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Le notizie dell'8 aprile PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Lunedì 08 Aprile 2013 18:10


 

Cucchi, pm: condannare medici, infermieri e agenti. Testimone oculare credibile senti' botte'

Condannare tutti gli imputati a pene comprese tra i due anni e i sei anni e otto mesi di reclusione. Queste le richieste dei pm al termine della requisitoria nel processo per la morte di Stefano Cucchi. In particolare i pm Barba e Loy hanno chiesto la condanna più alta, sei anni e otto mesi di reclusione, per Aldo Fierro, il primario del reparto dell' ospedale Sandro Pertini. A seguire i pm hanno chiesto sei anni per i medici Stefani Corbi e Flaminia Bruno, cinque anni e mezzo per i medici Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo e due anni per il medico Rosita Caponetti. Quattro anni di reclusione sono stati chiesti per i tre infermieri: Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe. Due anni di reclusione è la richiesta per per gli agenti di polizia penitenziaria Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici.

SENTENZA ENTRO 22 MAGGIO - La sentenza del processo per la morte di Stefano Cucchi, il geometra arrestato il 15 ottobre 2009 per droga e morto una settimana dopo all'ospedale 'Sandro Pertini', ci sarà entro il 22 maggio. Per quella data infatti il presidente della III Corte d'Assise di Roma ha stabilito l'ultima udienza. Fitto i calendario: la prossima udienza è in programma il 10 aprile quando è previsto l'intervento della parte civile. Il 17 aprile i primi interventi dei difensori. Oggi in aula, come dalla prima udienza, anche al sorella di Stefano, Ilaria Cucchi insieme con la madre e il padre.

SORELLA, FIDUCIA NELLA CORTE, MEDICI RESPONSABILI - "Non posso accettare che non sia riconosciuta la verità su quello che è successo a Stefano; tutto il resto non mi interessa. La verità la sanno tutti. Speravo che entrasse anche nell'aula di giustizia. Ripongo nella Corte tutta la mia fiducia perché ogni risposta non coerente con quanto accaduto a Stefano, ogni risposta ipocrita, non la possiamo accettare". E' il commento di Ilaria Cucchi alle richieste di condanna fatte dai pm nel processo per la morte del fratello Stefano. "Io e la mia famiglia – ha aggiunto - ci siamo sottoposti a questo processo lunghissimo e dolorosissimo sul piano emotivo. Lo abbiamo fatto perché continuiamo a sperare che si riconosca la verità. L'atteggiamento che abbiamo notato oggi in aula è perfettamente coerente con quello che è stato l'atteggiamento della procura, tanto che spesso viene da chiedersi chi sono gli imputati nel processo per la morte di mio fratello". Per Ilaria Cucchi, "la responsabilità dei medici è assolutamente gravissima e innegabile; non sono più degni di indossare un camice. Lo abbiamo sempre detto e continueremo a sostenerlo fino alla morte. Avrebbero potuto salvare mio fratello e non lo hanno fatto, si sono voltati dall'altra parte e non si può far finta di niente, come non si può far finta che Stefano sarebbe finito in quell'ospedale per cause che non c'entrano con il pestaggio".

PM, MORI' DI FAME E SETE, LESIONI NON INFLUIRONO - Stefano Cucchi "morì di fame e di sete, anche se c'erano una serie di patologie che lo hanno portato alla morte insieme alla mancanza di cibo". Lo ha detto il pm Francesca Loy nel corso della sua requisitoria davanti alla III Corte d'Assise di Roma. "Non servivano esperti per dirci la causa di morte - ha aggiunto il pm - Bastava vedere le foto. Stefano muore perché non è stato alimentato, curato per le patologie di cui soffriva, perché si è rifiutato di nutrirsi e perché nessuno dei medici si è curato di farlo nutrire. Le lesioni provocate dagli agenti penitenziari nelle celle di piazzale Clodio hanno avuto una valenza meramente occasionale sul piano della morte, non conseguenziale". Per i rappresentanti dell'accusa, il comportamento dei medici e degli infermieri dell'ospedale 'Pertini' (dove Cucchi morì una settimana dopo il suo arresto per droga) "non fu colposo, ma un chiaro sintomo dell'indifferenza che hanno avuto nei confronti di quel paziente". Nessun dubbio, quindi, sulla configurabilità del reato di 'abbandono d'incapacé per il personale medico del 'Pertini'. "Davanti ai rifiuti del giovane, un paziente maleducato, scontroso, medici e infermieri hanno lasciato perdere. Le loro carenze non sono solo negligenze, ma denotano proprio l'assoluta indifferenza nei confronti di Stefano".

