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Legittimo il licenziamento per il lavoratore che si rifiuta di indossare le protezioni PDF Stampa E-mail
Mercoledì 22 Gennaio 2014 10:25

Corte di Cassazione Civile, sezione lavoro, sentenza n. 25392 del 12 Novembre 2013. La "legge 626" (d.lgs. 626/1994) pone a carico del datore di lavoro l'obbligo di garantire al lavoratore la fruizione di un ambiente di lavoro salubre e sicuro, eventualmente imponendo l'utilizzo di mezzi di protezione adeguati. Dovere del datore è inoltre quello di redigere un documento di valutazione dei rischi nel quale sono elencati tutti i dispositivi da indossare e le accortezze da seguire e di vigilare affinchè i dipendenti eseguano effettivamente le direttive impartite. L'immediata conseguenza che deriva da detta normativa è l'illegittimità del rifiuto del lavoratore all'utilizzo di questi dispositivi di salvaguardia individuali, come, nel caso di specie, gli occhiali di protezione.

Il rifiuto reiterato al loro utilizzo ha comportato l'applicazione di diverse sanzioni disciplinari, sino al licenziamento.

"All'interno del rapporto di lavoro subordinato, non è legittimo il rifiuto del lavoratore di eseguire la prestazione lavorativa nei modi e nei termini precisati dal datore di lavoro in forza del suo potere direttivo, quando il datore di lavoro da parte sua adempia a tutti gli obblighi derivantigli dal contratto (pagamento della retribuzione, copertura previdenziale e assicurativa etc.), essendo giustificato il rifiuto di adempiere alla propria prestazione, ex art.1 460 Cc, solo se l'altra parte sia totalmente inadempiente, e non se via sia una potenziale controversia su una non condivisa scelta organizzativa aziendale, che non può essere sindacata dal lavoratore, ovvero sull'adempimento di una sola obbligazione, soprattutto ove essa non incida (come avviene per il pagamento della retribuzione) sulle sue immediate esigenze vitali". Questo l'importante principio enunciato dalla Suprema Corte, con il conseguente rigetto del ricorso proposto dal lavoratore licenziato.



Fonte: StudioCataldi

 
Non esiste giustificato motivo di licenziamento del dipendente demansionato. PDF Stampa E-mail
Mercoledì 22 Gennaio 2014 10:23

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 902 del 17 gennaio 2014, ha ribadito che "in materia di licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo determinato da ragioni inerenti all'attività produttiva - nella quale rientra il licenziamento conseguente alla soppressione del posto di lavoro - il datore di lavoro ha l'onere di provare, con riferimento alla capacità professionale del lavoratore ed alla organizzazione aziendale esistente all'epoca del licenziamento, anche mediante elementi presuntivi o indiziari ovvero attraverso fatti positivi, l'impossibilità di adibire utilmente il lavoratore in mansioni diverse da quelle che prima svolgeva o in posti di lavoro confacenti alle mansioni dallo stesso svolte, giustificandosi il recesso solo come extrema ratio".

Nel caso preso in esame dalla Suprema Corte, i giudici di merito avevano osservato, con riguardo al licenziamento, che il lavoratore, responsabile della qualità e del coordinamento delle risorse operative, venne dapprima demansionato, con la sottrazione di tali compiti, e successivamente licenziato per soppressione del posto di lavoro; tale licenziamento - secondo la Corte d'appello - era illegittimo, non avendo il datore di lavoro fornito la prova che il posto era stato soppresso e della contrazione dell'attività commerciale, posto che le mansioni affidate al dipendente erano state attribuite ad altra persona e che la società aveva continuato ad assumere, anche se con contratti atipici, altro personale.

La motivazione adottata dalla Corte territoriale - affermano i giudici di legittimità - è logica, coerente ed appare rispettosa dei principi di diritto richiamati.

