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Sentenza: non applicabile il CCNL unilaterale per le RSA PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Mercoledì 10 Dicembre 2014 14:25

E’ inapplicabile ai dipendenti inquadrati in base al CCNL Sanità Privata 2002-2005, il “Primo contratto nazionale di lavoro per il personale dipendente delle RSA e delle altre strutture residenziali e socio assistenziali associate AIOP” stipulato il 22.3.2012, firmato utilizzando organizzazioni sindacali non rappresentative del settore.

E’ stato, pertanto, accolto il ricorso presentato da due lavoratori di un Policlinico che esponevano di prestare attività lavorativa all’interno della Casa di Cura, nello specifico con mansioni di infermieri operanti all’interno del reparto RSA (Residenza Sanitaria Assistita). In particolare, entrambi i dipendenti erano inquadrati in base al CCNL Sanità Privata 2002-2005 regolante i rapporti di lavoro intercorrenti tra il personale dipendente non medico e le strutture sanitarie private associate AIOP, ARIS E FONDAZIONE DON GNOCCHI, ivi comprese quelle esercenti attività di RSA.
Ciò nonostante, dal 2/12/2011, l’AIOP aveva iniziato a sollecitare le OO.SS. firmatarie del richiamato CCNL, malgrado il loro tempestivo diniego, ad intavolare trattative volte alla stipulazione di un nuovo CCNL specifico per i rapporti di lavoro inerenti le RSA, il quale era stato comunque siglato con una serie di OO.SS. diverse da quelle originarie in data 22/3/2012.
Ne era conseguita, da parte delle OO.SS. non firmatarie (CGIL, CISL, UIL), formale diffida all’applicazione del CCNL suddetto ai lavoratori RSA, a cui l’AIOP aveva risposto con una disdetta, con esclusivo riguardo al personale RSA, del CCNL 2002-2005 il quale, invece, continuava ad applicarsi regolarmente al personale dipendente impiegato in reparti differenti delle strutture affiliate. 
Ne era scaturito che, i ricorrenti, nel rifiutare l’applicazione di tale nuovo contratto, avevano lamentato la natura fortemente peggiorative di tali norme collettive rispetto alle precedenti e una palese sperequazione nel trattamento retributivo tra personale RSA e altri dipendenti ai quali si continuava invece ad applicare il citato CCNL 2002-2005 più favorevole. Essi lamentavano, infatti, che l’AIOP aveva proceduto ad una modifica unilaterale delle disposizioni contrattuali afferenti il solo personale dipendente RSA, venendosi così a determinare una scissione del compendio contrattuale originario ed un’applicazione parziale dello stesso.
Per tale motivo, il ricorso è stato accolto in primo grado, con conseguente inapplicabilità nei confronti dei ricorrenti del “Primo contratto nazionale di lavoro per il personale dipendente delle RSA” e l’applicazione nei confronti degli stessi esclusivamente ed integralmente il CCNL Sanità privata per gli anni 202/2005 ed eventuali successivi rinnovi.

Dunque, secondo i giudici, disapplicando, nei confronti del personale RSA, il CCNL Sanità privata 2002-2005 per applicare quello separato e specifico del 2012, la convenuta ha ignorato le sollecitazioni e le richieste delle OO.SS. maggiormente rappresentative tra cui la CGIL (cui appartengono i ricorrenti) sulla perdurante vigenza del CCNL unitario e degli stessi ricorrenti, venendo meno all’obbligo giuridico di buona fede. La società resistente, dunque, secondi i giudici poteva e doveva astenersi dall’applicazione del suddetto CCNL, nel rispetto del vigore del precedente sino ad allora osservato.

 
Responsabilità per infortuni nell’uso di macchine non sicure PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Martedì 11 Novembre 2014 15:57

 

Commento
Viene ribadito dalla Corte di Cassazione un questa sentenza un principio ormai abbastanza consolidato in giurisprudenza e relativo alla individuazione delle responsabilità per un infortunio occorso a un lavoratore durante l’utilizzazione in azienda di una macchina priva dei requisiti essenziali di sicurezza (RES) richiesti dalle disposizioni di legge in materia di salute e di sicurezza sul lavoro. A rispondere dell’evento infortunistico possono essere chiamati a rispondere sia il costruttore che il datore di lavoro dell’infortunato se quanto accaduto risulta essere collegato ad una carenza delle necessarie misure di sicurezza, il costruttore per avere costruito la macchina senza avere eliminato il rischio che ha portato all’infortunio e il datore di lavoro per avere messo a disposizione di un proprio dipendente una  macchina carente delle misure di sicurezza previste dalle vigenti disposizioni di legge in materia di salute e di sicurezza sul lavoro.

