCNL 1994-1997 che espressamente prevede che ove non vi sia la possibilità per il dipendente di fruire delle ferie dopo il periodo di maturazione delle stesse si procede al pagamento sostitutivo delle stesse;

considerato che da quanto detto consegue l'accoglimento del ricorso in esame, con attribuzione in favore del ricorrente della indennità sostitutiva delle ferie retribuite non godute nel periodo corrente dal 1993 al 1998;

considerato che la indennità per ferie non godute di spettanza del ricorrente, va maggiorata degli interessi legali e della rivalutazione monetaria; più precisamente, poichè la predetta indennità sostitutiva delle ferie non godute riguarda anche periodi anteriori al 31.12.1994, per questa parte vanno corrisposti (ai sensi dell'art. 22 comma 36 legge 724/94, che ha introdotto il divieto del cumulo degli accessori sui crediti retributivi dei pubblici dipendenti soltanto a partire dal 1.1.1995) gli interessi legali secondo i tassi in vigore alla scadenza dei singoli ratei sulle somme via via rivalutate;

considerato che a partire dal 1.1.1995 la indennità per ferie non godute di spettanza del ricorrente va maggiorata per quanto detto dei soli interessi legali ;

considerato in definitiva che sulla base dei rilievi di cui innanzi il ricorso va accolto mentre, quanto alle spese di lite, le stesse possono essere dichiarate irripetibili, ricorrendo giusti motivi;

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Puglia, II Sezione di Lecce, accoglie il ricorso in epigrafe nei sensi e limiti di cui in motivazione.

Spese irripetibili.

Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Lecce, nella camera di consiglio del 19 ottobre 2006.

Antonio Cavallari -Presidente-

Giulio Castriota Scanderbeg –est.

 
Contagio da hiv: e’ dolo eventuale! PDF Stampa E-mail
Lunedì 11 Novembre 2013 14:18

Corte di cassazione penale 
sentenza 13388/09 del 17/12/2008


CONTAGIO DA HIV: E’ DOLO EVENTUALE!

Se si hanno rapporti sessuali non protetti, pur essendo affetti da HIV, con il partner, si accetta il rischio di contagiarlo, sussistendo dolo eventuale.

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE V PENALE

Sentenza 17 dicembre 2008 - 26 marzo 2009, n. 13388

…omissis…


Tanto premesso, il primo motivo di ricorso è infondato, atteso che, come ha correttamente rilevato la sentenza impugnata, l'imputato è stato ritenuto responsabile esattamente dello stesso reato contestatogli, dovendo dedursi detta identità dal raffronto del contestato con il ritenuto in sentenza, sulla base dei parametri della condotta, dell'evento e dell'elemento psicologico del reato, che nel caso di specie sono assolutamente gli stessi. Era infatti contestata all'imputato la congiunzione carnale - che il leso aveva accettato alla condizione che il rapporto fosse protetto - senza uso di profilattico, pur nella consapevolezza di esporre il partner a lesione personale gravissima, costituita dalla trasmissione di malattia certamente insanabile.

Tale è la descrizione della condotta nell'imputazione, tale quella di cui l'imputato fu ritenuto responsabile, con l'unica differenza che nell'imputazione la malattia insanabile era indicata come “AIDS”; la sentenza ha invece accertato che si trattava di HIV.

La circostanza che si tratti di malattie diverse (ma l'una è fattore precursore dell'altra) è irrilevante, stante la pacifica gravità di entrambe le sindromi e l'identità delle modalità di contagio.

Come è stato infatti ritenuto dalle Sezioni Unite di questa Corte (19.6.1996 n. 16), con orientamento seguito costantemente (tra le tante cfr. Sez. I 14.2.2008 n. 13408; Sez. IV 15.1.2007 n. 10103; Sez. VI 7.12.2006 n. 4931; Sez. III 2.2.2005 n. 13151; Sez. IV 25.X.2005 n. 41663; Sez. IV 4.2.2004 n. 16900) per aversi mutamento del fatto occorre una trasformazione radicale dei suoi elementi essenziali, da cui scaturisca un effettivo pregiudizio dei diritti di difesa, circostanza che nella specie non sussiste, giacché l'imputato si era efficacemente difeso dall'ipotesi ritenuta in sentenza, avvalendosi anche di consulenza tecnica di parte.

Infondato è anche il secondo motivo.

La corte territoriale ha fatto corretta applicazione del dettato dell'art. 40 c.p., secondo il quale “nessuno può essere punito per fatto preveduto dalla legge come reato, se l'evento dannoso o pericoloso, da cui dipende l'esistenza del reato, non è conseguenza della sua azione od omissione”.

In punto di fatto i giudici del merito, ritenuto per certo il rapporto sessuale consumato dall'imputato, affetto da HIV, con il F. mediante penetrazione anale completa non protetta, hanno fatto applicazione della legge scientifica secondo la quale un solo rapporto anale non protetto con soggetto ammalato può contagiare il soggetto passivo.

In punto di fatto la sentenza impugnata ha motivatamente ritenuto per certo, con argomentazione ragionevole e condivisibile, incontestabile in questa sede di legittimità, che: a) il F. non aveva rapporti sessuali intrusivi da circa due mesi, avendo patito un intervento chirurgico per l'asportazione di condilomi anali; b) in occasione di quell'intervento apposita indagine diagnostica aveva accertato che non era affetto da HIV; c) i primi sintomi dell'HIV si erano manifestati circa una settimana dopo il rapporto con il R. T..

Ritenuta certa la legge scientifica dai giudici del merito, atteso quanto era stato riferito nella relazione medico-legale - del resto la validità universale di detta legge non è contestata neppure dalla difesa dell'imputato - la verifica controfattuale dimostra che il F. non avrebbe contratto l'HIV se non avesse patito la penetrazione non protetta, modalità che non voleva.

La circostanza, poi, che statisticamente la probabilità di restare contagiati a seguito di un unico rapporto non protetto sia abbastanza bassa, non consente certo di affermare che ciò stesso nel caso di specie rendeva labile il nesso di causalità tra condotta ed evento.

Infatti a prescindere dalla considerazione che l'uso di leggi statistiche nel giudizio controfattuale è legittimo se la loro validità è riconosciuta, e consente il conseguimento di risultati razionalmente credibili, nel caso di specie la probabilità dell'evento, come è massima d'esperienza, era affidata alla resistenza individuale di chi si trovava esposto al contagio, e dipendeva non solo dalle condizioni topiche dei tessuti esposti all'azione intrusiva, ma anche dalla efficacia delle difese immunitarie del leso, di modo che la validità della legge scientifica resta confermata anche se il contagio non sempre segue il contatto fisico non protetto, che tuttavia costituisce l'ineludibile antecedente logico-causale le volte in cui, come nel caso di specie, la trasmissione dell'infezione si verifica.

Come la sentenza impugnata aveva rilevato, infatti, i postumi dell'intervento chirurgico avevano certamente indebolito le pareti anali del F., fiaccando le sue condizioni di difesa; ciò dà conto anche della relativa velocità con cui l'infezione si era manifestata.

Del resto fa parte del criterio scientifico in esame la diversa reazione, secondo le resistenze e difese individuali, di chi venga esposto a contagio.

Ma, si ribadisce, dalla constatazione che non tutti gli esposti a contagio si ammalano, non può certo trarsi l'implicazione che deve revocarsi in dubbio la sussistenza del nesso di condizionamento tra condotta ed evento nei casi in cui il contagio si verifica, perché nella valutazione deve prevalere il giudizio controfattuale; nel caso di specie costituisce considerazione oggettiva inconfutabile che l'elisione concettuale dell'azione umana rende impossibile il verificarsi dell'evento.

Dunque, come aveva correttamente ritenuto la corte territoriale, il nesso di causalità c'era e collegava inesorabilmente la condotta dell'imputato all'evento in guisa di condizione necessaria etiologicamente indispensabile.

