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Giudizio abbreviato: i poteri istruttori del giudice PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Martedì 23 Luglio 2013 07:24

Il vario susseguirsi di pronunce di legittimità sul tema riguardante il potere officioso di integrazione probatoria nel giudizio abbreviato, soprattutto per circoscriverne i limiti, suggerisce l’intervento nomofilattico delle Sezioni Unite.

Negli ultimi tempi, infatti, si è assistito a pronunce di segno opposto sul raggio di applicazione dell’art. 441 comma 5 c.p.p.

Ebbene, il dato letterale prevede “Quando il giudice ritiene di non poter decidere allo stato degli atti assume, anche d'ufficio, gli elementi necessari ai fini della decisione. Resta salva in tale caso l'applicabilità dell'articolo 423”.

Sulla scorta del superiore inciso il Giudice ha così modo di intervenire –spesso con arbitrio e faziosità di incarico- nell’opera ricostruttiva delle prove, rivestendo un ruolo quasi di “supplenza” alle deficienze della Pubblica Accusa.

Per comprendere meglio il disagio giurisprudenziale, si segnalano le ultime pronunce che delineano al riguardo interpretazioni non propriamente collimanti:

Cass. Pen., Sez. I , Sent. 13 maggio 2013, n. 20466;

Cass. Pen., Sez. III, Sent., (ud. 16-01-2013) 20-03-2013, n. 12842;

Cass. Pen., Sez. II, Sent., (ud. 28-11-2012) 05-02-2013, n. 5664;

Cass. Pen., Sez. V, Sent., (ud. 30-04-2012) 21-09-2012, n. 36335;

Cass. Pen., Sez. III, n. 33939 del 16/6/2010, dep. 21/9/2010;

Cass. Pen., Sez. VI, n. 11558/2009;

Cass. Pen., Sez. VI, n. 45240 del 10/11/2005, dep. 13/12/2005.

Nel dettaglio i passi di interesse sono i seguenti.

1) La prima pronuncia in commento (Cass. Pen. 20466/2013) si segnala oltre che per l’affermazione secondo cui il potere officioso di cui all’art. 441 comma 5 c.p.p. si estende anche al giudizio d’appello ex art. 603 c.p.p. anche per il seguente passo motivazionale:

“A seguito della novella introdotta dalla Legge n. 479 del 1999, che ha sancito la possibilita' che l'imputato condizioni la richiesta di ammissione ad una integrazione probatoria necessaria ai fini della decisione, senza porre limitazioni quanto all'oggetto ed alla natura del mezzo istruttorio, l'accoglimento dell'istanza resta subordinato al requisito della necessita' ai fini del giudizio della prova e della compatibilita' con le finalita' di economia processuale, caratterizzanti quel tipo di procedimento "allo stato degli atti". Pertanto, formulata istanza di ammissione al giudizio abbreviato condizionata all'ammissione di una prova, spettera' al giudice di primo grado valutare se la stessa sia necessaria e se quindi possa trovare o meno ingresso nel procedimento e la relativa decisione sara' suscettibile di una rivisitazione critica in sede d'impugnazione.

Diversamente, quando la richiesta di ammissione al rito alternativo non sia subordinata, in questo caso la possibilita' di introduzione di nuovo materiale probatorio resta affidata all'esercizio da parte del Giudice nei due gradi di merito, quindi anche in appello, del potere di disporre ulteriori accertamenti, quando ritenuti necessari ai fini della decisione, ai sensi dell'articolo 441 c.p.p., comma 5.

1.2.2 La giurisprudenza di questa Corte ha al proposito rilevato che: "Nel giudizio abbreviato d'appello, celebrato anche in sede di rinvio, il giudice puo' esercitare il potere officioso di integrazione probatoria, perche' la previsione dell'articolo 441 c.p.p., comma 5, che attribuisce siffatto potere al giudice dell'abbreviato in primo grado, e' estensibile, con gli stessi limiti, al giudice d'appello, e la sua valutazione discrezionale circa la necessita' della prova non e' censurabile in sede di legittimita'" quando sia correttamente ed adeguatamente motivata (Cass., sez. 5, n. 19388 del 9/5/2006, Biondo ed altri, rv. 234157, sez. 4, n. 38216 del 29/4/2009, Hrustic, rv. 245290, sez. 2, n. 35987 del 17/6/2010, Melilli, rv. 248181, sez. 2, n. 3609 del 18/01/2011, Sermone e altri, rv. 249161; sez. 1, n. 35846 del 23/5/2012, PG in proc. Andali, rv. 253729).

1.2.2.1 Del resto la facolta' sopra indicata trova corrispondenza per il giudizio dibattimentale nel disposto dell'articolo 507 c.p.p., che prevede istituto sul quale le S.U. di questa Corte hanno espresso le seguenti illuminanti osservazioni (S.U. n. 41281 del 17/10/2006, PM in proc. Greco, rv. 234907): "l'articolo 507 ha un diverso ambito di applicazione e, soprattutto, un diverso scopo: quello di consentire al giudice - che non si ritenga in grado di decidere per la lacunosita' o insufficienza del materiale probatorio di cui dispone - di ammettere le prove che gli consentono un giudizio piu' meditato e piu' aderente alla realta' dei fatti che e' chiamato a ricostruire.

