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Si può licenziare l'infermiere che sbaglia il dosaggio del paziente. PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Giovedì 07 Novembre 2013 15:35

Corte di cassazione civile Roma 
sentenza 13317/05 del 21/06/2005


CASSAZIONE CIVILE, Sezione Lavoro, Sentenza n. 13317 del 21/06/2005

SENTENZA

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

L’Ospedale pediatrico del Bambin Gesu’ di Roma ha licenziato per giustificato motivo soggettivo, con preavviso, la infermiera professionale D.G. A. L., previa rituale contestazione dei seguenti due addebiti: aver il giorno 20 maggio 1997 preparato (e consegnato per la somministrazione), una terapia con dosaggio superiore a quello prescritto; avere il 22 maggio successivo, in relazione all’episodio precedente, tenuto una condotta aggressiva ed ingiuriosa verso la caposala e le colleghe.

L’impugnazione del licenziamento e’ stata respinta dal primo giudice e, in sede di appello, dalla Corte d’Appello di Roma con sent. 25 giugno/ 17 ottobre 2002 n. 2783, che all’esito di un’ampia istruttoria testimoniale ha ritenuto i fatti accertati ed il loro disvalore proporzionato al provvedimento solutorio assunto.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione la D. G., con cinque motivi.

L’Ospedale intimato si e’ costituito con controricorso, resistendo; ha depositato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con i primo motivo la ricorrente, deducendo omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su punto decisivo della controversia (art. 360, n. 5 c.p.c.), censura la sentenza impugnata per la valutazione delle risultanze istruttorie relative al primo episodio; contestato il sovradosaggio, che sarebbe affermato solo dalla madre del bambino, mentre si trattava di una bolla d’aria; sostiene che vi era la prassi per cui gli infermieri non somministravano direttamente il farmaco al bambino ricoverato, ma lo consegnavano ala madre.

Contestato poi il secondo episodio, che sarebbe affermato dalla sola caposala.

Il motivo e’ palesemente infondato.

La deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimita’ non il potere di riesaminare il merito della intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio,bensi’ la sola facolta’ di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico- formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilita’ e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicita’ dei fatti ad esse sottesi, dando, cosi’, liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti (salvo i casi tassativamente previsti dalla legge).

Ne consegue che il preteso vizio di motivazione, sotto il profilo della omissione, insufficienza, contraddittorieta’ della medesima, puo’ legittimamente dirsi sussistente solo quando, nel ragionamento del giudice di merito, sia rinvenibile traccia evidente del mancato (o insufficiente) esame di punti decisivi della controversia, prospettato dalle partii o rilevabile di ufficio, ovvero quando esista insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l'identificazione del procedimento logico- giuridico posto a base della decisione (Cass. 9 febbraio 2004 n. 2399; Cass. Sez. Un. 27 dicembre 1997 n. 13045; Cass. Sez. Un. 11 giugno 1998 n. 5802; Cass. 22 ottobre 1993 n. 10503).

La ricorrente si limita a prospettare una diversa ricostruzione dei fatti, senza evidenziare alcun vizio logico della sentenza impugnata, che appare ampiamente e congruamente motivata.

Con il secondo motivo la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 39 e 42, comma 6, lett. f) e g) del contratto collettivo; difetto di motivazione travisamento di fatto in relazione ai fatti oggetto della previsione contrattuale.

Il motivo e’ inammissibile, non essendo consentito a questa Corte di legittimita’ il sindacato diretto dei contratti collettivi.

Con il terzo motivo la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 421, 2° comma, e 424 c.p.c., si duole che il giudice d’appello non abbia accolto la richiesta di esperimento giudiziario e7o di consulenza tecnica d’ufficio, e non l’abbia disposta d’ufficio.

Valgono le considerazioni del primo motivo.

Sono infine infondati il quarto motivo, con cui la ricorrente afferma che il giudice del merito viola il principio istituzionale secondo cui jura novit curia, ed il quinto motivo, con cui la ricorrente ritorna sulla valutazione delle prove e sulla proporzionalita’ della sanzione, senza offrire alcun argomento suscettibile di formare oggetto di sindacato di legittimita’.

Il ricorso va pertanto respinto.

Le spese processuali seguono la soccombenza e vengono liquidate in Euro 32, 00 oltre Euro millecinquecento per onorari di avvocato.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente a pagare le spese del presente giudizio liquidate in Euro 32,00 oltre Euro millecinquecento per onorari di avvocato, oltre spese generali, IVA e CPA..

