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Falsi titoli al concorso USL: no al risarcimento del danno per la candidata penalizzata PDF Stampa E-mail
Giovedì 09 Gennaio 2014 14:22

La Suprema Corte ha confermato la sentenza con cui veniva respinta la domanda di risarcimento dei danni avanzata nei confronti di un Comune, di alcune Aziende sanitarie, della Regione e di un Ordine dei medici e degli odontoiatri, per una ipotesi di responsabilità per mancato diligente controllo della documentazione prodotta da altro candidato in un concorso per titoli ed esami bandito da una USL.

La professionista si era collocata al quinto posto, in quanto l’altro concorrente era risultato primo in graduatoria nonostante non possedesse il titolo di studio richiesto, atteso che in un secondo momento il medesimo aveva patteggiato la pena di mesi dieci di reclusione, col beneficio della sospensione condizionale, per i delitti di falso, truffa ed esercizio abusivo della professione, per cui a seguito dello scorrimento della graduatoria lei si era venuta a trovare solo come la prima dei non assunti.

Secondo la Cassazione, i primi giudici avevano adeguatamente spiegato con argomentazione logica ed immune da rilievi di natura giuridica, che l'inutilizzabilità della graduatoria era dipesa esclusivamente dal fatto che al momento dell'istanza tesa alla copertura del posto in questione, resosi vacante a seguito dell'emanazione del provvedimento di esclusione del sanitario senza titoli, era già abbondantemente decorso il biennio previsto, per la validità della stessa graduatoria approvata in data 9 agosto 1990 e che, spirato tale periodo di validità, costituiva solo una facoltà dell'amministrazione quella di provvedere attingendo alla stessa selezione, per cui la ricorrente non poteva vantare alcun diritto soggettivo al riguardo.

 
Infortunio sul lavoro: sollevamento di paziente obesa PDF Stampa E-mail
Mercoledì 08 Gennaio 2014 07:38

Corte Appello – Perugia

Una dipendente ospedaliera ha proposto ricorso per l'accertamento di postumi permanenti a seguito di infortunio sul lavoro, occorsole dopo avere effettuato un movimento brusco in posizione non congrua per il sollevamento di una paziente obesa.

Durante il giudizio di secondo grado è stata disposta nuova CTU per valutare l’entità del danno subito; il consulente ha evidenziato che la ricorrente ha riportato un trauma distorsivo del rachide lombare, a causa del quale è portatrice di un deficit funzionale apprezzabile e di disturbi radicolari intercorrenti su una pregressa discopatia erniaria lombare.

La donna, inoltre, è affetta da incontinenza urinaria da sforzo. Questa patologia è causata da un indebolimento dei mezzi di sostegno e di sospensione della vescica, per cedimento del pavimento pelvico, riduzione della lunghezza funzionale dell'uretra e prolasso uretrale, e può conseguire a interventi chirurgici all'apparato genitale. L'etiopatogenesi di questo quadro patologico è quindi ascrivibile a difetti anatomici, e non può essere messo in correlazione, né causale, né concausale con lo sforzo compiuto in occasione dell'infortunio denunciato. Quest’ultimo, pur configurandosi come un trauma significativo, ha avuto un iter clinico che non è coerente con un'effettiva sofferenza traumatica. Pertanto, la concreta vis lesiva del trauma ha determinato un danno molto limitato, mentre il successivo quadro clinico, trattato chirurgicamente oltre nove mesi dopo l'infortunio, è piuttosto ascrivibile alle preesistenze. L’infortunio ha determinato un danno biologico del 4%, inferiore alla soglia minima del 6% prevista dal D. Lgs 23 febbraio 2000, n. 38, pertanto non dà titolo ad alcuna prestazione.

[Avv. Ennio Grassini – www.dirittosanitario.net]

Ultimo aggiornamento Venerdì 10 Gennaio 2014 14:48
 
Manca il consenso informato? Il medico risponde dei danni anche in caso di eventi straordinari PDF Stampa E-mail
Martedì 07 Gennaio 2014 08:16

Corte di Cassazione Civile, sezione terza, sentenza n. 27751 dell'11 Dicembre 2013. Il consenso informato è quel diritto del paziente - e onere per il medico - di essere edotto circa tutti i benefici, ma anche e soprattutto sui rischi connessi a una determinata operazione o trattamento terapeutico.