Senza neppure scomodare i grandi principi (in particolare quello secondo cui lo scopo del processo e' l'accertamento della verita') puo' piu' ragionevolmente affermarsi che la norma mira esclusivamente a salvaguardare la completezza dell'accertamento probatorio sul presupposto che se le informazioni probatorie a disposizione del giudice sono piu' ampie e' piu' probabile che la sentenza sia equa e che il giudizio si mostri aderente ai fatti. (...) Una limitazione dei poteri probatori officiosi del giudice sarebbe idonea a vanificare il principio dell'obbligatorieta' dell'azione penale e si porrebbe in palese contraddizione con l'esistenza degli amplissimi poteri del giudice in tema di richiesta di archiviazione del pubblico ministero. (...) v'e' ancora, in questa sentenza (S.U., Martin), un'importante precisazione che consente di evitare che l'esercizio del potere in esame avvenga in modo troppo esteso o addirittura arbitrario: l'iniziativa deve essere "assolutamente necessaria" (sia l'articolo 507 che l'articolo 603 usano questa espressione) e la prova deve avere carattere di decisivita' (altrimenti non sarebbe "assolutamente necessaria") diversamente da quanto avviene nell'esercizio ordinario del potere dispositivo delle parti in cui si richiede soltanto che le prove siano ammissibili e rilevanti. Puo' ancora aggiungersi che questo potere andra' esercitato nell'ambito delle prospettazioni delle parti e non per supportare probatoriamente una diversa ricostruzione che il giudice possa ipotizzare".

1.2.2.2. Pertanto, come nel dibattimento l'articolo 507 c.p.p., consente al Giudice di disporre d'ufficio l'assunzione dei mezzi di prova se cio' risulta assolutamente necessario ai fini della decisione, analogo potere riconosce il codice di rito al giudice del giudizio abbreviato di assumere, anche di ufficio e pure nel grado di appello, gli elementi necessari ai fini della decisione. Ne' tale intervento, proprio perche' finalizzato ad assicurare che il processo raggiunga il suo scopo di accertamento della verita' dei fatti, in una fase in cui le parti non hanno piu' la disponibilita' della prova, non puo', tuttavia, essere eccessivamente limitato: esso, quindi, deve ritenersi sussistente indipendentemente dal fatto che le prove assunte possano risultare a favore o contro l'imputato. In effetti, quando il legislatore ha voluto limitare i poteri officiosi del giudice alla sola assunzione delle prove favorevoli per l'imputato, lo ha esplicitato come nell'ipotesi disciplinata dall'articolo 422 c.p.p., comma 1, (sez. 1, n. 31686 del 26/4/2010, Sestito, Rv. 248011).

1.2.2.3 Deve altresi' tenersi presente che, per quanto questa Corte abbia sostenuto che "anche dopo la riforma contenuta nella Legge 16 dicembre 1999, n. 479, nel giudizio abbreviato l'integrazione probatoria in appello non e' esclusa in modo assoluto, ma e' ammessa compatibilmente con le esigenze di celerita' del rito, per cui puo' essere disposta, anche d'ufficio, solo per le acquisizioni documentali assolutamente indispensabili ai fini del decidere ed attinenti la capacita' processuale dell'imputato o i presupposti stessi del reato o della punibilita', dovendo escludere che possa farsi ricorso all'integrazione per far fronte a ordinarie lacune probatorie nel merito, ovvero per acquisire prove a carico dell'imputato, essendo possibile l'integrazione solo in bonam partem, dal momento che l'acquisizione di elementi a carico dell'imputato potrebbe incidere sulla originaria determinazione di richiedere il rito alternativo, scelta non piu' modificane" (Cass., Sez. 3, n. 33939 del 16/6/2010, dep. 21/9/2010, Anzaldo, Rv. 248229; Cass., Sez. 6, n, 45240 del 10/11/2005, dep. 13/12/2005, Spaonoli, Rv. 233506), tuttavia i benefici cui l'imputato accede con il rito abbreviato, mantenuti inalterati anche a fronte di integrazione probatoria, si differenziano dalla possibilita' di conoscere preventivamente il materiale probatorio su cui il Giudice fondera' la sua decisione e consistono nella riduzione di un terzo della pena in caso di condanna e nella celebrazione non pubblica e piu' celere del processo.

1.2.2.5 Ne' va tralasciato che la garanzia del contraddicono di fronte all'ampliamento del materiale probatorio resta impregiudicata: infatti, qualora, nel giudizio abbreviato, celebrato in appello a seguito di impugnazione del P.M. avverso decisione assolutoria, il giudice, valendosi dei suoi poteri di cui all'articolo 441 c.p.p., anche se sollecitati dalla parte pubblica, abbia disposto nuovi mezzi istruttori potenzialmente pregiudizievoli per la posizione dell'imputato, sussiste, a suo carico, l'obbligo di far seguire l'ammissione anche delle eventuali prove contrarie, da escludersi soltanto se superflue o irrilevanti, e di consentire il controesame di eventuali nuovi testimoni escussi (Sez. 1, n. 31686 del 26/4/2010, Sestito, Rv. 248011).

1.3 Deve dunque escludersi che in linea di principio l'attivazione dei poteri istruttori da parte del giudice di appello nel rito abbreviato si traduca in pregiudizi per l'imputato nella violazione dei canoni del giusto processo, riconosciuti dall'articolo 6 della CEDU proprio per gli innegabili benefici che gli sono comunque riconosciuti e per la possibilita' di incidere sulla decisione finale mediante l'assunzione di eventuali prove a discarico, la cui necessita' derivi dall'ammissione di quelle disposte d'ufficio.”.

