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DIRITTO A PROGRAMMARSI LA PROPRIA VITA QUOTIDIANA PDF Stampa E-mail
Lunedì 03 Febbraio 2014 08:29

I TURNI DI LAVORO DEVONO ESSERE COMUNICATI CON CONGRUO ANTICIPO – Per consentire ai dipendenti la programmazione del tempo libero (Cassazione Sezione Lavoro n. 12962 del 21 maggio 2008, Pres. Senese, Rel. Stile).

Luciano A. ed altri dipendenti, con qualifica di conduttori, della s.p.a. Sepsa, esercente pubblici servizi di trasporto, hanno chiesto al Tribunale di Napoli di condannare l’azienda al pagamento di un’indennità di disagio per omessa tempestiva programmazione degli orari di lavoro. Essi hanno fatto presente che lo svolgimento della loro prestazione lavorativa era articolato sulla base di una turnazione predisposta autonomamente per ogni giornata dalla datrice di lavoro e comunicata il

giorno precedente; ciò li collocava in “disponibilità” e impediva loro di programmare le ore di svago, la vita di relazione e i riposi quotidiani, in quanto essi non erano posti nella condizione di conoscere, con adeguato anticipo, quale parte della giornata sarebbe stata impegnata dal lavoro. I ricorrenti hanno fatto riferimento all’art. 10 della legge 14 febbraio 1958 n. 138 secondo cui le aziende esercenti autoservizi pubblici di linea devono affiggere i turni di servizio per informare i dipendenti e all’obbligo per la datrice di lavoro di osservare le regole di correttezza come previsto

dall’art. 1175 cod. civ., nonché di tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei dipendenti, in base all’art. 2087 cod. civ. e all’art. 32 Cost. Rep.. Il Tribunale ha accolto la domanda condannando l’azienda al pagamento di un’indennità giornaliera di lire 6.000. Questa decisione è stata integralmente riformata, in grado di appello, dalla Corte di Napoli che ha negato il diritto dei lavoratori all’indennità, escludendo l’obbligo per l’imprenditore di far conoscere i turni con congruo anticipo. I lavoratori hanno proposto ricorso per cassazione, censurando la decisione della Corte di Napoli per vizi di motivazione e violazione di legge.

La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 12962 del 21 maggio 2008, Pres. Senese, Rel. Stile) ha accolto il ricorso. L’art. 10 della L. 14 febbraio 1958 n. 138 – 2 ha rilevato la Corte – dispone che le aziende esercenti autoservizi pubblici di linea extraurbani adibiti al trasporto dei viaggiatori “devono affiggere i turni di servizio negli uffici, nelle autostazioni, nei depositi e nelle officine in modo che il personale ne possa prendere conoscenza”; tale disposizione, imponendo al datore di lavoro di affiggere i turni, è intesa a consentire al lavoratore stesso una ragionevole programmazione del proprio tempo in relazione agli impegni lavorativi e non può quindi essere interpretata nel senso che l’affissione possa avvenire a ridosso dell’inizio della prestazione. La Corte d’Appello – ha osservato la Cassazione – al contrario, ha affermato, a sostegno della propria

decisione, che, in tema di orario di lavoro, limiti allo ius variandi non sarebbero configurabili, trattandosi di rapporti di lavoro a “tempo pieno”, rispetto ai quali nessuna norma di legge o di contratto ne faceva previsione, sicché il comportamento dell’azienda doveva ritenersi legittimo; ma così interpretando la disposizione in oggetto, non si è fatta carico di considerare la finalità della stessa, ritenendo, in mancanza di una norma che specificasse il tempo necessario per una adeguata

conoscenza preventiva, che anche una comunicazione dell’inizio del turno lavorativo avvenuta soltanto il giorno precedente, fosse rispettosa del generico dettato legislativo. Tale convincimento – ha affermato la Suprema Corte – appare del tutto arbitrario e lesivo della dignità del lavoratore che la norma di riferimento, letta anche alla luce dell’art. 32 Cost., mira, invece, a tutelare; né può sostenersi che un tale ragionamento sarebbe applicabile solo al lavoro part-time (nel quale, prima l’art. 5 della legge 19 dicembre 1984 n. 263 e poi l’art. 2 del D.lgs. 25 febbraio 2000 n. 61, hanno previsto espressamente l’indicazione della collocazione temporale della prestazione lavorativa), giacché le esigenze di programmabilità del tempo libero, ravvisate espressamente dal legislatore nell’ambito del rapporto di lavoro part-time, sussistono, anche se in maniera meno pressante, all’interno del rapporto di lavoro a tempo pieno. Anche per i rapporti a tempo pieno, infatti – ha osservato la Corte – il tempo libero ha una specifica importanza stante il rilievo sociale che assume lo svolgimento di attività sportive, ricreative, culturali, sociali,politiche, scolastiche ecc., o anche di un secondo lavoro, nel caso in cui non sia prevista una clausola di esclusiva. Con questa motivazione la Suprema Corte ha cassato la decisione impugnata, rinviando la causa, per nuovo esame, alla Corte d’Appello di Napoli, in diversa composizione.

 
Colpa per assunzione: ecco cos'è PDF Stampa E-mail
Lunedì 03 Febbraio 2014 08:24

Il medico specializzando non è presente nella struttura per la sola formazione professionale, la sua non è una mera presenza passiva nè lo specializzando può essere considerato un mero esecutore d'ordini del tutore anche se non gode di piena autonomia; si tratta di un'autonomia che non può essere disconosciuta, trattandosi di persone che hanno conseguito la laurea in medicina e chirurgia e, pur tuttavia, essendo in corso la formazione specialistica, l'attività non può che essere caratterizzata da limitati margini di autonomia in un'attività svolta sotto le direttive del tutore. Ma tale autonomia, seppur vincolata, non può che ricondurre allo specializzando le attività da lui compiute; e se lo specializzando non è (o non si ritiene) in grado di compierle deve rifiutarne lo svolgimento perchè diversamente se ne assume le responsabilità (c.d. colpa per assunzione ravvisabile in chi cagiona un evento dannoso essendosi assunto un compito che non è in grado di svolgere secondo il livello di diligenza richiesto all'agente modello di riferimento). Pertanto sussiste la responsabilità professionale sia per i medici strutturati che per gli specializzandi.




Cassazione penale, Sez. IV, sentenza del 22.2.2012, n. 6981


...omissis...

Motivi della decisione

I ricorsi sono infondati e vanno respinti.

Preliminarmente, si deve rilevare che il termine prescrizionale per il reato contestato, di sette anni e sei mesi, di cui è stato eccepito l'avvenuto decorso dalla difesa della G., a causa del periodo di sospensione di mesi 5 e giorni 2, non è ad oggi spirato (venendo, infatti, a compimento il 12.2.2012).

Inoltre, quanto alla pretesa tardi vita della querela, dedotta dalla difesa del V., la censura è aspecifica essendosi limitata a riproporre in questa sede pedissequa mente la medesima doglianza già rappresentata sia in sede di appello sia finanche in primo grado e da entrambi i giudici di merito disattesa con motivazione ampia e congrua, immune da vizi ed assolutamente plausibile (pagg. 13-15 della sentenza del Tribunale e pagg. 11-12 di quella impugnata) che hanno ricondotto al 21.6.2004, data della chiara relazione del Prof. C., il momento in cui i genitori esercenti la potestà sulla persona offesa hanno avuto piena e completa conoscenza del fatto reato astrattamente ascrivibile al V. nella sua "dimensione soggettiva ed oggettiva". Onde correttamente è stata ritenuta la tempestività della querela del 29.7.2004. Ed è stato affermato che nè inammissibile il ricorso per cassazione fondato su motivi che ripropongono le stesse ragioni già discusse e ritenute Infondate dal giudice del gravame, dovendosi gli stessi considerare non specifici.

La mancanza di specificità del motivo, invero, dev'essere apprezzata non solo per la sua genericità, come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell'impugnazione, questa non potendo ignorare le esplicitazioni del giudice censurato senza cadere nel vizio di aspecificità conducente, a mente dell'art. 591, comma 1 lett. c), all'inammissibilità" (Cass. pen. Sez. 4, 29.3.2000, n. 5191).

Quanto alle censure di carenza motivazionale si rammenta che il nuovo testo dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), come modificato dalla L. 20 febbraio 2006, n. 46, con la ivi prevista possibilità per la Cassazione di apprezzare i vizi della motivazione anche attraverso gli "atti del processo", non ha alterato la fisionomia del giudizio di cassazione, che rimane giudizio di legittimità e non si trasforma in un ennesimo giudizio di merito sul fatto. In questa prospettiva, non è tuttora consentito alla Corte di Cassazione di procedere ad una rinnovata valutazione dei fatti ovvero ad una rivalutazione del contenuto delle prove acquisite, trattandosi di apprezzamenti riservati in via esclusiva al giudice del merito. Il novum normativo, invece, rappresenta il riconoscimento normativo della possibilità di dedurre in sede di legittimità il cosiddetto "travisamento della prova", finora ammesso in via di interpretazione giurisprudenziale:

cioè, quel vizio in forza del quale la Cassazione, lungi dal procedere ad una inammissibile rivalutazione del fatto e del contenuto delle prove, può prendere in esame gli elementi di prova risultanti dagli atti onde verificare se il relativo contenuto sia stato o no "veicolato", senza travisamenti, all'interno della decisione (Cass. pen. Sez. 5, n. 39048 del 25.9.2007, Rv. 238215).

Ciò peraltro vale nell'ipotesi di decisione di appello difforme da quella di primo grado, in quanto nell'ipotesi di doppia pronunzia conforme, come nel caso di specie per quel che concerne la ritenuta penale responsabilità, il limite del devolutum non può essere superato ipotizzando recuperi in sede di legittimità, salva l'ipotesi in cui il giudice d'appello, al fine di rispondere alle critiche contenute nei motivi di gravame, richiami atti a contenuto probatorio non esaminati dal primo giudice (Cass. pen., sez. 2, 15.1.2008, n. 5994; Sez. 1, 15.6.2007, n. 24667, Rv. 237207; Sez. 4, 3.2.2009, n. 19710, Rv. 243636), evenienza non verificatasi nel procedimento in esame. Ancora, va rammentato (con particolare riguardo alle censure sub 2 di entrambi i ricorsi), che "nella motivazione della sentenza il giudice di merito non è tenuto a compiere un'analisi approfondita di tutte le deduzioni delle parti e a prendere in esame dettagliatamente tutte le risultanze processuali, essendo invece sufficiente che, anche attraverso una valutazione globale di quelle deduzioni e risultanze, spieghi, in modo logico e adeguato, le ragioni che hanno determinato il suo convincimento, dimostrando di aver tenuto presente ogni fatto decisivo; nel qual caso devono considerarsi implicitamente disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata e ravvisare, quindi, la superfluità delle deduzioni suddette" (Cass. pen. Sez. 4, 24.10.2005, n. 1149, Rv. 233187).

Per il resto, nettamente infondate s'appalesano le censure sub 2) e 3) nell'interesse della G. e quelle sub 3) e 4) nell'interesse del V., tenuto conto delle esaurienti argomentazioni addotte in ordine al ravvisato nesso eziologico tra condotte ed evento sulla scorta dei principi della nota sentenza c.d.

"Franzese" ed in particolare del corretto giudizio controfattuale svolto alla luce delle deposizioni dei dottori Ca. e C. della Neuromed che operarono il T., essendo pacifico l'andamento ingravescente della patologia riscontrata e la possibilità di successo terapeutico dipendente dalla tempestività dell'intervento chirurgico.

E' palese, inoltre, il contenuto prettamente generico del riproposto motivo sub 4) nell'interesse del V. (v. pag. 14 sent. impugnata), escludendosi in radice la ricorrenza nel caso di specie della ventilata Ipotesi della c.d. "motivazione apparente", ravvisabile soltanto quando sia del tutto avulsa dalle risultanze processuali o si avvalga di argomentazioni di puro genere o di asserzioni apodittiche o di proposizioni prive di efficacia dimostrativa, cioè, in tutti i casi in cui il ragionamento espresso dal giudice a sostegno della decisione adottata sia soltanto fittizio e perciò sostanzialmente inesistente (Cass. pen. Sez. 5, n. 24862 del 19.5.2010, Rv. 247682). Si evidenzia, ancora, l'infondatezza delle censure sub 2) e 3) del ricorso del V., dal momento che il Giudice a quo, sulla scorta della non meno attenta ed approfondita motivazione della sentenza di primo grado e della relazione del Prof. C., ha non solo evidenziato che il dr. V. aveva omesso di diagnosticare al piccolo T. "lo slargamento della regione sellare all'interno della quale era presente un tessuto con pareti calcifiche ed a contenuto pseudo cistico con la componente posteriore più voluminosa..." (pag. 15 sent.) ma altresì evidenziato che la detta omissione diagnostica andava ritenuta sicuramente macroscopica, secondo quanto correttamente rilevato dal consulente di parte civile Z.P. ed escluso che l'eventuale rarità della patologia potesse confondersi con la difficoltà della diagnosi. E, sulla scorta dei rilievi dello stesso consulente della difesa, dr. F., i giudici di merito sono giunti ad affermare che il V. disponeva di tutte le cognizioni necessarie per l'effettuazione di una corretta diagnosi, in tal modo escludendo la necessità a tal fine di una peculiare ed ulteriore specializzazione. Peraltro, la Corte territoriale ha puntualizzato come nel caso di specie non possa trovare applicazione in sede penale il principio civilistico della colpa grave sancito dall'art. 2236 c.c. (Cass. pen. Sez. 4, n. 46412 del 28.10.2008, Rv.

