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L'infermiere definito dalla Cassazione PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Mercoledì 13 Aprile 2016 09:31

Cassazione Penale N. 2541 del 21 gennaio 2016

C’è chi continua a ricondurre l’infermiere alla figura di fedele assistente del medico nelle esecuzioni di compiti di cura della “persona” malato.

Eppure, anche a livello giurisprudenziale, è ormai acclarato il riconoscimento di una professionalità assolutamente unica e specifica, la cancellazione di ogni concetto di “asservimento” al medico, al management sanitario, e alle Asl.

L’infermiere è un vero e proprio professionista e protagonista del sistema sanitario. Esso è depositario di conoscenze specifiche, di professionalità, di un know-how che non è solo nozionistico, ma si basa su anni di rapporto diretto, stretto, unico, con il paziente. Tutto ciò lo rende un soggetto attivo nelle fasi di cura e, soprattutto, un ottimo osservatore e, quindi, un ottimo consigliere nel miglioramento e nella risoluzione di tutti gli aspetti inerenti i processi assistenziali.

Naturalmente, tale ruolo centrale, oltre a portare con sé l’onore del riconoscimento, grava l’infermiere dell’onere della responsabilità.

E’ questo il concetto alla base della decisione della Cassazione che, sul solco di un orientamento costante in tema di responsabilità sanitaria omissiva, riconosce l’infermiere quale legittimato passivo di una richiesta di risarcimento danni con conseguente responsabilità penale dello stesso, al posto del medico.

Il caso nasce dalla morte di un paziente ricoverato in un reparto di terapia intensiva cardiologica. L'utente era stato collegato ad un nuovo macchinario per la rilevazione dei parametri vitali che prevedeva l’attivazione manuale degli allarmi che, se non attivati, restavano in stand-by. La mancata attivazione dei detti allarmi impedì il riconoscimento di un arresto cardiaco, con conseguente decesso del detto paziente.

L'accusa per il medico è stata di omissione riscontrabile non solo nel mancato controllo dell’operato degli ausiliari, ma anche per la mancata organizzazione di corsi specifici sul nuovo macchinario. In primo  grado il medico è stato assolto, salvo poi essere condannato per omicidio colposo in secondo grado.

Gli ermellini, nel dirimere la vicenda, hanno analizzato la figura dell’infermiere  specificando che, lo stesso non è considerabile come semplice ausiliario del medico, ma al contrario, è egli stesso un professionista sul quale grava ogni forma di responsabilità. Fra queste, rientra senza dubbio la responsabilità omissiva che deriva dalla particolare posizione di garanzia che l’infermiere ha nei confronti del paziente e che è autonoma rispetto alla posizione del medico.

Con la sentenza in discorso, quindi, la Cassazione delinea in maniera chiara e specifica la posizione dell’infermiere precisando che esso è da considerarsi come vero e proprio professionista dotato, soprattutto in reparti come la terapia intensiva, di autonomia decisionale e organizzativa, oltre che di conoscenze specifiche che lo rendono in grado di intervenire senza l’ausilio del medico in caso di comparsa di situazioni di crisi per il paziente.

Da tale autonomia, discende in maniera diretta e non mediata, la responsabilità degli infermieri stessi.

A chiusura della sentenza la Cassazione chiarisce che la preparazione degli infermieri sui macchinari non è responsabilità dei primari che non hanno obblighi formativi da far rispettare o da assolvere nei confronti del personale sanitario.

Tale responsabilità, secondo la Legge n°412/91 è del Direttore Sanitario.

Ad esso spetta, infatti, la verificazione non solo del corretto funzionamento dei macchinari, ma anche del possesso dei titoli e delle conoscenze specifiche del personale in servizio presso la struttura. Da ciò dovrebbe derivare anche l’obbligo di prevedere apposita formazione sull’utilizzo dei macchinari in dotazione presso la struttura o la scelta di personale che sia fornito a priori di certificazioni riguardanti l’utilizzo dei macchinari stessi.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 13 Aprile 2016 09:32
 
Nasce AIILF - Abruzzo PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza AIILF   
Martedì 05 Aprile 2016 09:54

Continua incessante l'opera di colleghi motivati e preparati sul territorio.

Nasce oggi il Coordinamento AIILF della Regione Abruzzo.