 

Il fatto e il ricorso in Cassazione
La Corte di Appello, in riforma di una sentenza del Tribunale che li aveva assolti, ha condannato l’amministratore unico e legale rappresentante di una ditta costruttrice e il rappresentante legale e datore di lavoro di una società alla pena di un mese e dieci giorni di reclusione, ciascuno con i benefici della sospensione condizionale della pena e della non menzione, per il delitto di cui all'art. 590 c.p., commi 1 e 3. Era stato contestato agli stessi di avere, per colpa ossia per negligenza, imprudenza ed inosservanza di leggi e regolamenti, cagionato lesioni personali gravi a una dipendente la quale, durante le fasi di lavorazione mediante un macchinario, mentre tentava di rimuovere una falda in alluminio mal posizionata all'interno della stazione di saldatura, veniva in contatto con le teste di termosaldatura della macchina, riportando lo schiacciamento e l'ustione dell'apice del dito indice della mano destra con inabilità al lavoro per complessivi 93 giorni. La contestazione aveva riguardato, in particolare, la violazione dell’art. 6 comma 2 del D. Lgs. n. 626/1994 per il costruttore e dell'art. 35 comma 1 del D. Lgs. n. 626/1994 per il datore di lavoro.
Avverso la sentenza della Corte di Appello i due imputati hanno fatto ricorso per cassazione.
Il datore di lavoro ha motivato il suo ricorso sul fatto che quanto accaduto non era a lui imputabile trattandosi di una mera fatalità eccezionale, abnorme esorbitante ed estranea alle mansioni della dipendente determinata da una sua iniziativa imprevedibile e dalla mancanza di comunicazione tra la stessa e la capomacchina. Il costruttore, dal canto suo, ha contestato l'affermazione fatta dalla Corte di Appello secondo la quale la causa dell'infortunio era da ricollegare al mancato rispetto di una specifica disposizione normativa contenuta nel D.P.R. 24/7/1996 n. 459.
Le decisioni della Corte di Cassazione
ricorsi sono stati ritenuti dalla Corte di Cassazione infondati e sono stati, pertanto, rigettati. Secondo la stessa Corte la sentenza impugnata aveva offerto una motivazione ampia e congrua e esente da qualsivoglia vizio logico o giuridico, rifacendosi in merito alla ricostruzione del fatto, a quella, ritenuta corretta, della sentenza assolutoria di primo grado. Tale ricostruzione si era rifatta alle dichiarazioni della persona offesa la quale aveva riferito che il giorno dell'infortunio era addetta a posizionare i grissini all'interno delle vaschette ed a controllare che sulle stesse fosse appoggiata correttamente la falda che poi sarebbe stata sigillata. Essendosi la stessa accorta che una di tali falde non era messa bene e sapendo che ciò avrebbe comportato che l'intera vaschetta sarebbe stata scartata, aveva detto a una  collega di fermare la macchina cosa che in effetti  la stessa ha fatto. La lavoratrice infortunata aveva sistemato la falda ed aveva dato ordine alla collega di riavviare la macchina; tuttavia, accorgendosi, in quel momento, che anche un'altra falda era storta, aveva detto alla collega di aspettare ad azionare il macchinario ma costei lo aveva già fatto, cosicché, all'atto di sistemare anche questa seconda falda, il dito indice della sua mano destra era rimasto schiacciato dalla pressa e l'apice dello stesso veniva ustionato dall'impianto di termo saldatura, poiché quando la macchina era ripartita lei aveva ancora il dito sotto la griglia. L’infortunata aveva poi riferito che seppure le era stato espressamente detto dal datore di lavoro che le falde storte dovevano essere raddrizzate, le era stato anche dato l'avviso che tale operazione avrebbe dovuto essere effettuata a macchina ferma.
La Corte suprema ha fatto presente che, alla luce della deposizione resa da un dipendente del Dipartimento di Prevenzione della A.S.S. che aveva effettuato un sopralluogo a circa 6-7 mesi dall'infortunio, era emerso che, nonostante la corretta attività di formazione del personale organizzata all'interno dell'azienda, il macchinario che aveva cagionato il sinistro non rispettava la normativa sulle protezioni per impedire lesioni alle mani, carenza a cui il datore di lavoro ovviava dopo l'infortunio, dotando il macchinario di una copertura in plexiglass in corrispondenza del passaggio ove era avvenuto il sinistro, copertura apribile schiacciando un microinterruttore che bloccava automaticamente lo scorrimento del nastro.
L'inosservanza di tale regola cautelare, ha fatto presente la Sez. IV, come correttamente del resto ritenuto dalla Corte territoriale, ha implicato la responsabilità di entrambi i ricorrenti che avrebbero ben dovuto acquisire la consapevolezza circa l'inadeguatezza della griglia di protezione esistente all'epoca dell'infortunio, alla luce della oggettiva circostanza che tale presidio era posto a ben 4 cm. dal piano di scorrimento e quindi ad una distanza ampiamente superiore rispetto a quella imposta dalla sopracitata normativa specifica in materia (UNI EN 294). “Né l'intervento manuale, benché imprudente, della lavoratrice”, ha proseguito la suprema Corte, “era idoneo ad interrompere il nesso causale tra la violazione e l'evento dannoso, sicché non si poteva ravvisare una condotta dell'infortunata abnorme ed anomala nonché esorbitante dalle mansioni alle quali la stessa era in concreto adibita e rispetto al procedimento lavorativo, tale da assurgere ad unica ed esclusiva causa dell'infortunio in quanto la sua pur estemporanea iniziativa costituiva comportamento ampiamente prevedibile e compatibile con le caratteristiche tecniche del procedimento produttivo al momento dell'infortunio (da ultimo: Cass. Pen. Sez. 4^, n. 23292 del 28.4.2011, Rv. 250710), onde, al massimo, siffatto comportamento poteva spiegare un'efficienza eziologica concorrente dell'evento lesivo, tenuto conto della oggettiva carenza nel macchinario di appositi strumenti antinfortunistici tesi alla salvaguardia di eventuali lesioni alle mani”.
Considerata la carenza costruttiva riscontrata, ha così concluso la Sez. IV, “non può ritenersi che la ‘Direttiva Macchine’ di cui al richiamato D.P.R. n. 459 del 1996, di tenore palesemente astratto e programmatico, sia stata rispettata in ogni sua parte, proprio perché non risultano ‘eliminati o ridotti i rischi nel miglior modo possibile’, dovendosi, nella previsione dei rischi, includere necessariamente anche quelli scaturenti da gesti che inavvertitamente ovvero istintivamente e finanche imprudentemente (ovvero anche per disattenzione o assuefazione al pericolo: cfr. Cass. pen. Sez. 4^, n. 1352 del 9.10.1992, Rv. 193038), il lavoratore eventualmente ponga in essere durante l'attivazione del macchinario cui è addetto: del resto, la disposizione di cui al D.P.R. 27 aprile 1955, n. 547, art. 68, che fissa le misure protettive per le macchine con riguardo alle zone di operazione in cui si compiono le normali attività durante le quali gli operai possono venire accidentalmente a contatto con gli organi lavoratori delle macchine, non è stata superata dalla previsione di cui al D.P.R. 24 luglio 1996, n. 459”.