Questo diritto è costituzionalmente garantito agli articoli 2 e 32 e rappresenta un vero e proprio diritto fondamentale della persona che deve essere sempre libera nella propria scelta di sottoporti o meno .a un trattamento terapeutico.

Il diritto alla salute, infatti, se da una parte contempla il diritto ad ottenere le migliori cure disponibili in un determinato momento storico, dall'altra parte consiste anche nella facoltà di rifiutare quelle stesse cure per convinzioni personali o per circostanze del caso,  o più semplicemente per il fatto di non essere disposti a correre i rischi di alcune possibili complicanze.

Il consenso informato insomma deve essere sempre completo di ogni tipo di informazione  compresa quella che riguarda  i possibili rischi di una terapia.

Nel caso in oggetto un paziente è deceduto a seguito di intervento operatorio (un intervento di tonsillectomia); nel corso del giudizio in cui prossimi congiunti avevano richiesto il risarcimento del danno è emerso che, a prescindere dalla correttezza tecnica dell'intervento medico, a monte è mancato proprio il consenso informato.

Pur essendo l'evento - nella specie, due eventi concomitanti - verificatosi qualificato come eccezionale, conferma la Suprema Corte che sarebbe stato comunque dovere del medico informare di tutti i possibili (anche se improbabili) sviluppi della patologia e degli effetti operatori: "il professionista sanitario ha l'obbligo di fornire al paziente, in modo dettagliato, tutte le informazioni scientificamente possibili sull'intervento chirurgico, che intende eseguire, sulle conseguenze normalmente possibili sia pure infrequenti (tanto da apparire "straordinari"), sul bilancio rischi/vantaggi dell'intervento". Una lettura estesa e garantista delle disposizioni di legge, volta appunto a tutelare in modo pieno i beni primari della salute e della vita.

Fonte: StudioCataldi

 
Cartella clinica: fa fede la responsabilità professionale del sanitario PDF Stampa E-mail
Giovedì 12 Dicembre 2013 14:40

La Suprema Corte rilancia l'importanza di quanto il sanitario riporta sulla cartella clinica. Infatti sul suo contenuto si può fondare la responsabilità del sanitario che ha sbagliato l'intervento. Compete, quindi, al sanitario dimostrare il diverso significato dei contenuti del documento.

Non solo, con la recente sentenza n. 9290 dell'8 giugno 2012, la terza sezione civile della Corte di Cassazione ha stabilito, accogliendo il ricorso del paziente, che l'onere della prova contraria incombe sul camice bianco. Gli Ermellini del Palazzaccio sono intervenuti sul caso di un paziente che era rimasto paralizzato in seguito a una medicazione, a suo avviso sbagliata, al cranio. Nella cartella clinica era riportato l'uso di tre farmaci, uno dei quali avrebbe provocato la grave invalidità permanente.

Secondo la Cassazione, che ha ribaltato il verdetto di merito, il contenuto del documento è sufficiente a inchiodare il sanitario. Sul punto, in sentenza, si legge che l'utilizzo contemporaneo dei tre medicamenti - dal consulente ritenuti idonei a causare l'evento lesivo - risultava dalla cartella clinica, compilata dai medici. ".Cartelle di cui il medico ha l'obbligo di controllare la completezza e l'esattezza, ai sensi dell'art. 1176, comma secondo, cod. civ.".

Da ciò deriva che, ".quanto attestato nella cartella clinica, deve ritenersi effettivamente accaduto, a meno che i medici (sanitari - n.d.s.) non provino il diverso significato da attribuire al contemporaneo richiamo nella cartella delle tre sostanze (come usate, separatamente, in medicazioni distinte effettuate nei giorni precedenti, secondo ordinari protocolli sempre seguiti nella prassi)".

