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La nuova legge sulla responsabilità professionale. PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Venerdì 03 Marzo 2017 14:39

Il 28 febbraio la Camera dei Deputati ha approvato senza emendamenti il disegno di legge C-259, proposto dall’onorevole Federico Gelli, che reca “disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie”.

La legge, ora definitiva, si presta finalmente ad una analisi completa.

La riforma affronta e disciplina i temi della sicurezza delle cure e del rischio sanitario, della responsabilità dell’esercente la professione sanitaria e della struttura sanitaria pubblica o privata, delle modalità e caratteristiche dei procedimenti giudiziari aventi ad oggetto la responsabilità sanitaria, nonché degli obblighi di assicurazione e dell’istituzione del Fondo di garanzia per i soggetti danneggiati da responsabilità sanitaria.

Si dovrebbero così ridurre il contenzioso, civile e penale, avente ad oggetto la responsabilità medica, al tempo stesso garantendo un più efficace sistema risarcitorio nei confronti del paziente.

La legge affronta il problema con modifiche amministrative, penali e civili. V

Analizziamole separatamente.

Anzitutto chiarisce all’articolo 1 che la sicurezza delle cure è parte costitutiva del diritto alla salute e con ciò assume un vero e proprio valore costituzionale, come disciplinato dall’art. 32 Cost.



Articoli 2-5. Novità di carattere amministrativo

E' creata la figura del Garante del diritto alla salute (articolo 2), funzione che potrà essere affidata dalle Regioni all’Ufficio del Difensore civico. Esso potrà essere adito gratuitamente dai destinatari di prestazioni sanitarie per la segnalazione, anche anonima, di disfunzioni nel sistema dell’assistenza sanitaria e socio-sanitaria, ed agirà ove necessario a tutela dell’interessato.

E' prevista inoltre l’istituzione in ogni Regione, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, del Centro per la gestione del rischio sanitario e la sicurezza del paziente, cui è affidato il compito di raccogliere i dati regionali sui rischi ed eventi avversi e sul contenzioso e di trasmetterli annualmente all’Osservatorio nazionale delle buone pratiche sulla sicurezza in sanità istituito e disciplinato dal successivo articolo 3. Tale osservatorio, ricevuti i dati predetti, individua idonee misure per la prevenzione e gestione del rischio sanitario e il monitoraggio delle buone pratiche per la sicurezza delle cure, nonché per la formazione e aggiornamento del personale esercente le professioni sanitarie.

L’articolo 4 sottopone all’obbligo di trasparenza le prestazioni sanitarie erogate dalle strutture pubbliche e private nel rispetto della normativa in materia di protezione dei dati personali (d. lgs. n. 196/2003), obbligando la direzione sanitaria a fornire in tempi rapidi la documentazione sanitaria relativa al paziente. Viene infine previsto che le medesime strutture sanitarie pubbliche e private debbano pubblicare sul proprio sito Internet i dati relativi ai risarcimenti erogati nell’ultimo quinquennio.

Da ultimo, l’articolo 5 regola un aspetto di importanza fondamentale, per ciò che specialmente riguarda la responsabilità penale degli esercenti la professione sanitaria. Esso da un lato stabilisce che tali soggetti debbano attenersi alle buone pratiche clinico-assistenziali e le raccomandazioni previste dalle linee guida e dall’altro lato impone che un elenco completo ed esaustivo delle stesse buone pratiche e linee guida sia istituito e regolato con Decreto ministeriale ed inserito nel Sistema nazionale per le linee guida (SNLG). Come si vedrà nel prosieguo, si tratta di una novità ragguardevole, giacché rende accessibili e conoscibili con precisione le indicazioni mediche fornite dalla comunità scientifica.



Art. 6. Responsabilità penale del sanitario

Giungiamo a questo punto alla novità in questa sede certamente più rilevante: la responsabilità sanitaria penale.

L’odierna riforma costituisce il recepimento dell’orientamento giurisprudenziale prevalente formatosi sull’art. 3 della legge Balduzzi, al contempo provvedendo ad abrogare tale utlimo articolo. A fronte dell’abrogazione è inserito nel codice penale il nuovo articolo 590-sexies, rubricato “Responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario”.

Ed il testo è del seguente tenore: “(comma 1) Se i fatti di cui agli articoli 589 e 590 sono commessi nell’esercizio della professione sanitaria, si applicano le pene ivi previste salvo quanto disposto dal secondo comma. (comma 2) Qualora l’evento si sia verificato a causa di imperizia, la punibilità è esclusa quando sono rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico – assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto”.