Il giudice d'appello ha infatti accertato che non era stata dimostrata dalla ricorrente la soppressione del posto di lavoro; che vi fu nei suoi confronti un progressivo demansionamento, sino a quando non venne licenziato; che le mansioni di responsabile della qualità e di coordinamento delle risorse operative vennero attribuite ad altra dipendente; che anche le mansioni commerciali gli vennero sottratte "con motivazioni... rimaste del tutto generiche in ordine alla possibilità di aprire nuove mercati"; che non era stata provata la contrazione dell'attività commerciale, posto che la società aveva continuato ad assumere, anche se con contratti atipici, varie persone.

Alla stregua di tali accertamenti - si legge nella sentenza - sono prive di fondamento le censure mosse alla impugnata sentenza, avendo la Corte territoriale dato esaurientemente conto delle ragioni del suo convincimento, con motivazione immune da vizi e senza incorrere in omissioni o contraddizioni.

Con riguardo, poi, alle assunzioni di nuovo personale successivamente al licenziamento - precisa la Suprema Corte - "è necessario che il datore di lavoro, sul quale grava il relativo onere probatorio, indichi (e dimostri) le assunzioni effettuate, il relativo periodo, le qualifiche e le mansioni affidate ai nuovi assunti e le ragioni per cui tali mansioni non siano da ritenersi equivalenti a quelle svolte dal lavoratore licenziato, tenuto conto della professionalità raggiunta dal lavoratore medesimo."



Fonte: StudioCataldi

 
Ingiuria - minaccia di vendetta: e' reato dire «Lei non sa chi sono io, te la farò pagare»! PDF Stampa E-mail
Mercoledì 22 Gennaio 2014 10:19

«Lei non sa chi sono io, la pagherà», non è solo una frase un po' patetica e fuori moda ma anche un reato! Così , con la sentenza n. 11621 del 27 marzo 2012, la Quinta sezione penale di Cassazione ha ribaltato la decisione con cui il Giudice di pace di Salerno aveva assolto dai reati di ingiuriaminacce un uomo che era stato querelato per essersi rivolto al suo interlocutore mediante espressioni del genere “lei non sa chi sono io” e “te la farò pagare”.

Espressioni che - a detta dei giudici di legittimità - andavano lette in "combinato disposto" nonché attentamente valutate nel merito anche in ordine al concreto ambito in cui erano state pronunciate.

La Cassazione, con la sentenza 11621 ha accolto, quindi, la richiesta del procuratore della Corte d'Appello di Salerno che voleva la condanna per ingiurie e minacce del ricorrente, “salvato” invece dal giudice di pace. Il giudice di prima istanza aveva escluso, sbagliando, la portata minacciosa dell'espressione «lei non sa chi sono io». Una frase, spiega la Cassazione, che va letta in "combinato disposto" con la promessa di una vendetta che può essere percepita dall'ascoltatore, più plausibile proprio perché chi la pronuncia lascia intendere di essere in una posizione in cui può nuocere.

Sempre secondo il giudice di pace, l'ira dell’imputato sarebbe stata provocata da un fatto ingiusto,ovvero una querelache la signora minacciata aveva presentato contro il "personaggio misterioso".

Anche in questo caso la Cassazione ha precisato che “una denuncia non può essere di per sé considerata un’ingiustizia a prescindere dalla sua fondatezza, in ogni caso la reazione non era arrivata a caldo, facendo così presumere che fosse solo il risultato di vecchi rancori”.

Con la sentenza di oggi la Cassazione torna per la seconda volta a sottolineare l'inopportunità di ricorrere a un modo di dire che è indice di arroganza e maleducazione e spesso, anche di fantasia.

La prima volta lo ha fatto, con la sentenza numero 138 del 2006, confermando una sanzione disciplinare a carico di un avvocato.