2) In ordine cronologico, segue la pronuncia Cass. Pen., Sez. III, Sent., (ud. 16-01-2013) 20-03-2013, n. 12842 in cui si afferma:

“L'assunto del ricorrente fa leva sull'orientamento più volte sostenuto da questa Corte secondo cui nel giudizio abbreviato la facoltà del giudice di assumere anche d'ufficio gli elementi necessari ai fini della decisione non è esercitabile con riguardo alla ricostruzione storica del fatto e all'attribuibilità di esso all'imputato (Sez. 3, Sentenza n. 33939 del 16/06/2010 Rv. 248229). A tale orientamento se ne è contrapposto altro - che il Collegio condivide ed alle cui motivazioni si richiama - sostenuto da Sez. 5, Sentenza n. 36335 del 30/4/2012, rv. 254027, la quale ha affermato invece che in tema di giudizio abbreviato, l'integrazione probatoria disposta dal giudice ai sensi dell'art. 441 cod. proc. pen., comma 5 può riguardare anche la ricostruzione storica del fatto e la sua attribuibilità all'imputato, atteso che gli unici limiti a cui è soggetto l'esercizio del relativo potere sono costituiti dalla necessità ai fini della decisione degli elementi di prova di cui viene ordinata l'assunzione e dal divieto di esplorare itinerari probatori estranei allo stato degli atti formato dalle parti.

Tale orientamento si fa espressamente carico della necessità di rivedere quelli contrari in ragione della evoluzione dell'istituto del rito abbreviato per effetto degli interventi di modifica succedutisi nel tempo e che si conforma in sostanza a quello già sostenuto da Sez. 3 del 17/5/2009 n. 39718, rv. 244622 che, per un verso, aveva sottolineato anche le analogie rinvenibili tra l'art. 507 c.p.p. e l'art. 441 c.p.p., comma 5 e, per altro verso, nell'escludere asseriti profili di incostituzionalità della disposizione, aveva ribadito il diritto dell'imputato a richiedere nuove prove in relazione a quanto emerso dalla integrazione disposta del gup. Nè è previsto da alcuna disposizione che l'integrazione debba seguire alla discussione finale e peraltro non si vede in che modo tale determinazione possa negativamente incidere sui diritti della difesa.”

3) La successiva sentenza (Sez. II, Sent., 05-02-2013, n. 5664), contrariamente a quanto osservato in precedenza, ritiene

“Invero, nel giudizio abbreviato, la facoltà per il giudice di assumere anche d'ufficio gli elementi necessari ai fini della decisione non è esercitabile con riguardo alla ricostruzione storica del fatto e all'attribuibilità di esso all'imputato (Sez. 3, sentenza n. 33939 del 16/06/2010, rv. 248229). L'assunzione ex officio dei molteplici mezzi di prova chiesti dalla parte civile avrebbe finito, poi, per risultare del tutto incompatibile con le finalità di economia processuale proprie del rito abbreviato.”

4) Di notevole interesse è la pronuncia del 2012, Sez. V, Sent., (ud. 30-04-2012) 21-09-2012, n. 36335 in cui si segnala l’interessante sforzo ermeneutico (a mo’ di Sezioni Unite) e la particolare argomentazione spesa riguardante il concetto della ricostruzione storica del fatto:

“la prima pronuncia in cui venga affrontato il problema è la sentenza della Sez. 1, n. 4519, del 10 dicembre 1990 (Rv. 186845, ric.: Ragno) nella quale si affermava il principio che nel giudizio abbreviato, dovendo avvenire la decisione "allo stato degli atti" era escluso che il giudice potesse procedere ad ulteriori acquisizioni probatorie dopo avere disposto il rito speciale, rilevandosi anche come una tale conclusione trovasse significativo riscontro nella considerazione che nel corso dei lavori parlamentari era stata eliminata l'espressa previsione della possibilità di compiere, anche quando si procedesse con tale rito, atti ritenuti necessari per la decisione, contenuta nella direttiva 47 (nel testo approvato dalla commissione giustizia della camera), e che tale preclusione era stata mantenuta ferma, pur nel dissenso di ampia parte della commissione redigente, nel testo definitivo del codice.

La Corte, di fronte al problema se nel corso del giudizio abbreviato si potesse o meno acquisire la prova sopravvenuta di un'incapacità di intendere e volere dell'imputato, aveva affermato che la preclusione di nuove prove, implicita nella locuzione "allo stato degli atti", contenuta nell'art. 438 del codice, riguardava soltanto gli elementi probatori concernenti la ricostruzione storica del fatto e l'attribuibilità del reato all'imputato, e, quindi, la sua responsabilità, ma non l'accertamento della capacità di intendere e di volere. Le successive sentenze (Sez. 5, sent. n. 1200 del 12/6/1992, Rv. 191608, rie: Catalano; Sez. 2, sent. n. 4014 del 2/10/1992, Rv. 195013, Russo), nel mentre aprivano la possibilità, rispettivamente, all'accertamento di una causa di procedibilità sopravvenuta, la prima, ed all'acquisizione di prove documentali concernenti l'avvenuto risarcimento del danno, la seconda, avevano ribadito le affermazioni della precedente decisione sul principio della limitazione probatoria, in via generale, agli aspetti più direttamente collegati alla ricostruzione storica del fatto ed all'attribuibilità del reato all'imputato.

Ed una tale limitazione è stata ritenuta come incidente anche sull'iniziativa del giudice in tema di prova, dalla giurisprudenza formatasi in epoca successiva all'entrata in vigore della legge 479/99, laddove si è affermato che (Sez. 3, sent. n. 33939 del 16/6/2010, Rv. 248229, ric.: Anzaldo) "nel giudizio abbreviato la facoltà del giudice di assumere anche d'ufficio gli elementi necessari ai fini della decisione non è esercitabile con riguardo alla ricostruzione storica del fatto e all'attribuibilità di esso all'imputato", in linea con precedenti decisioni dello stesso tenore (n. 32099 del 2004, Rv. 229497; n. 35247 del 2005, Rv. 232580; n. 1563 del 2007 Rv. 236229), senza che però si fossero potute affrontate in maniera compiuta le questioni poste dalla modifica del regime probatorio del rito.

