Didattica

Cerca

Login

IAFN

Iscriviti alla nostra News Letter

Home
AILF
Il dipendente subisce furti ripetuti? Colpa dell'azienda! PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Giovedì 07 Luglio 2016 07:27

Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 18/02/2016 n° 3212

L'obbligo in capo al datore di lavoro di garantire l'integrità del lavoratore si estende anche alla prevenzione delle rapine sul luogo di lavoro.

Ai sensi dell'articolo 2087 c.c., è previsto l'obbligo in capo al datore di lavoro di adottare tutte le misure atte a tutelare l'integrità psicofisica e la personalità morale del lavoratore.

Tale obbligo, si configura anche nel caso cui si renda necessario predisporre adeguati mezzi di tutela del lavoratore per contrastare un'attività criminosa di terzi qualora la prevedibilità di episodi di aggressione a scopo di lucro sia insita nella tipologia dell'attività esercitata alla luce della movimentazione di somme di denaro, nonché, qualora vi siano state reiterate rapine in un determinato arco temporale.

Il ricorso della Società soccombente è stato respinto in sede di giudizio di legittimità proprio alla luce di un'interpretazione estensiva dell'articolo 2087 c.c. imponendo l'articolo 2087 c.c., siccome necessario, l'apprestamento di adeguati mezzi di tutela dell'integrità fisiopsichica dei lavoratori nei confronti dell'attività criminosa di terzi, nei casi in cui la prevedibilità del verificarsi di episodi di aggressione a scopo di lucro sia insista nella tipologia di attività esercitata, in ragione della movimentazione, anche contenuta, di somme di denaro, nonché delle plurime reiterazioni di rapine in un determinato arco temporale (la pronuncia richiama altresì Cass. n. 23793/2015; Cass. n. 7405/2015)

Con la suddetta pronuncia, la Corte riconduce altresì la responsabilità del datore di lavoro nell'ambito della responsabilità di tipo contrattuale con il conseguente onere della prova a carico del datore di lavoro.

Più nello specifico, spetta al lavoratore che agisce avverso il datore di lavoro al fine di vedersi riconoscere il risarcimento del danno come conseguenza di infortunio sul lavoro dimostrare il fatto che costituisce l'inadempimento, il danno verificatosi, ed il nesso di causalità tra l'inadempimento ed il danno mentre, per quanto riguarda la responsabilità del datore di lavoro, questa è sottoposta alla presunzione ex art. 1218 c.c.

L'articolo 1218 c.c. infatti dispone come il debitore (in tal caso inteso come datore di lavoro) sia tenuto al risarcimento del danno se non prova che l'inadempimento o il ritardo sono conseguenza di causa a lui non imputabile.

Pertanto, spetterà al datore di lavoro fornire la prova di aver adottato tutte le cautele necessarie per evitare il danno, intendendo come cautele necessarie, anche quelle misure finalizzate a proteggere il lavoratore da eventuali aggressioni causate da terzi.

.

 
Chiusura dei ROT? NON è competenza infermieristica PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Mercoledì 06 Luglio 2016 07:04

Avevamo già pubblicato questa sentenza sulla nostra pagina Facebook nel 2012

Ora ci sembra il caso di ricondividerla, perchè sempre più spesso ci dimentichiamo quali siano i nostri diritti.

Sentenza del Tribunale di Roma: la chiusura degli halipak è compito degli OTA. Se imposta agli infermieri è demansionamento

Il giudice del lavoro, nel merito, ha ritenuto che “la chiusura dei ROT è mansione che non spetta agli infermieri bensì al personale OTA, come stabiliscono le declaratorie contrattuali” e che “l’utilizzo di personale per lo svolgimento di mansioni inferiori sia possibile solo occasionalmente e con criteri di flessibilità, e comunque sempre rispettando il criterio della qualifica funzionale immediatamente inferiore; nel caso di specie, essendo il ricorrente infermiere professionale, il suo utilizzo sarebbe dunque possibile solo per svolgere mansioni di infermiere generico e non certo di OTA.” Per tali motivi il giudice ha dichiarato che “la mansione di chiusura e confezionamento dei ROT costituisce demansionamento del ricorrente.”

Ultimo aggiornamento Mercoledì 06 Luglio 2016 07:07
 
La Cassazione ci da ragione: se non è scritto, non è stato fatto PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Lunedì 04 Luglio 2016 14:54

La Cassazione, con sentenza n. 6209 del 31 marzo 2016, cassa con rinvio una sentenza di merito che assolveva da ogni responsabilità la struttura sanitaria in relazione ai gravissimi danni subiti da una bambina al momento del parto. La sentenza si sofferma, in particolare, sull'onere probatorio e sulle conseguenze dell'irregolare tenuta della cartella clinica.