Diverso sarebbe invece il rilievo della probabilità nei casi in cui venissero in considerazione condotte omissive (ipotesi esaminata dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 27 dell'11.9.02, non molto puntualmente richiamata dal ricorrente).

Inammissibile è invece il terzo motivo di ricorso, atteso che la sentenza impugnata ha ritenuto addebitabile il reato all'imputato a titolo di dolo eventuale con ampia motivazione, ragionevole e condivisibile, comunque immune da vizi logici e contraddizioni.

Ha infatti spiegato la corte territoriale come fosse risultato per certo che il R. T. era ben consapevole della sua malattia, e ciò non ostante cercava compagni disposti a condividere esperienze erotiche estreme, caratterizzate dalla ebbrezza morbosa di esporsi ad un rischio mortale; non a caso si presentava come “omissis”.

Come ha più volte ritenuto questa Corte (cfr. Cass. Pen. Sez. I n. 30425 del 4.6.2001 e gli ampi richiami ivi contenuti), tale comportamento corrisponde esattamente allo schema legale del dolo eventuale, atteso che contempla l'espressa accettazione delle conseguenze estreme della condotta, che sembrerebbero quasi auspicate; del resto la sentenza impugnata ha anche accertato che il F. aveva bensì voluto la penetrazione, ma alla esclusiva condizione che fosse protetta; per la sua professione di omissis, infatti, il leso era ben consapevole di quanto fosse grave il rischio di un rapporto senza profilattico.

Le modalità con cui era invece avvenuta (parte passiva legata al letto in posizione prona) avevano consentito all'imputato di eludere la condizione posta dall'occasionale partner.

L'argomentazione della corte del merito appare pertanto ragionevole e conseguente, di modo che in questa sede di legittimità non ne è consentito il riesame.

Il ricorso va pertanto nel complesso rigettato.

Al rigetto consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 
Responsabilità del medico e dell'infermiere PDF Stampa E-mail
Venerdì 08 Novembre 2013 15:50

Corte di cassazione penale 
sentenza 9739/05 del 11/03/2005


Cassazione, sez. IV penale, sentenza 1 dicembre 2004-11 marzo 2005, n. 9739





REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

QUARTA SEZIONE PENALE


Svolgimento del processo

Con sentenza in data 3 luglio 2000 del tribunale di Bari in composizione monocratica, D. Antonio, G. Giuseppe, L. Annalinda, P. Dora e C. Damiana venivano assolti con la formula “perché il fatto non sussiste” dal reato di cui agli articoli 113, 589 Cp loro ascritto perché “per colpa, consistita in imprudenza, negligenza ed imperizia, cagionavano la morte di S. Michele, avvenuta in Bari il 7 novembre 1995, per arresto cardiacocircolatorio terminale in soggetto affetto da shock infettivo a ipavolemico” ed in particolare “il G. quale medico di guardia interdivisionale (dalle ore 20 del 6 novembre 1995 alle ore 8.00 del 07 novembre 1995) presso l’istituto Policattedra di chirurgia d'urgenza, chirurgia plastica e chirurgia ricostruttiva dell'Università di Bari-Policlinico, la L. quale medico tirocinante nel reparto di chirurgia plastica (presente nel corso dello stesso turno), la P. e la C. quali infermiere professionali presso il citato reparto nello stesso turno, omettevano di controllare i parametri vitali del paziente S. Michele. Il ricoverato a seguito di ustioni di primo e secondo grado e sottoposto a due interventi chirurgici (il primo di escarectomia della regione posteriore delle cosce e riparo con innesti dermo-epidermici, effettuato il 4 ottobre 1995 ed il secondo di escarectomia tangenziale delle gambe e della regione lombare, riparata con innesti cutanei prelevati dagli arti superiori e dai glutei, eseguito il 6 novembre 1995 dalle ore 17.00 alle ore 21.00), che evidenziavano lo stato di shock, omettendo conseguentemente di intervenire tempestivamente e rendendo pertanto irreversibile la sindrome in atto che conduceva alla morte; il D., quale chirurgo che aveva eseguito l'intervento del 6 novembre 1995, per aver posto in essere le condizioni che causarono l'esito infausto dell'intervento, omettendo tra l'altro. di chiedere una preventiva consulenza anestesiologica, e per aver omesso da un lato di tenere anch'egli sotto diretto controllo il decorso post operatorio del paziente, nonostante si fosse in presenza di un intervento delicato e di urgenza, e dall'altro, di vigilare affinchè il personale medico e peramedico del turno sopra indicato controllasse i parametri vitali del S.”.

Il Tribunale, premesso che il capo di imputazione non spiegava neppure in che modo ed in quale misura l'omesso controllo dei parametri vitali avesse esplicato efficienza causale sull'evento, perveniva alla assoluzione dì tutti gli imputati in forza della considerazione che mancava qualsiasi prova del necessario nesso eziologico tra la condotta omissiva contestata a medici ed infermiere ed il decesso dei paziente affidato alle loro cure.

Avverso detta sentenza proponevano rituale e tempestivo appello il Pg ed il patrono delle parti civili costituite, svolgendo motivi di doglianza in parte comuni e chiedendo la riforme della impugnata sentenza.

Nel corso del battimento di secondo grado veniva disposta perizia medico legale intesa ad accertare quali erano state le cause della morte del S. e se tempestivi ed appropriati interventi terapeutici avrebbero potuto evitarne la morte; ì periti venivano autorizzati ad acquisire il "diario infermieristico” della notte del decesso e dei giorni immediatamente precedenti e successivi che però non fu possibile ottenere. Acquisita la documentazione depositata dalle parti e sentiti i periti ed i consulenti di parte, la Corte di appello pronunciava sentenza con cui riconosceva la responsabilità di D. Antonio, G. Giuseppe, P. Dora e C. Damiana, condannandoli, in concorso di attenuanti generiche, alla pena di mesi quattro di reclusione ciascuno, oltre che al risarcimento dei danni in favore delle parti civili alle quali assegnava una provvisionale ed al rimborso delle spese di lite. Assolveva L. Annalinda per non aver commesso il fatto.

La Corte ricostruiva con precisione la sequenza degli avvenimenti che precedettero il decesso del S. ponendo maggiore attenzione a quanto si era verificato dopo il secondo intervento operatorio, atteso che fino ad allora il trattamento del paziente era risultato regolare. Il S., di anni 46 era stato ricoverato a seguito di un infortunio domestico nel quale riportò ustioni estese a circa li 50% della superficie corporea e sottoposto in data 4 ottobre 1995 ad un primo intervento chirurgico, e ad un secondo, quello in esame, il 6 novembre 1995; a tale secondo intervento era giunto in condizioni sostanzialmente buone tanto che l'anestesista che lo visitò giudicò che l’intervento avesse un grado di rischio inferiore a quello precedente. L'operazione ebbe luogo nel pomeriggio, con inizio alle 17.15 e fine alle 20.20 (ora della estubazione); tutto si svolse regolarmente ed all'esito l'anestesista ordino di eseguire un controllo radiografico del torace e gli esami urgenti post operatori all’arrivo in reparto: controllo ed esami che non vennero prontamente eseguiti. Il D. prescrivette un terapia farmacologia, tramite flebo, che non venne compiutamente somministrata (solo una flebo risulta essere stata effettuata e neanche completata); non venne effettuato alcun controllo del polso, pressione e temperatura.