Quest’ultimo, aveva pronunciato la frase “incriminata” pretendendo da una dipendente del Consiglio dell’Ordine di appartenenza maggiori ossequi nei suoi confronti, durante una fila per fare delle fotocopie. La Cassazione, con la sentenza numero 138 del 2006, aveva dato torto all’avvocato facendo notare che “nel suo sproloquio, non aveva usato il titolo di dottoressa. Perché non sapeva chi era la signora che faceva le fotocopie”

Questa “bacchettata” da parte della Corte si è, dunque, ripetuta nella recentissima sentenza n. 11621/12. , con la quale la Suprema Corte di Cassazione ha evidenziato che la frase “incriminata” va letta in “combinato disposto” con la promessa di una vendetta, e che chi l’ha pronunciata lascia intendere di essere in una posizione in cui può nuocere; pertanto ha stabilito che si configurano gli elementi costitutivi dei reati di ingiurie e minacce.

Sull’argomento interviene,altresì, l’avv. Eugenio Gargiulo il quale precisa che oramai tutti noi abbiamo, nei rapporti interpersonali, o comunque anche nelle occasioni di lavoro e del vivere sociale, delle circostanze che possono o che comunque ci costringono delle volte a rispondere, di fronte all'arroganza di altre persone, "lei non sa chi sono io". Tuttavia da sola questa frase non costituisce reato a meno che non sia inserita nel contesto della frase "lei non sa chi sono io e te la farò,quindi, pagare". In questo caso ,giustamente, il Supremo organo di legittimità ( la Corte di Cassazione), ha criticato la decisione del giudice di pace, perché effettivamente in questo “contesto” la persona può realmente sentirsi minacciata.

In tutti gli altri casi, le persone che si vogliano sfogare , pronunciando “Lei non sa chi sono io” lo potranno tranquillamente continuare a fare senza essere suscettibili di un’imputazione penale!!!


 
Illegittimo il licenziamento per abbandono della postazione se l'atto è causato da pressione. PDF Stampa E-mail
Lunedì 20 Gennaio 2014 14:41

Corte di Cassazione Civile, sezione lavoro, sentenza n. 589 del 14 Gennaio 2014. La sanzione massima dell'espulsione - cioè del licenziamento - del lavoratore dall'azienda può essere correttamente irrogata solo secondo criteri tassativi e pur sempre nel rispetto del principio di proporzionalità. E' illegittimo il licenziamento inflitto per ragioni che non possono essere qualificate giudizialmente come giusta causa.

Nel caso in oggetto un dipendente è stato licenziato dopo che lo stesso avrebbe ingiustificatamente abbandonato la propria postazione durante l'orario di lavoro. In realtà, in corso di causa, è emerso che l'atto di lasciare il luogo di lavoro è stato dettato da l'ennesimo comportamento discriminatorio datoriale: al lavoratore sarebbe stato intimata la perquisizione poiché sospettato di aver sottratto alcuni beni appartenenti all'azienda.

A tale pratica era sottoposto ormai da molto tempo e, nonostante i continui reclami e richieste di intervento rivolte ai superiori gerarchici, questa condizione era finita per divenire psicologicamente insostenibile. Impugnato il licenziamento, esso veniva rigettato in primo grado mentre la sentenza veniva completamente riformata in appello, con contestuale condanna del datore di lavoro al risarcimento del danno. Contro tale statuizione l'azienda proponeva ricorso in Cassazione.

Secondo la Suprema Corte ogni tipo di valutazione richiesta dal caso in esame riguarda il merito, e come tale è insindacabile dal giudice di legittimità se non nei limiti del difetto o irragionevolezza della motivazione. Il giudizio di proporzionalità - cioè di effettiva sproporzione tra licenziamento e condotta vessatoria subita dal lavoratore - è questione riservata al giudice d'appello, il quale ha correttamente valutato tutte le prove prodotte in giudizio, formando su di esse il proprio convincimento. Da ciò, la carenza di proporzionalità e dunque di giusta causa hanno determinato l'illegittimità della misura sanzionatoria adottata.