Roma, 16 gen. 2004.

Depositata in Cancelleria il 21 giugno 2005.

 

 
Omicidio colposo e responsabilita' dell'equipe medica PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Giovedì 07 Novembre 2013 15:32

Corte di cassazione penale 
sentenza 12275/05 del 08/02/2005


La Suprema Corte ha sancito che la posizione di garanzia penalisticamente rilevante in capo all’equipe medica non riguarda solo l’intervento chirurgico, estendendosi invece anche alle fasi post-operatorie.
Sui sanitari infatti grava l’obbligo di vigilanza sulla salute del paziente: risultano dunque responsabili penalmente i medici che, sottovalutando indici quali aumento della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa, non hanno portato il paziente in terapia intensiva, provocandone la morte dovuta ad una prevedibile insufficienza respiratoria.

Leggi il testo della sentenza.

 

 
Responsabilità dei sanitari: valutare tutti gli aspetti PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Mercoledì 06 Novembre 2013 11:48

Corte di cassazione penale 
sentenza 8844/11 del 07/03/2011


Nella individuazione della responsabilità professionale del sanitario, bisogna contemperare:

-la valutazione del rischio patologico (originato dalla patologia accusata dall'ammalato)

-con  il rischio terapeutico (originato dall'intervento terapeutico svolto dal sanitario).

A sua volta, il rischio terapeutico viene distinto in errore terapeutico di carattere esecutivo (per es. chirurgico) ed errore di carattere valutativo (errore diagnostico di individuazione della sintomatologia, ovvero erronea sottovalutazione dell'effetto di interazione tra farmaci o interventi comunque invasivi).

In particolare, si è sottolineato che la rilevanza penale dell'errore valutativo deve ritenersi subordinata alla condizione che esso sia manifestazione di un evidente atteggiamento soggettivo del sanitario di superficialità, di avventatezza,imperizia nei confronti delle necessità terapeutiche del paziente. Cioè, viene messa in rilievo l'esigenza di realizzare e recuperare un'adeguata "soggettività della colpa del sanitario", nel senso di effettiva possibilità di manifestare uno specifico giudizio di rimprovero in ordine alla condotta, omissiva o commissiva, del sanitario, configurante la c.d. "colpevolezza della colpa".



Cassazione penale,  Sez. IV,  (ud. 9.12.2010) 7.3.2011, n. 8844

 

Svolgimento del processo

1. P.M., cardiologo in servizio presso l'ospedale Brotzu di (OMISSIS), veniva tratto a giudizio innanzi al Tribunale di Cagliari per rispondere del reato di omicidio colposo perpetrato nei confronti di T.F.. Il medico era accusato di avere avuto in cura la T., la quale aveva subito il trapianto del cuore nel (OMISSIS) presso l'ospedale Le Molinette di (OMISSIS), dal 14 a 18 ottobre 2001, e di averla dimessa in quest'ultima data senza disporre una coronarografia e senza mettere al corrente i medici trapiantologia dell'ospedale Le Molinette dell'evoluzione negativa delle condizioni della T.. Costei, il giorno successivo 19 era stata ricoverata nuovamente presso il nosocomio di Cagliari, a seguito di un episodio lipotimico, lamentando forti dolori addominali ed assegnata al reparto di gastroenterologia, dove era stata sottoposta ad ecografia addominale; peraltro, nella serata del (OMISSIS) era deceduta. Era stato accertato il decesso a causa di "Vasculopatia occlusiva in cuore trapiantato- coronoropatia asterosclerotica accelerata- stadio precoce. Morte improvvisa coronarica". 2. Il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Cagliari, con sentenza in data 26-06-2007, assolveva P.M. dal reato ascritto perchè il fatto non costituiva reato.