I colleghi delle province de L'Aquila,Chieti, Pescara e Teramo avranno una freccia in più al loro arco, una risorsa importante sul territorio per consulenze, domande, formazione e crescita professionale.

Ringraziamo quindi Angelo Di Filippo, nominato Coordinatore di AIILF-Abruzzo e tutto il Corrdinamento che lo sosterrà ed aiuterà, Andrea Di Blasio, Elisa Di Tullio, Mauro Di Matteo ed Angela.

Il coordinamento è contattabile alla mail Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 
Medici e infermieri e 118. Una macchina complessa che necessita dell’apporto di tutti PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza AIILF   
Sabato 02 Aprile 2016 11:11

Ecco il mio modesto contributo alla discussione sul ruolo tra medici e infermieri nel sistema 118 che Quotidiano Sanità sta con correttezza sviscerando in questi giorni. Mi permetto di farlo perché per circa 15 anni ho lavorato nel 118 e per 3 anni ne sono stato il responsabile della Centrale Operativa di Siena. Parlo appositamente di ruoli e non di rapporti tra medici e infermieri perché questi sono sempre ottimi tra chi lavora ogni giorno e ogni notte fianco a fianco.

Chi, negli ultimi tempi, sembra deciso ad invadere competenze e relativi ruoli non sono, a mio parere, i professionisti che lavorano sul campo ma altrettanto stimati professionisti che hanno, come dire, “appeso” il camice al chiodo. Difatti mentre per il medico la carriera dirigenziale non si scinde mai dall’assistenza, oggi questo non avviene nella carriera infermieristica: chi dirige abbandona completamente l’attività assistenziale e si dedica esclusivamente a compiti di governo. Non sto qui a sindacare se questo è sia giusto o meno, non spetta a me, ma così è. D’altra parte siamo di fronte a una giusta crescita professionale dell’infermiere e con questo dobbiamo non farci i conti, ma confrontarci.

Ritengo che un paese civile, che paga le tasse per avere un servizio pubblico, deve pretendere un servizio di eccellenza e questo prevede come attori grandi medici e grandi infermieri che collaborano. Sono meno interessato alle polemiche e sono invece molto interessato ad alzare l’asticella delle misurazioni delle performance perché un buon servizio di emergenza territoriale è un importante indicatore di qualità per la tanto desiderata integrazione ospedale territorio. Per questo, prima ancora di parlare di ruoli e di compiti, andrebbero stabilizzati i tanti precari medici che lavorano da anni, perché un sistema si dice sicuro quando è stabile. La stabilizzazione porterebbe quindi da un lato ad un sistema sicuro per il paziente, dall’altro a gestire correttamente le risorse economiche per la formazione investendo su operatori che fanno parte stabilmente della rete.

Ma soprattutto questa rete è un grande filtro per evitare accessi impropri ai pronto soccorso ed è un veicolo fondamentale per inviare il paziente giusto nel posto giusto. Questo si chiama “appropriatezza” e questo per legge, per competenze e per ruolo può farlo solo un medico. Solo un medico può decidere in accordo con il paziente se questi necessita di cure ospedaliere o può essere trattato a domicilio (nella mia realtà il 43% dei pazienti evita il ricovero in PS), solo un medico può rafforzare il contratto terapeutico con il cittadino per il suo percorso di cura. Solo il medico può, insomma, fare diagnosi e terapia. All’infermiere spetta il “care”, altro fondamentale pilastro per la cura della persona. Il “care” non è in competizione né in conflitto con la diagnosi e la cura, ma si integra con esso in un rapporto di necessaria complementarietà.

Detto questo, non mi scandalizza che esistano protocolli ad esempio sull’arresto cardiaco o sulla ipoglicemia che siano appannaggio della professione infermieristica, perché la diagnosi viene fatta da uno strumento, mi preoccupa invece non fare gestire al medico in prima persona protocolli come ad esempio lo stroke o lo STEMI, dove il tempo e il corretto accesso nel posto giusto ne determinano il risultato immediato e la prognosi.

In Consiglio Nazionale della Federazione nazionale degli Ordini dei medici ho proposto di istituire un tavolo di lavoro che analizzi tutti protocolli esistenti nei variegati panorami regionali con lo scopo di omogenizzare le procedure su tutto il territorio e allo stesso tempo valutare quali siano i protocolli che può applicare l’infermiere da solo. Anche questo a mio avviso è “appropriatezza” e salvaguardia della salute dei cittadini.