242251).

Analoghe considerazioni (pagg. 19-25, non meno approfondite e puntuali di quelle svolte dal Tribunale nella sentenza di 1^ grado a pagg. 19-31, dalle quali si evince il grado macroscopico dell'errore della G., laddove trascrisse in modo del tutto difforme la diagnosi oculistica della dr.ssa Cr., particolarmente significativi delle implicazioni che comportano le vantazioni prettamente neurologiche di competenza della ricorrente che neppure valutò correttamente - senza nutrire il minimo sospetto di anomalie in atto, come dalla stessa sostanzialmente ammesso - quegli ulteriori dati dalla medesima imputata annotati in cartella clinica circa la sintomatologia - cefalee, risvegli notturni e vomito - lamentata dal piccolo paziente) sono state correttamente svolte in relazione alla G., che, ormai prossima alla specializzazione, non aveva rifiutato l'incarico affidatole: di qui la "c.d. colpa per assunzione". In proposito è stato affermato che "Il medico specializzando non è presente nella struttura per la sola formazione professionale, la sua non è una mera presenza passiva nè lo specializzando può essere considerato un mero esecutore d'ordini del tutore anche se non gode di piena autonomia; si tratta di un'autonomia che non può essere disconosciuta, trattandosi di persone che hanno conseguito la laurea in medicina e chirurgia e, pur tuttavia, essendo in corso la formazione specialistica, l'attività non può che essere caratterizzata da limitati margini di autonomia in un'attività svolta sotto le direttive del tutore. Ma tale autonomia, seppur vincolata, non può che ricondurre allo specializzando le attività da lui compiute; e se lo specializzando non è (o non si ritiene) in grado di compierle deve rifiutarne lo svolgimento perchè diversamente se ne assume le responsabilità (c.d. colpa per assunzione ravvisabile in chi cagiona un evento dannoso essendosi assunto un compito che non è in grado di svolgere secondo il livello di diligenza richiesto all'agente modello di riferimento). Pertanto sussiste la responsabilità professionale sia per i medici strutturati che per gli specializzandi" (Cass. pen., Sez. 4, 10.12.2009, n. 6215, non massimata nel CED e richiamata in sentenza).
Consegue il rigetto del ricorsi e, ai sensi dell'art. 616 c.p.p., la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali oltre alla rifusione delle spese di questo giudizio in favore delle parti civili liquidate come in dispositivo.
P.Q.M.
Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali oltre alla rifusione delle spese in favore delle parti civili che liquida in complessivi Euro 3.500,00 oltre accessori come per legge.

 

 
Cassazione: il chirurgo è responsabile anche dell'intervento chirurgico perfetto se non c'è consenso PDF Stampa E-mail
Lunedì 03 Febbraio 2014 08:21

In tema di consenso informato nell'ambito di attività medico-chirurgica, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16543 depositata il 28 luglio 2011 ha stabilito che il diritto al consenso informato, in quanto diritto irretrattabile della persona, va comunque e sempre rispettato dal sanitario, a meno che non ricorrano casi di urgenza, rinvenuti, a seguito di un intervento concordato e programmato e per il quale sia stato richiesto e sia stato ottenuto il consenso, che pongano in gravissimo pericolo la vita della persona, bene che riceve e si correda di una tutela primaria nella scala dei valori giuridici a fondamento dell'ordine giuridico e del vivere civile, o si tratti di trattamento sanitario obbligatorio.

La terza sezione civile ha poi precisato che tale consenso è talmente inderogabile che non assume alcuna rilevanza per escluderlo che l'intervento absque pactis sia stato effettuato in modo tecnicamente corretto, per la semplice ragione che a causa del totale deficit di informazione il paziente non è posto in condizione di assentire il trattamento, per cui nei suoi confronti, comunque, si consuma una lesione di quella dignità che connota nei momenti cruciali - la sofferenza fisica e psichica - la sua esistenza".

Fonte:StudioCataldi

 
Si può licenziare l'infermiere che sbaglia il dosaggio del paziente. PDF Stampa E-mail
Giovedì 30 Gennaio 2014 14:39

Corte di cassazione civile Roma - sentenza 13317/05 del 21/06/2005

SENTENZA

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

L’Ospedale pediatrico del Bambin Gesu’ di Roma ha licenziato per giustificato motivo soggettivo, con preavviso, la infermiera professionale D.G. A. L., previa rituale contestazione dei seguenti due addebiti: aver il giorno 20 maggio 1997 preparato (e consegnato per la somministrazione), una terapia con dosaggio superiore a quello prescritto; avere il 22 maggio successivo, in relazione all’episodio precedente, tenuto una condotta aggressiva ed ingiuriosa verso la caposala e le colleghe.

L’impugnazione del licenziamento e’ stata respinta dal primo giudice e, in sede di appello, dalla Corte d’Appello di Roma con sent. 25 giugno/ 17 ottobre 2002 n. 2783, che all’esito di un’ampia istruttoria testimoniale ha ritenuto i fatti accertati ed il loro disvalore proporzionato al provvedimento solutorio assunto.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione la D. G., con cinque motivi.

L’Ospedale intimato si e’ costituito con controricorso, resistendo; ha depositato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con i primo motivo la ricorrente, deducendo omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su punto decisivo della controversia (art. 360, n. 5 c.p.c.), censura la sentenza impugnata per la valutazione delle risultanze istruttorie relative al primo episodio; contestato il sovradosaggio, che sarebbe affermato solo dalla madre del bambino, mentre si trattava di una bolla d’aria; sostiene che vi era la prassi per cui gli infermieri non somministravano direttamente il farmaco al bambino ricoverato, ma lo consegnavano ala madre.

Contestato poi il secondo episodio, che sarebbe affermato dalla sola caposala.

Il motivo e’ palesemente infondato.

La deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimita’ non il potere di riesaminare il merito della intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio,bensi’ la sola facolta’ di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico- formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilita’ e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicita’ dei fatti ad esse sottesi, dando, cosi’, liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti (salvo i casi tassativamente previsti dalla legge).

Ne consegue che il preteso vizio di motivazione, sotto il profilo della omissione, insufficienza, contraddittorieta’ della medesima, puo’ legittimamente dirsi sussistente solo quando, nel ragionamento del giudice di merito, sia rinvenibile traccia evidente del mancato (o insufficiente) esame di punti decisivi della controversia, prospettato dalle partii o rilevabile di ufficio, ovvero quando esista insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l'identificazione del procedimento logico- giuridico posto a base della decisione (Cass. 9 febbraio 2004 n. 2399; Cass. Sez. Un. 27 dicembre 1997 n. 13045; Cass. Sez. Un. 11 giugno 1998 n. 5802; Cass. 22 ottobre 1993 n. 10503).

La ricorrente si limita a prospettare una diversa ricostruzione dei fatti, senza evidenziare alcun vizio logico della sentenza impugnata, che appare ampiamente e congruamente motivata.

Con il secondo motivo la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 39 e 42, comma 6, lett. f) e g) del contratto collettivo; difetto di motivazione travisamento di fatto in relazione ai fatti oggetto della previsione contrattuale.

Il motivo e’ inammissibile, non essendo consentito a questa Corte di legittimita’ il sindacato diretto dei contratti collettivi.

Con il terzo motivo la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 421, 2° comma, e 424 c.p.c., si duole che il giudice d’appello non abbia accolto la richiesta di esperimento giudiziario e7o di consulenza tecnica d’ufficio, e non l’abbia disposta d’ufficio.

Valgono le considerazioni del primo motivo.

Sono infine infondati il quarto motivo, con cui la ricorrente afferma che il giudice del merito viola il principio istituzionale secondo cui jura novit curia, ed il quinto motivo, con cui la ricorrente ritorna sulla valutazione delle prove e sulla proporzionalita’ della sanzione, senza offrire alcun argomento suscettibile di formare oggetto di sindacato di legittimita’.

Il ricorso va pertanto respinto.

Le spese processuali seguono la soccombenza e vengono liquidate in Euro 32, 00 oltre Euro millecinquecento per onorari di avvocato.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente a pagare le spese del presente giudizio liquidate in Euro 32,00 oltre Euro millecinquecento per onorari di avvocato, oltre spese generali, IVA e CPA..

Roma, 16 gen. 2004.

Depositata in Cancelleria il 21 giugno 2005.

 
Cassazione: lavoratore ha diritto al trasferimento per assistere il familiare disabile PDF Stampa E-mail
Mercoledì 29 Gennaio 2014 08:39

orte di Cassazione Civile, sezione lavoro, sentenza n. 28320 del 18 Dicembre 2013.Un dipendente del Ministero della Giustizia, in servizio da diversi anni, ha presentatodomanda di trasferimento dal proprio ufficio, richiesta fondata sulla necessità di avvicinarsi alla madre disabile, bisognosa di cure e assistenza continue. A seguito del diniego, il lavoratore si è rivolto al giudice competente, ottenendo ragione in appello.

Il Ministero della Giustizia ha proposto ricorso in Cassazione affidandosi ad un unico motivo di contestazione.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermato quale sia la ratio dell'art. 33, comma 5, della legge 104/1992 (legge-quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate)normativa di riferimento per la risoluzione del caso in oggetto: quella di favorire appunto la migliore assistenza al familiare disabile (legato al lavoratore da un rapporto di affinità o di parentela), interesse - quello appunto di garantire un'assistenza effettiva e continuativa al disabile - che è sicuramente superiore a quello, opposto, del datore di lavoro, di mantenere la risorsa entro una determinata sede aziendale. Proprio per tale motivo, il lavoratore può effettuare la scelta della sede di lavoro, quanto più possibile alla propria residenza o domicilio, non solo nel momento genetico del contratto - cioè solo al momento dell'assunzione - maanche in un momento successivo, presentando appunto domanda di trasferimento. La necessità effettiva, alla base della legittima richiesta di trasferimento presentata al datore di lavoro, deve essere riscontrata dal giudice il quale effettuerà indagini caso per caso.

Fonte: StudioCataldi.it

Ultimo aggiornamento Martedì 18 Novembre 2014 08:34
 
Danno biologico ed esistenziale: Cassazione ne chiarisce la consistenza PDF Stampa E-mail
Mercoledì 29 Gennaio 2014 08:29

Cassazione civile , sez. III, sentenza 14.01.2014 n° 531

La sentenza n. 531/2014 della Corte di Cassazione (III Sez. civile) rappresenta un’ulteriore occasione per la Suprema Corte di chiarire le nozioni di “danno esistenziale” e “danno biologico”, locuzioni queste troppo spesso utilizzate in modo inopportuno o quanto meno inappropriato.

L’organo giurisdizionale, giudicando in merito ad una controversia sorta in seguito ad un grave incidente ai danni di un operario verificatosi per il cedimento di una piattaforma su cui lo stesso aveva preso posto, puntualizza che le espressioni “danno esistenziale” e “danno biologico” non esprimono distinte categorie di danno, tantomeno l’uno può considerarsi una sottocategoria dell’altro, trattandosi, piuttosto di locuzioni meramente descrittive dell’unica categoria di danno, che è quella del danno non patrimoniale, da identificarsi nel danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica.

In realtà, quindi, nel caso di specie, sostiene la Corte non vi è alcuna incongruenza logica-giuridica nel fatto che i giudici del merito, abbiano riconosciuto il risarcimento del danno esistenziale e non già di quello biologico. Difatti, oltre a quanto già sostenuto in merito al carattere meramente descrittivo di siffatte locuzioni, si rammenta che le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, nel procedere alla sistemazione della figura del “danno non patrimoniale” con le note sentenze di San Martino, hanno chiaramente affermato che, in tema di danno alla persona, il riconoscimento del carattere “omnicomprensivo” del risarcimento del danno non patrimoniale non può andare a scapito del principio della “integralità” del risarcimento medesimo. Corollario di detto principio è che il danno biologico (cioè la lesione della salute), quello morale (cioè la sofferenza interiore) e quello dinamico-relazionale (altrimenti definibile “esistenziale”, e consistente nel peggioramento delle condizioni di vita quotidiane) non costituiscono una conseguenza indefettibile in tema di lesione dei diritti della persona, occorrendo valutare, caso per caso, se il danno non patrimoniale, nella fattispecie concreta, presenti o meno siffatti aspetti. Il compito del giudice consiste, dunque, nell’accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio arrecato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore-uomo si siano verificate e procedendo alla loro integrale riparazione.