 
Funzione di coordinamento e richiesta attribuzione d’indennità PDF Stampa E-mail
Mercoledì 11 Dicembre 2013 07:58

 

Funzione di coordinamento e richiesta attribuzione d’indennità – Cassazione sentenza n. 25198 del 2013
La Corte di Cassazione, sezione lavoro, con la sentenza n. 25198 depositata il 8 novembre 2013 intervenendo in materia retributiva ha confermato che a dare le funzioni di coordinamento basta un superiore senza l’atto discrezionale dei vertici dell’ente. Ai fini del riconoscimento dell’indennità è sufficiente la documentazione proveniente da chi ha il potere di conformare la prestazione del dipendente pubblico.
La vicenda ha riguardato un dipendente dell’Istituto Zooprofilattico  inquadrato nel profilo di collaboratore professionale sanitario (cat. D) che cita il datore di lavoro innanzi al Tribunale in veste di giudice del lavoro chiedeva che gli fosse riconosciuta l’indennità per l’esercizio delle funzioni di coordinamento, prevista dall’art. 10, c. 2-3, del ccnl del Comparto Sanità. Il Tribunale adito accoglie la domanda del dipendente.
Avverso la decisione del giudice di prime cure il datore di lavoro proponeva ricorso innanzi alla Corte di Appello che accogliendo l’impugnazione rigettava la domanda del dipendente. I giudici di appello puntualizzano che l’interpretazione della  “norma collettiva nel senso che l’indennità poteva essere attribuita ai collaboratori professionali appartenenti alla cat. D cui l’azienda avesse conferito l’incarico di coordinamento o per i quali l’azienda stessa avesse riconosciuto l’effettivo svolgimento della funzione di coordinamento. Pertanto, detta indennità non poteva essere riconosciuta per il suo esercizio di fatto, ma presupponeva il suo formale riconoscimento.”
Il dipendente propone con ricorso, basato su un unico motivo di censura, per la cassazione dinanzi alla Corte Suprema.
Gli Ermellini nel ritenere fondate le doglianze del dipendente accolgono il ricorso. In particolare i giudici di legittimità affermano il principio stabilito in precedenti sentenze della Corte con due sentenze del 27.04.10 recanti i nn. 10008 e 10009 “ai sensi dell’art. 64, c. 3 e segg, del d.lgs. 30.03.01 n. 165 per l’interpretazione della norma collettiva, ha interpretato la norma contrattuale nel senso che ai fini del diritto all’indennità ivi prevista il conferimento dell’incarico di coordinamento o la sua verifica (26961-10) con atto formale richiedono che di tale incarico vi sia traccia documentale, che esso sia stato assegnato da coloro che avevano il potere di conformare la prestazione lavorativa del dipendente, e che abbia ad oggetto le attività dei servizi di assegnazione e del personale, restando esclusa la possibilità per l’amministrazione di subordinare il suddetto diritto a proprie ulteriori determinazioni di natura discrezionale.”
CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 08 novembre 2013, n. 25198
Lavoro subordinato – Collaborazione – Funzioni di coordinamento – Richiesta attribuzione d’indennità
Svolgimento del processo
1. – Con ricorso al Giudice del lavoro di Forlì, B.S., premesso di essere dipendente dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia e Romagna, B.U., inquadrato nel profilo di collaboratore professionale sanitario (cat. D), assumendo di aver svolto funzioni di coordinamento delle attività di sub unità di diagnostica e microbiologia degli alimenti, chiedeva che gli fosse riconosciuta l’indennità per l’esercizio delle funzioni di coordinamento, prevista dall’art. 10, c. 2-3, del ccnl del Comparto Sanità, biennio economico 2000-2001.
2. – Accolta la domanda e proposto appello dall’Istituto, la Corte d’appello di Bologna con sentenza 22.12.09 accoglieva l’impugnazione e rigettava la domanda. La Corte d’appello, per quanto qui rileva, interpretava la norma collettiva nel senso che l’indennità poteva essere attribuita ai collaboratori professionali appartenenti alla cat. D cui l’azienda avesse conferito l’incarico di coordinamento o per i quali l’azienda stessa avesse riconosciuto l’effettivo svolgimento della funzione di coordinamento. Pertanto, detta indennità non poteva essere riconosciuta per il suo esercizio di fatto, ma presupponeva il suo formale riconoscimento.