Nel corso della notte le due donne più volte sollecitarono il personale paramedico, dapprima segnalando che il gocciolamento della flebo era lento, che dopo il precedente intervento era stata fatta una trasfusione ematica ed erano stati somministrati più liquidi per via venosa ed albumina, poi richiamando l’attenzione sul fatto che il paziente accusava brividi, sudorazione e conati di vomito nonché sulla scarsezza di urine contenute nella sacca, rimasta immutata dal momento in cui il paziente era stato riportato in reparto; esse sollecitavano anche l'intervento di un medico, ma sempre ricevendo risposte volte ad assicurare la regolarità del decorso post operatorio e il suggerimento di aumentare le coperte (fino a giungere a otto) e di inumidire le labbra del paziente. Verso le sei del mattino la moglie del S. misurava la temperatura corporea del marito, che ad una prima misurazione risultava dì 36 gradi e poco dopo di 35. Nel frattempo era giunta la L. (medico tirocinante) che controllò il ritmo cardiaco del S. e cercò di tranquillizzare la donna, ma il paziente continuava a peggiorare fino a che verso le sette le infermiere del nuovo turno trasferirono il paziente nel reparto rianimazione; solo allora sopraggiunse il medico di_guardia interdivisionale, dott. G.. Dalla cartella del reparto rianimazione risulta che il paziente vi giunse “collassato, cute pallida e sudata, polsi periferici e centrali non apprezzabili, diuresi contratta, in coma, non risponde agli stimoli verbali, risponde in maniera incoordinata agli stimoli nocicettive”. Alle otto del mattino, nonostante i tentativi per rianimarlo, avveniva l'exitus del paziente per collasso cardiocircolatorio irreversibile.

La Corte dava atto di aver effettuato tale ricostruzione sulla base delle dichiarazioni della moglie del S., che durante la notte era stata costantemente al suo fianco, e della teste Tarantini Rosetta, infermiera professionale, amica dì famiglia, che delle 21.30 del 6 novembre alle 5.45 circa della mattina successiva si era unita alla moglie nell'assistenza del S., dichiarazioni ritenute pienamente attendibili sia per la loro precisione e concordanza, sia perchè confermate dalle annotazioni della cartella clinica redatta al momento del rícovero del S. in rianimazione, in assenza di un diario infermieristico, mai acquisito od esibito, nonostante l'espressa autorizzazione ottenuta dai periti non poteva dunque darsi credito a diverse allegazioni difensive.

I ricorsi

Antonio D. denuncia vizio di motivazione in ordine alla affermazione di responsabilità basata solo

sul fatto di non aver impartito ferree disposizioni scritte o orale al personale medico o paramedico cui il paziente veniva affidato, in ordine alla gestione post operatoria. La stessa sentenza da atto che egli ha bene adempiuto l’intervento operatorio; di quanto avvenuto successivamente – del “deserto assistenziale” riscontrato dalla sentenza – egli non può e non deve essere chiamato a rispondere; la situazione critica per il paziente nasce nel reparto di terapia intensiva, dopo che il D. ha esaurito il suo compito e pertanto l’adempimento del proprio obbligo di protezione; tutte le (eventuali) macroscopiche, a dire della corte, inadempienze verificatesi in quel reparto sono assolutamente autonome e da valutare autonomamente in quanto facenti capo a soggetti cui l’obbligo di garanzia era stato trasferito, interrompendo il nesso di causalità rispetto a quanto verificatosi (correttamente) sino a quel momento; non vi è prova che le disposizioni sarebbero state osservate; la stessa Corte avrebbe riconosciuto che altri erano i soggetti che avevano il dovere di protezione e sorveglianza del paziente e cioè il personale del reparto di terapia intensiva dove il paziente era stato trasferito all’esito dell’intervento operatorio, reparto dove la sorveglianza avrebbe dovuto essere adeguata per definizione. Non sussiste dunque nesso causale tra il comportamento del D.e l’evento, atteso che se colpa vi fu questa è solo del personale del reparto. Peraltro nessun rapporto di causalità poteva dirsi regolarmente accertato in assenza di certezza sulla causa di morte.

G. Giuseppe denuncia violazione dì legge e manifesta illogicità di motivazione in quanto la Corte di appello - trascurando le conclusione dei periti che avevano ritenuto impossibile porre una affidabile diagnosi quanto a causa della morte, formulando al riguardo solo ipotesi ha ritenuto di poter addivenire ad una ricostruzione certa sulla sola base delle dichiarazioni della parte offesa, in particolare formulando nei confronti del G. un addebito colposo (omesso di controllare i parametri vitali del paziente e pertanto di intervenire tempestivamente rendendo pertanto irreversibile la sindrome in atto che conduceva il paziente a morte) che non teneva conto, da un lato, delle conclusioni della perizia secondo cui il S. al termine dell’intervento operatorio non necessitava di un controllo continuo dei parametri vitali e, dall'altro, dei compiti del medico di guardia interdivisionale, quali specificati in un documento che la stesso Corte di appello aveva richiesto ma di cui non aveva fatto utilizzazione, compiti che sono soltanto dì intervento su richiesta; è pacifico viceversa che egli non venne mai chiamato dalle infermiere.

Damiana C. denuncia illogicità o mancanza di motivazione per travisamento del fatto.

Elevata al rango di prova una mera ipotesi formulata dai periti (shock ipovolemico a seguito di un sanguinamento massivo da ulcera gastrica o intestinale) prendendo a riferimento solo i sintomi riferiti dalla parte civile M. e dalla teste Tarantini; tuttavia le due testi non avrebbero dichiarato al dibattimento quello che la Corte di appello ritiene, ed in particolare che il S. presentava nausea, sudorazione, ingravescente astenia e conati di vomito, per cui macroscopico sarebbe il travisamento atteso che il secondo giudice ricostruisce le cause della morte solo sulla base di tali sintomi, sintomi che però potrebbero desumersi solo dall'esposto presentato dalla M. e dalle sommarie informazioni rese dalla Tarantini, atti inutilizzabili al fini della prova. Anche l'accertamento relativo al quantitativo di urine e alle flebo effettuate sarebbe frutto di travisamento. In realtà, come gli stessi periti hanno riconosciuto, la causa della morte è rimasta ignota e da ciò deriva la impossibilità di effettuare il giudizio controfattuale; neppure è stato chiarito quale ulteriore intervento medico sarebbe stato idoneo ad impedire l'evento: l’accertamento del nesso causale non soddisfa dunque quei requisiti di certezza posti in luce dalla piú recente giurisprudenza.

Dora P. denuncia difetto ed illogicità della motivazione

Le affermazioni secondo le quali il S. è stato abbandonato a sé stesso e le infermiere di turno si limitarono a tranquillizzare le due donne che lo assistevano, non facendo niente per verificare se le loro preoccupazioni avessero fondamento sarebbero smentite dalle risultanze processuali ed in particolare dal foglio termografico da cui risulta che la temperatura è stata misurata due volte e che la quantità di urina era di 300 mt; l'affermazione di essere in presenza dì una diuresi contratta stante l'alterazione della cifra 1 in 3 era solo una mera congettura dell'estensore della sentenza; la sentenza sarebbe illogica anche nel ritenere che il personale paramedico potesse riconoscere quei sintomi che debbono essere riconosciuti dal medico. Impossibilità di ritenere accertato il nesso di causalità non conoscendosi la causa della morte.

Al dibattimento sono state depositate conclusioni dell'Avv. Prof. Fabrizio L. per D., e conclusioni e nota spese delle parti civili costituite.

Motivi della decisione

I ricorsi, pur ritualmente proposti, sono infondati.

In via preliminare mette conto escludere la intervenuta prescrizione del reato per le sospensioni intervenute nelle more del giudizio, già computate alla decorsa udienza del 2 aprile 2004, innanzi a questa Suprema Corte, con provvedimento di sospensione, in detta udienza, del termine di prescrizione, infatti dette sospensioni, come quella determinata alla citata udienza del 2 aprile 2004, sono tutte imputabili alla difesa degli imputati, e determinano il non utile decorso del tempo - nella specifica ottica della prescrizione secondo l'indirizzo di queste SS.UU. 1021/01, Cremonese.

Nel merito.