Fonte: StudioCataldi.it

 

 
Cassazione: differenze tra danno da mobbing e danno alla professionalità. PDF Stampa E-mail
Lunedì 20 Gennaio 2014 14:28

Corte di Cassazione Civile, sezione lavoro, sentenza n. 172 dell'8 Gennaio 2014. In tema di tutela del lavoro il danno alla professionalità è circostanza ben differente dal danno psichico e fisico causato dal mobbing; se il secondo consiste nella sofferenza del soggetto causata da trattamenti umanamente degradanti ad opera di superiori gerarchici o da colleghi in genere, il danno professionale è espressamente collegato al demansionamento del lavoratore, protratto nel tempo. Comportamento che può nello specifico comportare una perdita di opportunità lavorative per il dipendente. Le due figure sono quindi ben distinte e l'accertamento dell'una non implica automatica insorgenza dell'obbligo di risarcimento del danno anche per l'altra.


Nel caso di specie il giudice ha accertato l'evento mobbing a carico del ricorrente - nella specie, provvedimenti disciplinari privi di fondamento e trasferimenti illegittimi - al quale è stato riconosciuto il risarcimento del danno biologico. Il fatto che il giudice del merito abbia accolto la domanda di risarcimento relativa al mobbing mentre abbia rigettato quella collegata al danno alla professionalità, secondo la Suprema Corte, non è assolutamente illogico; la circostanza del demansionamento va provata (cosa in questo caso non avvenuta) e l'onere della prova resta pur sempre a carico del dipendente. 

Il ricorso proposto dal dipendente interessato, proposto impugnando la sentenza d'appello di accoglimento parziale, è quindi rigettato dalla Corte di Cassazione.
Fonte: StudioCataldi.it

 

 
Sicurezza, colpevole il datore di lavoro che omette di installare la segnaletica di pericolo Fonte: PDF Stampa E-mail
Venerdì 17 Gennaio 2014 17:12

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 956 del 13 gennaio 2014, ha respinto il ricorso di un datore di lavoro avverso la decisione con cui era stato ritenuto colpevole, quale amministratore unico di una Società, del reato ex art.163 del D.lgs. n.81 del 2008 per avere omesso di installare la necessaria cartellonistica che informasse di una situazione di pericolo e, in particolare, di una piattaforma esistente al cancello d'ingresso del piazzale aziendale utilizzato dai mezzi di trasporto.

Il Tribunale aveva ritenuto che lo scontro avvenuto fra un automezzo in entrata e la piattaforma sovrastante l'accesso avesse messo in evidenza l'omessa adozione della necessaria cautela oggetto della fattispecie legale.  La Suprema Corte - ritenendo infondato il motivo di ricorso del datore di lavoro il quale lamentava un'errata applicazione di legge ex art. 606, lett. b) cod. proc. pen. per avere il giudice, non applicando correttamente gli artt. 2 e 163 della legge citata, applicato una revisione che si dirige ai soli dipendenti del "datore di lavoro" e che non può avere come riferimento coloro che non sono legati all'azienda da un rapporto di lavoro, come appunto il conducente di un automezzo di altra ditta che faceva ingresso nel piazzale, per il quale possono valere i principi di responsabilità fissati dall'art. 2051 cod. civ. - condivide il principio di diritto fissato con la sentenza, n. 23147 del 17 aprile 2012, secondo cui: "In tema di prevenzione nei luoghi di lavoro, le norme antinfortunistiche non sono dettate soltanto per la tutela dei lavoratori nell'esercizio della loro attività, ma sono dettate anche a tutela dei terzi che si trovino nell'ambiente di lavoro, indipendentemente dall'esistenza di un rapporto di dipendenza con il titolare dell'impresa. 