 

 

Ultimo aggiornamento Giovedì 20 Novembre 2014 18:43
 
Stato di necessità: lieve patologia non giustifica superamento limiti di velocità PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Martedì 11 Novembre 2014 15:52

Cassazione civile , sez. VI, sentenza 24.09.2014 n° 20121

Con la sentenza 24 settembre 2014, n. 20121 la VI Sezione Civile della Corte di Cassazione si è pronunciata sulla doglianza di un cittadino sanzionato ai sensi dell’articolo 142 del Codice della Strada.

Segnatamente, la vicenda fattuale trae origine dal tentativo di un automobilista di evitare la sanzione pecuniaria ed accessoria comminatagli per aver abbondantemente oltrepassato i limiti di velocità, adducendo a propria giustificazione il patimento di violente coliche - originate da piccoli calcoli nel rene sinistro (c.d. renella) - che lo avrebbero costretto a recarsi nel più breve lasso di tempo presso il più vicino ospedale per essere rapidamente soccorso.

Precisamente, secondo il difensore del ricorrente, «Tale stato di cose, in ossequio all’art. 54 c.p. e all’art. 4 L. n. 689/1981, giustificava la condotta del ricorrente, il quale agì in stato di evidente e oggettiva necessità»; aggiungeva altresì che «quand’anche non fosse ravvisabile quello stato di grave pericolo ma soltanto “l’erronea convinzione” e “sensazione di trovarsi”, trovava applicazione l’esimente stante l’erronea persuasione di trovarsi in tale situazione, persuasione non colpevole in quanto provocata da circostanze oggettive […]» e che «il pericolo per la propria salute rappresenti di per sé, indipendentemente da qualsivoglia ulteriore valutazione […] lo stato di necessità nel senso indicato dalle norme».

Il ricorso veniva rigettato dal primo giudice che riteneva lo «stato di necessità», tanto effettivo quanto putativo, non adeguatamente giustificato, oltre che poco convincente la documentazione clinica versata in giudizio.

Successivamente, anche il Tribunale de L’Aquila rigettava l’appello proposto, ribadendo la precedente statuizione, ed affermando il principio secondo cui «la colica renale ed il dolore prodotto da tale patologia, sicuramente rappresentano uno stato di malattia, ma non possono integrare una ipotesi di stato di necessità di cui alla citata norma, atteso che il danno alla persona, richiesto dalla scriminante, deve essere talmente grave da poter giustificare anche eventuali danni causati a terzi».

Il caso veniva infine portato dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando l’automobilista il mancato apprezzamento, nel corso dei giudizi di merito, della prodotta documentazione medica ospedaliera attestante il suo stato di malattia.

Anche in tale sede, però, il Supremo Collegio rigettava il ricorso, ritenendo che i due giudici di merito, nel pieno della propria libertà di valutazione, avessero già sufficientemente trattato la questione e ben esaminato il bilanciamento degli interessi in gioco utili a verificare se sussistesse o meno l’esimente putativa dello stato di necessità.