Sul ricorso del D. Antonio, va innanzi tutto precisato che egli, nella qualità di capo della equipe operatoria, fu titolare di una posizione dì garanzia nell'ambito della quale, secondo quanto accertato dalle precedenti sentenze di merito, risolse imprudentemente di effettuare un intervento altamente specialistico (quale quello praticato al paziente S. Michele) nell'ultimo turno pomeridiano, e così nell'approssimarsi della notte: tempo nel quale, secondo regola di comune esperienza, il presidio medico e paramedico, nei reparti ospedalieri (anche in quelli organizzati, a differenza di quello dì cui qui si discute, secondo criteri accettabili), è notevolmente meno allertabile alle emergenze che non nelle ore dei giorno.

Inoltre egli, concluso l'intervento, nel trasferire la sua posizione di garanzia all'unico medico di guardia che aveva sotto il proprio controllo il reparto di terapia intensiva, unitamente ad altri due reparti facenti capo all’istituto policattedra che li raggruppava, non curò di fornire le necessarie indicazioni terapeutiche e dei controlli dei parametri vitali del paziente appena operato, né si preoccupò di seguire direttamente – anche per interposta persona il decorso post operatorio Si che il S., abbandonato a sé stesso anche per il disinteresse sia dell'unico medico di guardia notturno, sia del personale paramedico del tutto professionalmente incapace ed assente, e sia persino della medico tirocinante dello specifico reparto ove il paziente era stato sottoposto ad intervento chirurgico, sì spense rapidamente a causa di un certo shock ipovelmico seguito a sanguinamento massivo da ulcera gastrica o intestinale, e del probabile e conseguente instaurarsi di un’ulcera sanguinante forse anche seguita da perforazione.

Il ricorrente ha denunciato l’adozione di un criterio probabilistico nella individuazione della causa dell'evento, e dunque una violazione dei canoni della più recente giurisprudenza dì questa Corte a SS.UU. (la pronuncia Franzese dei 30328/02). Per contro deve invece farsi rilevare che la Corte si è espressa nei seguenti termini: “…le cause della morte sono state indicate. con apprezzabile grado di assoluta verosimiglianza, scientificamente ancorato ai dati clinici desunti dalla documentazione sanitaria acquisita. In uno shock ipovolemico a seguito di sanguinamento massivo da ulcera gastrica o intestinale"; ed ha anche indicato i dati oggettivi sui quali la detta ipotesi, formulata dai periti , è stata ritenuta fondata (quali le possibili cause dell’instaurarsi di tale ulcera). Gli stessi giudici hanno indicato il versamento endocavitario ed il conseguente shock ipovolemico, dato caratterizzato da “assoluta fondatezza”, partendo, tra l'altro, dai precedenti valori ottimali di ematocrito (35% prima dell’intervento).

La mancata pratica della terapia indicata dall'operatore, consistente in 1500 cc di liquidi nel corso della notte, della terapia farmacologia prescritta, e degli altri presidi tempestivamente praticabili, solo che fossero stati svolti gli accertamenti “urgenti" prescritti dall'anestesista, o ritenuti necessari dal controllo medico che in alcun modo può mancare nella fase post operatoria di un intervento talmente delicato, sarebbero stati tali da certamente evitare l'evento al quale si è pervenuti attraverso un iter che la Corte di merito ha descritto e qualificato come di totale abbandono. E ciò solo che l’imputato avesse “eletto”, al fine di trasferire la propria posizione di garanzia, in maniera adeguatamente oculata i soggetti che avrebbero dovuto seguire poi il decorso post operatorio del paziente, nella immediatezza del suo ritorno in reparto, e nelle seguenti ore della notte.

Può dunque affermarsi che, nel caso del dottor D. il rimprovero di non aver usato il comportamento conseguente alla delicatissima posizione di garanzia che gli era propria, in vista della fase post operatoria, trasferendo tale posizione ad un reparto che egli sapeva (o avrebbe dovuto sapere) affidato solo a personale paramedico (indipendentemente dalla competenza diligenza e scrupolo che costoro possedessero) certamente non in grado di far fronte all'assistenza dì pazienti appena sottoposti ad interventi di alta chirurgia, ed ad un medico di guardia per contratto disponibile solo dietro chiamata o “a richiesta”, è stato ineccepibilmente motivato.

Infatti, in tali condizioni, si può dire che egli ha abbandonato il paziente a sé stesso, avendo la piena consapevolezza di tale abbandono.

Che poi, da tale situazione di abbandono sia derivata la incredibile mancata pratica delle cure e somministrazioni di liquidi che lo stesso primario aveva ordinato, e che da questa sia derivato il progressivo deterioramento delle funzioni vitali del paziente che, avendo perduto già plasma durante l'intervento (1000 mi), ne continuava a perdere per sanguinamento da ulcera, sino a pervenire allo shock ipovolemico, è fatto che risulta chiaramente attraverso la ricostruzione della dinamica degli eventi caratterizzata dalla totale assenza di assistenza e controllo del malato, pur in presenza di numerose segnalazioni di dati allarmanti sul decorso post operatorio, da parte della moglie e dell'amica di famiglia che ne seguirono impotenti il percorso verso l'irreparabile. Ma di tali successive e gravi omissioni il ricorrente non può valersi quale scusante della propria condotta omissiva, in quanto vale qui la regola sempre affermato da questa Suprema Corte e secondo la quale chi versa in colpa non può invocare a propria scusante la condotta colposa altrui.

In materia, per altro, il condiviso orientamento di questa Suprema Corte è nel senso che gli operatori di una struttura sanitaria, medici e paramedici, sono tutti "ex lege” portatori dì una posizione dì garanzia, espressione dell'obbligo di solidarietà costituzionalmente imposto ex articolo 2 e 32 Costituzione nei confronti dei pazienti, la cui salute essi devono tutelare contro qualsivoglia pericolo che ne minacci l’integrità; e l'obbligo di protezione perdura per l'intero tempo del turno di lavoro. (Cassazione penale, Sezione quarta, 2 marzo 2000 n. 9638, Troiano). Sì che correttamente la Corte di merito ha ritenuto che il ricorrente non abbia adempiuto al proprio obbligo nei termini di cui innanzi.

Sul nesso eziologico, ritiene questa Corte integrare sufficientemente l'obbligo della motivazione imposto al Giudice di merito la sua individuazione nella mancata esecuzione della radiografia del torace e degli accertamenti prescritti dall'anestesista, nella mancata indicazione delle necessarie disposizioni "scritte ed orali" al personale medico e paramedico cui il paziente veniva affidato nella fase post -operatoria, tanto che nulla di tutto ciò fu praticato al S. né nell'immediato e nemmeno nel corso di tutta la notte.

Da tali omessi controlli e terapie, conseguirono le insorgenze che condussero a morte il paziente. Omissioni imputabili innanzi di ogni altro al D., a titolo di colpa integrata dal connotato della imprudenza e della negligenza. Ove tutto ciò non fosse stato omesso, deduce la impugnata sentenza, l'evento si sarebbe evitato.

La sentenza de qua ha inoltre bene evidenziato che, per altro, egli sapeva bene che - come prima già indicato - la sua posizione di garanzia non veniva trasmessa a personale sanitario idoneo a riceverla (e pertanto con culpa in eligendo), ed anzi che veniva trasferita praticamente a nessuno.

Tale condotta è stata ritenuta idonea a determinare nel paziente quella ulteriore perdita di liquido ematico che, sommata alla perdita subita durante l’intervento, ed in assenza di reintegrazione di liquidi, di terapia alcuna e di controllo medico, ha determinato il progressivo scadimento delle complessive condizioni vitali del S. che, solo dopo un tempo individuato attorno alle sei e trenta del mattino (ora fino alla quale è stata ritenuta la possibilità di un intervento idoneo a salvare la vita del paziente) è divenuto irreversibile. Da qui la corretta contestazione della cooperazione colposa con il medico di guardia e con il personale infermieristico, i quali tutti hanno inserito una condotta parte, utile elemento ai fini della determinazione dell'evento; né sembra del tutto peregrina la critica alla sentenza, di qualche difensore, in sede di discussione, secondo cui non riesce comprensibile come sia stata assolta la specializzanda dott L., rimasta nel turno notturno a presidiare il reparto in relazione proprio ai compiti specifici del dott. D., presso il cui reparto la stessa svolgeva la sua attività, la quale, informata dalla moglie del paziente del peggioramento delle condizioni del marito, non si attivò personalmente con adeguate iniziative, nella sua qualità di medico, non chiamò il medico dì guardia, e nemmeno controllò il (non) normale funzionamento della flebo e la (mancata) assunzione delle cure anche farmacologiche prescritte dall'anestesista e dal suo stesso direttore al momento di rinviare il S. al reparto di terapia intensiva.