Ma un’altra considerazione, gentile Direttore, mi permetta di esprimerla: la sanità e una macchina complessa e non si può tutto ricondurre sempre e comunque al tema dei costi. E’ vero un infermiere costa meno di un medico ma è ampiamente dimostrato che un medico, che ponga una corretta diagnosi e sviluppi un corretta “alleanza terapeutica” con il paziente può evitare accessi impropri in Ps e quindi si possono abbattere in modo ugualmente rilevante i costi.

La riconosciuta crescita culturale della professione infermieristica deve esigere di affermare il proprio spazio accanto al medico, in un rapporto alla pari e mai “contro”, con l’obiettivo comune di costituire un équipe sul territorio da cui emerga la sinergia necessaria al raggiungimento dei migliori obiettivi in termini di appropriatezza e qualità. Non si sbaglia a pensare che se la emergente dirigenza infermieristica ragionasse sulle questioni con gli scarponi immersi sul fronte assistenziale probabilmente scaturirebbero proposte di crescita e modelli organizzativi che si indirizzerebbero ad una reale progressione culturale e professionale. Con questi presupposti si potrebbe davvero lavorare e crescere insieme.

In conclusione ritengo che solo insieme medico e infermiere possano riuscire a far muovere questa grande macchina nella direzione giusta, la direzione che porta verso la tutela delle due professioni, dei rispettivi ruoli, delle specifiche competenze e, soprattutto, dei bisogni di salute delle persone.

Roberto Monaco
Presidente Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri di Siena
Presidente Federazione Toscana Ordine dei Medici

tratto da QNSanità

Ultimo aggiornamento Sabato 02 Aprile 2016 11:13
 
In merito ai ricorsi alla CEDU per il blocco dei contratti... PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Venerdì 18 Marzo 2016 08:25

Alcuni soci ed amici ci hanno chiesto, in qualità di esperti del mondo forense, in cosa consistano i ricorsi alal CEDU che i 2 sindacati di categoria stanno pubblicizzando in questi giorni.

Con questo articolo speriamo di riuscire a chiarire alcuni dubbi e domande.

Anzitutto:

PERCHE' IL RICORSO?

Da oltre cinque anni tutti i dipendenti statali hanno avuto il salario congelato, senza aumenti e senza scatti di anzianità.

Da qui nasce il contenzioso. L'avvocatura dello Stato difendeva richiamando esplicitamente l'art. 81 della Costituzione, modificato nel 2012, che prevede l'obbligo di equilibrio di bilancio per lo Stato. LA

I contratti della pubblica amministrazione sono stati quindi congelati nel 2010. Al Governo c'era Silvio Berlusconi, al ministero dell'Economia Giulio Tremonti.

Una decisione presa per "realizzare, con immediatezza, un contenimento della spesa pubblica".

Il blocco avrebbe dovuto riguardare il triennio 2011-2013 ma è stato prorogato dal governo di Enrico Letta e poi da Renzi, fino al 31 dicembre 2015.

Dopo la decisione del governo Renzi di prorogare il blocco i sindacati decidono di fare ricorso al Tribunale di Roma affinchè sollevasse la questione di legittimità costituzionale. Il caso è così arrivato al Palazzo della Consulta.

La Corte Costituzionale ha dichiarato «l’illegittimità costituzionale sopravvenuta» (come si afferma in un comunicato ufficiale della stessa Corte) del congelamento degli stipendi nel pubblico impiego deciso nel 2010 per il triennio 2011-2013 dall’esecutivo Berlusconi e poi prorogato dai governi successivi.

In pratica, mentre era possibile bloccare il rinnovo contrattuale nel 2010, era illegittimo prorogare tale blocco.

Nel 2013/2014 quindi si sarebbero dovute convocare le parti sociali (sindacati ed ARAN) per la discussione del rinnovo contrattuale.

Questo non è avvenuto. Il Governo, pur accettando con favore la pronuncia della Consulta, non ha mai provveduto a regolarizzare la situazione, attenendosi alle decisioni della Corte Costituzionale.


E COSA E' IL RICORSO ALLA CEDU?

A distanza di oltre 2 anni i sindacati di categoria, Nursind e Nursing Up, hanno deciso di proporre il ricorso presso la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU), organo giurisdizionale internazionale.