PM, FU PICCHIATO, ISOLATO IN OSPEDALE E ABBANDONATO - Tre sono i punti focali che secondo la pubblica accusa emergono dal processo per la morte di Stefano Cucchi: il giovane fu picchiato nelle celle di Piazzale Clodio (dove era in attesa dell'udienza di convalida del suo arresto) da parte di agenti della Penitenziaria; fu ricoverato al 'Pertini' pur non sussistendone le condizioni perché si voleva isolarlo dal mondo, dai suoi familiari, dal suo difensore; morì per la gravissima incuria e omissioni di medici e infermieri, dopo un vero e proprio abbandono. Lo ha detto il pm Vincenzo Barba nella requisitoria del processo. Per il rappresentante dell'accusa il decesso del giovane "non poteva essere considerato naturale. Cucchi e la sua malattia sono stati trattati come mera pratica burocratica". Per il pm Barba "nessun elemento nuovo è emerso; né sui carabinieri per i quali si ventilava avessero provocato lesioni a Cucchi prima del suo ingresso a Palazzo di giustizia; nessun elemento singolo ha potuto far emergere responsabilità diverse da quelle individuate. Nessuna delle lesioni riscontrate tecnicamente si può dire possano essere state arrecate al momento della fase dell'arresto".

PM, TESTIMONE OCULARE CREDIBILE SENTI' BOTTE - Il supertestimone gambiano Samura Yaya, compagno di celle di Stefano Cucchi, "é testimone oculare, è credibile. Vide l'esito dell'aggressione subita da Stefano nelle celle. Sentì quando cadde a terra e i calci subiti e vide che aveva una ferita sulla gamba". Lo ha sostenuto il pm Vincenzo Barba nella requisitoria al processo per la morte del geometra romano. Per l'accusa "l'aggressione si consumò prima che Stefano fosse portato in aula per l'udienza di convalida del suo arresto". "Ci sono numerosissimi testimoni che dicono che Cucchi chiamava con insistenza le 'guardie'. Forse era in crisi d'astinenza perché chiedeva con insistenza le medicine. Non si sa perché, nonostante queste insistenze arroganti, le medicine non gli furono somministrate nemmeno dai volontari di Villa Maraini presenti", ha detto il pm. C'é poi il racconto dei compagni di cella. "Sappiamo che una detenuta è l'unica che ha dialogato con Cucchi per qualche minuto - ha detto Barba - A lei disse che stava male, che voleva le medicine; lo sentì chiamare a gran voce le guardie. Poi c'é il super testimone e c'é lo stesso Cucchi che ha dato una serie innumerevole di motivazioni sulle lesioni".

PM, STEFANO MAGRO COME PRIGIONIERI AUSCHWITZ - Stefano Cucchi "era una persona di magrezza patologica, di quelle che abbiamo visto di rado, per lo più nei film che raccontano quanto successo ad Auschwitz". Lo ha detto il pm Francesca Loy nella requisitoria al processo per la morte del geometra romano. Sulla questione delle lesioni riportate dal giovane, il messaggio della pubblica accusa è stato chiaro: "Secondo tutti i periti sono modeste anche se dolorose - ha detto il pm - Siamo convinti che le lesioni causate a Cucchi dalla polizia penitenziaria più che da un pestaggio siano state lesioni lievi, probabilmente determinate da un calcio o una spinta con caduta a terra. Una violenza gratuita inflitta a un detenuto che in quel momento teneva un comportamento ritenuto insopportabile". Per il resto, Cucchi "era lungi da essere un giovane sano e sportivo. Era un tossicodipendente con conseguenze sul suo stato fisico e sugli organi vitali che tutti possiamo immaginare. Soffriva di crisi epilettiche e sono stati documentati 17 accessi a pronto soccorso negli ultimi dieci anni. Non è normale che uno va al pronto soccorso due volte l'anno da quando aveva 18 anni. I periti definiscono le sue condizioni di grave deperimento organico. Durante la degenza al Pertini ha perso dieci chili".


Muore dopo 14 ore al pronto soccorso a roma, denuncia Codici

Il ministro della Salute, Renato Balduzzi, ha chiesto alla Regione Lazio una relazione urgente sulla vicenda della donna 53enne che, secondo una denuncia dell'associazione Codici, sarebbe deceduta al Policlinico Tor Vergata di Roma per dei calcoli alla cistifellea dopo una lunga attesa al Pronto Soccorso. Lo rende noto il ministero.

Codici ha inviato un esposto alla Procura della Repubblica. La donna era stata accompagnata al Pronto Soccorso mercoledi' scorso alle 13 per dei forti dolori all'addome.