Ne consegue che la mancanza di danno biologico non esclude la configurabilità in astratto di una danno morale soggettivo (da sofferenza interiore) e di un danno dinamico-relazionale, quale conseguenza, autonoma, della lesione medicalmente accertabile, che si colloca e si dipana nella sfera dinamico-relazionale del soggetto. Inoltre quando il fatto lesivo ha profondamente alterato il complessivo assetto dei rapporti personali all’interno della famiglia, provocando, come nel caso di specie, una rimarchevole dilatazione dei bisogni e dei doveri ed una determinante riduzione, se non annullamento, delle positività che dal rapporto parentale derivano, il danno non patrimoniale consistente nello sconvolgimento delle abitudini di vita del genitore in relazione all’esigenza di provvedere perennemente ai bisogni del figlio, sopravvissuto a lesioni seriamente invalidanti, deve senz’altro trovare ristoro nell’ambito della tutela ulteriore apprestata dall’art. 2059 cod. civ.in caso di lesione di un interesse della persona costituzionalmente protetto (Cass. 31 maggio 2003, n. 8827; Cass. 20 ottobre 2005, n. 20324; Cass. 12 giugno 2006, n. 13546).

 
Un altro NO al danno TANATOLOGICO! PDF Stampa E-mail
Martedì 28 Gennaio 2014 15:59

Non è risarcibile il danno tanatologico, da perdita del diritto alla vita, fatto valere iure successionis dagli eredi del de cuius, per l'impossibilità tecnica di configurare l'acquisizione di un diritto risarcitorio derivante dalla lesione di un bene intrinsecamente connesso alla persona del titolare, e da questo fruibile solo in natura: e invero, posto che finchè il soggetto è in vita, non vi è lesione del suo diritto alla vita, mentre, sopravvenuto il decesso, il morto, in quanto privo di capacità giuridica, non è in condizione di acquistare alcun diritto, il risarcimento finirebbe per assumere, in casi siffatti, un'anomala funzione punitiva, particolarmente percepibile laddove il risarcimento dovesse essere erogato a eredi diversi dai congiunti o, in mancanza di successibili, addirittura allo Stato.


Cassazione civile, Sezione III, 28.6.2011, n. 14259

Svolgimento del processo

I fatti di causa possono così ricostruirsi sulla base della sentenza impugnata.

Il (OMISSIS) Z.V., mentre alla guida della sua autovettura transitava sulla carreggiata sud dell'autostrada (OMISSIS), andò a collidere contro lo spigolo posteriore destro di un autotreno di proprietà della società Beauvier Rhon Alpes s.r.l., condotto da G.L., fermo in avaria sulla sua stessa corsia di marcia. Nell'urto la guidatrice riportò lesioni gravissime che ne determinarono rapidamente la morte.

I genitori della vittima Z.L. e F.L., la sorella Z.E. e la nonna D.L.A. convennero in giudizio innanzi al Tribunale di Torino il proprietario e il conducente dell'autotreno nonchè l'UCI -Ufficio Centrale Italiano - s.p.a. chiedendo di essere risarciti dei danni subiti.

Si costituì in giudizio la sola società assicuratrice che contestò l'avversa pretesa.

Con sentenza del 22 novembre 2002 il giudice adito, ritenuta la esclusiva responsabilità del G. nella causazione del sinistro, condannò i convenuti in solido al pagamento della somma di Euro 104.832,34 in favore di ciascuno dei genitori; di quella di Euro 32.217,40, in favore della sorella; e della somma di euro 23.079,19, in favore di D.L.A., oltre interessi legali da computasi sui predetti importi dalla data della sentenza al saldo.

Su gravame principale degli attori e incidentale di UCI la Corte d'appello di Torino, in data 22 ottobre 2008, ha condannato gli appellati in solido al pagamento delle ulteriori somme di Euro 10.406,80 e di Euro 22.756,80, in favore, rispettivamente, di Z.L. e di F.L., mentre ha rigettato l'appello incidentale. Avverso detta pronuncia propongono ricorso per cassazione Z.L., F.L. ed Z.E., formulando un unico motivo.

Resiste con controricorso UCI s.p.a. - Ufficio Centrale Italiano - che propone altresì ricorso incidentale affidato a un solo mezzo.
Motivi della decisione

1 Va preliminarmente disposta, ai sensi dell'art. 335 cod. proc. civ., la riunione dei ricorsi proposti da Z.L., F.L. ed Z.E., nonchè da UCI s.p.a. avverso la stessa sentenza.

2 Ragioni di ordine logico impongono di partire dall'esame del ricorso incidentale.

Con esso si denunciano vizi motivazionali, ex art. 360 c.p.c., n. 5, in ordine alla affermazione della esclusiva responsabilità del G. nella causazione del sinistro.

Erroneamente il giudice di merito avrebbe invero ritenuto l'incidente addebitabile al conducente dell'autotreno, sulla base delle dichiarazioni da questi rese in sede di interrogatorio, senza neppure chiarire quali fossero i fatti a sè sfavorevoli, e favorevoli alla controparte, dallo stesso ammessi.

Il decidente avrebbe in realtà fatto malgoverno del materiale probatorio acquisito, dimostrativo del fatto che la Z. viaggiava a velocità elevata e che proprio tale circostanza le aveva impedito di porre tempestivamente in essere la manovra necessaria a evitare l'impatto con l'autotreno, fermo per avaria sulla corsia di emergenza.

3 Le critiche non hanno pregio.

La Corte territoriale ha ritenuto l'incidente addebitale al G., in ragione dell'assoluta pericolosità della condotta di guida dallo stesso osservata. Secondo quanto affermato in sede di interrogatorio, infatti, il convenuto, constatata l'avaria dell'autotreno, anzichè attendere i soccorsi in un'area in cui non avrebbe creato intralcio per la circolazione, si era spostato sulla corsia di marcia e, al momento dell'impatto, neppure aveva ancora posizionato il triangolo, essendo intento a parlare a telefono. Ha anche escluso il decidente la sussistenza di elementi che potessero far ritenere la responsabilità concorrente della Z. nella causazione del sinistro, considerato che la vittima non aveva potuto spostarsi sulla corsia di sorpasso per essere questa occupata da un'altra autovettura.

4 Osserva il collegio che, contrariamente all'assunto del ricorrente, l'iter argomentativo attraverso il quale il giudice di merito ha motivato la scelta decisoria adottata è conforme ai principi giuridici che governano la materia della circolazione stradale, logicamente corretto ed esente da aporie o da contrasti disarticolanti tra emergenze fattuali e soluzione giuridica adottata.

La ricostruzione della fattispecie concreta, basata su una lettura del materiale istruttorie estremamente analitica e improntata a massime di esperienza ampiamente condivisibili, è del tutto plausibile, essendo semmai apodittica l'affermazione di una concorrente responsabilità della vittima nella causazione del sinistro.

L'assoluta congruità dell'apparato motivazionale rende insindacabile in sede di legittimità l'accolta versione delle modalità del sinistro e la valutazione della condotta dei singoli soggetti che vi furono coinvolti, in quanto giudizi di merito, sottratti al sindacato di guesta Corte (confr. Cass. civ. 23 febbraio 2006, n. 4009).

Il ricorso è conseguentemente respinto.

5 Passando all'esame dell'impugnazione principale, nell'unico motivo gli impugnanti lamentano violazione dell'art. 2059 cod. civ. e art. 2 Cost. ex art. 360 c.p.c., n. 3. Senza contestare che, in base alla ricostruzione delle modalità del sinistro accolta dal giudice di merito, la morte della loro congiunta fu praticamente immediata, sostengono i ricorrenti che, in base ai più recenti arresti delle sezioni unite del Supremo Consesso, il danno non patrimoniale patito dalla danneggiata sarebbe comunque ad essi dovuto, essendo ravvisabili, nella condotta del conducente dell'autotreno, gli estremi del reato di omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme sulla circolazione stradale. Deducono quindi che in sede di gravame proprio di tale pregiudizio, spettante alla loro dante causa e nella cui titolarità essi erano subentrati in qualità di successori, avevano chiesto l'attribuzione.

6 Anche tali critiche sono infondate.

L'affermazione del giudice di merito, secondo cui, considerata l'eziologia dell'incidente, non era stato provato il consolidarsi in capo alla Z. di un proprio danno morale, come tale trasmissibile agli eredi, di talchè nulla poteva essere riconosciuto agli attori iure hereditatis, è conforme alla consolidata giurisprudenza di legittimità, dalla quale il collegio non intende discostarsi.

Questa Certe ha invero a più riprese ribadito:

a) che in caso di lesione dell'integrità fisica con esito letale, un danno biologico risarcibile in capo al danneggiato, trasmissibile agli eredi, è configurabile solo se la morte sia intervenuta dopo un apprezzabile lasso di tempo, sì da potersi concretamente configurare un'effettiva compromissione dell'integrità psicofisica del soggetto leso, non già quando la morte sia sopraggiunta immediatamente o comunque a breve distanza dall'evento, giacchè essa non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla salute, ma lesione di un bene giuridico diverso, e cioè del bene della vita (confr. Cass. civ. 17 gennaio 2008, n. 870; Cass. civ. 28 agosto 2007, n. 18163;

Corte cost. n. 372 del 1994);

b) che parimenti il danno cosiddetto catastrofale - e cioè la sofferenza patita dalla vittima durante l'agonia - è risarcibile e può essere fatto valere iure hereditatis unicamente allorchè essa sia stata in condizione di percepire il proprio stato, abbia cioè avuto l'angosciosa consapevolezza della fine imminente, mentre va esclusa quando all'evento lesivo sia conseguito immediatamente il coma e il danneggiato non sia rimasto lucido nella fase che precede il decesso (confr. Cass. civ. 28 novembre 2008, n. 28423; Cass. civ. 24 marzo 2011, n. 6754);

c) che non è risarcibile il danno tanatologico, da perdita del diritto alla vita, fatto valere iure successionis dagli eredi del de cuius, per l'impossibilità tecnica di configurare l'acquisizione di un diritto risarcitorio derivante dalla lesione di un bene intrinsecamente connesso alla persona del titolare, e da questo fruibile solo in natura: e invero, posto che finchè il soggetto è in vita, non vi è lesione del suo diritto alla vita, mentre, sopravvenuto il decesso, il morto, in quanto privo di capacità giuridica, non è in condizione di acquistare alcun diritto, il risarcimento finirebbe per assumere, in casi siffatti, un'anomala funzione punitiva, particolarmente percepibile laddove il risarcimento dovesse essere erogato a eredi diversi dai congiunti o, in mancanza di successibili, addirittura allo Stato (confr. Cass. civ. 24 marzo 2011, n. 6754; Cass. civ. 16 maggio 2003, n. 7632); 7 A ben vedere, a monte di tali opzioni ermeneutiche, e soprattutto dell'ultima, vi è l'elementare considerazione che, in caso di morte di un congiunto, la stessa nozione di risarcimento per equivalente - e cioè di un intervento a carico del danneggiante che serva a rimettere il patrimonio del soggetto leso nella situazione in cui si sarebbe trovato se non fosse intervenuto l'atto illecito - ha senso solo con riferimento alle conseguenze di carattere patrimoniale del fatto pregiudizievole, predominante essendo invece la funzione consolatoria dell'erogazione pecuniaria (non a caso tradizionalmente definita denaro del pianto), inattuabile, per forza di cose, nei confronti del defunto (confr. Cass. civ. 6754/2011 e 7632/2003 cit.).


Dirimente è in proposito la considerazione della irriducibile a somma disomogeneità tra bene inciso e mezzo attraverso il quale ne viene attuata la reintegrazione e, prima e ancor più, dell'impossibilità fisica di erogare la tutela in favore del soggetto che di quel bene era titolare.

8 In definitiva entrambi i ricorsi devono essere rigettati. L'esito complessivo del giudizio consiglia compensarne integralmente le spese tra le parti.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta entrambi. Compensa integralmente tra le parti le spese del giudizio.