Quanto alla impugnazione proposta dal D., pertanto- assorbita in quanto precedentemente osservato ogni ulteriore considerazione critica formulata nell'interesse del ricorrente - il ricorso dove essere ritenuto infondato in ogni sua parte, al limite della inammissibilità, e deve essere pertanto integralmente rigettato.

Non diversa sorte può avere il ricorso del dottor G..

Deve infatti qui ricordarsi l'insegnamento di questa Corte, riferito innanzi in ordine alla posizione del Dottor D., secondo il quale (vale la pena ricordarlo) gli operatori di una struttura sanitaria, medici e paramedici, sono tutti "ex lege" portatori di una posizione di garanzia, espressione dell'obbligo di solidarietà costituzionalmente imposto ex articolo 2 e 32 Costituzione, nei confronti dei pazienti, la cui salute devono tutelare contro qualsivoglia pericolo che ne minacci l’integrità - l'obbligo di protezione perdura per l'intero tempo del turno di lavoro. (Cassazione penale, Sezione quarta, 9638/00, Troiano)

Egli ritorna a porre in discussione, con il suo ricorso, la causa mortis , a suo parere imperscrutabile per la (certo assai colpevole) mancata esecuzione dei dovuto esame autoptico sul cadavere

E tuttavia, come detto qui prima, in relazione alla posizione dei Dottor D., tale causa della morte è stata individuata dalla Corte di merito in maniera dei tutto inequivoca e categoricamente addossata alla responsabilità degli imputati, fra i quali spicca il ricorrente per la totale sua assenza dì controllo dovuto, a giudizio di questa Corte, nei termini e per le previsioni normative indicate nella prima riferita pronuncia ad inizio di turno e poi durante tutto il corso della notte. E ciò, indipendentemente dai suoi obblighi contrattuali.

Senza ritornare a valutate gli esiti peritali poichè questa Corte non deve effettuare incursioni negli atti probatori, limitandosi solo ad esaminare gli atti impugnati e gli atti d'impugnazione onde valutare la coerenza logica dei primi, e la capacità di questi a resistere alla critiche di ricorso (Sezione Prima, 10 febbraio 2000, n. 94). basta osservare che, proprio in applicazione dei principi costituzionali indicati dalla pronuncia n. 963812000 di questa Corte, ed in considerazione, dunque, della tenutezza dei medico, cui era affidato fl reparto, di previamente informarsi quanto meno delle situazioni di ernergenza esistenti al momento della sua assunzione di responsabilità e di garanzia (e certamente tale era quella della persona offesa per le ripetute ragioni connesse alla delicatezza dei subito intervento ed alla necessità di ~re seguito con attenzione particolare nella delicatissima fase post operatoria), il ricorso alla clausola contrattuale che avrebbe configurato il suo obbligo di ìntervento su chiamata (e poi, chiamata da parte di chi, nel caso di specìe?) è dei tutto privo dì rilievo, come la corte di merito ha ritenuto, pronunciando nei confronti di costui sentenza di condanna per le ragioni ivi spiegate secondo convincente, ragionevole e condivise motivazìone. n~j A pag. 21 di sentenza, infatti, la Corte di mefflo evidenzia come fu proprio a causa' ... dei notevole intervallo di tempo trascorso fra la comparsa di quei sintomi che avrebbero Imposto, se doverosamente rilevati, l'instaurazione dì una idonea terapia, ed il momento dell'írreversibile aggravamento verificatosi dopo le ore 6,30 .." che ebbe a verificarsi l'evento, specie In considerazione dei fatto che l'essere il paziente affidato ad una struttura "dì altissimo livello operativo (istituto policattedra di terapia di urgenza dei Policlinico di Bari)" avrebbe dovuto consentire che, praticati nei tempi congrui gli interventi farmacologicì e chirurgici appropriati, fosse evitato l'evento. E conclude: "non ricorre nel caso di specie. in base all'evidenza disponibile, alcuna incertezza, alcun ragionevole dubbio sulla reale efficacia condizionante dell'omissione degli ímputati...”

Nel suddetto modo appare dunque integrata, e in termini di ipotesi controfattuale, e in termini di 1ormula logica" (SSUU Franzese, 2002), la responsabiNtà, fra gli albi, anche dei dottor G..

Né vale il ricorso agli obblighi contrattuali, attesa la posizione di garanzia specifica che ogni medico (o paramedico) ha nei confronti dei pazienti a lui affidati, e che deve espletare nel rispetto dei principi

costituzionali di cui agli artt 2 e 32, così come già più volte affermato da questa Suprema Corte (una

posizione di garanzia, espressione dell'obblìgo di solidarietà costituzionalmente ìmposto ex art 2 e 32 Cost., nei confronti deì pazientì, la cui salute devono tutelare contro qualsivoglia pericolo che ne mìnaccí l'integrità; l'obblígo di protezione perdura come gìà precisato per l'intero tempo dei turno di lavoro. [Cassazione penale, sez. IV, 2 marzo 2000, n. 9638, Troiano).

Qui, dunque, non è questione di obbligo contrattuale di natura privatistica (a amministrativistica), ma dell'esser venuto meno, il dottor G., al pari degli altri, all'esatto adempimento dei debito di garanzia dovuto nei confronti del S., mediante la condotta che gli è stata contestata, e che è stata di poi accertata nei termini di cui in sentenza, esenti da qualsiasi vizio logico, oltre che anche genericamente giuridico, in funzione dì un iter argomentativo dei tutto ragionevole e convincente.

Inammissibili sono poi le censure all'accertamento di fatto che i secondo Giudici hanno ritenuto, a seguito della considerazione degli esiti peritalí; e questo per le ragioni di cui l'insegnamento costante e condíviso di questa stessa Corte, a mente dei quale nel giudizio di legittimità non è deducíbíle il vizio di travisamento dei fatto inteso come ipotesi di contrasto fra le argomentazioni dei contesto motivazíonale e gli atti processuale, sicchè il controllo demandato alla Corte di Cassazione ... non può esplicarsi in indagini extratestuali dirette a verificare se i risultati dell'interpretazione delle prove, costituenti i dati fondanti della decisione, siano effettivamente corríspondono alle acquisizioni probatorie risultanti dagli atti del processo (Sezìone Prima, 10 febbraío 2000 n. 94). Nè scusante è che gli infermieri non abbìano mai richiesto, durante la notte, il suo intervento, essendo dovere e scrupolo di un medico, cui è affidato un reparto (specialmente quando si tratti di una unità dai compiti evidentemente di speciale delicatezza, quale quella di terapia intensiva in questione) quello di prendere immediata visione, raccogliendo la posizione di garanzia che gli viene trasferita al momento della sua presa in carico dei reparto, delle specifiche situazìoni degli ammalati, a partire dalle situazioni più delicate (e non se ne immagina una più crítica di quella presentata dal S., in fase immediatamente post operatoria a seguito della storia chìrurgica di cui in sentenza), e dunque assícurandosi della corretta instaurazione delle terapie prescritte o ritenuta necessarie, seguendo di persona l'evolversi della situazione fino al cessare della condizione di rischio.

Obbligo e scrupolo cui il dottor G. come affermato in sentenza è stato ben lontano dai corrispondere.

