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Se l'orco è donna. PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Venerdì 04 Marzo 2011 10:02

Vanguard, tramite il canale satellitare Current, ha recentemente presentato un reportage sugli abusi e violenze sessuali perpetrati ai danni di minori o degli stessi figli da parte delle donne. Madri, baby sitter, vicine di casa, insegnanti. Il fenomeno presenta il triste aumento del 137% negli ultimi anni, contro il 23% di aumento degli abusi da parte degli uomini, anche se molto probabilmente sono solo le segnalazioni e le denunce ad essere aumentate, mentre prima rimaneva sottotraccia.

In Italia nel 2005 è stato presentato forse l'unico libro sull'argomento, scritto a 4 mani dalla Dott.ssa Petrone e dal Dott. Mario Troiano, psicologi e psicoterapeuti esperti di abusi su minori, dal titolo E SE L’ORCO FOSSE LEI?, edizioni Angeli. Questo libro mette in luce il fenomeno degli abusi al femminile e della pedofilia femminile. Parlare di donne abusanti e pedofile non è né comune né semplice, anche perché da sempre alla donna viene associato l’istinto di maternità che esclude, a priori, l’idea dell’abuso sui bambini. Pertanto, quando si parla di pedofilia, nell’immaginario collettivo scatta automaticamente la figura dell’uomo: giovane, di mezza età o anziano, ma pur sempre di sesso maschile. In realtà, la pedofilia colpisce sia uomini che donne.

Per questo motivo la “pedofilia al femminile” è un campo di studio ancora poco esplorato e per questo agli autori va il merito di aver puntato l’attenzione su un fenomeno che deve essere conosciuto e compreso, al fine di predisporre tutte quelle opportune forme di prevenzione e tutela di un bene fondamentale quale è quello dell’integrità della salute psico-fisica del minore.

Vi sono diverse tipologie di donne pedofile: la pedofilia latente, occasionale, dalla personalità immatura, regressiva, la pedofilia aggressiva, la pedofilia omosessuale. E’ tuttavia difficile tracciare un quadro completo e ben delineato di questo fenomeno. La pedofilia femminile, come quella maschile, si cela all’interno delle mura domestiche, tra segreti, sentimenti di amore-odio e rapporti pericolosi.

Per approfondire almeno parzialmente l'argomento pubblichiamo inoltre un articolo pubblicato sul sito ADIANTUM, una associazione che raccoglie le associazioni che in Italia si occupano di tutela dei minori, che ringraziamo per la disponibilità alla pubblicazione.

Il sito del Canadian Children’s Right Council (Consiglio per i diritti dei bambini canadesi) riferisce che le insidie più comuni per un bambino sono i parenti: le madri in cima alla lista. Ma in realtà chiunque potrebbe rappresentare un pericolo per un bambino come: baby-sitter, vicini di casa, insegnanti ecc.

Le vittime di abusi sessuali materni non si trovano a combattere solo con il dramma del ricordo, ma anche con l’estremo isolamento nel quale si sentono scaraventate; convinte che pochi o nessuno sarà disposto a credere alla verità che portano dentro.L’abuso madre-figlia/o è un argomento che riceve poca attenzione da parte dei ricercatori, servizi di supporto e dai media. Il rapporto sessuale tra madre e figlio/a spesso è accolto con scetticismo o shock da parte di parenti, amici e anche dai professionisti della salute mentale. La società si aspetta che sia l’uomo a macchiarsi del crimine più turpe che l’umanità abbia mai conosciuto, certamente non la madre. L’abuso sessuale è da sempre invischiato nel contesto del potere maschile e dell’aggressività. Quest’ultima viene spesso considerata strettamente collegata al primo.