Il S.C., distintamente, metteva in evidenza come «il ricorrente andava ad una velocità di 141 Km/h in un tratto di strada in cui vigeva il limite di 70 Km/h, ed in prossimità di una stazione ferroviaria, come correttamente rilevato dal giudice di prime cure. Il comportamento degli interessi in gioco, ovvero, lo stato di salute dell’appellante affetto da una colica renale e la incolumità degli utenti della strada, esposti al potenziale pericolo di danni causati da un’auto che viaggia ad una velocità di 141 Km/h, in un tratto di strada frequentata anche da pedoni, adulti e bambini, non consentono di dare rilevanza giuridica scriminante, alla malattia del ricorrente, che nel caso di specie, non rappresentava, comunque, un pericolo per la vita dell’appellante».

Nondimeno, stante l’incapacità del ricorrente di fornire idonea prova sulla «assoluta necessità di recarsi in ospedale per salvare sé o altri dal pericolo attuale ed immediato di un danno alla persona […]», gli ermellini hanno riconosciuto la corretta applicazione, da parte del giudice dell’appello, dei principi peraltro già precedentemente affermati dalla Corte in materia di sanzioni amministrative, in tema di «stato di necessità» (cfr. Cass. n. 14286 del 2010, rv. 613449: «in tema di opposizione a sanzione amministrativa irrogata a seguito di violazione dell’art. 142, comma 9, Codice della Strada, non vale ad escludere la responsabilità del conducente l’invocato stato di necessità dovuto all’esigenza di rispettare i tempi di una consultazione medica conseguente ad un malore lamentato da un passeggero, qualora l’opponente non abbia provato […] l’imminente pericolo di vita del passeggero medesimo e l’impossibilità di provvedere diversamente alla salvenza di quest’ultimo»; cfr. Cass. n. 15195 del 2008, rv. 603581: «in tema di sanzioni amministrative, la responsabilità dell’autore dell’illecito può essere esclusa anche in caso di erronea supposizione della sussistenza degli elementi concretizzanti una causa di esclusione della responsabilità, in quanto l’art. 3 della legge 689 del 1981 esclude la responsabilità quando la violazione è commessa per errore sul fatto, ipotesi questa nella quale rientra anche l’erroneo convincimento della sussistenza di una causa di giustificazione. Qualora, però, l’interessato deduca una determinata situazione di fatto a sostegno dell’operatività di un’esimente reale o putativa deve provarne la sussistenza, non essendo sufficiente una mera asserzione sfornita di qualsiasi sussidio probatorio»).

I giudici di piazza Cavour, in sintesi, hanno definitivamente ritenuto che lo «stato di necessità» deve sempre tenere conto del contemperamento degli interessi in gioco: da una parte, lo stato di salute del conducente; dall’altro, la incolumità degli utenti della strada, esposti al potenziale pericolo di danni causati da un auto che viaggia ad una velocità elevata in un tratto di strada frequentata anche da pedoni e bambini.

Il procedere a 141 Km/h in una zona abitata con limite a 70 Km/h, in assenza di un reale stato di necessità (p.e. patologia grave), non è, in conclusione, di per sé giustificabile: o la patologia non era così grave da giustificare il superamento dei limiti di velocità, oppure, se davvero grave, avrebbe potuto seriamente compromettere l’idoneità alla guida, con evidente pericolo per l’integrità delle persone.

Per escludere la responsabilità del conducente che ha violato le regole del Codice della Strada c’è dunque bisogno di uno stato di necessità ed un imminente pericolo di vita. Tutte condizioni che, in ogni caso, vanno provate con elementi tangibili, non essendo sufficiente una semplice asserzione sfornita di qualsiasi supporto di prova.

 

Fonte: Altalex

 
Part time può cambiare in tempo pieno senza il consenso del lavoratore PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Lunedì 27 Ottobre 2014 14:12

Corte di Giustizia UE , sez. III, sentenza 15.10.2014 n° C-221/13

L’accordo quadro sul lavoro a tempo parziale, concluso il 6 giugno 1997, che figura nell’allegato alla direttiva 97/81/CE del Consiglio, del 15 dicembre 1997, relativa all’accordo quadro sul lavoro a tempo parziale concluso dall’UNICE, dal CEEP e dalla CES, ed in particolare la sua clausola 5, punto 2, deve essere interpretato nel senso che esso non osta ad una normativa nazionale in base alla quale il datore di lavoro può disporre la trasformazione di un contratto di lavoro da contratto a tempo parziale in contratto a tempo pieno senza il consenso del lavoratore interessato.

Cosi’ si è espressa la CGUE sulla questione pregiudiziale sollevata nell’ambito di un procedimento instaurato da un’impiegata a tempo parziale nei confronti del suo datore di lavoro, il Ministero di Giustizia, che, in forza dell’articolo 16 della Legge n. 183/2010, ha unilateralmente posto fine al regime di lavoro a tempo parziale accordatole, imponendole un tempo pieno.

Occorre precisare che la norma invocata dal Ministero prevede che le amministrazioni pubbliche possano, entro centottanta giorni dalla sua entrata in vigore, sottoporre a nuova valutazione i provvedimenti di concessione della trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale già adottati.

La ricorrente, nell’opporsi a tale trasformazione, sosteneva invece che, grazie al regime di lavoro a tempo parziale, aveva potuto destinare il proprio tempo libero alla sua famiglia e alla sua formazione professionale: aspetti che, per la ricorrente, sono tutelati dalla direttiva europea 97/81, che sancirebbe un vero e proprio principio secondo il quale il lavoratore non può vedere trasformato il suo contratto di lavoro da tempo parziale a tempo pieno contro la propria volontà.