3. – Avverso questa sentenza B. propone ricorso per cassazione, cui risponde l’Istituto U. con controricorso.
Motivi della decisione
4. – Il ricorrente deduce violazione dell’art. 10 del contratto collettivo del Comparto Sanità, biennio economico 2000-2001, sostenendo che l’esercizio della funzione di coordinamento non necessita di un formale atto di incarico dagli organi direttivi aziendali, basato su modalità di esercizio della prestazione discrezionalmente fissate, essendo sufficienti l’effettivo e concreto esercizio da parte del dipendente della funzione di coordinamento ed il successivo formale riconoscimento di detto esercizio da parte dell’azienda.
5. – Sulla spettanza dell’indennità per l’esercizio delle funzioni di coordinamento, prevista dall’art. 10, c. 2-3, del ccnl del Comparto Sanità, biennio economico 2000-2001, stipulato il 20.09.01, e sui requisiti richiesti per il suo godimento questa Corte ha già avuto modo di pronunziarsi. Con due sentenze del 27.04.10 recanti i nn. 10008 e 10009 la Corte, adita ai sensi dell’art. 64, c. 3 e segg, del d.lgs. 30.03.01 n. 165 per l’interpretazione della norma collettiva, ha interpretato la norma contrattuale nel senso che ai fini del diritto all’indennità ivi prevista il conferimento dell’incarico di coordinamento o la sua verifica (26961-10) con atto formale richiedono che di tale incarico vi sia traccia documentale, che esso sia stato assegnato da coloro che avevano il potere di conformare la prestazione lavorativa del dipendente, e che abbia ad oggetto le attività dei servizi di assegnazione e del personale, restando esclusa la possibilità per l’amministrazione di subordinare il suddetto diritto a proprie ulteriori determinazioni di natura discrezionale.
In tale affermazione di principio la successiva elaborazione giurisprudenziale ha individuato i tre requisiti che debbono coesistere nell’espletamento della prestazione ai fini del godimento della richiesta indennità: a) l’incarico deve risultare documentalmente; b) è sufficiente il conferimento dell’incarico, non essendo necessario alcun atto discrezionale ulteriore rispetto alla mera assegnazione degli indicati compiti di coordinamento; c) in terzo luogo, l’assegnazione di tali compiti deve provenire da “coloro che avevano il potere di conformare la prestazione del dipendente” (Cass. 28.01.13 n. 1820).
La Corte territoriale, invece, ha ritenuto che fosse necessario un atto valutativo di natura discrezionale ad hoc, proveniente direttamente dai vertici aziendali e non da coloro che avevano il potere di conformazione dell’attività lavorativa del ricorrente, senza considerare che tale potere non necessariamente si colloca in capo ai vertici aziendali, ma riguarda piuttosto non l’atto di assunzione o di inquadramento del dipendente, ma l’attività lavorativa nella sua concretezza e continuità.
Conseguentemente ha errato la Corte territoriale a non prendere in considerazione la documentazione prodotta dal ricorrente (e ritenuta sufficiente in prime cure per l’accoglimento del diritto di cui è processo) in quanto non proveniente dal vertice aziendale.
6. – In ragione di questa ormai consolidata giurisprudenza, cui il Collegio aderisce, il ricorso è fondato e deve essere accolto, con cassazione della sentenza impugnata e rinvio al giudice indicato in appello, il quale verificherà chi, nella specie, aveva in concreto il potere di conformazione dell’attività lavorativa del ricorrente e se la documentazione prodotta fosse idonea, anche sotto il profilo della provenienza, ad attestare il conferimento della funzioni di coordinamento previste dalla norma contrattuale per l’attribuzione della richiesta indennità.
7.- Al giudice di rinvio va rimessa anche la regolazione delle spese del giudizio.
P.Q.M.
Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Bologna in diversa composizione anche per la regolazione delle spese di giudizio.