 

 
Responsabilità del sanitario: il caso del concorso di cause umane e cause naturali. PDF Stampa E-mail
Martedì 28 Gennaio 2014 15:55

Corte di cassazione civile sentenza 15991/11 del 21/07/2011

Qualora la produzione di un evento dannoso, quale una gravissima patologia neonatale (concretatasi, nella specie, in una invalidità permanente del 100%), possa apparire riconducibile, sotto il profilo eziologico, alla concomitanza della condotta del sanitario e del fattore naturale rappresentato dalla pregressa situazione patologica del danneggiato (la quale non sia legata all'anzidetta condotta da un nesso di dipendenza causale), il giudice, accertata, sul piano della, causalità materiale (correttamente intesa come relazione tra la condotta e l'evento di danno,giusta disposto dell'art. 1221 c.c., comma 1), l'efficienza eziologica della condotta rispetto all'evento in applicazione della regola di cui all'art. 41 c.p. (a mente della quale il concorso di cause preesistenti, simultanee o sopravvenute, anche se indipendenti dall'azione del colpevole, non esclude il rapporto di causalità fra l'azione e l'omissione e l'evento), così ascrivendo l'evento di danno interamente all'autore della condotta illecita, può poi procedere, eventualmente anche con criteri equitativi, alla valutazione della diversa efficienza delle varie concause sul piano della causalità giuridica (correttamente intesa come relazione tra l'evento di danno e le singole conseguenze dannose risarcibili all'esito prodottesi) onde ascrivere all'autore della condotta, responsabile tout court sul piano della causalità materiale, un obbligo risarcitorio che non ricomprenda anche le conseguenze dannose non riconducibili eziologicamente all'evento di danno bensì determinate dal fortuito, come tale inteso la pregressa situazione patologica del danneggiato non etiologicamente riconducibile, a sua volta, a negligenza, imprudenza, imperizia del sanitario.




Cassazione civile, Sez. III, 21.7.2011, n. 15991

Svolgimento del processo

C.S. e C.T., in proprio e come genitori esercenti potestà sul figlio A., convennero in giudizio dinanzi al tribunale di Roma la Casa Generalizia Fatebenefratelli, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni subiti dal minore in conseguenza di condotte negligenti e imprudenti tenute dal personale medico chiamato ad assistere sia l'attrice al momento del parto, sia il neonato (al quale sarebbe stata poi riconosciuta una invalidità permanente nella misura del 100%) subito dopo la nascita.

Nella contumacia dell'ente convenuto, il giudice di primo grado accolse la domanda, riconoscendo al minore un risarcimento pari ad Euro 1.473.592, ed ai genitori in proprio quello di Euro 100.970.

La corte di appello di Roma, investita del gravame principale proposto dall'ente ospedaliere, lo rigettò (accogliendo invece quello incidentale dei coniugi C. in punto di liquidazione delle spese processuali di primo grado).

La sentenza è stata impugnata dalla Casa Generalizia con ricorso per cassazione sorretto da 3 motivi.

Resistono con controricorso C.T. e C.S..
Motivi della decisione

Il ricorso è fondato nei limiti di cui si dirà.

Con il primo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 1176, comma 2, artt. 1218, 1223, 2043, 2236, 2697 c.c., artt. 40 e 41 c.p.; omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su fatti controversi e decisivi per il giudizio.

Il motivo si conclude con il seguente quesito di diritto:

Dica la Corte se, nella valutazione della condotta del medico ospedaliero, sia possibile pervenire ad un'imputazione, oltre il ragionevole dubbio, della responsabilità esclusiva per negligenza a causa del danno occorso al paziente pretermettendo una precisa e motivata valutazione singulatim dell'efficienza causale di tutte le concause naturali dell'evento così come documentate e provate nel corso del giudizio di merito.

Quanto al censurato vizio di motivazione, il fatto controverso verrà sintetizzato dalla difesa della ricorrente, giusta disposto dell'art. 366 bis c.p.c., nella valutazione e quantificazione dell'efficienza causale delle concause naturali dell'evento occorso al piccolo C.A..

Con il secondo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1176 comma 2, 1218, 2043, 2236, 2697 c.c.. Omissione di motivazione.

Il motivo trova la sua sintesi nel seguente quesito di diritto:

Dica la Corte se, in tema di responsabilità medica, ai fini dell'accertamento del nesso di causalità giuridica, il giudice del merito, facendo applicazione di una seria legge di prevedibilità scientifica, debba scrutinare la possibile dipendenza dell'evento lesivo dai suoi antecedenti fattuali e valutare, in questo contesto, l'incidenza del factum superveniens rappresentato dalla dedotta condotta omissiva dei sanitari, accertando altresì se risulti specularmente improbabile, anche se solo possibile, che la predetta condotta omissiva sia stata causa dell'evento, senza che sia lecito procedere ad una compensatio culpae cum causa.

I motivi, che possono essere esaminati congiuntamente attesane la intrinseca connessione, sono meritevoli di accoglimento, sia pur entro i rigorosi limiti di cui di qui a breve si dirà.

Va in premessa esclusa la correttezza del ragionamento giuridico che si dipana per lunghi tratti del primo motivo di ricorso nella parte in cui (specie a f. 18) viene evocata, in guisa di criterio causale operante ed applicabile nel campo della responsabilità civile, la regula iuris, predicata dalla sezioni unite penali di questa corte, dell'alto o elevato grado di credibilità razionale o probabilità logica, onde "il ragionevole dubbio, in base all'evidenza disponibile sulla reale efficacia condizionante della condotta omissiva del medico rispetto ad altri fattori interagenti nella produzione dell'evento lesivo comportano l'esito assolutorio del giudizio" (Cass. ss. uu. penali n. 30328 del 2002).

Questa corte regolatrice ha difatti avuto modo di affermare (Cass. 21619/07; Cass. ss. uu. 576/2008 nonchè, nella sostanza, Cass. 4400/04) come la disomogenea morfologia e la disarmonica funzione del torto civile rispetto al reato consenta - e addirittura imponga - l'adozione di un diverso criterio di analisi della causalità materiale, quello, cioè, della probabilità relativa, criterio altrimenti definito del "più probabile che non", rettamente inteso come analisi specifica e puntuale di tutte le risultanze probatorie del singolo processo - nella sua dimensione di "unicità" non ripetibile), della singola vicenda di danno, della singola condotta causalmente efficiente alla produzione dell'evento, tutte a loro volta permeate di una non ripetibile unicità (di talchè la conseguente svalutazione della regola statistica e sovente di quella scientifica non appare un metagiuridico cedimento ad ideali aneliti riparatori cui dar respiro tout court in seno al processo, quanto piuttosto una attenta valorizzazione e valutazione della specificità del caso concreto, onde la concorrenza di cause di diversa incidenza probabilistica non conduca ipso facto alla aberrante regola del 50% plus unum, bensì alla compiuta valutazione dell'evidenza del probabile (così, esemplificando,se, in tema di danni da trasfusione di sangue infetto, le possibili concause appaiono plurime e quantificabili in misura di dieci, ciascuna con un'incidenza probabilistica pari al 3%, mentre la trasfusione attinge al grado di probabilità pari al 40%, non per questo la domanda risarcitoria sarà per ciò solo rigettata - o geneticamente trasmutata in risarcimento da chance perduta -, dovendo viceversa il giudice, secondo il suo prudente apprezzamento che trova la sua fonte nella disposizione di legge di cui all'art. 116 c.p.c., valutare la complessiva evidenza probatoria del caso concreto e addivenire, all'esito di tale giudizio comparativo, alla più corretta delle soluzioni possibili, pur nella non confortante consapevolezza della natura di malinconico ossimoro del sintagma "accertamento del nesso causale", la cui "incertezza" trova una assai felice rappresentazione nel verso virgiliano felix qui potuit rerum cognoscere causa ...) -.

Non colgono parimenti nel segno le argomentazioni del primo e del secondo motivo di ricorso nella parte in cui affrontano il tema del concorso di cause e della conseguente valutazione dell'efficienza etiologica, nella produzione dell'evento, di ciascuna singola (e concorrente) concausa.

Il ragionamento probatorio proposto dalla difesa della ricorrente - di cui è esplicita traccia ed esplicita conferma in una recente pronuncia di questa corte regolatrice, la sentenza n. 975 del 2009 - si fonda su di una presunta concorrenza efficiente di eventi e di antecedenti fattuali da valutare in funzione di una più corretta e puntuale affermazione di responsabilità esclusiva dei sanitari, valutazione peraltro pretermessa da parte del giudice di appello proprio sotto l'aspetto di una più precisa e motivata analisi dell'efficienza etiologica di tutte le concause naturali dell'evento.

Il fondamento teorico sotteso a tale argomentazione, quello cioè dell'efficienza concausale del fortuito (in esso ricompresa la pregressa condizione del paziente, nella specie un neonato) non coglie nel segno sul piano della causalità materiale, onde al dictum della pronuncia del 2009 di questa stessa sezione il collegio ritiene di non poter dare, in parte qua, continuità, altra e diversa apparendo la questione della rilevanza delle concause nella diversa dimensione della causalità giuridica (pur evocata dal ricorrente nel quesito posto a conclusione del secondo motivo di doglianza).

Con la pronuncia 975/09, intervenuta a definizione di un complesso caso di responsabilità medica, questa corte ha difatti affrontato la questione del concorso fra causa naturale (nella specie, uno stato patologico pregresso del paziente) e causa umana, legittimando la possibilità per il giudice del merito, in sede di accertamento del nesso causale tra condotta ed evento, di procedere alla specifica identificazione della parte di danno rapportabile all'uno o all'altra, eventualmente con criterio equitativo, con conseguente graduazione o riduzione proporzionale dell'obbligo risarcitorio del professionista, in evidente ed esplicita soluzione di continuità con un consolidato orientamento di questa giurisprudenza di legittimità (per tutte, Cass. 16 febbraio 2001, n. 2335), a mente del quale, in base ai principi di cui agli art. 40 e 41 c.p., "qualora le condizioni ambientali od i fattori naturali che caratterizzano la realtà fisica su cui incide il comportamento imputabile dell'uomo siano sufficienti a determinare l'evento di danno indipendentemente dal comportamento medesimo, l'autore dell'azione o della omissione resta sollevato, per intero, da ogni responsabilità dell'evento, non avendo posto in essere alcun antecedente dotato in concreto di efficienza causale; qualora, invece, quelle condizioni non possano dar luogo, senza l'apporto umano, all'evento di danno, l'autore del comportamento imputabile è responsabile per Intero di tutte le conseguenze da esso scaturenti secondo normalità, non potendo in tal caso operarsi una riduzione proporzionale in ragione della minore gravità della sua colpa, in quanto una comparazione del grado di incidenza eziologica di più cause concorrenti può instaurarsi soltanto tra una pluralità di comportamenti umani colpevoli, ma non tra una causa umana imputabile ed una concausa naturale non imputabile". A tale orientamento il collegio intende tornare a dare ulteriore continuità, sia pur con le precisazioni che seguono.

Non pare condivisibile, in punto di diritto, il criterio -pur espressamente indicato da Cass. 975/09 al giudice del rinvio - alla luce del quale, ove l'indagine probabilistica sul nesso di causa tra condotta e danno non consenta di decidere la controversia per essersi l'evento prodotto per un concorso dñ caso fortuito (ritenuto tale la pregressa, grave situazione patologica del paziente che, di per sè sola, avrebbe potuto spiegare l'evento lesivo) e di causa umana (id est l'errore dei sanitari), sarebbe compito del giudice del merito procedere alla specifica identificazione della parte di danno rapportabile all'uno o all'altra, eventualmente con criterio equitativo, e ciò in quanto "non si potrebbe più accogliere la soluzione della irrilevanza dei fattori naturali", onde l'eventuale incertezza della misura del concorso tra concause naturali e concause umane andrebbe superata attraverso il ricorso alla applicazione della norma di cui all'art. 1226 c.c. (senza alcuna distinzione fra responsabilità contrattuale ed extracontrattuale).

Il modello di causalità - del tutto innovativo - che scaturisce da tale ricostruzione risulta, pertanto (in adesione con quanto pensosamente predicato da una recente quanto acuta dottrina), quello cd. equitativo-proporzionale, e volge con decisione al superamento della rigida regola dell'all-or-nothing in termini di giustizia sostanziale.

E' convincimento di questo collegio che, con riferimento al caso di specie ed alle questioni poste dalla ricorrente, una nuova e più approfondita analisi della complessa tematica della rilevanza giuridica delle patologie preesistenti in tema di responsabilità medica appare (sicuramente) opportuna e (probabilmente) non più a lungo eludibile.

Premessa la inconferenza del richiamo agli artt. 1227 e 2055 c.c. (norme destinate a disciplinare il concorso tra concause imputabili), la riflessione prende le mosse dalla radicale trasposizione (operato con la sentenza 975/09) dell'eventuale rilevanza degli stati pregressi del danneggiato (a valenza concausale) dall'ambito dell'indagine diretta all'individuazione delle singole conseguenze risarcibili - più rettamente destinata a scorrere entro l'alveo della, causalità giuridica, (artt. 1223 e ss. c.c.) - alla precedente fase dell'accertamento del nesso di causalità materiale, così come prospettato ed allegato dagli attori, tra condotta addebitata ai sanitari ed evento di danno. Al giudice di merito, conseguentemente, già nella fase dell'accertamento del primo nesso di causa, sarebbe riservata la possibilità di procedere equitativamente, ex art. 1226 c.c., alla valutazione della diversa efficienza delle varie concause e alla specifica identificazione della parte di danno rapportabile a ciascuna di esse.