Ne consegue che ove in tali luoghi vi siano macchine non munite dei presidi antinfortunistici e si verifichino a danno del terzo i reati di lesioni o di omicidio colposi, perché possa ravvisarsi l'ipotesi del fatto commesso con violazione delle norme dirette a prevenire gli infortuni sul lavoro, di cui agli artt. 589, comma secondo, e 590, comma terzo, cod. pen., nonché la perseguibilità d'ufficio delle lesioni gravi e gravissime, ex art. 590. u.c., cod. pen., è necessario e sufficiente che sussista tra siffatta violazione e l'evento dannoso un legame causale, il quale ricorre se il fatto sia ricollegabile all'inosservanza delle predette norme secondo i principi di cui agli artt. 40 e 41 cod. pen., e cioè sempre che la presenza di soggetto passivo estraneo all'attività ed all'ambiente di lavoro, nel luogo e nel momento dell'infortunio non rivesta carattere di anormalità, atipicità ed eccezionalità tali da fare ritenere interrotto il nesso eziologico tra l'evento e la condotta inosservante, e la norma violata miri a prevenire l'incidente verificatosi.".

 

Tale principio - precisano i giudici di legittimità - risponde all'esigenza di prevenzione in favore di tutti coloro che vengono in relazione con i luoghi di lavoro, tale dovendosi intendere anche il piazzale e il relativo accesso utilizzati per il transito e lo stazionamento dei mezzi che trasportano beni necessari per l'attività produttiva.

E' evidente - si legge nella sentenza - che l'accesso di un automezzo non può dirsi occasionale o imprevisto e del resto, la lettura del comma secondo dell'art.163, citato, rende evidente che al datore di lavoro è fatto obbligo di apporre tutti i segnali stradali necessari alla regolazione del traffico interno al luogo di produzione e all'opificio, cosi confermandosi in modo inequivoco la finalità e il contenuto delle regole di prevenzione che non possono che avere come riferimento tutti coloro che vengono a trovarsi coinvolti nella mobilità interna.



Fonte: www.StudioCataldi.it

 
Lavoratore in ferie si rende irreperibile? Licenziamento illegittimo PDF Stampa E-mail
Martedì 14 Gennaio 2014 12:05

Cassazione civile , sez. lavoro, sentenza 03.12.2013 n° 27057 (Riccardo Bianchini)

Un'amministrazione locale aveva inviato alcuni ordini di servizio presso il domicilio del lavoratore dipendente che, in qual momento, si trovava in altra località durante il peridio di godimento delle proprie ferie (debitamente richieste e concesse dall'amministrazione datore di lavoro).

Tali ordini di servizio, mai ritirati dal lavoratore, avevano ad oggetto la revoca delle ferie concesse e l'ordine di riprendere l'attività lavorativa.

Al mancato rispetto degli ordini di servizio così inviati, era dunque seguito il licenziamento del lavoratore: licenziamento prontamente impugnato.

Nel corso dei due gradi di merito il lavoratore otteneva pronunce ad esso favorevoli, nel senso dell'accertamento dell'illegittimità del licenziamento così disposto.

L'amministrazione locale aveva quindi proposto ricorso per cassazione al fine di veder affermata l'erroneità della pronuncia di secondo grado.

In particolare, il ricorrente deduceva una serie articolata di motivi di ricorso.

In primo luogo, veniva dedotto l'erroneità consistente nel ritenere che le comunicazioni di richiamo in servizio inviate presso il domicilio del dipendente fossero irrilevanti essendo questi in ferie. Ciò, secondo il ricorrente, sia in base al principio di cui alla sentenza della Corte costituzionale n. 3 del 2010, dichiarativa dell'illegittimità costituzionale dell'art. 140 c.p.c., secondo cui la notificazione effettuata ai sensi di tale disposizione si perfeziona comunque, per il destinatario, con il ricevimento della raccomandata informativa, sia in base all'art. 23 del c.c.n.l. applicabile, il quale prevedeva tra i doveri del dipendente quello di "comunicare all'Amministrazione la propria residenza e, ove non coincidente, la dimora temporanea nonché ogni successivo mutamento delle stesse".