Il Collegio non condivide una tale ricostruzione dei poteri del giudice nel giudizio abbreviato, come disciplinato a seguito delle modifiche di cui alla L. 16 dicembre 1999, n. 479. In una situazione in cui, a seguito dei plurimi interventi della Corte Costituzionale nel corso del anni '90 e della legge che ne ha raccolto gli spunti, è tramontata la struttura del giudizio abbreviato come giudizio ancorato ad una base di cognizione immutabile ed è stato consegnato all'imputato il diritto di attivare il rito speciale senza venir condizionato da una possibile incompletezza delle preliminari indagini del Pubblico Ministero, il sistema ha dovuto prevedere (cfr. Corte Costituzionale sent. 115 del 2001) varie forme di integrazione probatoria, demandate all'iniziativa dell'imputato (art. 438 c.p.p., comma 5), del Pubblico Ministero, ammesso alla prova contraria ove l'imputato abbia esercitato la facoltà di chiedere l'integrazione probatoria (art. 438 c.p.p., comma 5), dello stesso giudice, qualora ritenga di non poter decidere allo stato degli atti (art. 441 c.p.p., comma 5).

E quanto all'ampiezza di un tale potere, ritiene il Collegio condivisibile l'opinione che ne considera individuabili i limiti sulla base di quel criterio della decisività allo stato degli atti, che, se in passato rappresentava il limite di ammissibilità del rito speciale, attualmente ben può costituire il parametro con cui si deve confrontare il giudice per le sue decisioni sulla necessità di autonome iniziative probatorie ai fini della decisione, collegate quindi, ai sensi dell'art. 441 cod. proc. pen., comma 5, all'oggettiva impossibilità di addivenire alla decisione nel merito sulla base delle risultanze degli elementi di prova in atti, si tratti di quelli raccolti dal Pubblico Ministero oppure di quelli risultanti dalle richieste di integrazione cui l'imputato abbia subordinato l'accesso al rito.

Al giudice è consentito di valutare la completezza dell'indagine e provvedere alla sua integrazione o specificazione in ogni caso, nel rispetto dei soli limiti:

- dell'inserirsi di tale intervento nell'area individuata dallo stato degli atti formato dalle parti, essendo escluso che il giudice possa seguire un autonomo percorso di indagine su elementi di fatto non esplorati dalle parti e risultanti già dagli atti (sul punto già Sez. 5, sent. n. 15124 del 19/3/2002, Rv. 221322, ric.: Ranieri ed altri), dovendo egli ovviare ad una situazione di stallo determinata da insufficiente esplorazione degli elementi raccolti nel corso dell'indagine, tale da impedirgli di rendere una decisione sul merito dell'accusa, così che solo dopo il completamento dell'indagine anche su quegli aspetti le cui potenzialità non fossero state esaminate fino in fondo, gli sia possibile valutare la sufficienza o meno del quadro probatorio, anche ai sensi del cpv. dell'art. 530 cod. proc. pen.;

- della necessità ai fini della decisione degli elementi di prova da assumere, nel senso che è necessaria ai fini della decisione la prova che completi il quadro degli accertamenti e che consenta al giudice di ritenere esaurientemente esplorato ogni tema d'indagine, per garantire che la sua decisione, sull'esser il risultato di prova sufficiente o meno ad affermare la responsabilità, sia fondata su tutto il materiale di valutazione possibilmente recuperabile; così, l'iniziativa ufficiosa del giudice potrà aver per oggetto sia una prova nuova sia, ove necessaria, anche la ripetizione della prova già acquisita agli atti, come (ed è il caso di specie) l'audizione di un testimone assunto a sommarie informazioni nel corso delle indagini preliminari, laddove si ritenga insufficiente la verbalizzazione delle sue dichiarazioni, o necessario saggiarne direttamente l'attendibilità.

Se tali sono i limiti all'iniziativa del giudice non si vede spazio per l'ulteriore limitazione che escluderebbe che tale iniziativa possa aver per oggetto la ricostruzione storica del fatto e l'attribuibilità del reato all'imputato, limitazione non rinvenibile nella struttura del giudizio speciale, al quale l'imputato accede con la piena consapevolezza (art. 438 c.p.p., comma 1) sia delle sue possibilità di proporre un'integrazione probatoria tale da superare incompletezze da lui riscontrate nell'indagine del Pubblico Ministero (che non può ritorcersi a suo danno limitandone le possibilità di difesa e di accesso al rito), ma anche con la consapevolezza che il quadro probatorio a disposizione del giudice non sarà solo quello cristallizzato nelle indagini preliminari o dopo il proprio eventuale intervento integrativo, ma quello che l'autonoma valutazione del giudice, sempre nei limiti che lo circoscrivono, come visto sopra, alla materia già esplorata, potrà configurare con la sua iniziativa di completamento probatorio.

5) Si evidenzia, poi, la condivisibile sentenza, Sez. III, n. 33939 del 16/6/2010, dep. 21/9/2010 secondo cui:

“Nel giudizio abbreviato il potere di integrazione del giudice non può spingersi fino al punto di acquisire elementi di prova in ordine alla sussistenza del reato ed alla attribuzione di esso all'indagato. …Ed invero, la scelta processuale della difesa di essere giudicata sulla scorta degli elementi raccolti dal pubblico ministero verrebbe vanificata e snaturata se il potere del giudice di integrare la prova fosse illimitato ed arrivasse al punto di poter sostituire l'organo giudicante a quello inquirente nella ricerca di elementi idonei a verificare (e non invece a confermare) se il soggetto tratto a giudizio sia effettivamente autore di un reato e se il fatto contestato integri gli estremi di un reato perseguibile.”.

