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La condanna penale non comporta automatica cancellazione dall'albo professionale PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Lunedì 27 Gennaio 2014 08:30

Corte di Cassazione Civile, sezione seconda, sentenza n. 1171 del 21 Gennaio 2014. Quali sono i presupposti per procedere alla legittima cancellazione del professionista dall'elenco del relativo Ordine di appartenenza? Nel caso di specie un medico dentista, accusato, processato e condannato per diversi reati (tra cui ingiuria e maltrattamenti in famiglia), a seguito di procedimento disciplinare avviato dall'ordine di appartenenza a seguito di notizia di sua condanna penale, era stato cancellato dall'elenco dei professionisti. Inoltre, il medico avrebbe omesso di comunicare la pendenza dei procedimenti penali a suo carico anche all'atto di iscrizione all'albo. La Commissione centrale per gli esercenti professioni sanitarie (organo di secondo grado) rigettava l'impugnazione proposta.

Il medico dunque proponeva ricorso in Cassazione, lamentando la circostanza che, nonostante la condanna penale riportata, fosse ancora in possesso di tutti i requisiti di legge per il mantenimento dell'iscrizione.

La Suprema Corte passa in rassegna l'intera normativa disciplinante i casi di verifica preventiva dei requisiti richiesti e di eventuale successiva cancellazione dall'albo per intervenuta carenza di altri. In particolare, si sofferma ad analizzare requisito della "specchiata condotta morale e politica", punto cardine dell'intera vicenda: secondo l'organo disciplinare la condanna penale avrebbe fatto venir meno tale requisito. La Cassazione non è però dello stesso avviso; essa sostiene che "deve operarsi una netta distinzione tra condotte aventi rilievo e incidenza rispetto alla affidabilità del soggetto per il corretto svolgimento delle funzioni o delle attività volta per volta considerate, e che quindi possono essere legittimamente oggetto di valutazione a questi effetti; e condotte riconducibili esclusivamente ad una dimensione "privata" o alla sfera della vita e della libertà individuale, in quanto tali non suscettibili di essere valutate ai fini di un requisito di accesso a funzioni o ad attività pubbliche comunque soggette a controllo pubblico". Nel caso in cui, come quello di specie, la cancellazione dall'albo comporti una modifica sostanziale della realtà lavorativa del soggetto, occorre procedere alla valutazione della condotta richiesta in modo rigido e seguendo regole ben precise, onde evitare di sconfinare nell'arbitrio. Non essendo stato il ricorrente condannato in via definitiva per reati strettamente attinenti l'esercizio della sua professione, è da ritenersi illegittima la decisione adottata dagli organi disciplinari, dovendo il ricorso essere accolto e la decisione cassata con rinvio alla Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie che dovrà pronunciarsi tenendo conto dell'importante principio enunciato dalla Cassazione.




Fonte: StudioCataldi




 


 
Legittimo il licenziamento per il lavoratore che si rifiuta di indossare le protezioni PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Mercoledì 22 Gennaio 2014 10:25

Corte di Cassazione Civile, sezione lavoro, sentenza n. 25392 del 12 Novembre 2013. La "legge 626" (d.lgs. 626/1994) pone a carico del datore di lavoro l'obbligo di garantire al lavoratore la fruizione di un ambiente di lavoro salubre e sicuro, eventualmente imponendo l'utilizzo di mezzi di protezione adeguati. Dovere del datore è inoltre quello di redigere un documento di valutazione dei rischi nel quale sono elencati tutti i dispositivi da indossare e le accortezze da seguire e di vigilare affinchè i dipendenti eseguano effettivamente le direttive impartite. L'immediata conseguenza che deriva da detta normativa è l'illegittimità del rifiuto del lavoratore all'utilizzo di questi dispositivi di salvaguardia individuali, come, nel caso di specie, gli occhiali di protezione.

Il rifiuto reiterato al loro utilizzo ha comportato l'applicazione di diverse sanzioni disciplinari, sino al licenziamento.

"All'interno del rapporto di lavoro subordinato, non è legittimo il rifiuto del lavoratore di eseguire la prestazione lavorativa nei modi e nei termini precisati dal datore di lavoro in forza del suo potere direttivo, quando il datore di lavoro da parte sua adempia a tutti gli obblighi derivantigli dal contratto (pagamento della retribuzione, copertura previdenziale e assicurativa etc.), essendo giustificato il rifiuto di adempiere alla propria prestazione, ex art.1 460 Cc, solo se l'altra parte sia totalmente inadempiente, e non se via sia una potenziale controversia su una non condivisa scelta organizzativa aziendale, che non può essere sindacata dal lavoratore, ovvero sull'adempimento di una sola obbligazione, soprattutto ove essa non incida (come avviene per il pagamento della retribuzione) sulle sue immediate esigenze vitali". Questo l'importante principio enunciato dalla Suprema Corte, con il conseguente rigetto del ricorso proposto dal lavoratore licenziato.