Il Giudice escludeva la sussistenza in capo all'imputato di un comportamento colposo, nonchè, in ogni caso, la ricorrenza del nesso di causalità tra la presunta negligenza attribuita al P. e la morte di T.F.. Al riguardo, doveva tenersi conto che la paziente era stata ricoverata in precedenza presso l'ospedale Le Molinette il 11-09 e successivamente dal 24 al 27-09-2001, sempre per il controllo del decorso postoperatorio del trapianto; le condizioni di costei risultavano migliorate, rispetto alla situazione riscontrata a Torino, dopo la degenza al B. di Cagliari, essendo stata constata la quasi totale risoluzione del pericolo di rigetto acuto passato dallo stadio di grado acuto 3B a quello tranquillante 3A, mediante l'apprestamento di opportuna terapia farmacologica (sia di antirigetto che antiscompenso). D'altro canto, anche tenendo conto delle valutazioni espresse dai periti nominati in sede di incidente probatorio, doveva escludersi che potesse ritenersi sussistente un obbligo a carico del P. di eseguire la coronarografia che non era stata esperita neppure dai medici delle Molinette e che, nel caso di trapianto di cuore, va eseguita a seguito di attenta programmazione in genere dopo uno- due anni dall'intervento. Aggiungeva che la coronografia costituiva uno strumento diagnostico che, nel caso di accertamento di coronopatia ostruttiva grave, avrebbe imposto come soluzione medica un rapidissimo intervento di ritrapianto di non facile attuazione pratica attesa la necessità di reperire in termini brevissimi un nuovo organo compatibile.

Sotto altro profilo era da sottolinearsi che, mentre i sanitari dell'ospedale di Cagliari stavano curando la T. in relazione al pericolo di rigetto acuto con esiti positivi, si era verificato un episodio improvviso, e quindi imprevedibile, di rigetto cronico precoce.

Neppure fondato, ad avviso del GUP di Cagliari, era l'addebito di non avere contattato i medici cardiologi di Torino che avevano eseguito il trapianto sulla donna. Difatti, il dott. P., al momento delle dimissioni della paziente, aveva raccomandato di prendere contatto quanto prima con i sanitari delle Molinette ed aveva redatto una dettagliata lettera di dimissioni concernente le condizioni di salute della T.; il giorno successivo alle dimissioni, la madre della T. aveva inviato via fax la lettera del dott. P. alla struttura ospedaliere torinese senza peraltro avere risposta.

3. La Parte civile D.L. proponeva impugnazione con appello. La Corte di Appello di Cagliari, con sentenza in data 10-11- 2009, confermava la decisione del Giudice di primo grado. Ribadiva la correttezza delle argomentazioni svolte dal GUP di Cagliari.

4. La parte civile proponeva ricorso per cassazione.

Censurava l'affermazione della Corte di Cagliari, secondo cui la preponderante posizione di garanzia, rispetto alla parte offesa, era attribuibile ai sanitari di Torino che avevano eseguito l'intervento di trapianto, mentre la posizione dell'imputato appariva marginale in considerazione del limitato tempo in cui aveva avuto in cura la donna. Per contro, doveva ritenersi che il dott. P., una volta instauratosi il rapporto teraupetico con T.F., era tenuto a compiere tutti gli incombenti necessari per la tutela della vita e salute della paziente.

Rilevava che il Collegio di Appello aveva erroneamente escluso la violazione di regole cautelari poste a presidio dell'operato del medico. Mentre, era sicuramente addebitarle al prevenuto di non avere preso contatti immediati con i medici che stavano seguendo la donna nel delicato periodo postoperatorio del trapianto, come di non avere eseguito la coronarografia prima di dimettere la ricoverata. Dette omissioni erano sicuramente in nesso di causalità con l'evento letale: in particolare, la causa della morte del soggetto passivo del fatto era stata accertata come dipendente da una grave vasculopatia;

la vasculopatia avrebbe potuto essere diagnosticata con la coronarografia; in presenza della relativa diagnosi si sarebbe potuto prontamente intervenire con terapie idonee ad evitare l'evento ovvero a procrastinarlo significativamente.

Ribadiva che l'imputato era in colpa, perchè il particolare decorso clinico della T. (in precedenza aveva avuto tre episodi di rigetto) doveva indurre il medico curante a rappresentarsi l'eventualità della presenza nella paziente di una vasculopatia, con la conseguente necessità di effettuare d'urgenza la coronarografia e cioè l'unico esame che avrebbe consentito di accertare con certezza tale patologia.

Si doleva ancora che la Corte di merito non aveva tenuto conto di tutte le emergenze processuali idonee ad apportare elementi di valutazione e a formare il convincimento del giudice; all'uopo, non era stata più rinvenuta una radiografia toracica che a detta di diversi testimoni era stata eseguita sulla T. e che avrebbe rivelato la sussistenza di un esteso edema polmonare, connesso evidentemente con uno stato di scompenso cardiaco avanzato. Chiedeva l'annullamento della sentenza impugnata con ogni conseguenza di legge.