Come si vede, è scomparso ogni riferimento al problematico concetto di colpa grave e la scriminante oggi opera solo in caso di colpa (grave o lieve) per imperizia, con ciò dando seguito alle citate sentenze Cantore e Pagano. Resta fermo il rispetto delle linee guida e buone pratiche, di cui va fatto un uso confacente al caso concreto: ove occorrano debbono essere applicate, diversamente corre l’obbligo di disapplicarle.

Ma vi è di più; da un lato infatti si precisa che la speciale irrilevanza penale opera solo con riferimento ai reati di omicidio colposo e lesioni colpose, mentre la legge Balduzzi sul punto non disponeva (con ciò, almeno in astratto, lasciando intendere che tutti i reati propri della professione sanitaria fossero scriminati; vedi ad es. il delitto di interruzione colposa di gravidanza).

Dall’altro lato, come più sopra illustrato, le linee guida e buone pratiche sono finalmente “definite e pubblicate ai sensi di legge”, ed in particolare ai sensi dell’articolo 5 della legge in commento, già visto più sopra. Così, la norma penale ne guadagna senz’altro in termini di precisione e determinatezza.



Articolo 7. La responsabilità civile del sanitario e della struttura sanitaria

Stabilisce una netta bipartizione delle responsabilità dell’ente ospedaliero e della persona fisica per i danni occorsi ai pazienti.

La struttura sanitaria assume una responsabilità di natura contrattuale ex art. 1218 cod. civ., mentre il sanitario, salvo il caso di obbligazione contrattuale assunta con il paziente, risponde in via extracontrattuale ex art. 2043 cod. civ..

Affatto secondarie le conseguenze pratiche di tale qualificazione. Sul fronte probatorio anzitutto, poiché nel primo caso al paziente danneggiato basta provare il titolo (che dimostri il ricovero e dunque l’assunzione dell’obbligazione da parte dell’ospedale) ed allegare l’inadempimento, il resto spettando all’ente convenuto, mentre nel secondo caso l’onere dell’attore abbraccia tutti gli elementi della pretesa, e dunque tanto quello oggettivo, nella sua triade condotta – evento – nesso di causa, tanto quello soggettivo, consistente nella colpa. La descritta bipartizione agisce altresì sul piano della prescrizione dell’azione, decorrendo quella contrattuale nell’ordinario termine decennale (art. 2946 cod. civ.) e quella aquiliana nel più breve termine quinquennale (art. 2947 cod. civ.).



Articoli 8 e 9. Riduzione del contenzioso e azione di rivalsa

Tali norme sono specificamente volte a ridurre il contenzioso per i procedimenti di risarcimento da responsabilità sanitaria.

In particolare, l’articolo 8 prevede l’introduzione di un tentativo obbligatorio di conciliazione a carico di chi intenda esercitare in giudizio un’azione risarcitoria. Nello specifico, viene disposta l’applicazione dell’istituto del ricorso presso il giudice civile competente per l’espletamento di una consulenza tecnica preventiva ai sensi dell’art. 696-bis c.p.c., ai fini dell’accertamento e della relativa determinazione dei crediti derivanti dalla mancata o inesatta esecuzione di obbligazioni contrattuali o da fatto illecito. La domanda giudiziale è procedibile, solo se la conciliazione non riesce o il relativo procedimento non si conclude entro il termine perentorio di sei mesi dal deposito del ricorso.

L’articolo 9 reca un’ulteriore disposizione, a completamento del nuovo regime della responsabilità sanitaria, che disciplinal’azione di rivalsa o di responsabilità amministrativa  della struttura sanitaria nei confronti dell’esercente la professione sanitaria, in caso di dolo o colpa grave di quest’ultimo, successivamente all’avvenuto risarcimento (sulla base di titolo giudiziale o stragiudiziale) ed entro un anno dall’avvenuto pagamento.




Articoli 10-11. Obblighi assicurativi

Infine, la riforma introduce precisi obblighi assicurativi in capo alle strutture sanitarie ed agli esercenti la professione sanitaria. Ciò, a ben vedere, allo scopo di rendere effettiva l’eventuale condanna di tali soggetti al risarcimento dei danni cagionati ai pazienti.

In particolare, è previsto anzitutto l’obbligo di assicurazione per la responsabilità contrattuale (ex artt. 1218 e 1228 c.c.) verso terzi e verso i prestatori d’opera, a carico delle strutture sanitarie e sociosanitarie, pubbliche e private, anche per i danni cagionati dal personale a qualunque titolo operante presso le strutture medesime.