Fonte: StudioCataldi

 
Non esiste giustificato motivo di licenziamento del dipendente demansionato. PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Mercoledì 22 Gennaio 2014 10:23

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 902 del 17 gennaio 2014, ha ribadito che "in materia di licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo determinato da ragioni inerenti all'attività produttiva - nella quale rientra il licenziamento conseguente alla soppressione del posto di lavoro - il datore di lavoro ha l'onere di provare, con riferimento alla capacità professionale del lavoratore ed alla organizzazione aziendale esistente all'epoca del licenziamento, anche mediante elementi presuntivi o indiziari ovvero attraverso fatti positivi, l'impossibilità di adibire utilmente il lavoratore in mansioni diverse da quelle che prima svolgeva o in posti di lavoro confacenti alle mansioni dallo stesso svolte, giustificandosi il recesso solo come extrema ratio".

Nel caso preso in esame dalla Suprema Corte, i giudici di merito avevano osservato, con riguardo al licenziamento, che il lavoratore, responsabile della qualità e del coordinamento delle risorse operative, venne dapprima demansionato, con la sottrazione di tali compiti, e successivamente licenziato per soppressione del posto di lavoro; tale licenziamento - secondo la Corte d'appello - era illegittimo, non avendo il datore di lavoro fornito la prova che il posto era stato soppresso e della contrazione dell'attività commerciale, posto che le mansioni affidate al dipendente erano state attribuite ad altra persona e che la società aveva continuato ad assumere, anche se con contratti atipici, altro personale.

La motivazione adottata dalla Corte territoriale - affermano i giudici di legittimità - è logica, coerente ed appare rispettosa dei principi di diritto richiamati.

Il giudice d'appello ha infatti accertato che non era stata dimostrata dalla ricorrente la soppressione del posto di lavoro; che vi fu nei suoi confronti un progressivo demansionamento, sino a quando non venne licenziato; che le mansioni di responsabile della qualità e di coordinamento delle risorse operative vennero attribuite ad altra dipendente; che anche le mansioni commerciali gli vennero sottratte "con motivazioni... rimaste del tutto generiche in ordine alla possibilità di aprire nuove mercati"; che non era stata provata la contrazione dell'attività commerciale, posto che la società aveva continuato ad assumere, anche se con contratti atipici, varie persone.

Alla stregua di tali accertamenti - si legge nella sentenza - sono prive di fondamento le censure mosse alla impugnata sentenza, avendo la Corte territoriale dato esaurientemente conto delle ragioni del suo convincimento, con motivazione immune da vizi e senza incorrere in omissioni o contraddizioni.

Con riguardo, poi, alle assunzioni di nuovo personale successivamente al licenziamento - precisa la Suprema Corte - "è necessario che il datore di lavoro, sul quale grava il relativo onere probatorio, indichi (e dimostri) le assunzioni effettuate, il relativo periodo, le qualifiche e le mansioni affidate ai nuovi assunti e le ragioni per cui tali mansioni non siano da ritenersi equivalenti a quelle svolte dal lavoratore licenziato, tenuto conto della professionalità raggiunta dal lavoratore medesimo."



Fonte: StudioCataldi

 
Ingiuria - minaccia di vendetta: e' reato dire «Lei non sa chi sono io, te la farò pagare»! PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Mercoledì 22 Gennaio 2014 10:19

«Lei non sa chi sono io, la pagherà», non è solo una frase un po' patetica e fuori moda ma anche un reato! Così , con la sentenza n. 11621 del 27 marzo 2012, la Quinta sezione penale di Cassazione ha ribaltato la decisione con cui il Giudice di pace di Salerno aveva assolto dai reati di ingiuriaminacce un uomo che era stato querelato per essersi rivolto al suo interlocutore mediante espressioni del genere “lei non sa chi sono io” e “te la farò pagare”.

Espressioni che - a detta dei giudici di legittimità - andavano lette in "combinato disposto" nonché attentamente valutate nel merito anche in ordine al concreto ambito in cui erano state pronunciate.

La Cassazione, con la sentenza 11621 ha accolto, quindi, la richiesta del procuratore della Corte d'Appello di Salerno che voleva la condanna per ingiurie e minacce del ricorrente, “salvato” invece dal giudice di pace. Il giudice di prima istanza aveva escluso, sbagliando, la portata minacciosa dell'espressione «lei non sa chi sono io». Una frase, spiega la Cassazione, che va letta in "combinato disposto" con la promessa di una vendetta che può essere percepita dall'ascoltatore, più plausibile proprio perché chi la pronuncia lascia intendere di essere in una posizione in cui può nuocere.