La donna, riferisce Codici, e' stata ricoverata in codice giallo, ma poi le sue condizioni sono peggiorate. Dopo accertamenti, alle 19 le hanno diagnosticano dei calcoli alla cistifellea. Secondo i medici uno di questi calcoli aveva perforato la cistifellea. Gli stessi medici decidono di tenere la paziente in osservazione per la notte. Dopo aver trascorso 8 ore in barella, la donna e' stata portata nell'astanteria del Dea, dove e' rimasta fino alla sua morte. ''Lamentava fortissimi dolori e urlava disperatamente'', racconta il marito.

Per tutto il giorno le e' stato somministrato un antidolorifico, che pero' non alleviava la sua sofferenza. I familiari si rivolgevano al personale, ma nessuno, secondo i racconti dell'uomo, si occupava della questione. Alle tre del mattino la donna e' diventata pallida, poi viso e collo le sono diventati scuri: a quel punto nessun tentativo di rianimazione e' stato risolutorio e Giuseppina e' morta.

''Potremmo essere di fronte all'ennesimo caso di malasanita' - commenta Ivano Giacomelli, segretario nazionale del Codici - anche se ancora i fatti sono da accertare. A tal proposito Codici annuncia che inviera' un Esposto alla Procura della Repubblica per verificare le eventuali responsabilita' della morte della signora. Se questa tragedia poteva essere evitata e' giusto che i responsabili vengano puniti. Nel nostro Paese, purtroppo, non sono pochi i casi di errata diagnosi, errori medici, negligenza. E' necessario fare tutto il possibile per far emergere la verita' sui fatti accaduti''.


Pediatri impreparati a 'bue' dei bimbi, nel 3% dei casi dolore campanello patologie serie

La 'bua', il dolore dei bambini, e' il motivo principale di meta' delle visite dal pediatra, che pero' non sempre e' in grado di capirne l'intensita', primo passo per trovare la terapia. Ad ammetterlo sono gli stessi esperti della Federazione Italiana Medici Pediatri, che in una delle sessioni del Capri Campus 2013 ha formato degli operatori per diffondere l'uso dei 'termometri del dolore'. Il problema non va sottovalutato perche' nel 2-3% dei casi e' il campanello d'allarme di patologie serie.


Invalido dopo parto,mezzo mln a genitori. Istituto clinico di Milano condannato a pagare il risarcimento

Mezzo milione di euro: questa la somma che gli Istituti Clinici di Perfezionamento dovranno pagare a due genitori per comportamenti, definiti inadeguati, dei sanitari prima e durante il parto della donna, con conseguenze sulla invalidita' del neonato. Il giudice Giuseppe Blumetti del Tribunale civile ha accolto l'istanza dei promotori della causa attribuendo all'ospedale anche il pagamento degli interessi nel frattempo maturati sulla somma e delle spese di giudizio.


'Voleva stuprarci', due 15enni lo uccidono. Le due si sono costituite. Il cadavere della vittima, uomo di 61 anni, trovato in campo

Due ragazze di 15 anni di Udine si sono costituite la scorsa notte al Comando provinciale dei Carabinieri di Pordenone ed hanno confessato la morte di un uomo causata da una loro reazione ad un tentativo di violenza sessuale. Poi le due ragazzine si sarebbero allontanate dal luogo a bordo dell'automobile dell'uomo, quindi l'avrebbero abbandonata per andare a costituirsi ai carabinieri.

Il cadavere dell'uomo, Mirco Sacher, 61enne, residente nel capoluogo friulano, era stato trovato nel pomeriggio di ieri in un campo, a Udine. Riverso a terra, aveva i pantaloni abbassati. Secondo i primi accertamenti, il decesso pareva essere stato per cause naturali. L'uomo che ha trovato il corpo aveva riferito alla Polizia di aver visto poco tempo prima tre persone nel campo, vicino a un'auto di piccola cilindrata.

Mirko Sacher sarebbe stato strangolato dalle due ragazze che avrebbero reagito a un tentativo di violenza. E' quanto avrebbero raccontato le due quindicenni udinesi nelle spontanee dichiarazioni rese nella notte ai Carabinieri di Pordenone, dove sono andate a costituirsi attorno alle 2.00. Secondo il loro racconto, le due giovani avevano contattato l'uomo, un amico di famiglia, ex dipendente delle Ferrovie dello Stato, per chiedergli un passaggio per andare in centro città; a un certo momento però ci sarebbe stato il tentativo di violenza e la loro reazione violenta. A quel punto le due ragazze, spaventate, si sarebbero allontanate a bordo dell'auto della vittima, una Fiat Punto bianca, avrebbero preso l'autostrada e avrebbero guidato fino a una stazione di servizio nei pressi di Padova, dove si sarebbero fatte venire a prendere da alcuni amici di Pordenone. Le due ragazze verranno ora trasferite a Trieste, probabilmente in stato di fermo, e saranno interrogate dal sostituto procuratore dei Minori, Chiara Degrassi. La Polizia Scientifica e la Squadra Mobile di Udine stanno effettuando una perquisizione in casa della vittima.