In secondo luogo, si stabilisce l’obbligo, per le strutture in esame, di stipulare una ulteriore polizza assicurativa per la copertura della responsabilità extracontrattuale(ex art. 2043 c.c.) verso terzi degli esercenti le professioni sanitarie, per l’ipotesi in cui il danneggiato esperisca azione direttamente nei confronti del professionista.

Infine, è fatto obbligo di assicurazione a carico del professionista sanitario che svolga l’attività al di fuori di una delle predette strutture o che presti la sua opera all’interno della stessa in regime libero-professionale, ovvero che si avvalga della stessa nell’adempimento della propria obbligazione contrattuale assunta con il paziente, per i rischi derivanti dall’esercizio della medesima attività.

E' quindi inesatto, come sostenuto da molti, che la legge obblighi l'infermiere ad assicurarsi, a meno che non svolga, in accordo con l'azienda, attività extra-moenia o collegata ad essa.

 

Articolo 14. Espletamenti peritali

Non possiamo non concludere con ciò che riguarda l’analisi dell’art 14 del provvedimento in esame.

In esso si legge: “nei procedimenti civili e nei procedimenti penali aventi ad oggetto la responsabilità sanitaria implicanti la valutazione di problemi tecnici complessi, l’autorità giudiziaria affida l’espletamento della consulenza tecnica e della perizia a un medico legale e a uno specialista che abbia specifica e pratica conoscenza nella disciplina interessata nel procedimento”.

 

Che sia finalmente giunta l'ora per il doveroso riconoscimento professionale degli infermieri legali e forensi?

Ultimo aggiornamento Venerdì 03 Marzo 2017 16:00
 
Obiezione di coscienza ed eutanasia. Parliamone. PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Martedì 28 Febbraio 2017 08:06

Perchè mettere insieme obiezione di coscienza ed eutanasia?

Perchè entrambe rappresentano una libertà di scelta dell'individuo ed una questione morale per il professionista sanitario.

Entrambe, pur avendo la prima una legislazione apposita che manca alla seconda, sono state negli ultimi giorni al centro di ampie discussioni sui media. Dalla delibera della Regione Lazio, che assumeva solo ginecologi non obiettori, alla storia di DJ Fabo, il tetraplegico cieco che ha scelto di morire in Svizzera.

L’obiezione di coscienza è un concetto che spazia dalla filosofia al diritto, dalla teologia alla politica e si definisce quale condotta opposta da un soggetto, in ottemperanza a valori interiori, rispetto ad un dettame normativo.

L'obiezione di coscienza si scontra inevitabilmente con la Costituzione, che all'art. 32 garantisce a tutti i cittadini l'assistenza sanitaria.

Si è pertanto dovuto bypassare questo problema con una legge apposita, la 40/2004, che permette A TUTTI I PROFESSIONISTI SANITARI di esprimere un rifiuto avverso certe pratiche.

Ecco la prima risposta a tante domande. Per legge anche l'infermiere può esprimere la propria obiezione e rifiutare la partecipazione ad un intervento di interruzione di gravidanza.

Più in generale sotto la definizione di obiezione di coscienza esistono le "opzioni di coscienza", ovvero "secundum legem" e le "clausole di coscienza", quindi "contra legem".

Questo perchè?

L’obiezione di coscienza è una categoria che è stata assunta dal mondo giuridico legislativo che dice che come operatori sanitaria abbiamo diritto per legge di fare obiezione di coscienza nell’ambito dell’interruzione di gravidanza, riconosciuto senza conseguenze giuridiche. Alcuni sono però in difficoltà rispetto al trattamento di un malato sul quale dal nostro punto di vista si stanno esercitando trattamenti sproporzionati ma la legge non ci autorizza ad astenerci da fornire quel trattamento. Noi possiamo fare riferimento alla clausola di coscienza, espressione di una nostra convinzione morale non riconosciuta dall’ordinamento legislativo. Potrebbe essere causa di una sanzione penale o civile, ma se è convinto che sia ingiusto è disposto anche a pagare di persona. La questione fa rientrare il livello etico con una categoria prima risolta con l’obiezione di coscienza. Una volta ob di coscienza non aveva significato legisltativo. Ora non ce l’ha la clausula. Ricopre quell’area nella quale per nostra convinzione morale non siamo disposti a fornire quel trattamento.

E qui arriviamo all'eutanasia.

Un problema appena sfiorato anche dal nostro Codice Deontologico.