Per quanto detto, ed assorbita ogni altra considerazione, la infondatezza dei ricorso conduce alla declaratoria dì rigetto dello stesso.

A non diversa soluzione deve pervenirsi a seguito dell'esame del motivo presentato dalle infermiere P. e C.

Anche costoro hanno contestato l'addebitabilità di ogni responsabilità a loro, attesa la incertezza ìn ordine alla causa mortis dei paziente, per la mancata perizia autoptica.

Tuttavia, l'accertamento svolto In sentenza sulla base delle perizIe fondate sulla ricostruzione storica del fatto, non consente alcuna rivisitazione del gìudizio di fatto che, per le ragioni qui prima dette e ripetute, non sì presta a censure in ordine all'ordito argomentativo dello specifico decisum.

Certo è che il S. è morto perché non solo 'non tempestívamente « ma mai, durante l'intero arco della notte (quasi dodici ore dal suo rientro In reparto dopo l'intervento chirurgico, e fino al momento In cui le sue condizioni fisiche sono irrímedíabílmente precipitate) costoro raccolsero, come era loro preciso dovere, le preoccupazioni reiteratamente ed in manìera allarmata prospettate dalla moglie dei pazíente e dall'infermiera, amica di famiglia, che insieme a costei trascorse quelle ore attendendo inutilmente che qualcuno comprendesse ciò che a loro appariva e non vi era certo necessità di specifica competenza il gravissimo evolversi della situazione.

La Corte ha sottolineato, attraverso il riferimento alle parole "tranquillanti" di cotoro (ínnanzì alla esposizione dei sintomi su cui è inutile tomare, tanto essi sono chiari anche al di là di qualunque più elementare nozione di esperienza medica o paramedica) quale sia stata la condizione di totale assenza di qualsiasi apporto venuto da detto personale, se non l'aver fornito otto coperte per fár fronte alla crisi ipotermica di una persona, il S.. che si stava totalmente dissanguando e disidratando, Nemmeno hanno avvertito lo scrupolo di chiamare il dottor G. che intanto stazionava nella propria stanza, secondo contratto.

In particolare la P., con il suo ricorso, percorre criticamente la ricostruzione degli eventi delle ore notturne, in chiave alternativa rispetto a quella di cui in sentenza. Ma ciò non è consentito nella presente sede dì legittimità, per la ben nota preclusione rispetto ad ogni rivisitazione del merito (già qui prima evidenziata) a condizione che l'apparato argomentativo non presenti incongruità, così come non ne presenta la sentenza sottoposta dunque a non puntuale ed utile critica, per quanto fin qui evidenziato.

Altrettanto fa la C., sempre prendendo lo spunto dalla incertezza sulle cause della morte del paziente (incertezza che la sentenza non manifesta), per denunciare quindi mancanza di nesso causale, difetto di prova in ordine alla responsabilità, vizio di motivazione e travisamento del fatto.

Ma, posto che sul nesso di causalità - anche con specifico riferimento alla posizione di costei - la Corte di merito ha detto in maniera ineccepibile (e la "anonima correzione” – meglio sarebbe parlare di falsificazione della cifra relativa alla quantità di urine contenute nella sacca al momento del precipitoso ed inutile trasferimento del paziente al reparto rianimazione, praticamente già privo di vita, è ulteriore prova della grave omissione posta in essere dal personale infermieristico e del tentativo di "ripararvi" in chiave difensiva), ogni altra alternativa lettura degli elementi probatori valutati (o anche non valutati perché implicitamente ritenuti inconducenti) non può costituire argomento d’impugnazione in sede di legittimità.

Anche tale ricorso, prevalentemente in fatto, non può trovare l’atteso riscontro censorio, e deve rigettato anche a ragione della sua pressoché manifesta infondatezza.

Al rigetto dei ricorsi di tutti gli imputati segue la condanna di costoro, in solido, alle spese.

PQM

Visti gli articoli 615 e 616 Cpp, rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese processuali. Li condanna altresì al pagamento in solido delle spese civili del giudizio di Cassazione in favore delle parti civili M. Anna Maria, S. Pierpaolo e S. Caterina, liquidandole in complessivi euro 6.000,00 (comprese le spese).

Così deciso in Roma, addì 1 dicembre 2004.

DEPOSITATO IN CANCELLERIA 11 MAR. 2005.

 

 
Il genitore non può sospendere l'alimentazione artificiale dei figli PDF Stampa E-mail
Venerdì 08 Novembre 2013 15:46

Corte di cassazione civile 
ordinanza 82914/05 del 20/04/2005


Il padre non ha il potere di sospendere l'alimentazione artificiale della figlia di 15 anni in coma irreversibile a seguito di incidente stradale.

E' presente tra l'altro un conflitto d'interesse a causa del rapporto affettivo coinvolto.

------
Di seguito l'ordinanza della suprema corte in risposta all'appello del padre:

Suprema Corte di Cassazione, Sezione Prima Civile, ordinanza n.8291/2005 (Presidente: R. De Musis; Relatore: M.R. San Giorgio)

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

E. B., [...]

- ricorrente -

contro

avverso il decreto della Corte d'Appello di MILANO, depositato il 10/12/2003 [...]

ORDINANZA

Ritenuto in fatto

Con provvedimento in data 20 luglio 2002, il Tribunale di Lecco, ritenuta la legittimazione attiva in capo a B. E., in qualita’ di tutore della figlia interdetta Eluana, rigetto’ il ricorso, proposto ex art. 732 cod.proc.civ., con il quale lo stesso, deducendo la irreversibilita’, secondo i criteri della scienza medica, dello stato vegetativo permanente in cui la a predetta figlia si trovava, per effetto di un trauma cranico encefalνco riportato a seguito di un incidente stradale occorso nel lontano 1992 stato in relazione al quale gia’ nel 1999 l'E. aveva una prima volta richiesto la interruzione delle cure che ne consentivano la protrazione, ed in particolare dell'alimentazione artificiale, aveva avanzato nuova istanza ai fini di ottenere l'autorizzazione a detta interruzione, sottolineando la necessita’ di sottrarre la figlia alle condizioni di vita disumane e degradanti nelle quali era costretta a proseguire la propria esistenza.

Rilevava il Tribunale che la nozione di cura del soggetto incapace implica un quid di positivo, volto comunque alla conservazione della vita del soggetto stesso, con la conseguenza che sarebbe contraddittorio attribuire al tutore la potesta’ di compiere atti che implichino di necessita’ la morte del soggetto; ed aggiungeva che l'ordinamento giuridico sottende una totale difesa della vita umana, e che l'autorizzazione al tutore, e cioe’ a soggetto diverso dal diretto interessato, a far cessare ogni forma di somministrazione alimentare non trova, allo stato della legislazione, adeguato fondamento giuridico.

Avverso detto decreto, l'E. propose reclamo alla Corte d'appello di Milano, censurando la ricostruzione della funzione del tutore operata dal Tribunale.

La Corte d'appello di Milano, sezione delle persone e della famiglia, con decreto del 10 dicembre 2002, rigetto’ il reclamo, facendo riferimento alla inutilizzabilita’ diretta del principio di autodeterminazione nel caso del paziente in stato vegetativo permanente, ed al ruolo del tutore, sottolineando il valore morale delle direttive anticipate di trattamento, ma avvertendo la mancanza di regole allo stato, e percio’ escludendo la possibilita’ di adottare una interpretazione integratrice nella specie, pur nell'auspicio della predisposizione da parte del legislatore degli strumenti adeguati per la protezione della persona ed il rispetto del suo diritto di autodeterminazione.

Avverso tale decisione, l'E. ha proposto ricorso per cassazione, non notificato ad alcuno.

Il ricorso e’ stato trattato in camera di consiglio ex art. 375 c.p.c.

Considerato in diritto

Lamenta il ricorrente la violazione degli artt. 357 e 424 cod.civ., in relazione agli artt. 2, 13 e 32 Cost. [1], ed omessa ed insufficiente motivazione.

