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«Che indossavi quando ti hanno stuprato?» PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Sabato 30 Settembre 2017 10:20


«Che indossavi quando ti hanno stuprato?» non è più soltanto la domanda più inutile in caso di violenza (l'abbigliamento ai fini dello stupro è totalmente indifferente, nonostante qualche giudice la pensi diversamente).

Nelle prime 2 settimane di settembre è stata anche il titolo di una interessantissima ed illuminate mostra organizzata da Jen Brockman, direttrice del Centro per la prevenzione e formazione sessuale del Kansas, che si pone un obiettivo semplice ma non per questo scontato: annullare il senso di colpa dei superstiti e far capire che non può esserci nessuna giustificazione di fronte a una violenza.

L'esibizione ha permesso di raccontare le storie di violenza sulle donne semplicemente esponendo i vestiti che indossavano al momento dello stupro.

Una rappresentazione cruda ed efficace per smontare uno degli stereotipi più diffusi: "se l'è cercata", soltanto perchè la vittima aveva "osato" indossare una minigonna od un vestito sexy.

Nella realtà mostrata al quarto piano dell'Università i visitatori si sono trovati ad aggirarsi tra un maglione rosso e una gonna nera, tra un costume da bagno e una polo sportiva. Indumenti abituali, di uso quotidiano, esibiti con l’obiettivo di parlare proprio di questo. Della normalità.

18 indumenti esposti alle pareti che non hanno nulla a che fare con vestiti all’ultima moda o di tendenza, ma che si prestano a un fine sociale più grande: dimostrare che una violenza non è mai causata dal guardaroba di chi la subisce.

"Cosa indossavi" demolisce tutti i pregiudizi nel modo più potente possibile: offrendo ai visitatori la risposta, facendoli specchiare in quegli indumenti di uso comune, rendendo tutte quelle storie un po’ più vicine.

“Vogliamo che le persone possano vedere se stesse riflesse nelle storie, negli abiti” ha raccontato Jen Brockman, che insieme alla dottoressa Mary Wyandt-Hiebert ha ideato la mostra nel 2013, presentandola poi di università in università, per lanciare un messaggio forte e chiaro. “Speriamo che gli studenti possano capire che questa credenza così diffusa è in realtà falsa”.

Accanto a ciascuno dei 18 indumenti era presente una targa per raccontare la violenza associata all’abito.

Accanto al maglione rosso ed alla gonna nera si può leggere: “Erano della mia compagna di stanza; me li ha prestati per il mio appuntamento. Ero così eccitata. Lui mi piaceva molto. Pensavo fosse un ragazzo gentile. Ma quando ho detto di rallentare e ho pianto, non si è fermato"

Erano presenti anche storie di uomini. Al lato di un semplice completo sportivo, pantaloncini e maglietta, il commento del proprietario è laconico. "Mi chiedono se l’essere stato violentato significhi che sono gay, o se mi sono opposto o come ho potuto permettere che succedesse."

Poche frasi, tutte d’impatto.

Il commento di Jen Brockman: “Molte vittime grazie alla mostra si sono ritrovate negli abiti esposti e hanno capito che non è stata colpa loro.” Ma il messaggio è arrivato diretto anche a tutti coloro che quella domanda, “Cosa indossavi?”, almeno una volta nella vita se la sono posta. Perché come ha ricordato Brockman “Non è l'abbigliamento che provoca una violenza sessuale, è la persona che fa del male”.

 

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