Da tali ordini di ragionamento, secondo il ricorrente, il dipendente in ferie sarebbe stato tenuto a comunicare la sua dimora temporanea ed i successivi eventuali mutamenti al datore di lavoro.

Tale motivo veniva però ritenuto infondato, in quanto la Corte ha ritenuto che sussiste il diritto del datore di lavoro di conoscere il luogo ove inviare comunicazioni al dipendente nel corso del rapporto di lavoro e non già durante il legittimo godimento delle ferie, stante sia la natura costituzionalmente tutelata del godimento delle ferie, che le connesse esigenze di privacy.

In altri termini, “il lavoratore è libero, salvo diverse pattuizioni, di godere secondo le modalità e nelle località che ritenga più congeniali al recupero delle sue energie psicofisiche”, senza che sussista alcun obbligo di comunicare al datore di lavoro il luogo di destinazione, cosa, questa che comporterebbe “una inammissibile e gravosa attività di comunicazione formale, magari giornaliera, dei suoi spostamenti.”

Veniva poi dedotto che, ai sensi dell'art. 2109 c.c. e dell'art. 18 del c.c.n.l. applicabile, il datore avrebbe avuto il diritto di richiamare dalle ferie il dipendente con ordine per quest'ultimo vincolante, permanendo, anche durante il godimento delle ferie, il potere del datore di lavoro di modificare il periodo feriale anche a seguito di una riconsiderazione delle esigenze aziendali.

In conseguenza di ciò, la Corte d'appello avrebbe errato nella sua pronuncia nel non applicare l'art. 55, d.lgs. n. 165/01 e l'art. 25 del c.c.n.l. di riferimento: disposizioni, queste, che consentirebbero il licenziamento per assenza ingiustificata del lavoratore, quale che fosse la causa dell'assenza.

In sostanza, secondo il ricorrente, il licenziamento sarebbe legittimo in quanto conseguirebbe ad una assenza ingiustificata derivante, a propria volta, dal corretto esercizio del potere di revocare le ferie già concesse. Una volta revocate le ferie il lavoratore avrebbe cioè dovuto rientrare in servizio immediatamente.

Sul punto, la pronuncia mette però in risalto una circostanza ben precisa in ordine al potere datoriale di revocare le ferie già concesse: ossia che esso sia esercitato non soltanto prima dell'inizio delle stesse, ma finanche con un congruo preavviso di tempo.

In sostanza, la Corte ha ritenuto infondato l'argomento del ricorrente negando in radice il presupposto iniziale del ragionamento. Il datore di lavoro, secondo la pronuncia in esame, ben può motivatamente revocare le ferie, ma ciò soltanto prima che esse abbiano iniziato a decorrere, affermando testualmente che il potere di revoca in questione “presuppone all'evidenza una comunicazione tempestiva ed efficace, idonea cioè ad essere conosciuta dal lavoratore prima dell'inizio del godimento delle ferie, tenendo conto che il lavoratore non è tenuto, salvo patti contrari, ad essere reperibile durante il godimento delle ferie”.

Ultimo aggiornamento Martedì 14 Gennaio 2014 12:27
 
Risarcimento al lavoratore privato dell’aggiornamento e demansionato PDF Stampa E-mail
Venerdì 10 Gennaio 2014 14:41

Con la sentenza n. 1012 del 17 dicembre 2013 la Cassazione ha accordato agli eredi di un medico che durante la sua vita lavorativa aveva subìto un demansionamento sia il danno biologico, provocato dall’ansia e dalla depressione, che morale.

L’uomo, un oculista, era stato privato della facoltà di operare e visitare i pazienti, ed assegnato a compiti marginali, ossia a certificare le dimissioni dei pazienti; era stato, poi, trasferito per una non meglio precisata incompatibilità ambientale.

Perciò si era rivolto al giudice promuovendo un procedimento d’urgenza, all’esito del quale era stato reintegrato ma assegnato a mansioni mortificanti.