Sottolinea come la propria figlia non sia in grado di esprimere alcun consenso, riguardo ad atti che si configurano come invasivi della sua personale integrita’ psico - fisica, e richiama la giurisprudenza costituzionale sull'attinenza della tutela della liberta’ personale a qualunque intromissione sul corpo o sulla psiche dell'individuo cui questi non abbia consentito. Pone l'accento sulla tutela della dignita’ umana, inscindibile da quella della vita stessa, come valore costituzionale, e richiama, tra l'altro, l'art. 32 Cost., che preclude trattamenti sanitari che possano violare il rispetto della persona umana, la cui perdita, in caso di soggetto in stato vegetativo permanente, e’ in re ipsa. Chiede in subordine che sia sollevata questione di legittimita’ costituzionale, in riferimento agli artt. 2, 13 e 32 della Costituzione, dell'art. 357 cod.civ., o di quelle altre norme che siano da interpretare in modo tale da non consentire la cessazione dei trattamenti di alimentazione artificiale in atto.

Il Procuratore Generale, nelle sue conclusioni scritte, ha chiesto dichiararsi la inammissibilita’ del ricorso in quanto non notificato ad alcuno e privo dei requisiti del ricorso per cassazione.

Tali conclusioni sono state contestate dal ricorrente con una memoria depositata nella imminenza della data fissata per la camera di consiglio, nella quale, in particolare, si esclude la necessita’ della notifica del ricorso al P.G. a quo.

La eccezione del Procuratore Generale appare meritevole di accoglimento.

La notificazione del ricorso per cassazione, in quanto indispensabile per la instaurazione del rapporto processuale, costituisce elemento la cui mancanza determina la inammissibilita’ del ricorso.

Tale principio, affermato per i procedimenti contenziosi ordinari, deve ritenersi operante anche nei procedimenti che si svolgono in camera di consiglio.

Per questi ultimi e tale e’ quello di specie questa Corte (ord. n. 6167 del 2002) ha affermato l'applicabilita’ di detto principio nei procedimenti con pluralita’ di parti, rilevando che la notificazione non occorre solo allorche’ ricorra l'ipotesi di procedimento di volontaria giurisdizione unilaterale,e cioe’ di procedimento nel quale non sia individuabile un soggetto portatore di un interesse diverso da quello attribuito al soggetto istante.

Occorre pertanto stabilire se nella specie ricorra quest'ultima ipotesi.

Ed al riguardo va sottolineato che, se a tale questione si dara’ risposta negativa, e cioe’ se si riterra’ che il il presente giudizio e’ plurilaterale: a) sara’ irrilevante, al fine di cui si discute, che le parti individuate quali contraddittori necessari non abbiano partecipato ai precedenti giudizi, e cio’ perche’ la loro presenza nell'attuale giudizio sarebbe indispensabile per la costituzione del relativo rapporto processuale, anche se l'unica decisione adottabile sarebbe la rilevazione del difetto di contraddittorio nei precedenti gradi di merito; b) non sara’ consentita non essendo prevista la rimessione in termini (richiesta in memoria), la quale e’ stabilita dall'art. 184 bis c.p.c. per casi specifici e non e’ applicabile per la rinnovazione della notifica del ricorso che non sia stato notificato ad alcuno.

Per stabilire se sussistano interessi diversi o addirittura contrapposti a quello oggetto della causa, e, conseguentemente, se sussistano altri soggetti contraddittori necessari, occorre individuare l'oggetto della controversia.

Il tutore, ritenendo che l'interdetta versi da moltissimi anni in stato meramente vegetativo, nel quale a suo avviso e’ mantenuta mediante presidi sanitari, e che tale stato, in quanto escludente la dignita’ umana, fa escludere la ricorrenza della vita intesa nella sua portata minima imprescindibile, ha chiesto l'autorizzazione alla cessazione di detti presidi.

Va rilevato che tale cessazione dovrebbe altrimenti non vi sarebbe motivo per l'autorizzazione alla stessa condurre a morte il soggetto.

Sulla base di tale individuazione della controversia occorre stabilire se sussistano altri soggetti interessati oltre l'istante.

Il tutore evidentemente agisce ai sensi del combinato disposto degli artt. 424 e 357 c.c., secondo i quali il tutore "ha la cura della persona del...".

Premesso che costituisce questione di merito stabilire se l'azione esercitata, come sopra individuata, possa essere ricompresa nell'indicato potere del tutore, e’ di immediata evidenza che il provvedimento di autorizzazione richiesto, che il tutore afferma corrispondente all'interesse dell'interdetto, possa invece non corrispondervi.

Ed infatti, lo stabilire se sussista l'interesse (al provvedimento autorizzatorio) prima che l'attuabilita’ dello stesso giuridicamente presuppone il ricorso a valutazioni della vita e della morte, che trovano il loro fondamento in concezioni di natura etica o religiosa, e comunque (anche) extragiuridiche, quindi squisitamente soggettive: con la conseguenza che giammai il tutore potrebbe esprimere una valutazione che, in difetto di specifiche risultanze, nella specie neppure analiticamente prospettate, possa affermarsi coincidente con la valutazione dell'interdetta.

A questa stregua, premesso, per quanto ora esposto, che deve ritenersi che l'interdetta nella specie non sia in condizione di esprimere la propria valutazione, e quindi la propria scelta, deve trovare applicazione l'art. 78 c.p.c., che prevede la nomina di un curatore speciale al rappresentato " ...quando vi e’ conflitto di interessi con il rappresentante".

Ad ulteriore supporto di tale conclusione, va rilevato che le numerose norme rinvenibili nell'ordinamento che conferiscono al tutore specifici poteri in materie attinenti ad interessi strettamente personali pur se di carattere non altrettanto essenziale quale quello in esame dell'interdetto per infermita’ ( art. 119 cod. civ., per l'impugnazione del matrimonio; art. 245 cod.civ. in tema di disconoscimento della paternita’; art. 264 cod.civ. in tema di impugnazione del riconoscimemto del figlio naturale da parte di chi e’ stato riconosciuto; art. 273 cod.civ., in tema di dichiarazione giudiziale di paternita’ o maternita’ naturale; art. 13 legge 22 maggio 1978, n. 194, in tema di interruzione della gravidanza), appaiono elementi sintomatici della non configurabilita’, in mancanza di specifiche disposizioni, di un generale potere di rappresentanza in capo al tutore con riferimento ai cc.dd. atti personalissimi (per una ipotesi in cui questa Corte ha avuto occasione di escludere la proponibilita’ della domanda di divorzio per l'interdetto ad opera del tutore, riconoscendogli invece il potere di chiedere la nomina di un curatore speciale ai fini della proposizione della domanda di divorzio, v. sent. n. 9582 del 2000).

E la conferma della inesistenza, in capo al tutore, di una rappresentanza generale degli interessi dell'interdetto con riguardo a siffatto genere di atti si rinviene nella previsione codicistica della necessaria nomina, da parte del giudice tutelare, non appena avuta notizia del fatto da cui deriva l'apertura della tutela, oltre che del tutore, anche del protutore (art. 346 c.c.), nonche’ nelle ulteriori previsioni che "il protutore rappresenta il minore nei casi in cui l'interesse di questo e’ in opposizione con l'interesse del tutore".

"Se anche il protutore si trova in opposizione di interessi con il minore, il giudice tutelare nomina un curatore speciale." (art. 360 c.c.).

E' ben vero che le menzionate norme sono inserite nella "tutela dei minori"; ma tale tutela e’ richiamata nella sua interezza per la interdizione, alla quale pertanto e’ applicabile: l'art. 424 c.c., infatti, sancisce che "le disposizioni sulla tutela dei minori ....si applicano... alla tutela degli interdetti...".