La materia della responsabilità sanitaria porta inevitabilmente ad esaminare casi particolarmente delicati, come certamente è quello in esame. La figlia dei ricorrenti, al momento del parto, aveva subito un'asfissia prenatale cui erano conseguite lesioni tali da determinare tetraparesi e danni neurologici permanenti. I genitori agivano contro l'Istituto ospedaliero, per ottenere il risarcimento dei danni subiti dalla figlia. Il Tribunale, tuttavia, respingeva la domanda, e la sentenza veniva confermata anche in appello.

La sentenza qui in esame della Corte di cassazione, invece, ribalta completamente l'impostazione dei giudici di merito. Il ricorso viene articolato in sei motivi, di cui il principale è il secondo: omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, nella fattispecie, l'esistenza di “vuoti temporali” ed omissioni nella cartella clinica. La Corte accoglie questo motivo, nonché il terzo ed il quarto, relativi alle regole sulla distribuzione dell'onere probatorio.

Il punto di partenza del ragionamento è la natura della responsabilità. Come noto, da una quindicina d'anni a questa parte la responsabilità medica ha subito un profondo ripensamento, spostandosi dall'area dell’illecito aquiliano all'ambito della responsabilità contrattuale. Le conseguenze di questo revirement (che è stato interamente giurisprudenziale) sono state significative, e, in ambito strettamente tecnico, hanno determinato un completo rovesciamento dell'onere probatorio, ora decisamente favorevole per il danneggiato (o i suoi eredi) e gravoso per il danneggiante.

Come sottolinea la Cassazione, l'applicazione dell'art. 1218 c.c.comporta per la struttura ed i sanitari convenuti in giudizio l'obbligo di fornire la prova liberatoria richiesta dalla norma. Per quanto riguarda, poi, la tenuta della cartella clinica, si tratta di un obbligo che grava sulla struttura, la cui violazione determina un danno per il paziente.

Ultimo aggiornamento Lunedì 04 Luglio 2016 14:55
 
Le "infermiere volontarie" della CRI non sono nemmeno OSS PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Venerdì 17 Giugno 2016 08:02

Nessuna equipollenza tra diploma di infermiera volontaria e diploma di Oss specializzato.

Le infermiere volontarie costituiscono un Corpo ausiliario delle Forze Armate, disciplinato dall'Ordinamento militare (D.Lgs. n. 66 del 2010, art. 1729 e ss.). Il codice disciplina, esclusivamente, l'organizzazione, le funzioni e l'attività della difesa, della sicurezza militare e delle Forze Armate. La disposizione - art. 1737 del Codice dell'Ordinamento militare - prevede che "il personale in possesso del diploma, equivalente all'attestato di qualifica di operatore socio-sanitario specializzato, esclusivamente nell'ambito dei servizi resi, nell'assolvimento dei compiti propri delle Forze armate e della Croce rossa italiana, è abilitato a prestare servizio di emergenza e assistenza sanitaria con le funzioni e attività proprie della professione infermieristica"


E' evidente come preveda che l'equivalenza operi esclusivamente nell'ambito dei servizi e dei compiti propri delle Forze Armate e della Croce Rossa Italiana, escludendo qualsiasi equivalenza al di fuori di quel settore.


Nessuna equiparazione quindi per loro nel Servizio Sanitario Nazionale o negli ambulatori della Croce Rossa che offrono prestazioni, a volte di ESCLUSIVA PERTINENZA INFERMIERISTICA, ai cittadini.

Ultimo aggiornamento Venerdì 17 Giugno 2016 08:06
 
Caso Antinori, perizia: l'infermiera non firmò PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza AIILF   
Giovedì 30 Giugno 2016 08:29

Caso Antinori, perizia: l'infermiera non firmò

 

Medico accusato di rapina di ovociti e sequestro di persona

La perizia grafologica, negli atti dell'inchiesta di Milano che ha portato all'arresto, lo scorso 13 maggio, del ginecologo Severino Antinori avrebbe accertato che la firma sui moduli del consenso all'asportazione degli ovociti non sarebbe dell'infermiera spagnola che ha poi denunciato proprio la sottrazione degli ovuli facendo scattare l'indagine, da poco chiusa con le accuse di rapina, lesioni e sequestro di persona.
In Procura è stato interrogato l'anestesista che lavorava alla clinica Matris, Antonino Marcianò, accusato anche lui di rapina degli ovuli e di sequestro di persona.
L'anestesista avrebbe raccontato di aver visto la giovane firmare, anche se in modo frettoloso, i moduli di consenso. La perizia grafologica, però, avrebbe stabilito che la firma non è quella dell'infermiera e, secondo gli inquirenti, potrebbe essere stato lo stesso Antinori a firmare quella carte.
Per questo motivo al ginecologo viene contestata anche l'accusa di falso

 
ATTACCO ALLA PROFESSIONE. ORA BASTA! PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Lunedì 30 Maggio 2016 17:18

All'inizio fu la sentenza k-flebo, e molti gioirono.