5. Il Dott. P. presentava memoria difensiva.

Motivi della decisione

1. Il ricorso deve essere respinto perchè infondato.

Si osserva che i Giudici di merito hanno correttamente ricostruito la vicenda processuale sulla base degli elementi probatori acquisiti, correttamente apprezzati ed interpretati, tenendo conto delle vantazioni tecniche, fondate su basi scientifiche, attentamente formulate dai periti nominati in sede di incidente probatorio dal GIP del Tribunale di Cagliari.

D'altro canto, è noto che compito di questa Corte di legittimità non è quello di sostituire il ragionamento valutativo espresso dai Giudici di merito con un altro in riferimento a diversi parametri di giudizio, ma di controllare la logicità e razionalità della decisione correlata alle emergenze di fatto ricorrenti.

2. L'orientamento in dottrina e giurisprudenza è quello di pervenire ad una situazione di attento contemperamento, nella individuazione della responsabilità professionale del medico, tra fa valutazione del rischio patologico (originato dalla patologia accusata dall'ammalato) ed il rischio teraupetico (originato dall'intervento teraupetico svolto dal medico). A sua volta, il rischio teraupetico viene distinto in errore teraupetico di carattere esecutivo (per es. chirurgico) ed errore di carattere valutativo (errore diagnostico di individuazione della sintomatologia, ovvero erronea sottovalutazione dell'effetto di interazione tra farmaci o interventi comunque invasivi). In particolare, si è sottolineato che la rilevanza penale dell'errore valutativo deve ritenersi subordinata alla condizione che esso sia manifestazione di un evidente atteggiamento soggettivo del medico di superficialità, di avventatezza, imperizia nei confronti delle necessità teraupetiche del paziente. Cioè, viene messa in rilievo l'esigenza di realizzare e recuperare un'adeguata "soggettività della colpa medica", nel senso di effettiva possibilità di manifestare uno specifico giudizio di rimprovero in ordine alla condotta, omissiva o commissiva, del sanitario, configurante la c.d. "colpevolezza della colpa".

Sotto altro profilo, viene appunto evidenziata, nell'individuazione della responsabilità medica, l'importanza di tenere conto delle categorie teoriche, peraltro strettamente connesse con aspetti normativi e conoscitivi, da un verso della misura soggettiva della colpa, consistente nella prevedibilità del risultato offensivo e nell'esigibilità della condotta conforme alla regola cautelare, e dall'altro della misura oggettiva della colpa, contrassegnata invece dalla individuazione e violazione della regola cautelare e dalla evitabilità del risultato dannoso.

3. Sulla base di dette premesse normative, si osserva che risultano acquisite dai giudici di merito, tramite la perizia svolta e gli ulteriori elementi probatori, esaustive informazioni scientifiche concernenti l'andamento della patologia accusata da T. F.; la normale efficacia delle terapie intraprese dai medici;

la riconoscibilità dei segnali clinici evidenziatisi; l'accertamento dell'adeguato comportamento in fase teraupetica tenuto dai sanitari curanti, secondo i protocolli conosciuti ed alla luce della concreta storia clinica della paziente.

Del resto, si evidenzia che l'accertamento della ricorrenza o meno del nesso di causalità configura un giudizio di fatto (riservato al Giudice di merito), non censurabile se correttamente e logicamente motivato, così come effettuato nel caso di specie, secondo il quale i giudici hanno escluso che il comportamento dell'imputato abbia comunque avuto in qualche modo incidenza sullo sviluppo del quadro clinico della paziente e sulla complessa patologia da cui era affetta.

4. Il rigetto del ricorso comporta la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Ultimo aggiornamento Martedì 10 Dicembre 2013 14:39
 
Licenziamento discriminatorio: cosa provare? PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Mercoledì 06 Novembre 2013 11:42

Corte di cassazione civile 
sentenza 7046/11 del 28/03/2011


Nel caso di licenziamento discriminatorio bisogna dimostrare specificamente, con onere a carico del lavoratore, che l'intento discriminatorio e di rappresaglia per l'attività svolta abbia avuto efficacia determinativa esclusiva della volontà del datore di lavoro, anche rispetto ad altri tatti rilevanti ai fini della configurazione di una giusta causa o di ingiustificato motivo di recesso.

