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Legge Basaglia: l'infermiere, il TSO e la contenzione fisica. PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Mercoledì 16 Marzo 2011 16:58

Disposti combinati, interpretazioni autentiche, valutazioni del Consiglio di Stato, della Corte Costituzionale, regolamenti applicativi, circolari ministeriali, decreti attuativi, ecc. ecc.

In Italia sembra proprio che non si riesca a promulgare una legge che abbia vita e forza propria; i Testi unici, ovvero quelle raccolte legislative che accorpano in un unico testo tutta la giurisprudenza relativa ad un argomento specifico, abrogando la produzione passata, si possono davvero contare sulle dita delle mani.

Tutto questo rende oltremodo difficile sia l’applicazione della legge, sia il suo successivo rispetto, in particolar modo quando si va ad incidere sulla variazione di comportamenti ormai radicati.

Nell’ambito più strettamente sanitario l’esempio forse più evidente di tutte queste difficoltà è rappresentato dalle legge 180/78, meglio conosciuta come legge Basaglia, che riformava la gestione della salute mentale e provvedeva alla chiusura delle strutture manicomiali, risalente ormai a 30 anni fa e, in molti casi, ancora ampiamente disattesa.

All’interno della legge Basaglia vi erano svariati provvedimenti, la chiusura dei manicomi, appunto, ma anche l’istituzione del provvedimento di Trattamento Sanitario Obbligatorio ed Accertamento sanitario Obbligatorio (TSO ed ASO), la regolamentazione e previsione di case famiglia, l’istituzione dei Servizi Psichiatrici Diagnosi e Cura (SPDC) e dei Centri di salute Mentale (CSM o CIM, in alcune relatà, Centri di igiene mentale). Era un complesso apparato legislativo che disciplinava e regolava la cura, l’assistenza e l’organizzazione della salute mentale.

Dal punto di vista giurisprudenziale le situazioni più critiche si hanno negli SPDC ed in quei reparti di Psichiatria, sopratutto universitari, dove si effettuano i TSO.

Sono ancora ampiamente diffuse le abitudini di mantenere le porte del reparto chiuse a chiave, sia in entrata che in uscita, e l’utilizzo della contenzione fisica come modus operandi.

Nella maggioranza dei casi tali comportamenti vengono giustificati con l’interpretazione della legge Basaglia, nella parte riguardante i TSO, richiamando il comma che destina al personale sanitario la “custodia” del soggetto sottoposto al provvedimento restrittivo.

Nella legge 180/78 però non vi è nessun accenno a questa supposta “custodia”, mentre è chiaramente espresso, anche nei vari regolamenti e circolari ministeriali, che l’uso della forza, e quindi delle misure restrittive personali, è consentito solamente alle Forze dell’Ordine destinate all’esecuzione dei TSO, identificate in quelle che rispondono direttamente al Sindaco, firmatario dell’ordinanza di TSO, ovvero nei Corpi di Polizia Municipale o Comunale e nell’Arma dei Carabinieri (escludendo quindi la Polizia di Stato).

Si è quindi più volte richiesto ai giuristi, ed in ultima analisi ai giudici, di delimitare il campo di applicazione della legge stessa per il personale sanitario. All’inizio si è creduto di poter includere nella locuzione tutti quegli accorgimenti tesi ad impedire al soggetto di sottrarsi al provvedimento restrittivo.

Nella ignoranza, in senso strettamente lessicale, delle modalità e problematiche presenti in ambito psichiatrico, questa interpretazione non risolveva assolutamente il problema, complici anche alcune sentenze che la validavano.

In seguito, innegabilmente anche per la presentazione di nuove e più efficaci molecole chimiche, la giurisprudenza ha cerratamente modificato, nella sostanza e nell’applicazione, la definizione di “custodia”. E’ ormai opiinione consolidata, in ambito giuridico, che la custodia 8e quindi la responsabilità degli operatori) del soggetto sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio si esaurisca nella stretta osservazione, nel controllo e nell’uso delle sole tecniche relazionali per impedire fughe dal reparto.

Non sono quindi più giustificabili, anche perchè mai espresse esplicitamente in alcuna legge, l’utilizzo della forza fisica, la segregazione in spazi prestabiliti, la limitazione della libertà personale o la deroga a quanto previsto da altre leggi, in particolare il Codice Penale.

Il problema è tanto più grave in quei servizi dove addirittura si contiene fisicamente, ed in modo abituale, anche i TSV, ovvero i ricoveri volontari che non soggiaciono a nessuna restrizione da parte del Giudice o del Sindaco.

Prescindendo da questi casi limite, ma purtroppo diffusi (in una indagine informale risultano utilizzare la contenzione fisica anche nei TSV ben 4 SPDC toscani su 19, mentre nei TSO si sale a 15 su 19 e 17 su 19 mantengono le porte chiuse a chiave) è comunque difficile, in sede giudiziale, sostenere la tesi della “custodia” tramite i mezzi di contenzione o la chiusura delle porte di accesso, mentre è sicuramente più facile, oltre che corretto, dimostrare che nel rispetto della legislazione vigente si è provveduto alla sorveglianza del soggetto sottoposto a TSO cercando di impedirgli di eludere il provvedimento tramite l’uso delle tecniche relazionali.

Nel nostro vetusto Codice Penale non si trovano reati specifici né in senso né nell’altro, ma, mentre è ben difficile, a meno di particolari “voli pindarici”, scovare reati ascrivibili al personale sanitario in caso di fuga di un soggetto sottoposto a TSO, è particolarmente semplice trovarne di applicabili in cui nel reparto si utilizzino i mezzi do contenzione fisica o si chiudano le porte:

- sequestro di persona;

- violenza privata;

- riduzione in schiavitù;

- percosse;

- minacce;

- lesioni gravi o gravissime;

- morte a seguito di altro reato;

- omicidio colposo.

Per i reati penali conviene ricordare che nessuna assicurazione coprirà il danno professionale derivante.

Consideriamo poi anche il Codice Civile e le altre leggi, in questo caso ci potremmo trovare davanti a richieste di danno biologico e/morale, a sanzioni per violazione della 626 (porte chiuse ed antincendio mal si conciliano), della legge sul divieto di fumo (il paziente psichiatrico difficilmente rinuncerà alla sigaretta) e molte, davvero molte altre.

L’unico atteggiamento quindi da considerare a tutti gli effetti legale è quello di mantenere le porte del reparto aperte, non utilizzare la contenzione fisica (se strettamente necessario lasciamolo fare alle forze dell’ordine che sono abilitate a farlo), controllare i soggetti che presumibilmente hanno tendenza alla fuga, cercare di convincerli della gravità del loro eventuale gesto, utilizzare le tecniche relazionali per diminuire l’ansia, l’aggressività e distogliere l’attenzione dai propositi di fuga, avvertire immediatamente le forze dell’ordine in caso di allontanamento del soggetto.

Molti reparti pischiatrici italiani l’hanno fatto, esiste perfino un Club degli SPDC a porte aperte, ed i problemi non sembrano aumentati, anzi, molti di essi dichiarano, statistiche alla mano, che le fughe sono in realtà diminuite, presumibilmente perchè per molti soggetti viene a mancare la “barriera da infrangere”. In fondo si è sempre saputo che tanto più una cosa è vietata tanto più è desiderata.

La battaglia di molti reparti e degli infermieri che vorranno cambiare sarà contro le Aziende, e spesso i Medici, a cui dovranno obbligatoriamente rivolgersi per avere il necessario supporto, logistico ed organizzativo, che una iniziativa del genere presuppone.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 04 Dicembre 2013 15:34
 

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