Per il giudice del rinvio, inoltre, l’art. 16, L. 183/2010 in esame contrasterebbe con la previsione di cui alla clausola 5, punto 2, dell’accordo quadro sul lavoro a tempo parziale (recepito dalla direttiva 97/81), ai sensi della quale “[i]l rifiuto di un lavoratore di essere trasferito da un lavoro a tempo pieno ad uno a tempo parziale, o viceversa, non dovrebbe, in quanto tale, costituire motivo valido per il licenziamento, senza pregiudizio per la possibilità di procedere (...) a licenziamenti per altre ragioni, come quelle che possono risultare da necessità di funzionamento dello stabilimento considerato”, previsione che sembrerebbe richiedere il consenso del lavoratore quando la modifica del contratto di lavoro sia voluta dal datore di lavoro.

Per la CGUE, tuttavia, tale clausola è volta unicamente ad escludere che l’opposizione di un lavoratore a una simile trasformazione del proprio contratto di lavoro possa costituire l’unico motivo del suo licenziamento, in assenza di altre ragioni obiettive.

Peraltro, occorre per la Corte considerare che “una situazione in cui un contratto di lavoro a tempo parziale è trasformato in un contratto di lavoro a tempo pieno senza l’accordo del lavoratore interessato e una situazione in cui un lavoratore vede il suo contratto di lavoro a tempo pieno trasformato in un contratto di lavoro a tempo parziale contro la sua volontà non possono essere considerate situazioni comparabili, dato che la riduzione del tempo di lavoro non comporta le stesse conseguenze del suo aumento, in particolare a livello di remunerazione del lavoratore, che rappresenta la contropartita della prestazione di lavoro”.

Ne consegue, in conclusione, che la normativa europea non osta a una normativa nazionale che consente al datore di lavoro di disporre la trasformazione del contratto di lavoro da contratto a tempo parziale in contratto a tempo pieno senza il consenso del lavoratore interessato.

 
Non è richiedibile il danno catastrofale in caso di coma PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Giovedì 25 Settembre 2014 14:20

Nota introduttiva:

Il danno catastrofale è il danno non patrimoniale conseguente alla sofferenza patita dalla persona che, a causa delle lesioni sofferte nel lasso di tempo compreso tra l'evento che le ha provocate e la morte, assiste alla perdita della propria vita. Tale danno è distinto dal danno biologico e terminale o tanatologico che è il danno connesso alla perdita della vita come massima espressione del bene salute.

Il danno catastrofale può essere risarcito a condizione che la vittima, compatibilmente con la situazione del momento, abbia avuto la lucida consapevolezza della fine. Tale consapevolezza - che non è affatto esclusa per la tenera età della vittima - è comunque da escludere a partire dal momento in cui la vittima è entrata in coma, perchè il sicuro stato di incoscienza esclude l'esistenza di una sofferenza giuridicamente rilevante, sicchè correttamente la Corte veneziana ha escluso ogni risarcimento in relazione a quella fase.

 

Cassazione civile, sezione terza, sentenza del 11.7.2014, n. 15909

...omissis...

1.1. Il motivo non è fondato.

La giurisprudenza di questa Corte ha in più occasioni affermato che i genitori di un minore che sia morto in conseguenza di un fatto illecito sono potenzialmente titolari di un diritto al risarcimento del danno che deriva dalla lesione di un'aspettativa alla produzione di un reddito futuro; ciò in quanto può ritenersi, ragionando in astratto, che il minore, una volta divenuto maggiorenne, avrebbe in qualche misura contribuito ai redditi della famiglia.

Trattandosi, però, di un diritto non automatico, si è detto che i genitori, per dare prova della frustrazione di quell'aspettativa, hanno l'onere di allegare e dimostrare che il figlio deceduto avrebbe verosimilmente contribuito ai bisogni della famiglia. A tal fine la previsione va operata sulla base di criteri ragionevolmente probabilistici, non già in via astrattamente ipotetica, ma alla luce delle circostanze del caso concreto, conferendo rilievo alla condizione economica dei genitori sopravvissuti, alla età loro e del defunto, alla prevedibile entità del reddito di costui, dovendosi escludere che sia sufficiente la sola circostanza che il figlio deceduto avrebbe goduto di un reddito proprio (sentenze 3 maggio 2004, n. 8333, 28 agosto 2007, n. 18177, 27 aprile 2010, n. 10074, 11 maggio 2012, n. 7272); la relativa prova può essere data anche tramite presunzioni (sentenza 14 febbraio 2007, n. 3260).