Il profilo socio-psicologico

Le principali cause scatenanti l’abuso sessuale materno possono essere: la separazione, l’abbandono e la perdita del coniuge. Alcune donne possono essere state a loro volta vittime di abusi intrafamiliari come abusi emozionali, maltrattamento fisico e/o incuria, traumi che possono aver contribuito all’emergere di un sentimento di rivalsa per quell’innocenza rubata. Dopo anni di violenze subite, nell’età adulta può nascere in loro il desiderio di dimostrare agli altri, ma soprattutto a se stesse, la propria femminilità ricoprendo un ruolo attivo, scegliendo la vittima tra le vittime, i loro figli. Altre cause possono essere individuate nell’assenza di una figura parentale durante l’infanzia o nella responsabilità precoce nel dover sostenere economicamente la famiglia. Depressione, sentimenti di alienazione e isolamento, un passato di attività sessuale compulsiva o indiscriminata, abuso di alcool e/o sostanze stupefacenti. Matthews chiama questa tipologia il “tipo predisposto”, in cui l’abuso su minore in età adulta, è facilitato da abusi sessuali subiti nella propria famiglia d’origine. La causa dell’abuso può essere attribuita più ad aspetti situazionali o ambientali che a caratteristiche individuali. Gli abusanti di questo tipo possiedono una personalità immatura perché spesso si trovano ad anteporre le proprie esigenze a quelle dei propri figli, e cercano da loro, sostegno emotivo; meccanismo che spesso porta a un rovesciamento di ruoli (Mitchell e Morse, 1998; Rosencrans, 1997).

Secondo l’opinione di Finkelhor e Araji, l’eccitazione sessuale si riferisce alla risposta fisiologica suscitata da pensieri o azioni sessuali con minori, e può in parte essere il risultato di un condizionamento da precedenti esperienze traumatiche. Per blocco ci riferiamo a un’incapacità di soddisfare i bisogni sessuali o emotivi attraverso relazioni eterosessuali/omosessuali adulte, per motivi di sviluppo o situazionali. La disinibizione può essere aggravata da fattori di stress ambientali e personali. La madre abusante spesso non possiede una ben chiara demarcazione riguardo ai confini da rispettare nel rapporto con i propri figli. Molte volte la figlia abusata può essere percepita come un’estensione fisica del proprio corpo. Le vittime rischiano di non riuscire ad attribuire un senso al proprio sé, come persona emotivamente, fisicamente e sessualmente “altra” rispetto alla figura abusante (Rosencrans, 1977; Fitzroy, 1997).

Tra le donne abusanti, non devono essere comprese solo quelle che in prima persona si macchiano del crimine, ma anche coloro che per paura di essere abbandonate dal compagno/coniuge, cedono la propria figlia come dono sessuale[2]. In questa relazione incestuosa che ha il sapore di un patto demoniaco, il legame ancestrale tra madre e figlia assume l’aspetto necrotico di un tessuto familiare impossibile da ricostruire. Una delle principali motivazioni addotte dalle stesse donne è la paura di essere lasciate dal partner, e per impedire che ciò avvenga sono disposte a soddisfare ogni sua richiesta, spingendosi anche al di là del limite, costringendo i propri figli a partecipare alle attività sessuali della coppia. Questa tipologia di donne può essere ricondotta al disturbo di personalità dipendente, contraddistinte cioè da grande vulnerabilità ed estremo bisogno di essere amate. Si legano affettivamente in modo intenso a figure inappropriate e si rivelano smodatamente dipendenti dalle decisioni altrui, bisognose di rassicurazioni e in preda a terrori abbandonici.

La terza tipologia di donna che può definirsi responsabile dell’abuso ai danni di uno o più dei suoi figli, è la madre “ambivalente”. È una madre consapevole degli abusi che il padre biologico dei suoi figli o il compagno mette in atto. È una donna e una madre vile, che non ha il coraggio di prendere una posizione, teme la disgregazione della famiglia a causa di una possibile carcerazione del proprio partner e ripercussioni economiche. L’ultima tipologia di madri che vivono l’abuso intrafamiliare nel silenzio delle mura domestiche è rappresentata dalla madre “poco protettiva”, che priva il proprio bambino di qualsiasi sostegno affettivo. Spesso si rivelano personalità fragili, con esperienze di depressione, vittime di abusi emotivi, trascuratezza o addirittura abuso sessuale nella propria infanzia e/o adolescenza. Possono essere assoggettate al partner perché violento nei loro confronti. La paura interiorizzata in anni di deprivazioni e violenze, atrofizza la loro capacità di carpire gli abusi e di agire per opporvisi. Come afferma Furniss: «l’incesto e l’abuso continuato a lungo termine sono improbabili in una famiglia con un rapporto madre/figlia improntato a sentimenti di fiducia e protezione» (Everson, 1997).