6) Segue la motivazione della sentenza n. 1158 del 2009 a parere della quale:

“la mutata natura del giudizio speciale a seguito dell'incisiva riforma della legge n. 479 del 1999, giudizio oggi rimesso alla esclusiva volontà dell'imputato, a meno che questi non opti per la forma di richiesta c.d. condizionata, rispetto alla quale il giudice ha, solo in questo caso, la possibilità di negare l'ammissione al rito in presenza di determinate condizioni. L'abolizione del consenso del pubblico ministero assieme al venir meno della valutazione giudiziale sulla possibilità di definire il processo allo stato degli atti ha avuto come conseguenza quella di attribuire all'imputato un vero e proprio “diritto” al rito e, conseguentemente, quella di prevedere un “obbligo” del giudice ad introdurlo. Il giudizio abbreviato non presuppone come condizione di ammissibilità la definibilità allo stato degli atti e, quindi, non potrà mai essere rifiutato in presenza di carenze del quadro probatorio od istruttorio. In questo nuovo assetto svolge un ruolo fondamentale la previsione sui poteri di integrazione del giudice, intesi come una forma di bilanciamento rispetto alla inevitabilità del giudizio abbreviato, rimesso alla scelta unilaterale dell'imputato. Infatti, l'art. 441 comma 5 c.p.p. attribuisce al giudice poteri di integrazione probatoria di natura officiosa ogni qual volta ritenga di non poter decidere allo stato degli atti….la valutazione della “necessità” dell'integrazione probatoria nel rito abbreviato, sia d'ufficio che su richiesta delle parti, non è condizionata alla sua complessità od alla lunghezza dei tempi dell'accertamento probatorio, e non si identifica con l'assoluta impossibilità di decidere o con l'incertezza della prova, ma presuppone, da un lato, l'incompletezza di un'informazione probatoria in atti, dall'altro, una prognosi di positivo completamento del materiale a disposizione per il tramite dell'attività integrativa. In ogni caso, si tratta di valutazione insindacabile in sede di legittimità se, come nella specie, congruamente e logicamente motivata (Sez. II, 18 ottobre 2007, n. 43329, Mirizzi).Né il ricorrente può dolersi dei tempi dell'acquisizione, in quanto la norma non fissa alcun termine al riguardo, per cui deve ritenersi che il potere di integrazione probatoria riconosciuto al giudice non è soggetto a limiti temporali e può intervenire in qualsiasi momento e fase della procedura, quindi anche prima della discussione, come è avvenuto nel caso in esame”.

7) Da ultimo, e del resto la prima, si evidenzia il convicimento della sentenza Cass. Pen., Sez. VI, n. 45240 del 10/11/2005. a ragione della quale:

“Anche dopo la riforma contenuta nella L. 16 dicembre 1999, n. 479 nel giudizio abbreviato l'integrazione probatoria in appello non è esclusa in modo assoluto, ma è ammessa compatibilmente con le esigenze di celerità del rito, per cui può essere disposta, anche d'ufficio, solo per le acquisizioni documentali assolutamente indispensabili ai fini del decidere ed attinenti la capacità processuale dell'imputato o i presupposti stessi del reato o della punibilità, dovendo escludere che possa farsi ricorso all'integrazione per far fronte a ordinarie lacune probatorie nel merito, ovvero per acquisire prove a carico dell'imputato, essendo possibile l'integrazione solo in "bonam partem", dal momento che l'acquisizione di elementi a carico dell'imputato potrebbe incidere sulla originaria determinazione di richiedere il rito alternativo, scelta non più modificabile.”

Prima di approfondire le questioni critiche riguardanti le pronunce in esame è utile ricordare che il potere del Giudice di integrare il compendio probatorio è da individuarsi quale eccezione nel panorama globale del processo[1].

La natura accusatoria del processo non potrebbe in altra maniera suffragare tale impostazione visto che ne verrebbe compromessa la stessa figura del Giudice quale soggetto terzo ed imparziale[2].

Difatti, seppur riconosciuta dal legislatore, si rischierebbe di fornire al Giudice una facoltà inquisitoria[3] senza alcun limite di sorta.

Tuttavia le principali problematiche attinenti al potere discretivo del Giudice sorgono nel momento in cui si cerca di scongiurarne l’arbitrio -puro e semplice- e si evidenziano soprattutto in tema di:

acquisione di prove concernenti la ricostruzione del fatto e l’attribuibilità di esso all’imputato;

motivazione dell’ordinanza;

rimedi esperibili all’illegittimo utilizzo del potere ex art. 441 comma 5 e diritto alla controprova.

Sotto il primo profilo non vi è chi non veda una disparità di trattamento tra le parti processuali ed una scalfitura al principio di imparzialità del Giudice (principi espressi dall’art. 111 Cost.) laddove quest’ultimo si trasformi in “supplente di ruolo” teso alla “ricerca della verità”.

Non convince affatto la giustificazione che il Giudice debba accertare la verità con l’utilizzo improprio dell’art. 441 comma 5 c.p.p.

Del resto, la giusitificazione proviente da un dato interpretativo del processo(seppur costituzionalmente orientato dalla stessa Corte Costituzionale) mentre il principio del contraddittorio e l’imparzialità del Giudice sono fortemente cristallizzati insieme al principio del giusto processo nel dettato di cui all’art. 111 Cost..

È stato affermato che il sistema accusatorio positivamente instaurato ha prescelto la dialettica del contraddittorio dibattimentale quale criterio maggiormente rispondente all’esigenza di ricerca della verità (Corte Costituzionale n. 255/1992) sicchè deve ritenersi che il contraddittorio sia l’unico strumento della ricerca della verità[4] ed il Giudice il suo unico arbitro, non il suo mezzo.