 

 

Cassazione civile, Sez. lavoro,  28.3.2011, n. 7046

Svolgimento del processo

1.- B.B. con ricorso al giudice del lavoro di Viterbo esponeva di essere stata licenziata in data 11.6.99 per giustificato motivo oggettivo dalla locale Agenzia INA Assitalia, nonostante fosse stata già precedentemente reintegrata in sede cautelare per un analogo licenziamento. Ritenendo insussistente la motivazione addotta e adducendo il carattere vessatorio del recesso, la predetta conveniva in giudizio la Ignazio Tricomi e Carlo Bonini s.n.c., titolare dell'Agenzia, chiedendo che il licenziamento fosse dichiarato illegittimo e che tosse ordinato il ripristino del rapporto, oltre il risarcimento dei danni, che assumeva derivati anche alla sua salute dal comportamento del datore di lavoro.

Il Tribunale annullava il licenziamento perchè privo di giustificato motivo e condannava i convenuti alla riassunzione ed al risarcimento del danno ex L. n. 604 del 1966, riteneva esistente il danno esistenziale e, in questi limiti, concedeva l'ulteriore risarcimento del danno.

2.- Proponevano appello entrambe le parti: la B. in via principale insisteva perchè il licenziamento fosse dichiarato nullo per illiceità del motivo in ragione del suo carattere discriminatorio e perchè fosse concesso il risarcimento del danno alla salute; Tricomi e Bonini s.n.c. in via incidentale chiedeva che fosse accertata l'esistenza del giustificato motivo e tosse dichiarato inesistente il danno esistenziale.

La Corte d'appello di Roma con sentenza del 4.10.07 rigettava l'impugnazione principale ed accoglieva quella incidentale, respingendo in toto le domande della B..

La Corte, essendo provata una consistente riduzione del portafoglio dell'Agenzia e la conseguente riduzione di attività e ricavi, riteneva giustificata la decisione di ridurre il personale per mantenere l'equilibrio tra costi e ricavi, non essendo necessaria l'esistenza di una conclamata crisi aziendale, essendo invece il licenziamento uno strumento per prevenire la crisi stessa m considerazione delle dimensioni dell'azienda, ove la soppressione di una sola posizione lavorativa era tale da consentire detto riequilibrio.

Quanto alla scelta della B. per il licenziamento, il giudice riteneva impossibile la sua destinazione ad altre mansioni, in quanto la prosecuzione dell'occupazione avrebbe procurato lo squilibrio dei costi aziendali. Riteneva, altresì, che il datore di lavoro, a differenza di quanto previsto per il licenziamento collettivo, non fosse vincolato ad alcun criterio di scelta ed al confronto tra le situazioni soggettive dei vari dipendenti, essendo sufficiente la prova della relazione tra il licenziamento ed il morivo oggettivo dedotto.

Includeva inoltre il carattere ritorsivo o discriminatorio del licenziamento - già implicitamente escluso dall'accorato g.m.o., l'esistenza del quale avrebbe dovuto escludere in nuce che la ritorsione potesse essere l'unico motivo determinante del recesso - ritenendo che la reiterazione del recesso a distanza di quattro anni fosse circostanza del tutto neutra e che la destinazione in trasferta della dipendente ad una sub-Agenzia periferica prima del licenziamento era conseguenza di una esigenza aziendale.

Quanto al risarcimento del danno, pur escluso in principio per la legittimità del comportamento datoriale, il giudice riteneva non provato il danno alla salute e. insussistente il danno esistenziale, non avendo parte ricorrente allegato elementi di fatto tali da poter essere considerati come fonte di presunzione per la individuazione del danno in questione.

3.- Propone ricorso per cassazione B., cui risponde parte convenuta con controricorso.

Parte ricorrente ha depositato memoria.

Motivi della decisione

4.- I motivi dedotti da B. possono essere sintetizzati come segue.

4.1.- Con il primo motivo è dedotta violazione della L. 15 maggio 1966, n. 604, artt. 3 e 5, in relazione agli artt. 1175 e 1375 c.c., contestandosi l'affermazione che nel licenziamento individuale per g.m.o. il datore non è vincolato da criteri di scelta e non è tenuto a confrontare le situazioni personali dei dipendenti, mentre, invece, avrebbe dovuto selezionare i lavoratori da licenziare tacendo applicazione analogica dei criteri previsti dalla L. 23 luglio 1991, n. 223, art. 5, o comunque dei criteri di correttezza e buona fede desumibili dagli artt. 1175 e 1375 c.c..