La Corte può conoscere sia ricorsi individuali che ricorsi da parte degli Stati contraenti in cui si lamenti la violazione di una delle disposizioni della Convenzione o dei suoi protocolli addizionali.

L'ammissibilità dei ricorsi interstatali è decisa da una delle Camere, mentre l'ammissibilità dei ricorsi individuali è decisa da un Comitato (una procedura di snellimento del lavoro della Corte che si basa quasi esclusivamente su ricorsi individuali, dato che solo tre volte ha risolto ricorsi interstatali).

Se il ricorso, individuale o statale, è dichiarato ammissibile la questione viene sottoposta, ordinariamente, al giudizio di una Camera e in ogni caso si cercherà di raggiungere una risoluzione amichevole della controversia. Se la questione non si risolve amichevolmente, la Camera competente emetterà una sentenza motivata nella quale, in caso di accoglimento della domanda, potrà indicare l'entità del danno sofferto dalla parte ricorrente e prevedere un'equa riparazione, di natura risarcitoria o di qualsiasi altra natura.

Le sentenze della Corte sono impugnabili, in situazioni eccezionali, davanti alla Grande Camera in un termine di tre mesi, decorso il quale sono considerate definitive. Le sentenze sono pubblicate.

Gli Stati firmatari della Convenzione si sono impegnati a dare esecuzione alle decisioni della Corte europea. Il controllo sull'adempimento di tale obbligo è rimesso al Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa.


E CHE POSSIBILITA' CI SONO?

In linea di massima il ricorso, stante la decisione della Corte Costituzionale italiana, dovrebbe avere esito positivo. La Consulta ha stabilito l'incostituzionalità della decisione, quindi il Governo era obbligato a porvi rimedio e non l'ha fatto.

Il caso, quindi, pare abbastanza semplice e scontato come decisione.


COME FARE RICORSO?

Come detto il ricorso è presentato dai 2 sindacati di categoria iinfermieristici, Nursind e Nursing Up. Certo, un ricorso unitario avrebbe sicuramente avuto più risonanza, ma tant'è...

Le modalità, i costi e la possibilità di partecipare anche non essendo iscritti a nessuno dei 2 sindacati sono diverse e non staremo qui ad esporle. Chi fosse interessato potrà trovare tutte le informazioni sulle loro pagine, indirizzi a fine articolo.

Il ricorso Nursind è presentato dall'intera CGS, Confederazione di cui il sindacato fa parte, Per prenotarsi è disponibile una pagina dedicata.

Il ricorso di Nursing Up è in via di definizione.


E L'AIILF?

AIILF non è sindacato. Non può quindi proporre ricorsi avverso decisioni che riguardano esclusivamente tali soggetti.

L'articolo che avete appena letto mira esclusivamente a chiarire i punti che ad alcuni colleghi erano poco chiari.

Non intendiamo spronarvi ad aderire ad uno dei ricorsi, ma solo offrire il nostro punto di vista sull'argomento.

Ultimo aggiornamento Venerdì 18 Marzo 2016 11:39
 
Responsabilità professionale: il giudice deve ascoltare i periti! PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Mercoledì 30 Marzo 2016 06:54

Cassazione penale: la sentenza di condanna da parte del Giudice per responsabilità professionale sanitaria non può essere emessa sulla base di testi scientifici o di istruzione professionale utilizzati al di fuori del contraddittorio, in particolare citando aspetti che nessuno, tra i consulenti tecnici e i periti, aveva mai prospettato.

Se il giudice non intende appoggiarsi alle conclusioni peritali, non può disattenderle sulla base di una propria scienza personale derivante da testi di educazione o di buone pratiche, ma deve riconvocare il perito in contraddittorio tra le parti o disporre nuova perizia sul punto.

Qualora disattendesse a questa norma farà illegittimamente utilizzo di prove non acquisite al fascicolo per il dibattimento nel fondare la sua decisione.

Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, IV sezione penale, nella sentenza 11631/2016 (qui sotto allegata) che ha offerto una lettura dettagliata sul ruolo del giudice nelle vesti di "peritus peritorum".

Dinnanzi ai giudici ricorrono una ginecologa e un'ostetrica, che il Tribunale e la Corte d'Appello hanno ritenuto responsabili della morte di un nascituro per asfissia, grave complicanza della interruzione della progressione del feto nel canale del parto provocata da distocia alle spalle.