Nel caso specifico la Corte d'appello, con una valutazione di merito correttamente argomentata e priva di vizi logici, ha ritenuto che, in considerazione della giovanissima età della vittima (tre anni), non fosse possibile compiere alcuna valutazione presuntiva che non corresse il rischio di essere arbitraria. Ha motivato tale decisione, ricordando che non era possibile prevedere nè quali sarebbero state le inclinazioni del figlio, nè la sua disponibilità ad aiutare i genitori, nè, tantomeno, quale sarebbe stata la situazione di questi ultimi una volta che il figlio fosse divenuto adulto. Si tratta - come facilmente si coglie - di una valutazione squisitamente di merito sulla quale questa Corte non ha motivo di intervenire, trattandosi, appunto, di decisione argomentata correttamente.

E' vero che i genitori hanno sempre dichiarato di svolgere un'attività di ristorazione (pizzeria), sostenendo che ciò poteva da solo essere sufficiente a dimostrare che il piccolo, una volta divenuto adulto, avrebbe aiutato tale attività, collaborando al menage domestico. Ma ciò non può essere sufficiente, perchè la valutazione prognostica che si chiede al giudice rischierebbe davvero di diventare, in una simile ipotesi, piuttosto una profezia che non una ragionevole previsione; nè si può dire che il figlio di un ristoratore sarà, per ciò stesso, ristoratore anch'egli.

2. Con il secondo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all'art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3), 4) e 5), violazione degli artt. 1223, 2056 e 2059 c.c., oltre a motivazione contraddittoria su più punti i decisivi e motivazione assente.

Osservano i ricorrenti che la sentenza conterrebbe due errori in ordine all'entità del risarcimento del danno relativo alla sofferenza patita dalla piccola vittima nei giorni precedenti la morte. La censura si appunta da un lato sull'omesso riconoscimento di un qualsiasi risarcimento per il periodo in cui il bambino è stato in coma, negando quindi la conseguente sofferenza; e, per il periodo antecedente il coma, il ricorso censura l'esiguità del risarcimento di Euro 9.000, stabilita senza alcuna adeguata motivazione e senza tenere conto dell'esigenza di un giusto riconoscimento anche sulla base delle tabelle prescelte, tanto più importante in quanto relativa ad una fine terribile (morte per soffocamento).

2.1. Il motivo non è fondato.

La censura, come si è visto, si articola in due diversi profili: da un lato concerne l'omessa liquidazione di una qualsiasi somma per il periodo nel quale il bambino fu in coma; dall'altro, contesta l'esiguità della somma liquidata dalla Corte d'appello per il periodo che precedette il coma.

Quanto al primo profilo, la sentenza non merita alcuna censura, avendo deciso la questione in armonia alla giurisprudenza di questa Corte secondo cui il c.d. danno catastrofale, che è diverso dal danno tanatologico, può essere risarcito a condizione che la vittima, compatibilmente con la situazione del momento, abbia avuto la lucida consapevolezza della fine (v. sentenze 24 marzo 2011, n. 6754, e 21 marzo 2013, n. 7126). Tale consapevolezza - che non è affatto esclusa per la tenera età della vittima, come la stessa Corte d'appello ha riconosciuto, riformando in parte la sentenza di primo grado - è comunque da escludere a partire dal momento in cui la vittima è entrata in coma, perchè il sicuro stato di incoscienza esclude l'esistenza di una sofferenza giuridicamente rilevante, sicchè correttamente la Corte veneziana ha escluso ogni risarcimento in relazione a quella fase.

 

Più delicata è, all'evidenza, l'altra questione, relativa alla concreta determinazione del quantum in relazione al periodo precedente il coma. La Corte di merito, riformando sul punto la sentenza del Tribunale, ha riconosciuto a questo titolo la somma di Euro 9.000; la difesa dei ricorrenti ha particolarmente insistito sull'esiguità di tale somma alla luce della terribile sofferenza patita dal piccolo, così come è stata descritta dalla Corte d'appello, ed ha richiamato la sentenza delle Sezioni Unite 11 novembre 2008, n. 26973, nella quale una liquidazione di danno disposta ad analogo titolo è stata ritenuta "palesemente inadeguata".

Rileva questa Corte, però, che la sentenza impugnata resiste alle censure che le vengono mosse. Ed invero, è evidente che una valutazione di questo genere - che riguarda la liquidazione di un danno morale - è per sua stessa natura rimessa alla prudente valutazione del giudice di merito; ciò non significa che questi diventi padrone assoluto ed arbitrario di simile decisione, ma soltanto che la Corte di legittimità è ammessa a sindacarla in caso di evidente inadeguatezza. Ora, il confronto con la fattispecie di cui alla citata sentenza delle Sezioni Unite non è calzante; in quella occasione, infatti, fu ritenuta incongrua una liquidazione di Euro 5.000 per la morte di un ragazzo di diciassette anni che era rimasto per circa undici ore in attesa consapevole della fine, tanto lucido da rispondere addirittura alle domande. Diverso è il caso in esame, in cui un bambino di quasi tre anni rimase per circa due ore in progressiva carenza di aria.

Questa Corte è perfettamente consapevole del fatto che non è possibile compiere una sorta di graduazione del dolore secondo una scala misurabile con criteri oggettivi; ed inorridisce alla sola idea che un dolore così tragico quale quello della perdita di un figlio possa essere al centro di una discussione economica, poichè è evidente l'incommensurabile distanza che esiste tra la sofferenza ed il risarcimento. E tuttavia i giudici sono chiamati anche a questo difficile compito, che impone loro di assumere una decisione, liquidando una somma di denaro; e, nella specie, non si ritiene che la sentenza impugnata meriti di essere cassata sotto questo profilo.