4.2.- Con il secondo motivo è dedotta violazione della L. n. 604 del 1966, art. 3, in punto di attribuzione, dell'onere della prova, e carenza di motivazione a proposito delle modalità della riorganizzazione aziendale e della possibilità di utilizzare diversamente la ricorrente nell'agenzia. In ragione delle modeste dimensioni aziendali, pienamente conosciute dal datore di lavoro, a questi dovrebbe essere interamente attribuito l'onere di provare l'impossibilità di reimpiegare in mansioni diverse il lavoratore, senza che questi abbia l'onere di indicare le mansioni in questione.

4.3.- Con il terzo morivo è dedotta violazione della L. n. 108 del 1990, art. 3, e della L. n. 300 del 1970, art. 18, nonchè carenza di motivazione a proposito dell'esistenza di inequivoci comportamenti discriminatori. E' contestata l'affermazione che la ritenuta legittimità del comportamento dei datori di lavoro sul piano della gestione della riduzione del personale escluderebbe in nuce la possibilità di atti discriminatori, ì quali possono consistere invece in comportamenti che, pur leciti singolarmente, diventano illeciti se riconducibili ad un complessivo disegno persecutorio. In particolare è contestato il mancato confronto del trattamento riservato alla B. con quello riservato ad altri dipendenti.

5.- Il ricorso è fondato nei termini di seguito indicati.

6.- Anteponendo la trattazione del terzo morivo per ragioni di consequenzialità logica, deve, rilevarsi che nel licenziamento per cui sia richiesta per legge l'esistenza di una giustificazione, una volta accertata l'obiettiva esistenza dei fatti necessari per radicare il potere di recesso, restano irrilevanti eventuali profili di arbitrarietà e irrazionalità dei motivi dell'atto, cosi come l'esistenza di ipotesi di discriminazione diverse da quelle tipizzate dalla legge, sempre che non sia configurarle un motivo determinante contrario a norme imperative, all'ordine pubblico o al buon costume (Cass. 13.1.2.95 n. 12759).

In particolare, con riferimento al licenziamento discriminatorio invocato dalla ricorrente, il divieto sancito dalla L. n. 604 del 1966, art. 4, dalla L. n. 300 del 1970, art. 15, e dalla L. n. 108 del 1990, art. 3, deve interpretarsi in senso estensivo, di modo che l'area dei motivi vietati (il cui onere probatorio grava sul lavoratore) comprende anche il licenziamento per ritorsione, ossia intimato a seguito di comportamenti risultati sgraditi al datore di lavoro (Cass. 3.5.97 n. 3837).

Circa la prova dei tatti determinanti tali ipotesi occorre, tuttavia, dimostrare specificamente, con onere a carico del lavoratore, che l'intento discriminatorio e di rappresaglia per l'attività svolta abbia avuto efficacia determinativa esclusiva della volontà del datore di lavoro, anche rispetto ad altri tatti rilevanti ai fini della configurazione di una giusta causa o di un giustificato motivo di recesso (Cass. 14.7.05 n. 14816).

6.2.- Con riferimento alla posizione della B., il giudice di merito, ravvisata l'esistenza del giustificato motivo oggettivo, ha escluso il carattere ritorsivo (e comunque discriminatorio) sulla base di una valutazione di carattere logico e di fatto della posizione aziendale della B..

Sul piano logico ha ritenuto che una volta accertata l'effettività del g.m.o. e la mancanza di vincoli per il datore per la scelta del dipendente da licenziare, di per sè dovesse essere escluso il carattere ritorsivo, atteso chela motivazione recondita avrebbe potuto escludere la legittimità del licenziamento solo ove fosse stata provata la sua esclusiva efficacia determinativa del recesso.

Sul piano del merito, all'esito di una compiuta disamina dei singoli episodi evidenziati, ha ritenuto insufficienti le circostanze di fatto poste dalla lavoratrice a fondamento della resi della natura ritorsiva.

La censura mossa dalla ricorrente si limita ad una mera contestazione del giudizio di tatto formulato dal giudice, senza toccare i presupposti di diritto da cui lo stesso è partito, per i quali va ravvisata invece la conformità ai principi enunciati, da questa Corte, sopra evidenziati.

Considerata la congruità della valutazione dei fatti e degli argomenti adottati, essendo inammissibile in questa sede la riconsiderazione dei fatti, il morivo deve essere ritenuto infondato.