Eppure, l’intervento -seppur meritevole- del Giudice se non fortemente limitato –anche nella ricostruzione del fatto- rischierebbe di essere arbitrario non solo nella scelta, quanto nel criterio da seguire in merito alla sua applicazione visto che i canoni offerti dalla pronuncia n. 36335 del 2012 non hanno nessuna base normativa, e quindi lasciati alla logica personale ed al prudente apprezzamento del singolo giudicante: il tutto dovrebbe essere quantomeno ripudiato nell’ottica del primato al dettato legislativo e quindi del principio di legalità.

In verità, poi è necessario non trascurare che, per il principio di complementarietà sancito dall’art. 358 c.p.p., è attribuito alla Pubblica Accusa la ricerca della verità mentre al Giudice terzo ed imparziale è riconosciuta l’accertamento inteso come verifica della verità processuale, cioè di ponderare il suo giudizio in ragione di quanto emerso dal processo, seppur abbreviato.

Il giudizio abbreviato non è solo connotato dalla celerità del processo ma anche dalla sua economicità che spesso viene sacrificata per questa spasmodica ricerca della verità[5].

Tra l’altro lo stesso imputato, a seguito del potere officioso ex art. 441 comma 5 c.p.p., non potrebbe pentirsi della scelta[6] e quindi a seguito dell’integrazione probatoria non residuerebbe altro che la richiesta di controprova (cass. 11954 del 2005; corte costituzionale 245/2005[7]); ovviamente fatta salva l’applicazione dell’art. 423 c.p.p..

Malgrado affermazioni contrarie[8] secondo cui il potere probatorio del Giudice non potrebbe essere messo in discussione; l’ordinanza istruttoria, non solo può essere revocata, ma può essere attentamente vagliata e soprattutto potrebbe essere caducata la prova -in tale maniera raccolta- in sede di impugnazione laddove vengano censurati -con il medesimo atto di appello avverso la sentenza- i criteri e le motivazioni spese sul punto dal Giudice nella ricerca della prova.

Difatti, è doveroso segnalare che le ordinanze rese nel corso del giudizio se prive di reale motivazione violano il dettato normativo dell’art. 125 comma 3 c.p.p.. secondo cui le ordinanze sono motivate a pena di nullità.

Invero, il difetto assoluto di motivazione comporta non solo la nullità dell’ordinanza quanto la sua rilevabilità in sede di legittimità trattandosi di vizio inquadrabile nel dettato normativo di cui all’art. 606 comma 1 lett. e) c.p.p..

Del resto la prova assunta in siffatta maniera sarebbe censurabile per violazione dell’art. 191 c.p.p..

Il potere di integrazione probatoria, come ricordato, oltre che mettere in serio dubbio la terzietà ed imparzialità del giudice ha di fatto dimostrato che la facoltà incondizionata ed immotivata del giudice di disporre ex officio una prova si è trosformata in una licensa abusiva di condurre il processo secondo schemi totalmente inquisitori.

All’uopo si ripropone (Cass. Pen. Sez. V, 19 dicembre 2005, n. 4648) che in tema di giudizio abbreviato “il potere di integrazione probatoria ex officio attribuito al giudice dall’art. 441, comma quinto, cod.proc.pen. – per il quale quando il giudice ritiene di non poter decidere allo stato degli atti assunti, anche, d’ufficio, gli elementi necessari ai fini della decisione- è preordinato alla tutela dei valori costituzionali che devono presiedere, anche nei giudizi a prova contratta, all’esercizio della funzione giurisdizionale e risponde, pertanto, alle medesime finalità cui è preordinato il potere previsto dall’art. 507 cod. proc. pen. in dibattimento”.

Sicchè si può evidenziare (secondo Cass. Pen., sentenza 18 dicembre 2006, n. 41281) che “ Il potere del giudice di disporre d'ufficio l'assunzione di nuovi mezzi di prova, ai sensi dell'articolo 507 del cpp, può essere esercitato pur quando non vi sia stata precedente acquisizione di prove, e anche con riferimento a prove che le parti avrebbero potuto chiedere e non hanno chiesto, ma sempre che l'iniziativa probatoria sia assolutamente necessaria e miri, pertanto, all'assunzione di una prova decisiva nell'ambito delle prospettazioni delle parti, non essendo consentito, invece, che il giudice possa coltivare un’ipotesi autonoma e alternativa, pena la violazione del basilare principio di terzietà della giurisdizione”.

Il potere officioso dell’art. 441 comma 5, per evitare appunto abusi, deve essere contenuto da una puntuale ed attenta interpretazione del dato letterale che certamente non possono autorizzare lo stravolgimento del ruolo.

Anzitutto e per come ricordato, l’intervento del giudice non deve aver carattere meramente esplorativo ed attivarsi su nuovi intinerari probatori (Cass. Pen. 1 Sez. 5, sent. n. 15124 del 19/3/2002, Rv. 221322).

Certamente non deve trattarsi di prova incerta altrimenti si coltiverebbe un intento persecutorio per evitare una pronuncia ex art. 530 comma 2 c.p.p.[9].

Vi è poi la necessità che il Giudice manifesti la motivazione appunto sull’indisponibilità del decidere allo stato degli atti, motivazione che deve sorreggere in punto di fatto e di diritto le ragioni sulla necessità dellla prova prescelta a completare il compendio probatorio.

Orbene, fatte queste dovute osservazioni si possono analizzare compiutamente i punti critici degli avvicendamenti giurisprudenziali.

La critica deve partire anzitutto dalle ricostruzioni offerta dalla più recente pronuncia (Cass. Pen. 20466/2013) ove, oltre all’affermazione dell’applicabilità dell’istituto anche al giudizio di appello, si rimarca la distinzione tra giudizio abbreviato condizionato e giudizio abbreviato incondizionato quasi come se fosse possibile applicare compiutamente l’istituto di cui all’art. 441 comma 5 solo nell’ultima opzione.

