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La natura giuridica delle associazioni di professionisti PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Venerdì 10 Gennaio 2014 14:28

SOMMARIO: 1. La disciplina codicistica; 2. Le leggi speciali.

1. La disciplina codicistica.

È dibattuta sia in dottrina che in giurisprudenza la questione sulla natura giuridica delle associazioni di professionisti. Sebbene l’esercizio delle professioni intellettuali sia disciplinato dal codice civile agli artt. 2229 ss., non si fa esplicita menzione dell’esercizio in forme associata di tali professioni.

L’unica norma rilevante in questo senso sembra essere costituita dall’art. 2239 c.c.(“i rapporti di lavoro subordinato che non sono inerenti all'esercizio di un'impresa sono regolati dalle disposizioni delle Sezioni II, III e IV del Capo I del Titolo II, in quanto compatibili con la specialità del rapporto”)

La disposizione contiene una mera norma di rinvio, in base alla quale si stabilisce che se l’esercizio della professione costituisce elemento di un’attività organizzata in forma di impresa (art. 2082 c.c.), si applicano anche le disposizioni del titolo II del codice civile.

Questa norma costituisce il punto di partenza per una ricostruzione sulla natura giuridica degli enti in questione. Infatti, per la prima volta si chiarisce il tipo di disciplina giuridica da applicare per queste peculiari forme associative.

Probabilmente, in mancanza di altri agganci normativi di riferimento, l’interpretazione di tale norma porterebbe a ritenere applicabile la disciplina dettata dal legislatore in tema di impresa anche alle associazioni di professionisti.

2. Le leggi speciali.

Esistono, comunque, altri due importanti parametri normativi da tenere in considerazione:

  • la l. 1815/39
  • la l. 266/97

La prima legge è intervenuta a disciplinare gli studi di assistenza e di consulenza e costituisce la base normativa di riferimento. In base all’art. 2 della l. 1815/39, si stabiliva il divieto dell’esercizio delle cd. “professioni protette” in modo spersonalizzato.

Per il legislatore era cogente la preoccupazione di assicurare la trasparenza e la immediata individuabilità del professionista responsabile.

Le parti contrattuali dovevano apparire immediatamente identificabili all’esterno e, in questo senso, era vietata qualsiasi forma associativa che, anche in parte, ostacolasse l’immediata riconoscibilità del prestatore dell’opera intellettuale.

Sebbene si comprendano agevolmente le motivazioni alla base di tale rigorosa scelta legislativa, nella realtà pratica tale originaria impostazione si rivelò nel tempo eccessivamente rigida.

In questo senso, già prima dell’intervento normativo del ’97, gran parte della dottrina e della giurisprudenza avevano colto occasione di sottolineare come risultasse sproporzionata la soluzione legislativa del ’39 rispetto al condivisibile intento originario.

L’esclusione tout court della forma societaria per tali tipi di associazioni e soprattutto dell’applicabilità delle norme dettate dal codice in tema di società, secondo alcuni autori, non sarebbe l’unico modo per assicurare e garantire comunque la pronta riferibilità e la diretta individuazione del professionista responsabile.

Si arriva, per tal verso, all’intervento del 1997. Con la l. 266/97, il legislatore ha provveduto all’esplicita abrogazione dell’art. 2 della l. 1815/39, andando ad espungere l’espresso divieto di costituire società che abbiano scopo di dare ai propri consociati o a terzi prestazioni di assistenza o consulenza in materia tecnica, contabile, ecc…

Si tratta di un’interpretazione di apertura, ancora non completamente consolidata in dottrina ed in giurisprudenza, che propugna una lettura evolutiva del dato letterale normativo, alla luce di considerazioni pratiche e concrete. Altrimenti, se così non fosse, quali altri strumenti normativi di tutela avrebbero tali associazioni, non essendo qualificabili come associazioni giuridiche in senso stretto?

 

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