VETTURA IN AUTOSTRADA DUE ORE DOPO EVENTI - Il casello autostradale di Udine sud ha registrato il passaggio della Fiat Punto bianca di Sacher alle 17. E' a quell'ora - cioé circa due ore più tardi rispetto al momento in cui le ragazze si sono allontanate dal campo - che le due quindicenni udinesi hanno imboccato l'A4 in direzione Venezia, per raggiungere poi una stazione di servizio nella zona di Padova e chiamare alcuni amici a Pordenone per farsi andare a prendere. E' quanto sarebbe stato rilevato dai dati registrati dalla società autostradale, cui la Squadra mobile, su indicazione della Procura di Udine, ha chiesto i tabulati dei passaggi delle auto, subito dopo il ritrovamento del corpo. Gli investigatori mirano a chiarire, dunque, dove sono state le due minorenni nell'arco temporale da quando si sono allontanate dal campo a quando è stato registrato il passaggio in autostrada della Fiat Punto. Gli inquirenti attendono ancora di visionare i filmati delle telecamere. Le immagini potranno chiarire se al volante ci fosse veramente una delle due ragazzine, come hanno dichiarato loro stesse, oppure un'altra persona.

RAGAZZE SONO STUDENTESSE,NON ANCORA SEDICENNI - Le due ragazze sono studentesse, di Udine, e compiranno sedici anni tra un paio di mesi. Sono state sottoposte a fermo di indiziato di delitto dai carabinieri del Norm di Pordenone per l'omicidio di Mirco Sacher, il pensionato udinese di 66 anni. Le due adolescenti, che abitano nella zona est della città, a poca distanza dal luogo in cui si è consumata la tragedia, provengono da famiglie che vengono ritenute normali, dove non si vivono situazioni di disagio. Le due avevano trascorso il sabato notte insieme, in casa di una delle due, poi ieri hanno deciso di fare un giro in centro.

VITTIMA ERA AMICO FAMIGLIA DI UNA DELLE DUE - Era amico di famiglia di una delle due ragazzine Mirco Sacher, il pensionato udinese di 66 anni rinvenuto cadavere ieri pomeriggio in un campo alla periferia est di Udine. Da quanto si è appreso, l'uomo si era offerto in più occasioni di dare un passaggio alle due giovani. Ieri pomeriggio le due ragazzine avrebbero deciso di approfittarne. Avrebbero spiegato ai carabinieri di averlo contattato per chiedergli un passaggio per raggiungere il centro della città dove erano intenzionate a fare un giro. Il centro città dista, comunque, poco più di un chilometro da casa delle adolescenti, raggiungibile a piedi in meno di venti minuti. Stando a quanto si è appreso, Sacher, ex ferroviere in pensione, molto conosciuto nella frazione di Cussignacco (Udine), dove aveva abitato per molti anni prima di trasferirsi in un'altra zona della città, non aveva mai avuto problemi con la giustizia.


Sesso e disabilita’: l’assistenza sessuale approda in parlamento

Sesso e disabilità: un binomio che in Italia subisce una censura ‘preventiva’, ben prima che l’argomento possa diventare concretamente oggetto di discussione. Ciononostante, il diritto di ogni disabile a conoscere e a gestire la propria sessualità, compatibilmente con la propria patologia, è un tema oggetto di approfondimento in diversi Paesi europei.

Da un punto di vista legislativo, ci troviamo di fronte a una questione aperta: “Ad oggi non esiste alcun progetto di legge nel nostro Paese che possa regolamentare un tema così delicato e, nonostante sia sufficiente oltrepassare il confine con la Francia o con la Svizzera per incontrare associazioni dedite alla cura e all’assistenza sessuale dei disabili, in Italia qualsiasi iniziativa del genere ricadrebbe ancora nel favoreggiamento della prostituzione con tutte le conseguenze del caso”, dichiara l’avvocato Lorenzo Puglisi, specializzato in diritto di famiglia e Presidente dell’associazione FamilyLegal. “La legge Merlin è una legge vecchia, totalmente insufficiente e inadeguata a regolamentare il fenomeno della prostituzione. In passato vi sono stati flebili tentativi di rinnovamento (come quello dell’ex ministro Carfagna), ma tutto si è arenato, mantenendo in vita una regolamentazione risalente agli anni 50”.