In essa si rinviene altresì la convizione che la facolà giuridica di disporre l’integrazione probatoria discende dalla lettura dell’art. 507 operata dalle S.U. (sentenza 17 ottobre-18 dicembre 2006, n. 41281) in base alla quale "l'articolo 507 ha un diverso ambito di applicazione e, soprattutto, un diverso scopo: quello di consentire al giudice - che non si ritenga in grado di decidere per la lacunosita' o insufficienza del materiale probatorio di cui dispone - di ammettere le prove che gli consentono un giudizio piu' meditato e piu' aderente alla realta' dei fatti che e' chiamato a ricostruire”.

In essa, poi, si giustifica l’applicazione dell’art. 441 comma 5 senza alcun vero limite -se non con l’apparente obbligo motivazionale sulla decisione di disporre l’integrazione probatoria e senza la limitazione fatta propria dalla precedente giurisprudenza (33939/2010) atta ad evitare che tale potere si spinga al punto di ricostruire il fatto e ricondurlo all’imputato- sulla scorta del ragionevole principio secondo cui l’accertamento della verità discende dalla completezza dell’accertamento probatorio il quale più sarà penetrante più sarà equo il giudizio raggiunto, con buona pace del fatto che le prove disposte officiasamente possano risultare a favore o contro l'imputato.

La pronuncia, perciò ripropone il dibattito sul limite al potere probatorio in merito alla ricostruzione storica del fatto ed alla sua riconducibilità all’imputato.

Invero, sul tema si contrappongono sostanzialmente due orientamenti:

l’uno che lo ammette con le dovute cautele “atteso che gli unici limiti a cui è soggetto l'esercizio del relativo potere sono costituiti dalla necessità ai fini della decisione degli elementi di prova di cui viene ordinata l'assunzione e dal divieto di esplorare itinerari probatori estranei allo stato degli atti formato dalle parti” (Cass. Pen. 20466/2013; Cass. Pen., Sez. III, Sent., ud. 16-01-2013, 20-03-2013, n. 12842; Cass. Sez. V, Sent., ud. 30-04-2012, 21-09-2012, n. 36335);

contrariamente, l’altro afferma che il potere di cui all’art. 441 comma 5 non è esercitabile con riguardo alla ricostruzione storica del fatto e all’attribuibilità di esso all’imputato atteso che verrebbe vanificata e snaturata la struttura del giudizio abbreviato se il potere del giudice di, integrare la prova, fosse illimitato ed arrivasse al punto di poter sostituire l’organo giudicante a quello inquirente nella ricerca di elementi idonei a verificare (e non invece a confermare) se il soggetto tratto a giudizio sia effettivamente autore di un reato e se il fatto contestato integri gli estremi di un reato perseguibile; essendo possibile l'integrazione solo in "bonam partem", dal momento che l'acquisizione di elementi a carico dell'imputato potrebbe incidere sulla originaria determinazione di richiedere il rito alternativo, scelta non più modificabile. (Cass. Pen., Sez. VI, n. 45240 del 10/11/2005; Sez. 3, Sentenza n. 33939 del 16/06/2010 Rv. 248229; Sez. II, Sent., 05-02-2013, n. 5664);

marginalmente, si inserisce un uleriore specificazione dei superiori orientamenti secondo cui “La scelta del rito abbreviato non preclude la richiesta della perizia psichiatrica. Infatti, con la scelta del rito abbreviato l'imputato rinuncia all'acquisizione di ulteriori elementi di prova riguardanti la sussistenza del fatto e la responsabilità che ne deriva. Non rinuncia però, né potrebbe farlo, all'accertamento dell'imputabilità, che è inderogabilmente affidato al giudice, il quale può ritenere necessario sciogliere dei dubbi sul livello di "coscienza" dell'accusato” (Corte di Cassazione, Sezione 3 penale, Sentenza 11 gennaio 2012, n. 430).

Ebbene, le ragioni di perplessita si rinvengono, anzitutto, con la sussunzione tra l’art. 507 e l’art. 441 comma 5 più volte suffragata dalla giurisprudenza.

Tuttavia, le differenze tra il 441 comma 5 e l’art. 507 sono testuali anche perchè l’iniziativa deve essere "assolutamente necessaria" (sia l'articolo 507 che l'articolo 603 usano questa espressione) e la prova deve avere carattere di decisività (altrimenti non sarebbe "assolutamente necessaria") diversamente da quanto si legge nell’art. 441 comma 5 dove questo potere viene esercitato senza il requisito della “assoluta necessità” e senza il carattere dirimente della “decisività”.

Si tratta di un potere altamente discrezionale.

“Infatti, l'art. 441 comma 5 c.p.p. attribuisce al giudice poteri di integrazione probatoria di natura officiosa ogni qual volta ritenga di non poter decidere allo stato degli atti….e non si identifica con l'assoluta impossibilità di decidere o con l'incertezza della prova, ma presuppone, da un lato, l'incompletezza di un'informazione probatoria in atti, dall'altro, una prognosi di positivo completamento del materiale a disposizione per il tramite dell'attività integrativa” (Cass. Pen. n. 1158 del 2009).

D’altronde, come osservato[10], l’integrazione probatoria di ufficio ex art. 507 c.p.p. consegue alle eventuali lacune di un precedente e paritario confronto probatorio dibattimentale tra le parti secondo quanto disciplinato dagli artt. 493 e ss. c.p.p., mentre la integrazione ex art. 441 n. 5 c.p.p. consegue invece alla mera valutazione del fascicolo probatorio del Pm..