Tale regola operazionale in tema di causalità civile non sembra legittimamente predicabile nè sotto il profilo morfologico nè sotto quello funzionale.

Non sotto l'aspetto morfologico, poichè il giudizio sul nesso di causalità materiale è limitato alla sua sussistenza/insussistenza, senza che siano date terze ipotesi, tantomeno in via equitativa:

diversa questione è quella della misura dell'incidenza di eventuali stati patologici pregressi sul danno risarcibile (questione che potrebbe, peraltro, astrattamente porsi anche a prescindere dalla relativa valenza con-causale nella determinazione dell'evento di danno), la cui analisi e la cui soluzione è riservata alla fase in cui si procede alla determinazione delle conseguenze risarcibili dell'evento dannoso ex artt. 1223 e ss. c.c..

Non sotto l'aspetto funzionale, poichè essa darebbe luogo ad inestricabili difficoltà di gestione dei territori di "causalità incerta": l'applicazione di una logica valutativa fondata sull'equitas pura alla dimensione della causalità materiale trasformerebbe, difatti, il (già impervio) giudizio probabilistico in un giudizio equitativo, onde le incertezze da risolversi "a monte" tramite l'indagine sulla sussistenza del primo rapporto causale secondo le regole dell'art. 41 c.p. verrebbero inevitabilmente inquinate dalla diversa analisi "a valle" volta alla selezione dei danni ingiusti risarcibili (e per di più, affidate al criterio equitativo, come mostra di ritenere il precedente di questa corte più volte citato, ove si legge che, qualora l'indagine sul rapporto causale tra condotta e danno non consentisse di decidere la controversia per un concorso tra concause umane e concause naturali, il giudice potrebbe risolvere la questione ricorrendo, appunto, a tale criterio), mentre, specularmente, le eventuali incertezze sul quantum debeatur verrebbero traslate sul (logicamente e cronologicamente preesistente) piano dell'an debeatur.

Il rapporto tra la condotta illecita (o il comportamento inadempiente) e l'evento (a sua volta produttivo di conseguenze dannose risarcibili) deve, viceversa, tornare a collocarsi sul tradizionale piano della causalità materiale secondo un modello funzionale all'imputazione della responsabilità civile così come delineato dal diritto positivo, onde l'impredicabilità di sue forme di frazionamento in considerazione di concause naturali, come confermato dalla previsione di cui all'art. 1227 c.c. (non meno che dall'art. 2055 c.c.), volto a disciplinare, quale unica legittima ipotesi di comparazione etiologicamente "efficiente", quella tra concausa imputabile al danneggiante e concausa ascrivibile, per dolo o colpa., al danneggiato (mentre il diritto penale riconosce una forma attenuata di responsabilità, ex art. 62 c.p., n. 5, alla sola ipotesi di concausa dolosa riconducibile al comportamento del soggetto passivo del reato).

In conclusione, ritiene questo collegio che l'attuale modello normativo della causalità civile sia tale da escludere tout court un'imputazione in via equitativa dell'evento dannoso sul piano della causalità materiale.

Diverso discorso può essere articolato - sulla premessa della duplicità di dimensioni della causalità civile (come analiticamente ricostruito da questa corte con la pronuncia n. 21619 del 2007 in tema di rapporti tra causalità ordinaria e causalità da chance perduta) attraverso le quali il giudice del merito può essere chiamato a considerare il rapporto tra illecito/inadempimento ed evento produttivo del danno lamentato - nell'esaminare la rilevanza degli stati pregressi della vittima sotto il (solo) profilo afferente alle singole conseguenze risarcibili.

Il piano probatorio su cui si colloca tanto la causalità ordinaria quanto quella da perdita di chance non deve prescindere, difatti, dalla considerazione di eventuali stati patologici pregressi della vittima o di altre sue personalissime condizioni (l'età, le abitudini di vita), poichè l'accertamento del nesso causale secondo il criterio della probabilità logica - che postula un giudizio (anche in via controfattuale) sulle varie prove acquisite - non può dirsi agnostico rispetto a vicende che possono avere contribuito alla situazione pregiudizievole lamentata dal danneggiato, mentre, sul piano concettuale, la stessa estensione dell'evento di danno oggetto dell'indagine sulla causalità materiale ben potrebbe essere determinata anche in considerazione di stati pregressi del danneggiato, come nel caso di un errore medico innestatosi su di una situazione patologica già in corso (onde l'evento di danno imputabile potrà configurarsi in termini di aggravamento della patologia già in via di sviluppo, ovvero - nella prospettiva della causalità da perdita di chance - in termini di privazione di possibilità di scongiurare un maggior pregiudizio rispetto a quello che sarebbe seguito nel caso di tempestivi interventi terapeutici).

Tale dimensione di analisi non può, peraltro, in alcun modo condurre, nella disamina della causalità materiale, ad operazioni di apporzionamento/frazionamento della responsabilità risarcitoria, men che meno facendo ricorso al criterio equitativo di cui all'art. 1226 c.c., onde, nel caso di specie, la misura dell'evento dannoso imputabile ai ritardi diagnostici e terapeutici dei sanitari rispetto alle patologie pregresse (patologie che non risultano oggetto di contestazione in seno al presente processo, discorrendo la stessa difesa delle parti resistenti di "preesistenti malformazioni di tipo congenito", con le quali avrebbero poi concorso, nel generare le gravissime compromissioni a livello nEurologico, "la prolungata sofferenza fetale e la mancata adozione di pratiche rianimatorie efficaci") è vicenda che non rileva al fini dell'imputazione della responsabilità, -a tal fine rilevando, viceversa, che la condotta illecita sia stata fonte dell'evento dannoso lamentato.

In tema di causalità materiale, pertanto (pur nella consapevolezza che, nel panorama degli ultimi anni, la più - pensosa dottrina ha avviato approfondite riflessioni critiche sul cd. "mito della causalità materiale" intesa come mera analisi fattuale, sempre di più cogliendosi segnali tali da indurre a ritenere che il relativo modello si stia progressivamente avviando verso la piena accettazione che anche la prima fase della causalità, sussunta nella sfera del rilevante giuridico, non sia più soltanto questione di ricostruzione dei fatti nel loro svolgersi fenomenologico, ma sempre ed anche vicenda "giuridica", cioè questione anche di diritto, e, più precisamente, vero e proprio ragionamento probatorio sui fatti, allegati e non, dimostrati e non, tanto da discorrersi ormai di "inarrestabile giuridicizzazione del nesso di causalità materiale"), la regula iuris che, ad oggi, il giudice di merito è chiamato ad applicare resta quella, codificata, secondo la quale la presenza di cause naturali che in teoria la possano escludere (onde l'incertezza sulla sua sussistenza) conduce ad un interrogativo che non può essere risolto in via equitativa, ovvero tramite il ricorso ad un modello di responsabilità proporzionale, bensì trovare risposta nel solo senso della sua sussistenza/insussistenza.

Sul piano operazionale, una siffatta situazione di incertezza andrà, in concreto, risolta dal giudice di merito a seconda che essa graviti nell'orbita della responsabilità aquiliana ovvero di quella contrattuale. In seno alla fattispecie di responsabilità disciplinata dagli artt. art. 2043 e ss. c.c., il giudice del merito valuterà comparativamente le prove addotte da ciascuna delle parti, gravando in tal caso l'onere probatorio comunque sul danneggiato (pur legittimando, caso per caso, tanto ragionamenti presuntivi quanto la regola della prossimità e disponibilità della fonte di prova);

Nella responsabilità contrattuale (o, comunque, nella responsabilità per inadempimento ex art. 1218 c.c.) il giudice, in ossequio alla diversa distribuzione degli oneri probatori, esaminerà, da un lato, l'allegazione, da parte del creditore/danneggiato, dell'idoneità della condotta (commissiva od omissiva) alla produzione dell'evento di danno, dall'altro, la eventuale prova positiva, fornita dal debitore/danneggiante, della causa non imputabile, e cioè di un fatto sufficientemente certo che inequivocabilmente escluda in radice il nesso etiologico.

In entrambe le forme di responsabilità, laddove la condotta sia idonea alla determinazione (anche solo parziale) dell'evento pregiudizievole lamentato (il mancato raggiungimento del risultato esigibile nel caso concreto), e sì prospetti una questione circa l'incidenza di una causa naturale, non possono che aversi due alternative: o è certo che il fattore naturale sia tale da escludere del tutto il nesso di causa, oppure sì deve ritenere che il danneggiante/debitore non abbia fornito la prova della causa non imputabile, con conseguente riconducibilità, in termini di responsabilità tout court, della lesione della salute o della vita alla condotta colpevole.

Va pertanto negato ingresso, sul piano giuridico, all'ipotesi che, a fronte di una sia pur minima incertezza sulla rilevanza di un'eventuale contributo concausale di un fattore naturale (qual che esso sia), possa legittimamente dipanarsi un ragionamento probatorio "semplificato" che conduca ipso facto ad un frazionamento della responsabilità, da compiersi addirittura in via equitativa (con conseguente, costante e proporzionale ridimensionamento del quantum risarcitorio).

Va del pari espunta dal novero delle ipotesi legittimamente predicabili in tema di causalità materiale quella secondo cui attraverso il principio equitativo andrebbe altresì esaminata e risolta la ipotesi di totale incertezza sulla rilevanza causale non solo del fattore naturale ma anche di quello umano, con la conseguenza di un'imputazione della responsabilità ancor più semplificata, ormai destinata a prescindere del tutto dall'accertamento probabilistico del nesso così come dall'osservanza, da parte di ciascuno dei contradditori, dei rispettivi oneri probatori. Va in definitiva affermato il principio di diritto secondo il quale il nesso di causalità materiale tra illecito (o prestazione contrattuale) ed evento dannoso deve ritenersi sussistente (a prescindere dalla esistenza ed entità delle pregresse situazioni patologiche aventi valore concausale e come tali prive di efficacia interruttiva del rapporto etiologico ex art. 41 c.p., ancorchè eventualmente preponderanti, secondo un principio ampiamente condiviso anche da altre giurisdizioni, da tempo predicative della cd. thin skull rule, in base alla quale se un uomo è stato negligentemente investito o in altro modo leso nel suo corpo non costituisce valida difesa contro l'azione risarcitoria avanzata dal danneggiato il sostenere che questi avrebbe riportato una lesione di minore entità, o addirittura nessuna lesione, se non avesse avuto un cranio inusitatamente sottile o un cuore inusitatamente debole), ovvero insussistente qualora le cause naturali di valenza liberatoria dimostrino efficacia esclusiva nella verificazione dell'evento, ovvero il debitore/danneggiante dimostri ancora l'effettiva adozione di tutte quelle misure atte a circoscrivere la possibilità di un'incidenza delle condizioni preesistenti sul raggiungimento del risultato favorevole al paziente ed esigibile nel caso concreto: id est la assoluta non imputabilità dell'evento di danno (poichè, se gli esiti negativi potenzialmente discendenti dal fattore naturale avrebbero potuto essere neutralizzati oppure circoscritti, la causa naturale, pur in astratto assorbente, scadrebbe a concausa come tale non rilevante ai fini dell'imputazione del fatto lesivo).

La corte, pertanto, nel riaffermare la bontà dell'orientamento tradizionale in subiecta materia, non può che concordare con quella dottrina secondo la quale tale soluzione comporta notevoli vantaggi in termini di efficienza sotto il profilo dei costi transattivi imposti dal processo, volta che un netto confine tra lecito ed illecito sul piano della causalità materiale attinge ad elevati gradi di certezza del giudizio risarcitorio, evitandone "zone grigie" entro la quale la responsabilità oscilli in varia misura percentuale, eliminando la possibilità di difese pretestuose, riducendo il rischio di eccessiva libertà da parte dei giudici nell'uso dello strumento equitativo. Sul piano fenomenologico, difatti, in ogni vicenda di danno ricorreranno inevitabilmente circostanze naturali e non imputabili, variabili indipendenti destinate ad influenzare anche non marginalmente la determinazione del quantum risarcitorio -luoghi, tempi, qualità e caratteristiche di persone e cose così che il dischiudere l'uscio del principio di proporzionalità trasmuterebbe ben presto nella ricerca di quelle circostanze via via modellata secondo un più o meno elevato grado di facilità nell'individuarle, circoscriverle, descriverne la portata e farle valere con successo in giudizio - con il rischio di rendere quest'ultimo sempre più complesso e dispendioso.