Per i giudici di merito le due sanitarie non erano preparate ad affrontare l'evento e non si erano attivate tempestivamente alle prime avvisaglie dell'interruzione della progressione del feto nel canale del parto. L'ostetrica, inoltre, era responsabile per non aver fatto intervenire tempestivamente la ginecologa quando vi erano stati segnali importanti di rischio.

Le parti avevano evidenziato come già il Tribunale aveva fatto uso, ai fini della decisione, di alcuni testi di formazione professionale per ginecologi ed ostetrici non acquisiti in contraddittorio, affermando, sulla scorta degli stessi, essersi verificata una distocia di spalle che nessuno tra i consulenti e i periti nominati aveva prospettato.

Censure che per la Corte di Cassazione risultano fondate: sbagliata anche la lettura della Corte d'Appello che ha ritenuto, con particolare riferimento a testi scientifici, che il ricorso agli stressi rappresentasse un potere-dovere del giudice che ritiene di discostarsi dalle conclusioni dei periti.

Gli Ermellini chiariscono che il giudice, libero di valutare tutti gli atti processuali e, quindi, anche gli esiti di una perizia, non può, perché peritus peritorum, disattendere una serie di concordi conclusioni provenienti da plurime fonti qualificate, sulla base della propria scienza personale, perché diversamente significherebbe sminuire e porre nel nulla la competenza altrui frutto di anni di studi specialisti.

Laddove il giudice dubiti delle conclusioni del perito ha due strade:

a) convocarlo e porre tutte le domande finalizzate a dissipare i dubbi derivanti dalla perizia;

b) ove tale strada non lo soddisfi,nominare un altro perito al quale, dopo aver evidenziato i punti critici e le parti non convincenti della prima perizia, sottoporre di nuovo i dubbi.

Il giudice ha utilizzato, per sostenere il giudizio di definibilità (e quindi di prevedibilità) del parto come distocico, ovvero con fattori predisponenti alla distocia di spalle, testi scientifici e universitari, attraverso i quali sono state gettate la basi di uno dei pilastri della decisione

Nessuno tra i diversi e numerosi esperti sentiti nel giudizio aveva, tuttavia, parlato di gravidanza a rischio di parto distocico, al che emerge sul punto la decisività del ricorso ai manuali.

La sentenza va pertanto cassata anche agli effetti civili e rinviata per un nuovo esame alla Corte d'Appello.

Cass., IV sez. penale, sent. 11631/2016


 
Tutto quello che serve sapere sulle visite fiscali - Novità 2016 PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza AIILF   
Lunedì 07 Marzo 2016 09:42

Delle visite fiscali ne avevamo già parlato in questi 2 articoli:

Obbligo di reperibilità durante la malattia

Solo una visita fiscale per ogni certificato

Viste le numero richieste che ci giungono, rispondiamo ampiamente a molteplici dubbi su questo istituto.

Non sono andato a lavoro per malattia: è sufficiente telefonare per avvertire?
Per avvertire l’azienda dell’assenza per malattia è sufficiente anche una telefonata. Ci si dovrà recare dal proprio medico curante per il certificato di malattia, che lui stesso trasmetterà all’Inps per via telematica.

Devo spedire il certificato medico?
No, né all’Inps, né al proprio datore di lavoro, in quanto lo stesso è inviato telematicamente dal medico curante. Dall'azienda può essere richiesto telefonicamente il numero di protocollo del certificato.

Il mio medico non c'è, come faccio per il certificato?
Il lavoratore può richiedere la certificazione alla Guardia Medica(solo per turni notturni o festivi) o ad altro medico convenzionato col Servizio Sanitario Nazionale(SSN).

Serve il certificato anche per i ricoveri ospedalieri?
Si. Ma anche in questo caso sarà la struttura ad inviare per via telematica il certificato all'INPS ed alla azienda.

Per i dipendenti del settore privato il medico fiscale può arrivare dal primo giorno di malattia?
Non esiste una normativa che impedisce che Il medico fiscale possa procedere ad accertamenti sanitari sin dal primo giorno di assenza. Pertanto, anche se le probabilità non sono altissime (poiché non sono molti i controlli a campione effettuati dall’Inps, e poiché le aziende del settore privato devono pagare la visita di tasca propria), non è escluso che si possa ricevere la visita fiscale dal primo giorno di malattia, anche se festivo.