 

Le risposte della vittima all’abuso

Vittime di abusi materni, quando decidono di confidarsi con qualcuno riguardo all’orrore subito proprio da quelle braccia “protettive”, vengono spesso attaccate con frasi del tipo: «Lei è pur sempre tua madre, dovresti provare a parlarle». Tendono a sentirsi molto confuse riguardo al significato attribuito all’esperienza subita. Le risposte all’abuso possono configurarsi mediante la negazione della violenza: «Mia madre non avrebbe mai fatto una cosa del genere a me, sono la/il sua/o bambina/o», o attraverso la minimizzazione dell’abuso: «Come poteva essere cattiva. Il suo modo di agire non era violento». Per le vittime, la duplice immagine della madre come fonte di vita e allo stesso tempo di morte “potenziale”, così come l’identificazione con l’abusante come donna e madre, può essere fonte di grande dolore e angoscia (Rosencrans, 1997; Fitzroy, 1997).

Altre vittime invece colpiscono duramente questi comportamenti, percependo peggiore l’abuso perpetrato dalle madri, rispetto a quello paterno. Una ragazza abusata dal padre dall’età di cinque anni con rapporti sessuali completi e rapporti orali durati fino all’età di undici anni, ha riferito in seguito che le violenze subite da suo padre sono state meno invasive di tutti gli abusi sessuali che fu costretta a subire dalla madre e dalla nonna (Denov, 2004).

Si percepisce quel senso profondo di tradimento quando l’abusante è la madre perché è come se non esistesse più un posto sicuro in cui rifugiarsi, è come se non esistesse più nessuna persona verso la quale tendere le braccia per essere consolati e rassicurati dalle paure del mondo esterno. Come dice Alice Miller, il ricordo del dolore subito è così difficile da superare che l’autoinganno è sempre in agguato.

Per il bambino maltrattato è impossibile vivere in maniera cosciente le violenze subite che vengono immagazzinate sotto forma di reminescenze inconsce. L’autoinganno sta nel fatto che, anche se non è consapevole della sofferenza passata, i ricordi immagazzinati cominceranno a premere a poco a poco, e come truppe nemiche cercheranno di abbattere le mura cinte che i nostri meccanismi di difesa erigono per proteggerci. Queste spinte che vengono dal profondo, a volte inducono l’adulto a mettere in atto scene già vissute, e come in un déjà vu la violenza tende a riproporsi in una sequela instancabile atta ad esorcizzare le paure mai sopite. Nelle vesti del carnefice si ritrova a ripetere quegli atti brutali, permettendo così alle sue inquietudini di placare il loro grido.

A volte, quando le vittime di abuso materno riescono ad ammettere a se stesse la relazione incestuosa con la figura di attaccamento, una delle soluzioni per liberare se stesse dalla visione di una madre orrifica, è trasferire la colpa sulla propria persona, come se dicessero: «se mia madre mi ha fatto questo ci deve essere qualcosa di sbagliato in me, perché lei è mia madre, non avrebbe agito così se non lo avessi meritato». Questo meccanismo di difesa assunto da molte vittime adulte di abuso intrafamiliare, è un processo inconscio, un bisogno di protezione che consiste nell’identificazione con la figura dell’aggressore. Nell’incapacità di comprendere perché è costretta a subire quelle violenze, la vittima cerca inconsciamente di giustificare il suo aggressore sminuendo l’atto aggressivo, rendendo così, l’esperienza meno traumatica. È la sindrome di Stoccolma[3], con una maggiore probabilità di manifestarsi tanto più a lungo si è perpetrato l’abuso, quanto più la vittima è giovane e di sesso femminile.

Se l’autrice dell’abuso percepisce se stessa come una vittima delle circostanze o del proprio compagno, il vero oggetto della violenza, il bambino, potrebbe provare compassione nei suoi confronti con conseguente paura di perderla. Questa dinamica rende assai difficile per le vittime vedere la propria madre come la vera responsabile del trauma.