Sempre secondo il giudice di pace, l'ira dell’imputato sarebbe stata provocata da un fatto ingiusto,ovvero una querelache la signora minacciata aveva presentato contro il "personaggio misterioso".

Anche in questo caso la Cassazione ha precisato che “una denuncia non può essere di per sé considerata un’ingiustizia a prescindere dalla sua fondatezza, in ogni caso la reazione non era arrivata a caldo, facendo così presumere che fosse solo il risultato di vecchi rancori”.

Con la sentenza di oggi la Cassazione torna per la seconda volta a sottolineare l'inopportunità di ricorrere a un modo di dire che è indice di arroganza e maleducazione e spesso, anche di fantasia.

La prima volta lo ha fatto, con la sentenza numero 138 del 2006, confermando una sanzione disciplinare a carico di un avvocato.

Quest’ultimo, aveva pronunciato la frase “incriminata” pretendendo da una dipendente del Consiglio dell’Ordine di appartenenza maggiori ossequi nei suoi confronti, durante una fila per fare delle fotocopie. La Cassazione, con la sentenza numero 138 del 2006, aveva dato torto all’avvocato facendo notare che “nel suo sproloquio, non aveva usato il titolo di dottoressa. Perché non sapeva chi era la signora che faceva le fotocopie”

Questa “bacchettata” da parte della Corte si è, dunque, ripetuta nella recentissima sentenza n. 11621/12. , con la quale la Suprema Corte di Cassazione ha evidenziato che la frase “incriminata” va letta in “combinato disposto” con la promessa di una vendetta, e che chi l’ha pronunciata lascia intendere di essere in una posizione in cui può nuocere; pertanto ha stabilito che si configurano gli elementi costitutivi dei reati di ingiurie e minacce.

Sull’argomento interviene,altresì, l’avv. Eugenio Gargiulo il quale precisa che oramai tutti noi abbiamo, nei rapporti interpersonali, o comunque anche nelle occasioni di lavoro e del vivere sociale, delle circostanze che possono o che comunque ci costringono delle volte a rispondere, di fronte all'arroganza di altre persone, "lei non sa chi sono io". Tuttavia da sola questa frase non costituisce reato a meno che non sia inserita nel contesto della frase "lei non sa chi sono io e te la farò,quindi, pagare". In questo caso ,giustamente, il Supremo organo di legittimità ( la Corte di Cassazione), ha criticato la decisione del giudice di pace, perché effettivamente in questo “contesto” la persona può realmente sentirsi minacciata.

In tutti gli altri casi, le persone che si vogliano sfogare , pronunciando “Lei non sa chi sono io” lo potranno tranquillamente continuare a fare senza essere suscettibili di un’imputazione penale!!!


 
Illegittimo il licenziamento per abbandono della postazione se l'atto è causato da pressione. PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Lunedì 20 Gennaio 2014 14:41

Corte di Cassazione Civile, sezione lavoro, sentenza n. 589 del 14 Gennaio 2014. La sanzione massima dell'espulsione - cioè del licenziamento - del lavoratore dall'azienda può essere correttamente irrogata solo secondo criteri tassativi e pur sempre nel rispetto del principio di proporzionalità. E' illegittimo il licenziamento inflitto per ragioni che non possono essere qualificate giudizialmente come giusta causa.

Nel caso in oggetto un dipendente è stato licenziato dopo che lo stesso avrebbe ingiustificatamente abbandonato la propria postazione durante l'orario di lavoro. In realtà, in corso di causa, è emerso che l'atto di lasciare il luogo di lavoro è stato dettato da l'ennesimo comportamento discriminatorio datoriale: al lavoratore sarebbe stato intimata la perquisizione poiché sospettato di aver sottratto alcuni beni appartenenti all'azienda.

A tale pratica era sottoposto ormai da molto tempo e, nonostante i continui reclami e richieste di intervento rivolte ai superiori gerarchici, questa condizione era finita per divenire psicologicamente insostenibile. Impugnato il licenziamento, esso veniva rigettato in primo grado mentre la sentenza veniva completamente riformata in appello, con contestuale condanna del datore di lavoro al risarcimento del danno. Contro tale statuizione l'azienda proponeva ricorso in Cassazione.

Secondo la Suprema Corte ogni tipo di valutazione richiesta dal caso in esame riguarda il merito, e come tale è insindacabile dal giudice di legittimità se non nei limiti del difetto o irragionevolezza della motivazione. Il giudizio di proporzionalità - cioè di effettiva sproporzione tra licenziamento e condotta vessatoria subita dal lavoratore - è questione riservata al giudice d'appello, il quale ha correttamente valutato tutte le prove prodotte in giudizio, formando su di esse il proprio convincimento. Da ciò, la carenza di proporzionalità e dunque di giusta causa hanno determinato l'illegittimità della misura sanzionatoria adottata.



Fonte: StudioCataldi.it

 

 
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