 

 

 
Infermiere cagiona morte di neonata subito dopo il parto: è omicidio volontario PDF Stampa E-mail
Mercoledì 11 Dicembre 2013 07:54

Cassazione penale , sez. I, sentenza 24.10.2013 n° 43565

La vita autonoma del feto incomincia con la rottura del sacco che contiene il liquido amniotico e si raggiunge nel momento iniziale del travaglio allorché il feto non è ancora autosufficiente. E' quanto emerge dalla sentenza 24 ottobre 2013, n. 43565 della Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione.

Il caso, secondo quella che era l'ipotesi accusatoria, vedeva un infermiere presso l'AUSL di Viterbo, tramite falsificazione di prescrizione medica del farmaco "Cytotec", procurare ad una donna detto medicinale, che, una volta ingerito, ne aveva accelerato il parto al settimo mese di gravidanza. In seguito aveva cagionato, assieme alla partoriente, la morte della neonata, subito dopo il parto, avvenuta per sofferenza fetale/neonatale su base ipoannossica, in attuazione del comune piano di sopprimere la neonata, bisognosa di assistenza e cure per il parto prematuro provocato, facendole mancare ogni soccorso.

Omicidio volontario della neonata (art. 575 c.p.) o procurato aborto (art. 19, l. n. 194 del 1978)?

Il Procuratore della Repubblica, nel ricorrere per Cassazione ha richiamato la giurisprudenza di legittimità al riguardo, evidenziando che la vita autonoma del feto inizia con la rottura del sacco che contiene il liquido amniotico e si raggiunge nel momento iniziale del travaglio, allorché il feto non è ancora autosufficiente.

La morte intervenuta, secondo il consulente, nella fase intra-peri-partum era, dunque, coerente con l'ipotesi accusatoria di omicidio volontario riconducibile all'accordo criminoso tra l'infermiere e la donna per accelerare farmacologicamente il parto, determinare la nascita di un feto in sofferenza, e non impedirne la morte facendogli mancare le cure e l'assistenza necessarie alla sopravvivenza.

"L'assenza di segni polmonari di avvenuta respirazione, rilevata dal consulente, non contrasterebbe col fatto che la morte si era verificata nella fase del parto; lo stesso consulente, infatti, aveva indicato i segni di vita del feto per la riscontrata presenza, sulla vittima, di "una circoscritta area di imbibizione ed ematosa del tegumento cranico in regione parietale sinistra (tumore da parto), oltre che di petecchie polmonari e cardiache significative dello stato di vita del bambino".

Secondo gli ermellini, la contraddittorietà della motivazione dell'ordinanza emerge con evidenza dal testo della stessa, la quale colloca la morte del feto nelle ultime fasi del parto o immediatamente dopo l'espulsione, accreditandone quindi la vitalità anche per la riscontrata presenza di "petecchie polmonari e cardiache significative dello stato di vita della bambina"; non può essere accolta la tesi dell'imputato il quale sostiene, invece, che il feto fosse già morto prima del parto per mancanza di segni polmonari di avvenuta respirazione e assenza di pianto non avvertito dalla madre, senza valutare la compatibilità di tali elementi a favore della vitalità della neonata, seppure non autosufficiente e sofferente per il parto prematuramente indotto.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 11 Dicembre 2013 07:58
 
Cassazione: caduta dalla barella senza sbarre protettive: la responsabilità dell’Azienda PDF Stampa E-mail
Lunedì 09 Dicembre 2013 09:13

Una donna di 82 anni, esponeva di essere caduta a terra durante la notte in quanto collocata su una barella sprovvista di sbarre e richiedeva il risarcimento dei danni subiti. La paziente era stata accettata presso il Pronto soccorso di una azienda ospedaliera dove veniva trattenuta per accertamenti.

I giudizi di primo e secondo grado si concludevano con il rigetto della domanda risarcitoria per il mancato assolvimento dell’onere probatorio.

 

La Suprema corte ha ribadito che la responsabilità sia del medico che dell'ente ospedaliero per inesatto adempimento della prestazione ha natura contrattuale, con la conseguenza che trovano applicazione il regime proprio di questo tipo di responsabilità quanto alla ripartizione dell'onere della prova. Ed invero, se compete al danneggiato fornire la prova del contratto (o del "contatto") e della insorgenza della situazione patologica e del relativo nesso di causalità con l'azione o l'omissione dei sanitari, resta a carico dell'obbligato - sia esso il sanitario o la struttura - la prova che la prestazione sia stata eseguita in modo diligente e che l'evento dannoso sia stato determinato da un evento imprevisto e imprevedibile.

Gli oneri probatori non mutano anche per il caso in cui si verifichi la caduta dalla barella spettando alla struttura dimostrare la corretta esecuzione della prestazione.