7.- Sono, invece, fondati il primo ed il secondo motivo di ricorso.

La ricorrente contesta l'affermazione del giudice di merito, secondo cui - una volta ritenuti sussistenti gli estremi del licenziamento per g.m.o. e ritenuto che le esigenze di riorganizzazione aziendale trovassero ragione di attuazione nella soppressione non della posizione lavorativa della B. ma nella generica soppressione di una risorsa - il datore non sarebbe vincolato all'adozione di criteri di scelta ed al confronto tra le situazioni dei vari lavoratori potenzialmente destinatari del provvedimento espulsivo, essendo sufficiente che il recesso sia legato da rapporto eziologico con l'esigenza di riorganizzazione aziendale. Tale affermazione violerebbe i principi di correttezza e buona tede affermati dagli artt. 1175 e 1375 c.c., che debbono caratterizzare la condotta negoziale delle parti anche nel momento della cessazione del rapporto, salvo che non fosse stata data dal datore la prova che la lavoratrice interessata non potesse essere utilizzata in attività lavorativa diversa.

La giurisprudenza di questa Corte ritiene che il g.m.o. di licenziamento è rimesso alla valutazione del datore di lavoro, senza che il giudice possa sindacare la scelta dei criteri di gestione dell'impresa, espressione della libertà di iniziativa economica tutelata dall'art. 41 Cost..

Spetta, dunque, al giudice il controllo dell'effettiva sussistenza del motivo addotto dal datore di lavoro con onere probatorio gravante sul datore di lavoro, che deve dare prova anche dell'impossibilità di una differente utilizzazione del lavoratore in mansioni diverse da quelle precedentemente svolte, termo restando l'onere per il lavoratore di deduzione e allegazione di tale possibilità di reimpiego (v., da ultimo e per tutte, Cass. 18.03.10 n. 6559).

La stessa giurisprudenza ha rilevato che, quando il g.m.o. si identifica nella generica esigenza di riduzione di personale omogeneo e fungibile, non sono utilizzabili nè il normale criterio della posizione lavorativa da sopprimere in quanto non più necessaria, nè il criterio della impossibilità di repechage (in quanto tutte le posizioni lavorative sono equivalenti e tutti i lavoratori sono potenzialmente licenziabili). Non è, tuttavia, vero che la scelta del dipendente (o dei dipendenti) da licenziare sia per il datore di lavoro totalmente libera: essa, infatti, risulta, limitata, oltre che dal divieto di atti discriminatori, dalle regole di correttezza cui deve essere informato, ex artt. 1175 e 1375 c.c., ogni comportamento delle parti del rapporto obbligatorio e, quindi anche il recesso di una di esse (Cass. 21.12.01 n. 16144).

In questa situazione, pertanto, la giurisprudenza si è posto il problema di individuare in concreto i criteri obiettivi che consentano di ritenere la scelta conforme ai dettami di correttezza e buona tede (Cass. 6.9.03 n. 13058) ed ha ritenuto che possa farsi riferimento, pur nella diversità dei rispettivi regimi, ai criterì che la L. n. 223 del 1991, art. 5, ha dettato per i licenziamenti collettivi per l'ipotesi in cui l'accordo sindacale ivi previsto non abbia indicato criteri di scelta diversi e, conseguentemente, prendere in considerazione in via analogica i criteri dei carichi di famiglia e dell'anzianità (non assumendo, invece, rilievo le esigenze tecnico - produttive e organizzative data la indicata situazione di totale fungibilità tra i dipendenti) (v. la già citata sentenza 16144 n. 2001, nonchè le successive 11.6.04 n. 11124).

8.- Può, dunque, ritenersi che. nel caso di licenziamento per ragioni inerenti l'attività produttiva e l'organizzazione del lavoro, ai sensi della L. n. 604 del 1966, art. 3, se il g.m.o. consiste nella generica esigenza di riduzione di personale omogeneo e fungibile, il datore di lavoro deve pur sempre improntare l'individuazione del soggetto (o dei soggetti) da licenziare ai principi di correttezza e buonafede, cui deve essere informato, ai sensi dell'art. 1175 c.c., ogni comportamento delle parti del rapporto obbligatorio e quindi anche il recesso di una di esse.