3. Con il terzo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), motivazione contraddittoria su più punti decisivi e mancata adeguata considerazione delle cause della morte e dell'entità del dolore dei superstiti.

Le doglianze prospettate sono sostanzialmente due.

Da un lato si osserva che la sentenza non avrebbe tenuto conto del fatto che la morte del bambino poteva, nel caso in esame, essere evitata, sicchè la sofferenza e la rabbia dei familiari per questa fine avrebbe meritato un accresciuto risarcimento, non potendo accettarsi la motivazione della Corte d'appello secondo la quale il decesso per malasanità non comporta per questo una sofferenza maggiore. Da un altro lato, poi, si censura la liquidazione del danno morale, osservando che anche il padre avrebbe avuto diritto allo stesso (accresciuto) risarcimento riconosciuto alla madre, avendo anch'egli costantemente partecipato alla sofferenza del figlio, e lamentando il carattere "irrisorio" del danno liquidato in favore della sorella.

3.1. Il motivo non è fondato.

La prima parte della censura è evidentemente da respingere. Pur con tutta la comprensibile difficoltà di accettare che la morte di un bambino di tre anni avvenga, all'interno di una struttura ospedaliera, per evidenti e provate negligenze dei sanitari della medesima, questa Corte non può avallare la pretesa dei ricorrenti secondo cui, in sostanza, la morte per malasanità meriterebbe un risarcimento maggiore. La morte è la morte, comunque la si debba affrontare; e la morte di un figlio, per di più così piccolo, si connota per l'evidente tragicità; ma non per questo può sostenersi che vada riconosciuto eo ipso un danno maggiore.

3.2. Quanto alla seconda parte della censura, non sussiste alcun vizio di motivazione nella sentenza in esame. Essa, anzi, ha fornito un'ampia e dettagliata motivazione delle ragioni per le quali ha ritenuto di liquidare alla mamma del piccolo M. una somma più alta di quella riconosciuta dalle tabelle applicate, senza che si potesse ammettere analogo risarcimento anche per il padre; ed ha dato conto anche delle ragioni per cui ha considerato corretta la liquidazione in favore della sorella, siccome rientrante nelle medie tabellari. Ha osservato la Corte d'appello che la madre "seguì costantemente la situazione e fu presente nelle poche ore in cui il bambino andò aggravandosi respirando sempre più a fatica", sicchè "il calvario del figlio divenne, con crescente progressione, ancor più doloroso per la madre". Non si tratta, quindi, di affermare - come qualcuno potrebbe obiettare - che la madre soffre di più del padre; ma si tratta di riconoscere che il giudice di merito, con una valutazione tipicamente di sua competenza, ha ritenuto di liquidare una somma maggiore alla sola madre, dando conto con adeguata motivazione di siffatta decisione. E tale differenziazione è stata utilizzata dalla Corte d'appello, tra l'altro, per consentire di incrementare il risarcimento oltre i limiti delle tabelle assunte a parametro.

4. Con il quarto motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all'art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5), violazione degli artt. 1223, 2056 e 2059 c.c., e degli artt. 2, 29 e 30 Cost., per lesione del diritto al vincolo dell'unità familiare, nonchè ulteriore violazione degli artt. 2727 e 2729 c.c., degli artt. 115 e 116 c.p.c., oltre a motivazione contraddittoria su più punti decisivi della controversia.

Il ricorso - trascrivendo ampie parti del motivo di appello che aveva interessato lo stesso profilo - lamenta che l'impugnata sentenza non abbia riconosciuto alcunchè a titolo di lesione del c.d. danno esistenziale. Si rammenta, al riguardo, che la lesione del danno non patrimoniale derivante dalla perdita del rapporto parentale ha sicura copertura costituzionale, sicchè non riconoscere un ulteriore risarcimento, in aggiunta a quello liquidato per il danno morale, rappresenterebbe una lesione di tutte le disposizioni sopra richiamate. L'allegazione dell'esistenza di tale vincolo, unito ai criteri presuntivi ed alle massime di comune esperienza, avrebbe dovuto indurre alla liquidazione anche di detta voce di danno.

4.1. Il motivo non è fondato.

4.2. La sentenza impugnata, infatti, con una motivazione bene argomentata e, in un certo senso, anticipatrice di quelli che sarebbero stati i successivi sviluppi della giurisprudenza di questa Corte, ha affermato che non è escluso che si debba risarcire un danno ulteriore rispetto a quello morale e a quello biologico, ma ha chiarito che ciò implica la determinazione di un danno che superi la normale sofferenza derivante da un evento come quello di cui si discute nell'odierno giudizio. Ha osservato la Corte d'appello che non è sufficiente "l'affermazione che il decesso di un congiunto abbia determinato uno sconvolgimento nella vita familiare, che costituisce normale conseguenza dolorosa e concreta di simile evento luttuoso"; è invece necessario "che dall'evento sia sorto un pregiudizio diverso e per c.d. maggiore rispetto alla normalità e soprattutto che dello stesso non ci si limiti a darne generica qualificazione, ma se indichi la natura e se ne dia la prova"; prova che, nella specie, non era stata data.