 
Mancato intervento domiciliare guardia medica: reato di "rifiuto di atti di ufficio" PDF Stampa E-mail
Martedì 03 Dicembre 2013 14:21

Durante il proprio turno di "guardia",  il medico e' tenuto ad effettuare, al più presto, tutti gli interventi che gli siano richiesti direttamente dall'utente, oppure ( ove esista ) dalla centrale operativa, entro la fine del turno cui è preposto. (art. 13 , comma III, d.P.R. 25 gennaio 1991, n. 41)

E', pertanto,  ritenuto responsabile del reato di cui all' art. 328, comma 1, del codice penale (rifiuto di atti d'ufficio) il sanitario, in servizio di guardia medica, il quale, messo telefonicamente al corrente di una sintomatologia aspecifica quale il vomito continuo presentato da un bambino in tenera età, si sia limitato a suggerire la somministrazione, mediante "iniezione intramuscolare", di un prodotto indicato per la ipotizzata affezione gastroenterica, rifiutandosi di effettuare la richiesta visita domiciliare, pur a fronte della rappresentata incapacità, da parte dei familiari del bambino, di provvedere alla suddetta somministrazione.

E' quanto stabilito dalla Suprema Corte di Cassazione , con una recente sentenza , con la quale ha inteso "fare chiarezza" sulla delicata e , nel contempo, spinosa questione relativa alla discrezionalità o meno di intervento di assistenza domiciliare da parte del "servizio di guardia medica" (Cassazione penale , sez. VI, 11 febbraio 2009, n. 12143).

Gli "ermellini" romani , chiamati a valutare la corretta applicazione della legge, da parte dei magistrati pronunciatisi sul caso nei due precedenti gradi di giudizio, hanno affermato che " .commette il delitto di rifiuto di atti d'ufficio la guardia medica che, posta telefonicamente al corrente di una grave sintomatologia riferita da un paziente ( o dai suoi "parenti") , non si rechi al domicilio per effettuare un accurato esame clinico, ma si limiti a invitare il chiamante a rivolgersi al "118".   Con riguardo alla guardia medica, infatti, l'obbligo giuridico di attivarsi con urgenza, ove sia richiesto il suo intervento, è posto dall'art. 13 del d.P.R. 25 gennaio 1991 n. 41,  laddove la stessa norma  prevede, a carico del medico che effettua il servizio di guardia in forma attiva, l'obbligo di rimanere a disposizione, durante il turno, «per effettuare gli interventi domiciliari o a livello territoriale che gli saranno richiesti» e di «effettuare al più presto gli interventi che gli siano richiesti direttamente dall'utente».   È pur vero, infatti,  che il medico ha il compito di valutare la necessità di visitare il paziente sulla base del quadro clinico prospettatogli, considerando che il rifiuto rilevante a norma dell'art. 328, comma 1, c.p. deve riguardare un atto indifferibile il cui mancato compimento può comportare un pregiudizio irreparabile; ma una tale discrezionalità può essere sindacata dal giudice alla luce degli elementi di fatto acquisiti agli atti e sottoposti al suo esame, attraverso i quali potrà accertarsi se l'esercizio del potere di valutazione del sanitario sia stato effettivo o, invece, meramente apparente."

Come già evidenziato in precedenti sentenze , la Suprema Corte di Cassazione ha, altresì, precisato nella sua recente pronuncia che " ..del resto, la fattispecie incriminatrice di cui si parla, è delineata come reato di pericolo, nel senso che prescinde dalla causazione di un danno effettivo, e postula semplicemente la potenzialità del rifiuto a produrre un danno o una lesione. In questa prospettiva, è indubbio, di fronte alla denuncia di un grave stato di sofferenza (quale quello lamentato nel caso di specie), che il medico di guardia abbia il dovere di intervenire con tempestività presso il domicilio, per rendersi conto direttamente delle reali condizioni del paziente e apprestare le cure necessarie, mentre la mancata adesione del medico a effettuare la visita domiciliare non può essere considerata espressione di una valutazione discrezionale, ma di un vero e proprio rifiuto di atto d'ufficio." ( in tal senso vedasi anche Cassazione penale , sez. VI, 28 maggio 2008, n. 35344).