Aveva, quindi, fatto causa all’Asl, chiedendo il risarcimento del danno biologico per essere affetto da sindrome ansioso-depressiva, e morale; l’uomo lamentava in particolare di subire un vero e proprio mobbing.

Sul punto, si riportano le considerazioni del giudice di merito: «il mobbing evoca una condotta del datore di lavoro, o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità. Ai fini della configurabilità della condotta lesiva del datore di lavoro sono, pertanto, rilevanti: a) la molteplicità dei comportamenti di carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato con intento vessatorio; b) l’evento lesivo della salute o della personalità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la condotta del datore, o del superiore gerarchico, e il pregiudizio all’integrità psico-fisica del lavoratore; d) la prova dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio.

 
Cassazione Civile – (responsabilità medica: il paziente deve dedurre una inadempienza “vestita”) PDF Stampa E-mail
Giovedì 09 Gennaio 2014 14:25

La Corte di Cassazione, nel decidere sull’impugnazione di una sentenza d’appello con la quale era stata rigettata la domanda di risarcimento del danno per una presunta ipotesi di responsabilità medica, ha evidenziato un importante principio in materia.

Nelle cause di responsabilità professionale medica, il paziente non può limitarsi ad allegare un inadempimento, quale che esso sia, ma deve dedurre l'esistenza di una inadempienza, per così dire, vestita, astrattamente efficiente, cioè, alla produzione del danno, di talché, solo quando lo sforzo

probatorio dell'attore consenta di ritenere dimostrato il contratto (o contatto sociale) e l'insorgenza o l'aggravamento della patologia, con l'allegazione di qualificate inadempienze in tesi idonee a porsi come causa o concausa del danno, scatterà l'onere del convenuto di dimostrare o che nessun rimprovero di scarsa diligenza o di imperizia può essergli mosso, o che, pur essendovi stato un suo inesatto adempimento, questo non ha avuto alcuna incidenza eziologica nella produzione del danno.

[Avv. Ennio Grassini – www.dirittosanitario.net]

Ultimo aggiornamento Venerdì 10 Gennaio 2014 14:50
 
Falsi titoli al concorso USL: no al risarcimento del danno per la candidata penalizzata PDF Stampa E-mail
Giovedì 09 Gennaio 2014 14:22

La Suprema Corte ha confermato la sentenza con cui veniva respinta la domanda di risarcimento dei danni avanzata nei confronti di un Comune, di alcune Aziende sanitarie, della Regione e di un Ordine dei medici e degli odontoiatri, per una ipotesi di responsabilità per mancato diligente controllo della documentazione prodotta da altro candidato in un concorso per titoli ed esami bandito da una USL.

La professionista si era collocata al quinto posto, in quanto l’altro concorrente era risultato primo in graduatoria nonostante non possedesse il titolo di studio richiesto, atteso che in un secondo momento il medesimo aveva patteggiato la pena di mesi dieci di reclusione, col beneficio della sospensione condizionale, per i delitti di falso, truffa ed esercizio abusivo della professione, per cui a seguito dello scorrimento della graduatoria lei si era venuta a trovare solo come la prima dei non assunti.

Secondo la Cassazione, i primi giudici avevano adeguatamente spiegato con argomentazione logica ed immune da rilievi di natura giuridica, che l'inutilizzabilità della graduatoria era dipesa esclusivamente dal fatto che al momento dell'istanza tesa alla copertura del posto in questione, resosi vacante a seguito dell'emanazione del provvedimento di esclusione del sanitario senza titoli, era già abbondantemente decorso il biennio previsto, per la validità della stessa graduatoria approvata in data 9 agosto 1990 e che, spirato tale periodo di validità, costituiva solo una facoltà dell'amministrazione quella di provvedere attingendo alla stessa selezione, per cui la ricorrente non poteva vantare alcun diritto soggettivo al riguardo.

 
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