E nel pubblico? Si può ricevere la visita fiscale dal primo giorno di malattia?
Si. Anzi, essa è (o meglio sarebbe) obbligatoria fin dal primo giorno in caso di assenze contigue a giorni liberi (anche di ferie o di permesso) o festivi.

Il medico fiscale può venire anche nei festivi?
Le visita fiscali possono essere effettuate anche nelle domeniche e nelle giornate festive per tutti i lavoratori, pubblici e privati.

Quali sono gli orari della visita fiscale?
Per gli Statali ed il personale degli Enti Locali, le fasce orarie di reperibilità vanno dalle 9:00 alle 13:00, e dalle 15:00 alle 18:00, ogni giorno della settimana.
Anche per i dipendenti privati la visita può avvenire in qualsiasi giorno, ma le fasce orarie sono diverse: dalle 10:00 , sino alle 12:00 e dalle 17:00 sino alle 19:00.

Se mi ammalo durante le ferie?
La malattia interrompe le ferie in tutti i casi in cui impedisca il godimento delle stesse. Se la patologia trae giovamento dalle ferie, come stress psicofisico, sindrome ansioso-depressiva, cefalea, ecc, NON interrompe le ferie stesse. Sarà, eventualmente, il medico a valutare l’opportunità dell’interruzione o meno delle ferie.

Mi sono ammalato prima delle ferie, posso farle?
non sussiste alcun obbligo di riprendere servizio a seguito del termine della malattia, se le ferie sono concordate.

Sono in maternità anticipata per gravidanza a rischio: devo essere reperibile per la visita fiscale?
La lavoratrice in astensione per gravidanza a rischio è esonerata dalla visita fiscale.

E' prevista la visita fiscale anche per gli infortuni sul lavoro o in itinere?
No. Gli infortuni sul lavoro o in itinere sono esclusi dalla visita fiscale.

Sono invalido per causa di servizio, e spesso sono assente per curarmi: devo essere reperibile per la visita fiscale?
Il lavoratore invalido per causa di servizio è esonerato dalla visita fiscale, sia per le necessarie terapie, sia per assenze legate alla patologia stessa per cui è stata riconosciuta l'invalidità.

Sono uscito per gravi motivi e mentre ero fuori è passata la visita fiscale: che cosa mi succederà?
Il dipendente può assentarsi dal proprio domicilio, nelle fasce orarie di reperibilità, per evitare gravi conseguenze per sé o per la famiglia, o per sottoporsi a terapie, cure, visite mediche ed analisi. Nel caso dell’acquisito in farmacia, qualora il medicinale occorresse con urgenza, ed il lavoratore dimostri che nessun altro avrebbe potuto acquistarlo al posto suo, la sanzione non verrà irrogata: dovrà però esibire un’attestazione (vale anche lo scontrino della farmacia).

Non ho potuto aprire la porta al medico fiscale perché in casa non c’era nessuno e stavo troppo male per alzarmi: a cosa vado incontro?
Situazioni del genere capitano molto di frequente, e sono stati oggetto di numerose sentenze: purtroppo, nonostante l’esistenza di alcune sentenze a favore, l’orientamento generale tende a non giustificare ipotesi simili, seguendo il principio per il quale il lavoratore è tenuto a predisporre tutti gli accorgimenti possibili per consentire l’accesso al medico.

Sono in malattia ma ho dovuto cambiare domicilio: devo comunicarlo?
Il dipendente in malattia, in caso di cambio di domicilio, è tenuto a comunicare tempestivamente il nuovo indirizzo al datore di lavoro, e per fax alla sede INPS. Questo vale anche in caso di ricovero in ospedale intervenuto nel corso di una malattia.

Ho avuto una ricaduta: devo rifare il certificato medico? Sono esonerato dalla visita fiscale, visto che è già passata?
Il lavoratore che abbia avuto una ricaduta della malattia, entro due giorni dalla nuova assenza, dovrà richiedere un nuovo certificato, che il medico invierà telematicamente all’Inps: la procedura prevista è la medesima dell’evento morboso principale, dunque dovrà rendersi reperibile un’altra volta per la visita fiscale.

 
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