In senso lato si dava dignità professionale e giuridica all'infermiere.

Gli si riconoscevano competenze e responsabilità da autonomo professionista, non più, come scritto nella sentenza, di "mero esecutore di ordini".

Forti del nostro diritto romano, dove le sentenze non fanno giurisprudenza, pensavamo solo agli aspetti positivi di quella sentenza.

Quale madornale errore...

Da allora infatti si è consolidata, ultima sentenza il mese scorso, le linea giuridica per la quale, di fronte ad un errore prescrittivo, l'infermiere è comunque responsabile.

E non ci si è limitati più a farmaci universalmente conosciuti, utilizzati in ogni ambito, come poteva essere nel caso del potassio.

Una recente sentenza in tal senso ha condannato, con pene sovrapponibili a quelle dei medici coinvolti, 2 infermiere per l'errata somministrazione di un farmaco che, anche secondo alcuni professori specialisti di quella branca intervenuti come testi in aula, "erano sconosciuti ai medici giovani e ad alcuni degli anziani".

Secondo l'orientamento giurisprudenziale più recente quindi l'infermiere deve possedere conoscenze di farmacologia e farmacodinamica uguali, se non superiori (per riconoscere l'errore), ai medici.

Un orientamento francamente fuorviante, destabilizzante e fuori dalla realtà giuridica e formativa.

La speranza è che Appello e Cassazione (sono tutte sentenze di primo grado) smontino queste tesi sanzionatorie.

L'infermiere NON E' un medico. La sua formazione in farmacologia è irrisoria rispetto a quella dei laureati in medicina.

Perfino nei farmaci più diffusi si deve spesso fare forza sull'esperienza, figurarsi per quelli ultraspecialistici!

E' giunta l'ora di mettere un freno a questa vera e propria "caccia alle streghe".

Se i media ed alcuni giudici, succubi al fascino della lobby, credono in questo modo di "scaricarsi la coscienza" occorre ricordare a tutti come la colpa, in diritto, sia PERSONALE. Non si può dividere fra gli altri imputati.

E' necessario anche smetterla con la pronazione totale alle parti civili; una moglie, una madre, un figlio, un fratello è giusto e doveroso abbiano l'adeguato riconoscimento in casi di danno o peggio di perdita del parente, ma questo NON PUO' significare il rovinare vita e carriera a chi nulla poteva per limitare quell'evento.

In troppi casi, inoltre, gli avvocati ancora fanno affidamento a perizie stese da medici.

Quale attendibilità possono avere questi elaborati, provenendo da persone che hanno giurato fedeltà ad Ippocrate, su un foglio che impone loro la strenua difesa dei colleghi?

Quale conoscenza hanno questi sull'effettivo lavoro dell'infermiere?

Quale scienza possono mettere a disposizione dell'infermiere, se infermieri non sono?

Quale valenza difensiva possono avere le loro perizie, in procedimenti dove quasi sempre ci si deve difendere più dalle accuse dei medici indagati che da quelle del PM?

In conclusione;

o cambiamo la giurisprudenza, riassegnando in maniera UNIVOCA le competenze esclusive di ognuno, in modo che la prescrizione sia, come stabilito dalle legge, una ESCLUSIVA COMPETENZA MEDICA,

oppure, se l'infermiere deve essere esperto di farmacologia per coprire gli errori dei medici, cominciamo a:

- formarlo adeguatamente in Università, magari togliendo lezioni inutili che nulla hanno a che vedere con l'infermiere, come il rifacimento dei letti

- dargli la possibilità, date formazione e competenze, di fare prescrizioni

- RETRIBUIRLO ADEGUATAMENTE per tutte queste nuovo competenze ed il rischio nel metterle in pratica.

Se dobbiamo essere anche medici vogliamo le stesse possibilità e gli stessi stipendi...

 
« InizioPrec.12345678910Succ.Fine »

Pagina 10 di 47

Notizie flash

REGISTRAZIONE SITO AILF

VI INVITIAMO A REGISTRARVI PER POTER USUFRUIRE DI TUTTI I SERVIZI MESSI A DISPOSIZIONE!!!

E' SUFFICIENTE CLICCARE SUL LINK DI REGISTRAZIONE, IN BASSO A SINISTRA NELLA HOME PAGE

VI ASPETTIAMO NUMEROSI!

Ultimi Articoli


Pubblicità

Link consigliati:


Ultime notizie

I più letti


Powered by Joomla!. Designed by: joomla templates vps Valid XHTML and CSS.