Eventuali correttivi alle tradizionali strutture del principio causale puro (principio, si ripete, puramente normativo dell'all-or- nothing), non richiedono nè consentono la formulazione di una regola contrapposta a quella da lungo tempo sancita da questa Corte, e non esigono nè postulano l'approdo ad una regola ispirata al modello della causalità proporzionale in salsa equitativa. Onde va riaffermato il principio secondo il quale, essendo la comparazione fra cause imputabili a colpa/inadempimento e cause naturali esclusivamente funzionale a stabilire, in seno all'accertamento della causalità materiale, la valenza assorbente delle une rispetto alle altre - non può operarsi una riduzione proporzionale in ragione della minore gravità dell'apporto causale (e non della colpa, come erroneamente e tralaticiamente affermato) del danneggiante, in quanto una comparazione del grado di incidenza eziologica di più cause concorrenti può instaurarsi soltanto tra una pluralità di comportamenti umani colpevoli, ma non tra una causa umana imputabile ed una concausa naturale non imputabile.

Diversa tematica risulta quella dei limiti della responsabilità del danneggiante/debitore sul piano della causalità giuridica, segnatamente nell'ipotesi di aggravamento di una patologia pregressa del paziente quale conseguenza della prestazione sanitaria.

Diversa questione risulta, in altri termini, quella per cui, ascritta, sul piano probabilistico, alla condotta del sanitario la responsabilità della determinazione dell'evento (tanto in termini di causalità ordinaria quanto di causalità da perdita di chance) sotto il profilo della causalità (o della concausalità) materiale, l'eventuale compresenza di concause naturali possa poi risultare oggetto di selezione dei pregiudizi risarcibili: se e quale sia, cioè, la misura e la rilevanza delle singole conseguenze direttamente riconducibili, o meno, al fatto lesivo della salute del paziente.

E' convincimento del collegio che, su tale, diverso piano di analisi, che postula la preventiva e positiva disamina della questione della causalità materiale secondo il criterio operazionale dell'art. 41 c.p., non sempre risulti predicabile la irrilevanza tout court dello stato di salute pregresso del danneggiato.

La misura della sua eventuale incidenza sull'obbligazione risarcitoria andrà pertanto esaminata, con il necessario rigore operazionale, in un momento successivo e in un contesto probatorio diverso, volta che, accertata la causalità materiale (secondo una delle due dimensioni di analisi della causalità civile, quella ordinaria e quella da chance perduta), l'analisi del giudice di merito si concentri - come richiesto, nella sostanza, dall'odierno ricorrente, in parte qua, tanto con il primo quanto con il secondo motivo, che espressamente discorre ed evoca il concetto di causalità giuridica - sulle conseguenze dannose risarcibili (dirette e immediate, ex art. 1223) del fatto lesivo ormai definitivamente imputato al convenuto a titolo di piena responsabilità.

Non è precluso, in altri termini, al giudicante - una volta esaurita la fase dell'accertamento della responsabilità secondo la scansione diacronica del previo accertamento del nesso causale (secondo un giudizio probabilistico di tipo oggettivo) e della successiva indagine sulla colpa. (destinata ad una valutazione in termini di prevedibilità soggettiva pur se rapportata a standards ordinari di condotta attesane la dimensione "normativa" del relativo giudizio) - di procedere a risarcire i pregiudizi tutti (pecuniari e non) che sono seguiti al fatto lesivo su di un piano rigorosamente naturalistico, pregiudizi legittimamente destinati a determinarsi, secondo l'inquadramento classico della nozione di danno contra iusr sulla base del confronto fra le condizioni del danneggiato precedenti l'illecito, quelle successive alla lesione e quelle che si sarebbero verificate se non fosse intervenuto l'evento dannoso.

Emerge chiara, in tal guisa, la distinzione, non solo concettuale, tra l'imputazione dell'evento di danno - e, pertanto, della responsabilità civile - e l'imputazione funzionale alla individuazione/quantificazione delle singole conseguenze pregiudizievoli (una attenta dottrina offre, all'uopo, l'illuminante esempio dell'addebitare ad una struttura sanitaria la morte di un soggetto ovvero la privazione di possibilità di sopravvivenza per una ritardata diagnosi di una patologia tumorale - causalità materiale, ordinaria o da perdita di chance - e lo stabilire che la causazione della morte abbia comportato per la vittima, stante l'inevitabilità del decesso, la perdita di uno o più anni di vita o la privazione di determinate chance di vivere questi anni, con conseguenze sul quantum dei danni, pecuniari e non pecuniari, risarcibili iure proprio in capo ai congiunti).

La questione può così approdare ad appagante soluzione - del tutto conforme al diritto, sia positivo che giurisprudenziale - volta che essa postuli l'analisi (da condurre con rigoroso rispetto delle evidenze probatorie del caso concreto) delle conseguenze dannose dell'evento in termini di se e di quanto di differenze in negativo che il fatto lesivo - ormai definitivamente imputato al debitore - abbia cagionato in capo alla vittima, tenuto conto delle sue condizioni precedenti all'evento pregiudizievole e degli stati in cui si sarebbe venuto a trovare se l'evento in parola non fosse intervenuto.

Così individuata e risolta la problematica degli stati pregressi del danneggiato, è peraltro necessario che il giudice del merito (e con lui e per lui il consulente d'ufficio, cui andranno formulati, all'uopo, specifici e rigorosi quesiti) distingua tra le varie, possibili ipotesi di conseguenze dannose irrisarcibili, dovendosi sterilizzare il rischio che situazioni inter se distantibus e fra loro del tutto dissonanti possano viceversa risultare oggetto di trattamento e soluzioni risarcitorie omogenee.

Deve pertanto (come osserva ancora una attenta dottrina) operarsi una netta differenziazione fra situazioni tra loro eterogenee, quali:

da un canto, quelle in cui il danneggiato, prima dell'evento, risulti portatore di una mera "predisposizione" ovvero di uno "stato di vulnerabilità" (stati preesistenti non necessariamente patologici o invalidanti, ciò che risulta ancor più frequente nel delicato universo dei danni psichici), ma l'evidenza probatoria del processo non consenta, in proposito, di superare la soglia della mera ipotesi, e comunque appaia indimostrabile la circostanza che, a prescindere dalla causa imputabile, la situazione pregressa sarebbe comunque, anche in assenza dall'evento di danno, risultata modificativa in senso patologico-invalidante della situazione del soggetto: in tal caso, il giudice non procederà ad alcuna diminuzione del quantum debeatur, atteso che un'opposta soluzione condurrebbe ad affermare l'intollerabile principio per cui persone che, per loro disgrazia (e non già per colpa imputabile ex art. 1227 c.c. o per fatto addebitabile a terzi) siano, per natura e per vicissitudini di vita più vulnerabili di altre, dovrebbero irragionevolmente appagarsi di una tutela risarcitoria minore rispetto a quella riservata agli altri consociati affetti da "normalità";

- dall'altro, quelle in cui il danneggiato già presenti, prima dell'evento dannoso, una reale e conclamata patologia, tale (in base a prova da fornirsi dal danneggiante, anche attraverso la documentazione di quella complessa vicenda relazionale che conduce al cd. consenso informato) da rendere le conseguenze dell'evento rigorosamente configurabilì, sul piano probabilistico, alla stregua di un aggravamento dello stato patologico pregresso (o della perdita di chance di evitare o differire la degenerazione della situazione preesistente): in tal caso, la valutazione del quantum risarcitorio, con un suo eventuale adeguamento alla situazione de qua, deve ritenersi astrattamente legittimo, pur se l'eventuale riduzione del risarcimento dovrà seguire un iter ben preciso, non potendosi nè ipotizzarne una automatica riduzione, nè una quantificazione secondo un criterio strettamente proporzionale, espresso, cioè, in termini strettamente percentualistici della conseguenza naturale rispetto alla conseguenza dannosa imputabile.

Il ventaglio delle possibili ipotesi, e delle possibili conseguenze in termini risarcitori, potrebbe, allora (in consonanza con quanto opinato dalla dottrina specialistica che si è occupata funditus dell'argomento) risultare il seguente:

- il danneggiato, affetto da una patologia pregressa ed irreversibile dagli effetti già invalidanti, subisce un'ulteriore vulnus alle sue condizioni di salute: in questa ipotesi il danno risarcibile sarà determinato considerando sia la differenza tra lo stato di invalidità complessivamente presentato dal danneggiato dopo l'intervento medico e lo stato patologico pregresso, sia la situazione che si sarebbe determinata se non fosse intervenuto il fatto lesivo imputabile (commissivo od omissivo), ferme restando le valutazioni del singolo caso sul piano di eventuali ripercussioni esistenziali e/o economiche sulla vita del danneggiato;

- il danneggiato, affetto da patologie prive di effetti invalidanti, subisce una menomazione della sua salute con conseguenze invalidanti:

in questa ipotesi, il giudice di merito dovrà determinarsi nel senso dell'irrilevanza dello stato patologico pregresso, salva rigorosa dimostrazione che gli effetti invalidanti si sarebbero comunque verificati a prescindere dalla concausa imputabile;

- il danneggiato, già affetto da uno stato di invalidità potenzialmente non idoneo (di per sè e nell'immediatezza) a produrre esiti mortali, decede in conseguenza dell'intervento medico (commissivo od omissivo): in tal caso lo stato di invalidità pregresso non potrà rilevare quanto ai danni risarcibili iure proprio ai congiunti, mentre potrebbe condurre ad una riduzione del quantum dei pregiudizi risarcibili iure successionis, sempre che il danneggiante fornisca la prova che la conseguenza dannosa dell'evento (nella specie, la morte) sia stata cagionata anche dal pregresso stato di invalidità;

- il danneggiato, già in condizioni invalidanti idonee a condurlo alla morte a prescindere da eventuali condotte di terzi, decede a seguito dell'intervento (commissivo od omissivo): la risarcibilità iure proprio del danno patrimoniale e non patrimoniale - riconosciuto ai congiunti potrà subire un ridimensionamento in considerazione del verosimile arco temporale in cui i congiunti avrebbero potuto ancora godere, sia sul piano affettivo che economico, del rapporto con il soggetto anzitempo deceduto. Alla luce delle considerazioni che precedono, i motivi vanno accolti limitatamente alla loro prospettazione di una omessa valutazione, sul piano della causalità giuridica -quella materiale essendo stata definitivamente e correttamente accertata dal giudice di merito secondo i parametri dianzi descritti - dell'eventuale, possibile incidenza dello stato di salute intrauterino del neonato sulle conseguenze dannose risentite dopo la nascita in conseguenza della colpevole condotta dei sanitari sì come correttamente e definitivamente accertata in sede di merito.

Con il terzo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2043, 1218, art. 1176, comma 2, art. 2697 c.c..

Il motivo si conclude con il seguente quesito di diritto: Dica la corte adita se l'ente ospedaliere, gestore di un servizio pubblico sanitario, risponde a titolo di responsabilità contrattuale per i danni asseritamente subiti da un privato a causa dell'esecuzione della prestazione medica da parte di un proprio dipendente e se a questi fini il danneggiato debba provare che l'aggravamento della situazione patologica (o l'insorgenza di nuove patologie) sia derivato dalla condotta dei sanitari sulla base di un serio e ragionevole criterio di probabilità scientifica supportato dal riscontro di idonee e concrete circostanze di fatto.

Il motivo è palesemente infondato (oltre che, nella sostanza, carente di interesse, essendo il regime probatorio della responsabilità extracontrattuale ben più gravoso per il danneggiato, se a quel titolo di responsabilità la corte di appello avesse realmente fatto riferimento, onde l'indiscutibile vantaggio processuale che ne sarebbe derivato alla ricorrente), poichè la corte capitolina, al di là di un generico riferimento al danno aquiliano contenuto in sentenza al folio 7, del tutto privo di attinenza con il caso di specie, ha poi correttamente e condivisibilmente condotto l'analisi della vicenda processuale sul piano della responsabilità contrattuale, ritenendo correttamente e condivisibilmente soddisfatto l'onere probatorio gravante sui coniugi C. con motivazione che, del tutto esente da vizi logico- giuridici, non può che ricevere, in questa sede, integrale conferma.

Il ricorso è pertanto accolto per quanto di ragione, con conseguente cassazione della sentenza impugnata e rinvio del procedimento ad altro giudice, che si designa nella corte di appello di Roma in altra composizione, e che si atterrà al principio di diritto che segue:

Qualora la produzione di un evento dannoso, quale una gravissima patologia neonatale (concretatasi, nella specie, in una invalidità permanente del 100%), possa apparire riconducibile, sotto il profilo eziologico, alla concomitanza della condotta del sanitario e del fattore naturale rappresentato dalla pregressa situazione patologica del danneggiato (la quale non sia legata all'anzidetta condotta da un nesso di dipendenza causale), il giudice, accertata, sul piano della, causalità materiale (correttamente intesa come relazione tra la condotta e l'evento di danno,giusta disposto dell'art. 1221 c.c., comma 1), l'efficienza etiologica della condotta rispetto all'evento in applicazione della regola di cui all'art. 41 c.p. (a mente della quale il concorso di cause preesistenti, simultanee o sopravvenute, anche se indipendenti dall'azione del colpevole, non esclude il rapporto di causalità fra l'azione e l'omissione e l'evento), così ascrivendo l'evento di danno interamente all'autore della condotta illecita, può poi procedere, eventualmente anche con criteri equitativi, alla valutazione della diversa efficienza delle varie concause sul piano della causalità giuridica (correttamente intesa come relazione tra l'evento di danno e le singole conseguenze dannose risarcibili all'esito prodottesi) onde ascrivere all'autore della condotta, responsabile tout court sul piano della causalità materiale, un obbligo risarcitorio che non ricomprenda anche le conseguenze dannose non riconducibili etiologicamente alìevento di danno bensì determinate dal fortuito, come tale inteso la pregressa situazione patologica del danneggiato non etiologicamente riconducibile, a sua volta, a negligenza, imprudenza, imperizia del sanitario.
P.Q.M.