La Svizzera parrebbe essere nel frattempo diventata la meta prediletta ove usufruire di un servizio reale di ‘assistenza sessuale’. Il Paese mette infatti a disposizione dei disabili veri e propri team di specialisti per agevolare il contatto con la propria sessualità: dallo psicologo allo psicoterapeuta, dall’andrologo al sessuologo, fino alla figura più controversa e dibattuta, quella dell'assistente sessuale. Gli assistenti per disabili sono, infatti, figure professionali riconosciute e preparate grazie a corsi di formazione e di psicologia di base. Una seduta di un’ora costa al paziente una cifra intorno ai 150 franchi svizzeri (circa 124,53 euro).

Anche in altri Paesi europei fra cui Francia, Svizzera, Danimarca, Olanda, Svezia e Germania questo servizio a tutela della sfera emotivo-sessuale dei disabili gode già di una disciplina a livello legislativo e sono nate associazioni che se occupano, mentre in Olanda è addirittura a carico del servizio sanitario nazionale. Anche in Gran Bretagna il governo è molto attento al tema disabili e sessualità e ha stanziato ben 520 milioni di sterline per progetti di assistenza. Non solo: proprio i disabili e il sesso sono gli ingredienti dell’ultimo reality show che, non ancora andato in onda, sta già facendo discutere i sudditi inglesi. Il programma si intitolerà ‘Can have sex, will have sex’ (Possono fare sesso, faranno sesso) e andrà in onda su Channel 4.

In Italia è grazie al web che l’argomento ha iniziato a sollevare una seppur minima attenzione e l’assistenza sessuale ai disabili ha poco a poco iniziato a trovare spazio nelle cronache grazie a blog e petizioni che hanno focalizzato l’attenzione su questo tema (http://www.loveability.it/). Il problema fondamentale da affrontare risulta essere, quindi, la qualifica di terapista sessuale. In Italia questa professione non è ancora stata presa in considerazione da un punto di medico, ma, al contrario, continua ad essere equiparata alla prostituzione: “La legislazione italiana in materia parla chiaro: le pene vanno da uno a cinque anni di reclusione e si raddoppiano se al colpevole la persona era stata affidata per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia”, continua l’avvocato Puglisi.

La questione non può continuare a essere ignorata, negando di fatto l’esistenza di una sfera emotiva e sessuale per i disabili. “Nel nostro Paese sono circa 3 milioni le persone con disabilità, e ogni anno ci sono circa 2.000 i nuovi casi. – spiega Marco Firmo, andrologo – Inizialmente è fondamentale il supporto di uno psicologo, che aiuti il disabile a prendere coscienza e ad accettare la propria condizione, ancor prima di affrontare eventuali cure mediche. Il secondo aspetto da considerare è quello più strettamente legato alla sfera sessuale, e qui entrano in gioco le competenze del sessuologo, che dovrà indirizzare il paziente verso una corretta ‘gestione’ della propria vita sessuale, in funzione della consapevolezza e dei propri desideri. In terzo step va affrontato insieme all’andrologo, il cui compito è quello di mettere il disabile nelle condizioni di esercitare ciò che desidera o di ripristinare eventuali funzioni alterate, e, possibilmente, di giungere ad un recupero funzionale. Non da ultimo, l’attenzione va posta anche verso le possibili istanze del disabile legate alla procreazione, che richiedono un intervento tecnico sul piano funzionale e rivolto alle tecniche di procreazione medica assistita”.

Pioniere di questa battaglia nel nostro Paese è stato il toscano Max Ulivieri, costretto dalla nascita su una sedia a rotelle a causa della distrofia muscolare e felicemente sposato, che a febbraio ha lanciato una petizione online (firmiamo.it/assistenzasessuale) perché anche nel nostro Paese venga istituita questa figura. I sessuologi si dividono: da una parte c’è chi sostiene che la questione vada affrontata e definita e che l’assistenza debba essere praticata da operatori volontari, di contro altri restano del parere che il dovere del medico si debba limitare a mettere l’individuo nelle condizioni di poter esercitare le proprie funzioni, fra cui quella sessuale.

“Ciò che è evidente è che il problema esiste e procrastinare una soluzione, come si è soliti fare nel nostro Paese, rischierebbe solamente di alimentare organizzazioni clandestine o, nella migliore delle ipotesi, la migrazione verso l’estero come sta avvenendo per la fecondazione eterologa o la diagnosi preimpianto”, conclude l’avvocato Puglisi.

 

 

 

 

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