Il giudice di merito, affermando apoditticamente che il datore non era tenuto ad adottare criteri di scelta per l'individuazione dell'unico soggetto da licenziare, invece, non ha verificato se nel caso di specie la scelta tosse stata effettuata nel rispetto dei detti canoni di correttezza e buona tede e, quindi, sulla base di un criterio improntato a razionalità e graduazione delle posizioni dei lavoratori interessati.

Il secondo e terzo morivo sono, dunque, fondati.

9.- In conclusione, il ricorso deve essere accolto e la sentenza deve essere cassata, con rinvio al giudice indicato in dispositivo, il quale procederà a nuovo esame facendo applicazione del principio di diritto indicato sub 8) e provvederà altresì, sulle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corre d'appello di Roma in diversa composizione, anche per le spese del presente giudizio di legittimità.

 
Violenza privata aggravata se il marito geloso impone alla moglie di tagliarsi i capelli PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Mercoledì 06 Novembre 2013 11:40

 

Il seme della gelosia: si configura "la violenza privata aggravata" per il marito che perde la testa per la gelosia e impone alla moglie di tagliarsi i capelli.

"Che cosa conta se tu sei solo mia......

 

E non andare via neanche con lo sguardo, quando mi siedi accanto...

Perché senz'altro! Senz'altro che sei mia....e di chi altro...."

Queste strofe appartengono ad un famoso brano di Vasco Rossi: "il Tango della gelosia" che riassume in poche parole quelli che sono i pensieri, a dir poco, deliranti di uomini gelosi che, spesso, esercitano sulle proprie compagne un illegittimo diritto di possesso.

Tra " i virus" che possono colpire la salute sentimentale di una coppia, sicuramente quello della gelosia e' uno dei più letali perché purtroppo, a volte, questi atteggiamenti di gelosia fuori controllo possono non solo concretizzarsi in maltrattamenti di varia natura, nei confronti del proprio partner ma ,nei casi più gravi, possono finanche concludersi in gesti omicidiari.

Ma ,come tutti gli sbagli, anche la gelosia si paga e a dirlo e' proprio una recente sentenza la n. 10413/13, pubblicata il 6 marzo dalla quinta sezione penale della Cassazione.

Si configura la "violenza privata aggravata "per il marito che perde la testa per gelosia e impone alla moglie di tagliarsi i capelli.

Ai sensi dell'art. 610 Codice Penale commette il reato di violenza privata:

"Chiunque, con violenza o minaccia , costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro anni.

La pena è aumentata se concorrono le condizioni prevedute dall'articolo 339 c.p.

( che prevede le circostanze aggravanti).

Nella vicenda in oggetto, il marito dopo una lite di gelosia imponeva alla moglie il taglio dei capelli brandendo come arma un paio di forbici.

Quindi, in questo caso il reato di "violenza privata" e' aggravato dall'uso delle forbici.

La gelosia non risparmia davvero nessuno e, a volte, può lambire anche la vita di uomini che sono tenuti a far rispettare la legge; questa incresciosa vicenda ha, infatti, come protagonista un carabiniere che in preda all' ira della gelosia aveva non solo distrutto i cellulari della sua compagna ma brandendo delle forbici aveva obbligato la donna a tagliarsi i capelli, non accettando il suo aspetto troppo vistoso.

Il militare aveva cercato di difendersi sostenendo che l'episodio era avvenuto nel quadro di un chiarimento su di un presunto tradimento: era volato perfino un pugno, come aveva ammesso lo stesso imputato, ma su questo episodio la moglie aveva sorvolato evitandogli la querela.

L'uomo aveva cercato di ridimensionare l'episodio invocando la configurabilità della fattispecie più lieve di minaccia o ingiuria.

E' stata, però, esclusa l'ipotesi più lieve della minaccia perché l'umiliazione è inflitta con la forza e si risolve in un'intollerabile compressione della libertà morale.

La Suprema Corte, dunque, non ha accolto il ricorso dell'imputato ritenendo condivisibile la decisione del giudice del merito sul reato di violenza privata aggravata.

In buona sostanza, non è stato punito il semplice atto di umiliazione della persona offesa ma quello posto in essere facendo ricorso alla violenza o alla minaccia; dunque, l' imposizione di un comportamento o di una omissione viola la libertà morale di un soggetto.

Gli ermellini hanno anche condiviso l'aumento di pena relativo alle aggravanti.

 

 

Fonte:(StudioCataldi.it)

Ultimo aggiornamento Mercoledì 06 Novembre 2013 14:59
 
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