La corte accoglie il ricorso nei sensi e nei limiti di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla corte di appello di Roma in altra composizione.

 

 
Mobbing: datore risponde anche di atti vessatori compiuti da altro dipendente PDF Stampa E-mail
Martedì 28 Gennaio 2014 15:50

Cassazione civile , sez. lavoro, sentenza 25.07.2013 n° 18093

Nella sentenza 25 luglio 2013, n. 18093 la Cassazione Lavorista delimita i confini della responsabilità civile (strettamente connessa, come vedremo, a quello penale), del datore di lavoro per i fatti di mobbing posti in essere da un suo dipendente.

Nel caso di specie la Suprema Corte conferma la sentenza della Corte d’appello di Torino, nella quale veniva disposto l’annullamento del licenziamento intimato ad un dipendente, con conseguente ordine alla società di reintegrarlo nel posto di lavoro e condannava la stessa società stessa a pagare all’appellante, a titolo di risarcimento del danno, le retribuzioni maturate dal licenziamento fino all’effettiva reintegrazione, detratto l’aliunde perceptum, oltre rivalutazione ed interessi, nonché a versare i contributi dì assistenza e previdenza per lo stesso periodo; condannava la società a pagare all’appellante, a titolo dì risarcimento del danno morale, l’importo di euro 5.000,00, oltre rivalutazione ed interessi. A sostegno deldecisum osservava che il fatto contestato, consistente nell’avere il lavoratore, armato di barra metallica, aggredito fisicamente il suo superiore, rivolgendogli anche pesanti insulti e minacce, oltre a risolversi in una mera minaccia, andava ampiamente ridimensionato per effetto del “capillare comportamento vessatorio” da tempo realizzato dal superiore, idoneo a ledere la capacità di autocontrollo del dipendente.

La sussistenza di un tale contesto vessatorio emergeva inconfutabilmente dagli atti acquisiti nel giudizio penale svoltosi a carico del superiore per il reato ex art. 572 c.p.(maltrattamenti) nei confronti del lavoratore, sfociato nelle condanna del primo in entrambi i gradi di giudizio; ciò che rendeva del tutto sproporzionata l’irrogata sanzione del licenziamento e che giustificava un risarcimento a carico del datore di lavoro, responsabileex art. 2087 c.c., per le sofferenze subite dal dipendente, equitativamente determinato in € 5.000,00.

Dopo aver ribadito che “integra la nozione di mobbing la condotta del datore di lavoro protratta nel tempo e consistente nel compimento di una pluralità di atti (giuridici o meramente materiali, ed, eventualmente, anche leciti) diretti alla persecuzione od all’emarginazione del dipendente, di cui viene lesa – in violazione dell’obbligo di sicurezza posto a carico dello stesso datore dall’art. 2087 cod. civ. – la sfera professionale o personale, intesa nella pluralità delle sue espressioni (sessuale, morale, psicologica o fisica)”, la Suprema Corte precisa come la circostanza che la condotta di mobbing provenga da un altro dipendente posto in posizione di supremazia gerarchica rispetto alla vittima non vale ad escludere la responsabilità del datore di lavoro – su cui incombono gli obblighi exart. 2049 c.c. – ove questi sia rimasto colpevolmente inerte nella rimozione del fatto lesivo, dovendosi escludere la sufficienza di un mero (e tardivo) intervento pacificatore, non seguito da concrete misure e da vigilanza.

Dunque, la base giuridica dalla quale discende la responsabilità civile del datore di lavoro viene individuata dal combinato disposto degli artt. 20872049 c.c. Infatti, il fondamento della responsabilità diretta dell’autore del mobbing è l’art. 2087 c.c. (anche se lo spazio del mobbing, presupponendo necessariamente, nella sua diretta od indiretta origine, la protrazione d’una volontà lesiva, è pertanto più ristretto di quello nel quale tuttavia s’inquadra delineato dall’art. 2087 c.c., comprensivo di ogni comportamento datorile, che può essere anche istantaneo, e fondato sulla colpa), e dallo stesso art. 2087 c.c. discende l’obbligo datorile di adottare le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del prestatore. Da ciò, la responsabilità del datore anche ove (pur in assenza d’un suo specifico intento lesivo) il comportamento materiale sia posto in essere da altro dipendente. Anche se il diretto comportamento in esame è caratterizzato da uno specifico intento lesivo, la responsabilità del datore (ove il comportamento sia direttamente riferibile ad altri dipendenti aziendali) può discendere, attraverso l’art. 2049 c.c., da colpevole inerzia nella rimozione del fatto lesivo (in questi termini, Cass. civ., sez. Lav., 9 settembre 2008, n. 22858). In tale ipotesi si esige, tuttavia, l’intrinseca illiceità soggettiva ed oggettiva di tale diretto comportamento: Cass. 4 marzo 2005, n. 4742 – ed il rapporto di occasionalità necessaria fra attività lavorativa e danno subito: Cass. 6 marzo 2008, n. 6033).

Tali principi giurisprudenziali si intersecano perfettamente con la responsabilità penale del datore di lavoro, a titolo di reato omissivo improprio (ex art. 40, comma 2, c.p.), per i reati commessi dai lavoratori (anche superiori) in danno di altri dipendenti. Pure in sede penale, infatti, la fonte dalla quale trae origine la posizione di garanzia che impone al datore di lavoro l’obbligo giuridico di attivarsi viene individuata nell’art. 2049 c.c., pur in presenza dei presupposti richiesti (esistenza del danno; esistenza del rapporto di preposizione tra committente e ausiliario e sussistenza del rapporto di occasionalità necessaria".

La questione è delicata soprattutto laddove si verta in tema di molestie sessuali sul luogo di lavoro poste in essere da un lavoratore in danno di altro lavoratore e dovendosi verificare a quale titolo anche il datore di lavoro possa essere chiamato a rispondere in termini civilistici per i danni cagionati dalla condotta penalmente illecita del dipendente produttiva di danno a terzi.

La questione, peraltro, non è nuova ed anzi ha acquisito nuovi impulsi alla luce dell'intensificarsi di fenomeni di molestie e/o condotte abusanti o mobbizzanti realizzate in ambito lavorativo da parte di dipendenti verso altri dipendenti.

In argomento, si segnalano sul mobbing anche i solleciti di intervento da parte dell’Unione europea[1], in particolare per le molestie sessuali sul luogo di lavoro[2], recepiti dal Parlamento[3] e applicati costantemente dalla giurisprudenza di legittimità[4] e di merito[5].

Sulla peculiare problematica in questione è intervenuta la sentenza della Cassazione penale, Sez. IV, 12 luglio 2012, n. 27706 che, chiamata a decidere un caso di molestie sessuali sul luogo di lavoro poste in essere da un lavoratore in danno di altro lavoratore, per individuare a quale titolo anche il datore di lavoro può essere chiamato a rispondere in termini civilistici, ha compiuto una ricognizione puntuale sui confini e i contenuti della responsabilità del datore di lavoro.

Lo strumento tradizionale di tutela accordato per assicurare protezione alle vittime di molestie sessuali sui luoghi di lavoro è costituito dall'art. 2087 c.c. predisposto a carico del datore di lavoro onde garantire l'obbligatoria sicurezza e protezione del lavoratore gli obblighi di sicurezza: “si tratta come ripetutamente affermato dalla consolidata giurisprudenza di questa Corte di una forma di tutela non solo dell'integrità fisica, ma anche della "personalità morale" del lavoratore e tale mezzo di tutela si inserisce nel quadro di una obbligazione contrattuale gravate sul datore di lavoro. La giurisprudenza prevalente, principalmente di merito, ha statuito che se il datore era a conoscenza o doveva ragionevolmente sapere delle molestie e non è intervenuto per far cessare tali condotte, egli non possa andare esente da responsabilità, da cui deriva il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale per il lavoratore, data la natura costituzionale dei beni lesi”.

L'imprenditore, quindi, per effetto della norma suddetta è tenuto ad adottare nell'esercizio dell'impresa tutte le misure necessarie a tutelare non solo l'integrità fisica ma anche la personalità morale dei dipendenti; tale obbligo di protezione implica che il datore di lavoro il quale sia a conoscenza del compimento di molestie sessuali nell'ambito della sua impresa, deve intervenire ed adottare tutte le misure, ivi comprese quelle di tipo disciplinare (licenziamento, sospensione, etc.) oltre che organizzative idonee a garantire appieno la tutela dei dipendenti. Ma la fonte della responsabilità a carico del datore di lavoro in ipotesi siffatte non si esaurisce con l'istituto in esame inserendosi in questo ambito anche al fine di evitare pericolose sacche di impunità risolventisi in pregiudizi per l'integrità del lavoratore che rappresenta un valore costituzionalmente garantito in uno alla sua sicurezza, l'istituto previsto dall'art. 2049 c.c. che disciplina il sistema delle responsabilità dei padroni e dei committenti per fatto del dipendente. Si tratta di uno strumento di tutela in un certo senso residuale nei limiti in cui non sia possibile accertare la violazione degli obblighi di protezione incombenti sul datore di lavoro e in altro senso alternativo al primo.

Si tratta quindi di una particolare forma di responsabilità che vede coinvolto il datore di lavoro (o committente che dir si voglia) per fatto illecito commesso dal proprio dipendente nello svolgimento delle funzioni assegnate e in solido con lo stesso.

Il datore di lavoro va esente da responsabilità solo nel caso in cui il dipendente autore del fatto illecito abbia agito con dolo e al di fuori del cd. "rapporto di occasionalità necessaria" con le proprie mansioni, vale a dire quando l'evento lesivo si sia verificato sul luogo di lavoro solo in via del tutto accidentale e casuale.

Non basta quindi ad escludere ex sé la responsabilità del datore di lavoro la condotta dolosa del dipendente in quanto ciò non è sufficiente ad elidete il rapporto di occasionalità necessaria con le mansioni affidategli, tutte le volte in cui tale condotta sia resa possibile oppure agevolata dal rapporto di lavoro con il committente, il quale quindi è chiamato a risponderne ai sensi dell'art. 2049 c.c.

Secondo l'orientamento prevalente, il fondamento giustificativo della responsabilità civile cd. "indiretta" prevista dall'art. 2049 c.c., trova le sue origini nell'antico brocardo cuius commoda eius et incommoda, e viene in rilievo attraverso la teoria del rischio di impresa, in forza della quale colui che trae vantaggio dall'opera svolta da un preposto deve rispondere altresì degli eventuali rischi connessi all'esercizio della propria. Quale condizione essenziale per la configurabilità di tale peculiare forma di responsabilità che costituisce una vistosa deroga al principio della responsabilità per colpa rientrando invece nel novero della responsabilità oggettiva, si pone, anzitutto, l'esistenza di una condotta produttiva di danno: in altri termini solo ove la condotta del dipendente abbia causato un danno risarcibile nei confronti di un terzo scatta quella solidarietà che ingloba la responsabilità anche del committente. Il rapporto che si instaura tra autore del fatto illecito e responsabile indiretto viene solitamente definito come "rapporto di preposizione" il quale consiste nell'incarico da parte di un soggetto (preponente) con altro soggetto a lui gerarchicamente sottoordinato (dipendente) che a sua volta si renda responsabile di un fatto produttivo di danno.

L'esercizio delle incombenze richiamato espressamente dall'art. 2049 cit. vale come limite a tale forma di responsabilità in quanto distingue gli atti del preposto di cui sono chiamati a rispondere preposto e preponente da quelli di cui è chiamato a rispondere il solo preposto. Laddove, quindi, l'evento dannoso non si pone come conseguenza immediata e diretta dell'attività lavorativa e non è nemmeno riferibile anche a titolo indiretto a necessità esigenze o ragioni di lavoro, nessuna responsabilità datoriale è configurabile (sempre Cassazione penale, Sez. IV, 12 luglio 2012, n. 27706 che richiama Cass. civ., Sez. 3, 4.1.1980, n. 20). Ed è l'attore che agisce per il risarcimento (ovvero la parte civile se costituita nel giudizio penale) a dovere fornire la prova del cd. rapporto di occasionalità necessaria che si pone quindi come terzo elemento costitutivo della fattispecie codicistica e che di fatto completa il campo di tale particolare forma di responsabilità.