Per suffragare l’irrevocabilità della valutazione dell’imputato (libera e consapevole), secondo cui egli è ben consapevole della propria scelta e della possibilità che il compendio probatorio venga accresciuto, si è cercato (Cass. Pen. 20466/2013) di evidenziare che la richiesta di giudizio abbreviato è una sorta di negozio abdicativo della prova.

Tuttavia, tale impostazione impedirebbe all’imputato di rimeditare la sua iniziale ponderazione senza che ciò sacrifichi una certa dose di incolpevole induzione per errore o addirittura dolo.

Alcuni autori[11] osservano che l’imputato sarebbe comunque costretto a prestare un consenso preventivo su un oggetto variabile in violazione dell’art. 111 comma 5 Cost; altri[12] che dovrebbe sollevarsi questione di legittimità costituzionale del comma 5 dell’art. 441 cpp nella parte in cui non prevede in capo alla difesa, a seguito della ordinanza ex art. 441 n. 5 cpp, la facoltà di rinunciare alla richiesta di rito abbreviato ovvero di esercitare la facoltà di cui all’art. 468 n. 4 cpp..

Non valgono a scalfire le osservazioni di cui sopra le prospettazioni fatte dalla sentenza n. 20466/2013 sui benefici che attengono al giudizio abbreviato quali la possibilità di conoscere preventivamente il materiale probatorio su cui il Giudice fonderà la sua decisione oppure la riduzione di un terzo della pena in caso di condanna, o ancora nella celebrazione del processo più celere perché effettuato in camera di consiglio.

Trattasi, infatti, di effimere utilità che possono non trovare piena corrispondenza nei casi in cui ad esempio la riduzione di un terzo non possa avvenire in nessun caso[13].

Volendo, perciò fare ordine nel mare magnum delle convizioni espresse dalle pronunce in commento si deve ritenere opportuno rappresentare un diverso modo di interpretare il dettato normativo non senza le dovute argomentazioni.

a) In primo luogo, il potere officioso andrà sollecitato dalle parti e dovrà trovare ragione giustificante all’interno del compendio probatorio rinvenibile dal fascicolo del P.M. perché diversamente si rischierebbe di manifestare un’implicita anticipazione del processo da parte del Giudice ai danni dell’imputato il quale avrà solamente fini esplorativi.

b) La natura provvedimentale dell’art. 441 comma 5 dovrà essere osservata appieno, cioè l’ordinanza andrà motivata secondo un adeguato e pertinente ragionamento ancorato al caso di specie, abbandonando la semplice riproposizione del dato normativo ovvero ripudiando il più possibile frasi e periodi “di stile”.

c) E’ preclusa ogni integrazione probatoria volta alla ricostruzione del fatto ovvero alla sua riconducibilità all’imputato giacchè –come ricordato in precedenza- il principio della ricerca della verità non ha copertura costituzionale se non interpretativa come invece è riconosciuto ex art. 111 Cost. all’imparzialità del Giudice, come pure alla parità processuale delle parti ed alla garanzia del contraddittorio.

d) In ogni caso dovrà essere garantito il diritto alla controprova.

________________

[1] Riziero Angeletti, La costruzionee la valutazione della prova penale, Giappichelli 2012 Pag. 386; Mario De Gregorio, Leonardo Degl'Innocenti , il Giudizio Abrreviato, Giuffrè, 2013 pag. 120.

 

[2] Mario De Gregorio, Leonardo Degl'Innocenti , il Giudizio Abrreviato, Giuffrè, 2013 pag. 122 che richiama VITALE il quale afferma “il ruolo imparziale e super partes del giudice rischierebbe d’essere irrimediabilmente compromesso. Egli, infatti, potrebbe in ipotesi acquisire ex officio tutta una serie di prove, finchè non sia in grado di ricostruire il medesimo apporto conoscitivo cui conduceva proprio la prova dichiarata inutilizzabile”.

 

[3] Mario De Gregorio, Leonardo Degl'Innocenti, il Giudizio Abrreviato, Giuffrè, 2013 pag. 118 che richiama Caprioglio.

 

[4] Vincenzo Garfoli, Diritto Processuale Penale, Giuffrè, pag. 205.

 

[5] Riziero Angeletti, La costruzionee la valutazione della prova penale, Giappichelli 2012, pag. 387.

 

[6] Riziero Angeletti, La costruzionee la valutazione della prova penale, Giappichelli 2012, pag. 387.

 

[7] Riziero Angeletti, La costruzionee la valutazione della prova penale, Giappichelli 2012, pagg. 395.

 

[8] Riziero Angeletti, La costruzionee la valutazione della prova penale, Giappichelli 2012, pagg. 388 e ss.

 

[9] Per una migliore analisi si veda Nicola CANESTRINI, Presupposti e limiti del potere istruttorio del giudice nel rito abbreviato-Riflessioni sull’art. 441/5 c.p.p., 2008, in www.canestrinilex.it.

 

[10] Davide Steccanella, Integrazione probatoria nel giudizio abbreviato: dubbi di costituzionalità? 6 maggio 2011 in davidesteccanella.postilla.it.

 

[11] Hervé Belluta Imparzialità del giudice e dinamiche probatorie ex-officio, Giappichelli pag. 277.

 

[12] Davide Steccanella, Integrazione probatoria nel giudizio abbreviato: dubbi di costituzionalità? 6 maggio 2011 in davidesteccanella.postilla.it, ove lo stesso autore propone di dichiarare incostituzionale.

 

[13] Vedesi ad esempio Cassazione, Sez. 1 penale, Sentenza 9 dicembre 2009, n. 46930 in cui “La riduzione per il rito abbreviato non incide sulla pena da considerare, ai sensi dell'art. 222 cod. pen., per la determinazione della durata della misura di sicurezza del ricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario.”.

 

 

Ultimo aggiornamento Giovedì 21 Novembre 2013 14:43
 

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