Le conclusioni raggiunte non contrastano ne’ possono ritenersi derogate dalla Convenzione sui diritti dell'uomo e la biomedicina, fatta ad Oviedo il 24 aprile 1997 della quale la legge 28 marzo 2001, n. 145 ha autorizzato la ratifica dal momento che tale Convenzione prevede che il rappresentante legale (o comunque un'apposita autorita’ od altro soggetto) possa esprimere il consenso che l'incapace non e’ in condizione di dare (art. 6), ma non preclude ai singoli Stati di fissare condizioni specifiche che essa Convenzione non ha previsto per la validita’ della prestazione del consenso (sostitutivo).

L'affermata sussistenza di altro soggetto quale necessario contraddittore nel giudizio costituisce ragione sufficiente per la dichiarazione di inammissibilita’ del ricorso. Rimane pertanto assorbita la questione, proposta nella memoria, relativa alla necessita’ o no della notifica del ricorso al P.G. a quo.

La ravvisata inammissibilita’ del ricorso esclude l'esame del merito, e, quindi, anche della questione di legittimita’ costituzionale sollevata dal ricorrente.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Cosi’ deciso in Roma il 3 marzo 2005.

Depositata in Cancelleria il 20 aprile 2005.

 

 
Violenza verbale più dannosa di quella fisica PDF Stampa E-mail
Venerdì 08 Novembre 2013 15:43

Corte di cassazione penale 
sentenza 7568/05 del 01/03/2005


Suprema Corte di Cassazione, Sezione Quinta Penale, sentenza n.7568/2005 (Presidente: F. Marrone; Relatore: R. L. Calabrese)

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

V SEZIONE PENALE

SENTENZA

OSSERVA

C. M. e’ stato dichiarato responsabile del reato punito dall’art. 595 c.p. perche’ mediante invio di una lettera per fax destinata a P. F. e M. M., della redazione del quotidiano Il Messaggero, offendeva la reputazione di D. G., collaboratore del predetto quotidiano, definendolo incompetente, pezzo di merda: in Roma, il 29 marzo 1996.

Per i giudici di merito, l’espressione usata, a ragione della sua pesantezza e volgarita’, e’ offensiva e le considerazioni svolte dalla difesa sulle modifiche del linguaggio nell’era moderna e sul come oggi siano socialmente accettate espressioni che ieri venivano reputate offensive, non possono riguardare le volgarissime parole scritte dall’imputato.

Inoltre non ricorre, nemmeno sotto il profilo putativo, l’invocata esimente della provocazione.

Col ricorso il difensore deduce inosservanza ed erronea applicazione della legge penale, nonche’ vizi motivazionali in riferimento alla sussistenza del reato, nella sua componente tanto oggettiva che soggettiva, e alla esimente della provocazione.

Rileva altresi’ la intervenuta prescrizione del reato.

Preliminarmente, va osservato che, risalendo il fatto al marzo 1996, ed essendo decorsi oltre 7 anni e 6 mesi previsti dagli artt. 157 n. 4 e 160 u.c. c.p., in assenza di documentate cause di sospensione della detta decorrenza, il reato e’ estinto per prescrizione; onde, non ricorrendo alcuna delle ipotesi di cui al n. 2 dell’art. 129 c.p.p., ola sentenza impugnata va annullata senza rinvio.

Ai fini degli interessi civili, deve subito dirsi che sono sicuramente infondati i profili di censura sub a).

E’ indispensabile che il linguaggio usato per comunicare sia corretto; il modo di esprimersi puo’ anche essere severo ed aspro, ma il requisito della continenza deve essere rispettato.

E’ vero che oggi e’ invalso il costume, oramai diffuso, di avvalersi di inaccettabili linguaggi usati anche da personaggi molto in vista, negli ambienti piu’ disparati.

Ma si tratta di un malcostume che deve essere contenuto per la salvaguardia di coretti rapporti tra i consociati che debbono essere improntati ad un minimo di rispetto e di civilta’, requisiti ai quali non e’ possibile rinunciare.

Ed invero, si e’ perspicacemente osservato che la violenza verbale, ingiustamente tollerata proprio in nome della liberta’ di espressione e di critica, e’ talvolta anche piu’ dannosa della violenza fisica (Cass. Sez. V, 17 febbraio 2004, Metta).

La locuzione pezzo di merda, che lo stesso ricorrente definisce inelegante e volgare, e’ dunque dotata di indubbia carica offensiva, tale connotato non perdendo di certo in vita del particolare contesto (mondo dello spettacolo) in cui e’ stata usata.

E va da se che riverbera tutta la sua valenza negativa sull’epiteto (incompetente) che immediatamente la precede, dovendo la significazione offensiva della frase essere desunta dall’intero contesto delle parole adoperate, unitariamente considerate.

Appaiono invece fondate, per quanto di ragione, le censure che afferiscono all’esimente della provocazione.

L’imputato ha giustificato l’invio del fax quale reazione al fatto ingiusto del D., indicato come l’autore di un articolo, apparso sul Messaggero, ispirato alla presentazione dell’ultima opera del gruppo musicale Elio e le storie tese, avvenuta in una abitazione privata.

Nello scritto gli si attribuivano comportamenti fascisti: il C. management degli artisti, avrebbe messo alla porta i giornalisti e i fotografi intervenuti alla festa, dopo che costoro avevano fotografato i musicisti.

Si sostiene inoltre che sarebbe stato violato l’accordo che prevedeva la pubblicazione dell’articolo solo due giorni dopo l’evento, dovendo questo essere ripetuto nel giorno seguente a Milano (il c.d. embargo).

Cio’ posto i giudici di merito hanno ritenuto che non vi era prova che il D. fosse stato a conoscenza dell’intesa volta all’attuazione dell’embargo; aggiungendosi dalla corte territoriale che, comunque, non era dato comprendere quale danno potesse avere cagionato alla compagine rappresentata dal C. la pubblicazione anticipata dell’articolo sul Messaggero.

Sotto questo aspetto, l’esclusione del fatto ingiusto risulta argomentato congruamente, senza cadute sul piano della logica, cio’ che rende la motivazione, in parte qua, incensurabile in questa sede.

Per il resto, va osservato che il giudice d’appello: ritiene il C., mai indicato normativamente nell’articolo, non identificabile come l’autore dello scortese intervento verso i fotografi e i giornalisti intervenuti alla festa; ma cosi’ si pone in netto contrasto con il giudice precedente, che si e’ avvalso al riguardo di precisi elementi (in particolare, della testimonianza di tale T: F.); e non da’ minima ragione del suo diverso convincimento; attribuisce un connotato ironico e scherzoso, ricalcando il dire del giudice di primo grado, alle parole adoperate dal giornalista per stigmatizzare l’intervento dell’imputato nella festa (stile aguzzino Villa Triste tardo Salo’) e, ad ogni modo, la le considera corretta espressione del diritto di critica: ma con mere affermazioni, del tutto apodittiche, che non esplicitano in alcun le ragioni dei convincimenti espressi; liquida la tematica relativa all’immediatezza della reazione con il semplice asserto che il fax e’ stato inviato al Messaggero dopo il ritorno a Milano di C.: senza precisare il lasso di tempo intercorso tra l’apprendimento della notizia della pubblicazione dell’articolo e la reazione avuta dall’imputato (che costui assume accaduti lo stesso giorno), cosi’ in pratica eludendo completamente la specifica questione devoluta con l’impugnazione.

E’ pertanto di palese evidenza che i tre punti sopra menzionati abbisognino di un riesame, involgente la scriminante in parola, anche sotto l’aspetto putativo, che e’ da affidare al competente giudice civile.

PQM

La Corte annulla la sentenza impugnata perche’ il reato e’ estinto per prescrizione.

Rinvia il processo al giudice civile competente in appello, limitatamente al punto relativo alla provocazione, agli effetti civili.

Roma, 17 nov. 2004.

Depositata in Cancelleria il 1 marzo 2005.

 

 
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