Il detto rapporto pone in collegamento l'esercizio delle mansioni con l'evento - danno concretamente determinato, nel senso che l'incombenza (o mansione) disimpegnata dal preposto abbia determinato una situazione tale da agevolare o rendere possibile il fatto illecito e la produzione del danno; rimane irrilevante quindi la circostanza che il dipendente possa aver travalicato i limiti connaturati alla funzione svolta sempre che egli abbia operato nell'ambito dell'incarico affidatogli così da non configurare una condotta del tutto estranea al rapporto di lavoro (così, Cass. civ., Sez. 3, 24.1.2007, n. 1516; Cass. Sez. 3, 11.1.2010, n. 215). Proseguendo in tale analisi esegetica non poche difficoltà insorgono nel caso in cui la questione della responsabilità datoriale indiretta oggettiva afferisca a condotte illecite penalmente rilevanti sui luoghi di lavoro (violenze sessuali, etc.) in quanto è la peculiarità di tali condotte a rendere più complessa la ricostruzione dei presupposti della responsabilità indiretta del datore di lavoro, stante una situazione di eccezionalità e difficile prevedibilità.

Vero è che la previsione di cui all'art. 2049 c.c. risponde a criteri di razionalità, di giustizia e di rischio (si parla, a riguardo, di responsabilità da rischio lecito) in forza dei quali viene riconosciuta in capo al datore di lavoro una forma di responsabilità senza che sia anche richiesta la colpa, essendo comunque consentita la prova liberatoria: il che importa la configurabilità della responsabilità in tutti quei casi nei quali la mansione affidata dal datore di lavoro al suo dipendente abbia reso possibile il fatto illecito, collegando, in tal modo, l'esercizio delle incombenze, cui un lavoratore è adibito, e la commissione da parte del datore di lavoro se non proprio con un nesso di causalità (che non è richiesto dalla uniforme giurisprudenza di questa Corte), quanto meno con un rapporto di occasionalità necessaria.

Ma è evidente che una eventuale defaillance da parte del datore di lavoro sul piano della organizzazione dell'impresa e del lavoro all'interno di essa costituisce dato di partenza per enucleare una fonte autonoma di responsabilità per il datore di lavoro.

Invero muovendo dalla considerazione della sempre maggiore frequenza di episodi di molestie e/o violenze sessuali all'interno dei luoghi di lavoro, non può certo considerarsi inesigibile l'obbligo gravante esclusivamente sul committente di predisporre modelli organizzativi tali da prevenire la commissione di reati da parte dei dipendenti, le cui modalità di svolgimento delle singole attività lavorative potrebbero agevolare la commissione del fatto illecito laddove per esempio non siano state adottate tecniche organizzative tale da scongiurare eventi del tipo di quelli all'esame di questa Corte.

In definitiva, per Cassazione penale, Sez. IV, 12 luglio 2012, n. 27706, “Può quindi, conclusivamente, affermarsi il principio che ove il comportamento dell'agente venga ritenuto riferibile sia pure marginalmente o indirettamente alle mansioni in concreto esercitate ed affidategli dal datore di lavoro questi deve essere chiamato a rispondere per fatti illeciti commessi dal dipendente in danno di terzi, mentre quando la condotta sia frutto di una iniziativa estemporanea e personale del tutto incoerente rispetto alle mansioni svolte (oltre che affidate) manca quel nesso di occasionalità necessaria che solo può giustificare una attribuzione di responsabilità in capo al datore di lavoro, non ponendo rientrare in tale concetto un semplice elemento di collegamento di tipo temporale o spaziale. In altri termini solo ove tali incombenze abbiano reso possibile o almeno agevolato il verificarsi dell'illecito può parlarsi di responsabilità a carico del datore di lavoro”.

Per concludere, la sentenza in commento conferma che, il datore di lavoro non può essere chiamato a rispondere di qualsiasi evento produttivo di danno posto in essere dal dipendente ma solo di quelli commessi nell'ambito dell'incarico affidato al singolo dipendente. D'altra parte tale ragionamento è in linea con quell'orientamento altrettanto consolidato secondo il quale non è sufficiente ai fini della configurabilità della responsabilità il mero dato della coincidenza temporo-spaziale con una attività occasionale o favorita dallo svolgimento delle mansioni (Cass. Sez. Lavoro 13.11.2001 n. 14096; Cass. civ., Sez. 3, 20.6.2001 n. 8381). Occorre ai fini della affermazione della responsabilità che la condotta del preposto derivi dal perseguimento di finalità coerenti con quelle per le quali le mansioni sono state affidate, con la conseguenza che, laddove risulti che il datore di lavoro rispetto alle iniziative autonome assunte dal dipendente e non rientranti nelle incombenze a lui affidate, risulti del tutto estraneo anche indirettamente, nessuna responsabilità può essere ipotizzata a suo carico (Cass. civ. Sez. 3, 22.5.2001 n. 6970).

Per approfondimenti:

(Altalex, 2 settembre 2013. Nota di Carmelo Minnella)

_______________

[1] La Risoluzione del Parlamento europeo A5-0283/2001 del 20 settembre 2001, prendendo atto della diffusione del fenomeno, invitava i legislatori nazionali ad uniformare le definizioni della fattispecie dimobbing e ad introdurre adeguati strumenti di tutela. Più specificamente, la Risoluzione del Parlamento Europeo, relativa al mobbing sul posto di lavoro, al § 10, «esorta gli Stati membri a rivedere e, se del caso, a completare la propria legislazione vigente sotto il profilo della lotta contro il mobbing e le molestie sessuali sul posto di lavoro, nonché a verificare e ad uniformare la definizione della fattispecie del “mobbing”».

[2] Le molestie sessuali sul luogo di lavoro sono state oggetto di definizione normativa, in ambito giuslavoristico, a seguito della Direttiva CEE n. 2002/73 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 23 settembre 2002, che ha fornito la definizione specifica di molestie sessuali in aggiunta a quelle di discriminazione (diretta e indiretta) e di molestie o “mobbing di genere” (descrivendo queste ultime, lo si ricorda, come «situazione nella quale si verifica un comportamento indesiderato connesso al sesso di una persona avente lo scopo o l’effetto di violare la dignità di tale persona e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante e offensivo»). In particolare, le molestie sessuali sono definite dalla direttiva menzionata come «situazione nella quale si verifica un comportamento indesiderato a connotazione sessuale, espresso in forma fisica, verbale o non verbale, avente lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una persona», in particolare creando, anche in tal caso così come nel mobbing di genere, un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante e offensivo. La molestia, sia di genere (o mobbing di genere) che sessuale, si può configurare anche quando non sia ravvisabile un’intenzionalità dell’autore e attraverso ogni ipotesi di comportamento, purché sia indesiderato: l’elemento soggettivo in capo all’autore della molestia pertanto non assume alcuna rilevanza.

[3] Il legislatore italiano, recependo le linee guida comunitarie, ha statuito che sono considerate come discriminazioni le molestie sessuali, ossia «quei comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, espressi in forma fisica, verbale o non verbale, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo» (art. 2, comma 1c, D.lgs. n. 145/2005, ora trasfuso nel d.lgs. 11 aprile 2006, n. 198, o Codice delle Pari opportunità, all’art. 26, comma 2, che replica pedissequamente la formulazione comunitaria).

[4] Cass. civ., sez. Lav., 6 novembre-11 dicembre 2012, n. 22659, ove, sulla base della testimonianza diretta della vittima delle molestie, nonché di quella di alcuni suoi colleghi, viene condannato a risarcirle il danno (quantificato in € 3.000,00) il suo superiore gerarchico. Vari episodi di molestia, come apprezzamenti pesanti, gesti a sfondo violento e sessuale, hanno leso la sfera morale della lavoratrice, per il pregiudizio conseguente al discredito così causato nell’ambiente lavorativo. Ricorda la Suprema Corte i giudici di merito hanno richiamato, «a fondamento della decisione, la direttiva comunitaria 2002/73/CE e quanto previsto al riguardo anche dal d. lgs 198/06, che contemplava una definizione di molestia sessuale sovrapponibile a quella elaborata in ambito comunitario».

[5] Nella giurisprudenza di merito, Trib. Milano, Sez. Lavoro, 3 novembre 2009, n. 4478, est. Greco, ha accertato i comportamenti molesti sul piano sessuale, allegati dalla ricorrente, che hanno trovato conferma in sede istruttoria e conseguentemente ha dichiarato la nullità del licenziamento successivamente comminatole, poiché considerato ritorsivo e fondato su ragioni discriminatorie; viene dunque pronunciata condanna ex art. 18 l. n. 300/1970, e viene riconosciuto il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, liquidato con riferimento all’indennità tabellare e alle risultanze della CTU. Le condotte accertate, concretatesi (per quanto riguarda specificamente l’ipotesi di “molestie”) in apprezzamenti sull’abbigliamento e sulla “moralità” della lavoratrice, in approcci o tentativi di approccio respinti e in conseguente accanimento sono state ricondotte – correttamente – al disposto dell’art. 26 d.Lgs. 198/2006, quali “comportamenti indesiderati a connotazione sessuale”; né è valso ad escludere la condotta e la responsabilità del datore di lavoro, secondo il Tribunale, il fatto che i convenuti (il legale rappresentante della società e il figlio, autore degli apprezzamenti molesti) li ritenessero semplicemente “atti scherzosi e giocosi”: coerentemente con la norma, pertanto, il rilievo è posto solo sulla percezione che di tali atti ha la vittima delle molestie, pertanto sulla nozione oggettiva di “comportamento indesiderato”. L’elemento psicologico dell’autore delle condotte molestie pertanto non riceve alcuna valorizzazione.

 
Illegittimo il licenziamento del dipendente che pretende un ordine scritto PDF Stampa E-mail
Lunedì 27 Gennaio 2014 08:33

 

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 21922 del 25 settembre 2013, ha rigettato il ricorso proposto da una Società avverso la sentenza con cui i giudici di merito avevano dichiarato illegittimo il licenziamento inflitto ad una dipendente per aver subordinato l'esecuzione dell'attività di nuovi compiti, richiestale dal superiore, alla attribuzione con lettera scritta dello specifico incarico e di avere quindi, a seguito della affermazione del superiore secondo la quale ella si rifiutava di eseguire la prestazione, alzato la voce alla presenza di colleghi.

La Corte d'Appello riteneva giustificata l'istanza della lavoratrice che l'assegnazione di tali compiti venisse formulata per iscritto, sia in ragione della particolare complessità tecnica del lavoro, confermata dalla prova orale, sia in ragione delle possibili responsabilità in caso di errori nell'esecuzione, sia in considerazione del fatto che i compiti in questione erano estranei alle mansioni di impiegata amministrativa svolte fino a quel momento.

La Suprema Corte ha precisato che "non appare utilmente invocabile la giurisprudenza di questa Corte evocata dalla società ricorrente, secondo la quale l'eventuale adibizione a mansioni non rispondenti alla qualifica rivestita può consentire al lavoratore di richiedere giudizialmente la riconduzione della prestazione nell'ambito della qualifica di appartenenza, ma non autorizza lo stesso a rifiutarsi aprioristicamente, e senza un eventuale avallo giudiziario che, peraltro, può essergli urgentemente accordato in via cautelare, di eseguire la prestazione lavorativa richiestagli, in quanto egli è tenuto ad osservare le disposizioni per l'esecuzione del lavoro impartito dall'imprenditore, ex artt. 2086 e 2104 cod.civ. da applicarsi alla stregua del principio sancito dall'art. 41 Cost. e può legittimamente invocare l'art. 1460 del cod. civ., rendendosi inadempiente, solo in caso di totale inadempimento dell'altra parte."

Nel caso di specie - proseguono i giudici di legittimità - non si è in presenza di un rifiuto tout court di eseguire la prestazione ma solo della richiesta di ordine scritto di assegnazione dei nuovi compiti.

Il giudice di merito ha ritenuto giustificata tale pretesa valorizzando, tra le altre, la circostanza delle possibili responsabilità, e quindi conseguenze negative per la lavoratrice, in caso di errore nella esecuzione di compiti che aveva accertato essere estranei non solo alle mansioni di impiegata amministrativa ma alla formazione professionale della dipendente.


"Tale valutazione resiste alla denunzia di parte ricorrente che ne sostiene la incompatibilità con il potere direttivo e organizzativo del datore di lavoro e con l'efficienza dell'azienda. 
L'adozione della forma scritta nell'assegnazione di nuovi compiti al dipendente non si pone, infatti, in linea generale, intrinsecamente in contrasto né con i poteri organizzativi e direttivi, facenti capo alla parte datoriale né appare tale da pregiudicare l'efficienza e l'ordinato svolgersi dell'attività di produzione".
Fonte: StudioCataldi

 

 
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