Alcune persone hanno l’abitudine a creare un’immagine dell’altro, facendo riferimento a categorie estreme, cioè come buono o cattivo. Per i bambini questa modalità di pensiero rappresenta la norma. Per le vittime di questi abusi, questo comune codice di ragionamento può guidare il loro comportamento per tutta la vita, impadronirsi di loro, destabilizzando la loro intera esistenza.

Mentre i padri incestuosi possono servirsi della violenza instaurando in famiglia una sorta di clima del terrore, la madre incestuosa raramente si mostra violenta; il ruolo di madre le è sufficiente a manipolare il proprio bambino inducendolo in maniera subdola a fare ciò che le sue perversioni pretendono. In alcuni nuclei familiari invece, il padre può essere percepito come un estraneo dalla madre; quest’ultima vedendosi come l’unica figura genitoriale in grado di accudire i suoi figli, potrebbe sviluppare un rapporto morboso, come se detenesse un diritto esclusivo sui bambini. In altre situazioni invece, il marito/compagno della donna può essere violento, e il figlio maschio può sentirsi in diritto di difendere la madre dalle aggressioni, diventandone anche l’amante. In entrambi i modelli familiari disfunzionali, il bambino è costretto a subire un ribaltamento di ruoli, non più come oggetto di cure da parte soprattutto della figura materna, ma come adulto desideroso di compiacerla, rassicurarla e proteggerla.

A causa di questo cambio d’“abito”, la violenza subita prima o poi prenderà il pagamento del proprio pedaggio. Senza rendersene conto potrebbe diventare un uomo molto remissivo, sentendosi in dovere di proteggere la propria partner sessuale come faceva da bambino con la propria mamma. Alcuni uomini, vittime di abusi durante l’infanzia/adolescenza, scelgono di difendersi dal ricordo traumatico attraverso un atteggiamento di costante stato di collera o di rabbia – una delle poche emozioni considerate socialmente accettabili per gli uomini. Un atteggiamento potrebbe essere quello avversativo nei confronti di tutte le donne indistintamente, diventando manipolatore, maniaco del controllo, inaffidabile e violento. Molti altri affrontano l’abuso annebbiando i ricordi con l’abuso di alcool, sostanze stupefacenti, evitando addirittura i rapporti intimi; intorpidendo i loro sentimenti, si costringono a non vedere le cicatrici, cadendo preda della depressione e dell’ansia.

Molte donne abusate dalle proprie madri vedono riflessa nei loro occhi l’immagine della propria figura di attaccamento, costringendosi a vivere un’esistenza triste sia come donna che come madre. Possono sviluppare la convinzione di poter rappresentare un pericolo per i bambini e di non poter restare sole in loro compagnia. Questo sentimento d’inaffidabilità può indurle a desistere dal diventare mamme.

 

[1] http://www.candiancrc.com/Child_Abuse/Child_Abuse.aspx

[2] Secondo l’articolo 609 bis codice penale, si macchia del delitto di violenza sessuale: chiunque, con violenza o minaccia, o abusando della propria autorità, costringa taluno a compiere o subire atti sessuali; chiunque induca taluno a compiere o subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica che affliggono la persona offesa al momento del fatto; chiunque induca taluno a compiere o subire atti sessuali traendo in inganno la persona offesa per essersi sostituito ad altri. La legge italiana non prevede solo la presenza di un atto costrittivo, ma anche induttivo, cioè la costrizione non solo fisica ma anche psicologica operata ai danni del minore. Il reato di violenza sessuale è punito con pene particolarmente aspre quando la vittima non abbia compiuto ancora i 10 anni. È, altresì, aggravato se i fatti siano stati commessi nei confronti di un minore che non abbia ancora compiuto i 14 anni, oppure i 16 ove il reo sia il nonno, il genitore (anche adottivo) o il tutore.

[3] Il termine deriva da una rapina avvenuta a Stoccolma il 23 agosto 1973, in cui due evasi entrati in una banca per una rapina, vengono costretti dalle forze di polizia ad asserragliarsi nella banca dopo aver preso in ostaggio quattro impiegati. Saranno proprio questi a frapporsi fra i rapitori e la polizia al momento della liberazione. Durante il processo, le vittime prendono la difesa dei rapitori. Una degli ostaggi, dopo il processo sposa uno di loro.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 04 Dicembre 2013 15:34
 

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