4.3. E' singolare osservare come questa motivazione, benchè precedente, si ponga in linea non solo con la nota sentenza delle Sezioni Unite 11 novembre 2008, n. 26972, ma anche con i successivi e più recenti sviluppi della giurisprudenza di questa Corte sull'argomento (v. le sentenze 20 novembre 2012, n. 20292, 22 agosto 2013, n. 19402, e 23 gennaio 2014, n. 1361). Nelle pronunce in ultimo richiamate - alle quali la sentenza odierna intende dare continuità - si è ribadito che il danno biologico , il danno morale ed il danno alla vita di relazione rispondono a prospettive diverse di valutazione del medesimo evento lesivo, che può causare, nella vittima e nei suoi familiari, un danno medicalmente accertato, un dolore (interiore e un'alterazione della vita quotidiana, sicchè il giudice di merito deve valutare tutti gli aspetti della fattispecie dannosa, evitando duplicazioni, ma anche "vuoti" risarcitori e, in particolare, per il danno da lesione del rapporto parentale, deve accertare, con onere della prova a carico dei familiari della persona deceduta, se, a seguito del fatto lesivo, si sia determinato nei superstiti uno sconvolgimento delle normali abitudini tale da imporre scelte di vita radicalmente diverse.

La sentenza impugnata ha fatto buon governo di questi principi, precisando, come si è detto, che era mancata la prova di simile sconvolgimento della vita familiare. Ed anche il ricorso, in definitiva, pone critiche che, su questo punto, non superano la soglia di una generica contestazione.

Nessuna delle prospettate violazioni di legge, dunque, è ravvisabile nella sentenza in esame in ordine al danno da rottura delle relazioni familiari.

5. Con il quinto motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), insufficiente motivazione sul punto decisivo della controversia costituito dalla individuazione della tabella per la liquidazione dei danni morali.

 

Rilevano i ricorrenti che la liquidazione del danno morale sulla base delle tabelle in uso nel Triveneto, senza fornire alcuna motivazione circa le tabelle adottate dal Tribunale di Milano e dal Tribunale di Roma, rappresenta un vizio di motivazione, non essendo tollerabile che "la stessa morte a Milano venga pagata 200.000 Euro ed a Venezia 100.000". Ciò avrebbe dovuto imporre alla Corte di dare conto con maggiore ampiezza delle tabelle prescelte, compiendo anche i dovuti confronti con le altre tabelle sopra indicate, alle quali viene ormai riconosciuta una valenza generale.

5.1. Il motivo non è fondato.

Si rileva, innanzitutto, che la censura è posta in termini alquanto generici - non è tollerabile, si dice, che "la stessa morte a Milano venga pagata 200.000 Euro ed a Venezia 100.000" - poichè non specifica in modo adeguato quale sia la vera differenza di valore tra le tabelle e non indica, neppure in via approssimativa, quale sarebbe stata la liquidazione congrua secondo le tabelle in uso presso il Tribunale di Milano. Il che è tanto più significativo ove si pensi che la Corte d'appello ha liquidato in favore della ricorrente S.I. una somma volutamente maggiore rispetto ai massimi previsti dalle tabelle del Triveneto che i giudici veneziani hanno dichiarato di applicare.

Ma non è tutto. Secondo la nota sentenza 7 giugno 2011, n. 12408, di questa Corte, peraltro pronunciata in epoca successiva rispetto alla sentenza oggi in esame, il criterio di liquidazione predisposto dal Tribunale di Milano, essendo già ampiamente diffuso sul territorio nazionale, garantisce quell'uniformità di trattamento che è un indubbio obiettivo di uguaglianza sostanziale alla quale si deve mirare in sede di liquidazione del danno alla persona. In quella pronuncia, peraltro, si è anche riconosciuto che l'applicazione di diverse tabelle, ancorchè comportante liquidazione di entità inferiore a quella che sarebbe risultata sulla base dell'applicazione delle tabelle di Milano, può essere fatta valere, in sede di legittimità, come vizio di violazione di legge, solo in quanto la questione sia stata già posta nel giudizio di merito.

L'odierno ricorso, oltre a proporre sul punto una censura di vizio di motivazione, neppure prospetta che la questione circa l'applicazione delle tabelle sia stata avanzata davanti al giudice di merito e dal medesimo disattesa. Ne consegue, quindi, che la censura non può trovare spazio per la prima volta in sede di legittimità.

6. Il ricorso, pertanto, è rigettato.

In considerazione, peraltro, della tragicità dell'evento e della complessità e delicatezza delle questioni giuridiche trattate, la Corte stima equo disporre l'integrale compensazione delle spese del giudizio di cassazione tra tutte le parti.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa integralmente le spese del giudizio di cassazione tra tutte le parti.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Terza Civile, il 14 maggio 2014.

Depositato in Cancelleria il 11 luglio 2014

 
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