In conclusione va , quindi, ribadito che , in tema di rifiuto di atti di ufficio in materia sanitaria, sussiste il presupposto della necessità ed improcrastinabilità della prestazione di assistenza sanitaria da parte del medico di guardia, di cui all'art. 13 del d.P.R. 25 gennaio 1991, n. 41, in caso di richiesta di intervento al fine della somministrazione di farmaci atti ad alleviare le sofferenze continue di un malato. Ne deriva che in tale situazione il rifiuto di intervento da parte del medico è idoneo a integrare il reato di cui all'art. 328, comma 1, c.p. , ovvero di "rifiuto di atti di ufficio", punito con lareclusione da sei mesi a due anni ( in tal senso , ancora,  Cassazione penale , sez. VI, 27 giugno 2000, n. 10445).

 
Cassazione Penale – decreto Balduzzi: limitazione di responsabilità non opera in caso di negligenza PDF Stampa E-mail
Lunedì 02 Dicembre 2013 14:54

Il tribunale di Napoli in primo grado ha assolto dal delitto di lesioni colpose in danno di un minore i sanitari in servizio presso una UOC di Ortopedia e Traumatologia.

Agli imputati era stato contestato di aver cagionato una lesione personale grave dalla quale erano derivate una malattia ed una incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per un tempo superiore ai 40 giorni consistente in una paresi del radiale con conseguente necessità per il paziente di sottoporsi ad un nuovo intervento chirurgico di trasposizione muscolare. Secondo l'accusa i medici avrebbero praticato l'intervento chirurgico di riduzione cruenta ed osteosintesi del radio con placca e viti sebbene l'ultimo controllo radiografico avesse evidenziato i frammenti di frattura affrontati per più di due terzi; il che deponeva in senso favorevole alla consolidazione della lesione e sebbene l'apparecchio gessato fosse ben tollerato, potendo pertanto escludersi problemi di tipo vascolare o neurologico all'arto superiore sinistro legati alla frattura e all'apparecchio gessato. I medici avrebbero quindi determinato, per errore nell'esecuzione dell'atto operatorio, la lesione iatrogena del ramo terminale motorio del nervo radiale e non avrebbero posto immediatamente in essere una idonea terapia neurotrofica, in quanto non si erano avveduti o comunque non avevano sospettato nel post operatorio, l’indicata lesione nervosa.

La corte d’appello partenopea, modificando le conclusioni del primo grado, ha ritenuto sussistere la responsabilità penale del medico che aveva visitato il minore, deciso ed eseguito l’intervento chirurgico attuando le manovre di riduzione cruenta della fattura.

La Suprema corte chiamata a decidere in via definitiva, oltre ad accertare tra l’altro l’intervenuta prescrizione del reato, ha sviluppato alcune considerazioni in merito alla applicabilità delle nuove disposizioni contenute nel cosiddetto decreto Balduzzi.

In tema di responsabilità medica, l'art. 3 della legge n. 189/2012 esclude la rilevanza della colpa lieve per quelle condotte che abbiano osservato linee guida o pratiche terapeutiche mediche virtuose, purché esse siano accreditate dalla comunità scientifica; precisando altresì che comunque la limitazione della responsabilità in caso di colpa lieve prevista dalla legge indicata opera prevalentemente per le condotte professionali conformi alle linee guida contenenti regole di perizia, ma non si estende agli errori diagnostici connotati da negligenza. Pertanto la norma non può in linea di massima riguardare ipotesi di colpa per negligenza o imprudenza perché, come ritenuto in giurisprudenza, le linee guida contengono solo regole di perizia.

Ultimo aggiornamento Lunedì 02 Dicembre 2013 15:00
 
Cassazione – mancanza di attrezzature adeguate? Ne risponde il primario e l'ASL PDF Stampa E-mail
Martedì 26 Novembre 2013 08:22

I genitori di due gemelli hanno intrapreso un giudizio diretto ad ottenere il risarcimento per gli irreversibili danni neurologici derivati da ipossia cerebrale dei piccoli nati prematuri presso una struttura ospedaliera pubblica.

La Corte d’appello, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha affermato la sussistenza di nesso causale tra la condotta del primario del reparto di Ostetricia del presidio ospedaliero e le inadempienze dell’Azienda con il gravissimo ed irreversibile danno neurologico subito dai neonati.

Si è evidenziato, in particolare, un difetto di informazione della gestante circa la carenza di attrezzature idonee a far fronte a parti prematuri, nonché una negligenza nel non disporre il trasferimento presso altra struttura ospedaliera più adeguatamente attrezzata, nonostante la piena prevedibilità delle gravi difficoltà

 
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