Articolo 38

L'infermiere non attua e non partecipa a interventi finalizzati a provocare la morte, anche se la richiesta proviene dall'assistito.


Definizione piuttosto generica, che peraltro si scontra con altri articoli del Codice stesso.

Già al 2° si specifica che "L'assistenza infermieristica è servizio alla persona, alla famiglia e alla collettività.". Servizio alla persona, non alle proprie convinzioni.

All'articolo 3 si parla di "tutela della dignità della persona". La dignità di ognuno non siamo certo noi a stabilirla. E' un concetto assolutamente personale.

E poi l'art. 7 "L’infermiere orienta la sua azione al bene dell'assistito", stesso concetto espresso precedentemente.

Altri ve ne sarebbero, ma crediamo che il concetto sia passato.

Da una parte abbiamo un corpo di norme deontologiche che ci obbligano a rispettare l'individuo e le sue scelte, salvo poi smontarne tutto il costrutto con l'art.38.

Siamo profondamente convinti che, come nel caso dell'interruzione volontaria di gravidanza, sia giusto lasciare libertà di scelta al professionista infermiere. Libertà, nel caso passi la legge sul fine vita, di partecipare a determinati interventi o di rifiutarsi.

Perchè il nostro "padrone" è l'assistito. Non l'azienda o un codice deontologico che è già in via di rinnovamento.

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento Martedì 28 Febbraio 2017 08:09
 
Avevamo ragione! SE DENUNCI NON TI LICENZIANO. PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Martedì 21 Febbraio 2017 08:43

Quante volte l'abbiamo sostenuto?

Ovunque.

Denunciare, esperite tutte le vie conciliatorie possibili, è un diritto/dovere dell'infermiere.

E la paura nel farlo è sempre totalmente ingiustificata, anzi, spesso una denuncia, una prova certa, sono una garanzia contro ulteriori comportamenti scorretti da parte dell'azienda.

Ora a confermarlo arriva anche una sentenza della Corte di Cassazione.

La Corte di cassazione, con la sentenza 4125/2017 ha infatti stabilito che nell'ambito di un rapporto di lavoro dipendente, l'esercizio del potere/dovere di denuncia non può determinare una responsabilità disciplinare in capo al dipendente, a meno che il ricorso ai pubblici poteri sia strumentale, nella piena consapevolezza della insussistenza dell'illecito o della estraneità del soggetto incolpato.

Conclusione stabilita sul presupposto che, ascrivendo al lavoratore una responsabilità disciplinare per aver denunciato fatti di rilevo penale o amministrativo dal medesimo riscontrati in costanza di rapporto, verrebbe scoraggiata la collaborazione cui il cittadino è tenuto nel superiore interesse pubblico volto alla repressione degli illeciti.La denuncia, in diritto, è una dichiarazione in cui si comunicano ad un ente pubblico, un'amministrazione pubblica o altro soggetto istituzionale, circostanze, fatti o altri elementi che il destinatario è legittimato a ricevere.

 
Migliora il collegamento ospedale-territorio. Arrivano le nuove SDO. PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Giovedì 09 Febbraio 2017 08:31

Nella Gazzetta Ufficiale del 7 febbraio la pubblicazione del Decreto con il quale entra in vigore la nuova Scheda di dimissione ospedaliera che sostituisce quella prevista dal DM del 2000.

Rispetto alla precedente SDO, il nuovo decreto del Ministro Lorenzin prevede una mole maggiore di dati da raccogliere relativi ad ogni ricovero ospedaliero e prevede l’invio dei dati da parte delle Regioni con cadenza mensile anziché trimestrale.

Queste modifiche sono motivate dall’esigenza di poter analizzare più informazioni possibili relative ai ricoveri ospedalieri sia per migliorare le rilevazioni epidemiologiche che per rispondere a quanto previsto dalla normativa UE in riferimento all’assistenza sanitaria transfrontaliera.

La nuova SDO dovrà infatti rispondere all’esigenza di adeguare il contenuto informativo della scheda “alle esigenze di monitoraggio, valutazione e pianificazione della programmazione sanitaria, anche in considerazione degli orientamenti definiti dalla normativa dell'Unione europea”.

I dati saranno utilizzati anche per “il monitoraggio e la valutazione degli interventi sanitari, compresi i loro esiti, la definizione degli standard di qualità, l'efficacia e l'efficienza, il monitoraggio del rischio clinico per garantire la sicurezza del paziente”.

Secondo il ministerio della Salute le nuove SDO consentiranno di migliorare il monitoraggio  e la valutazione dell’assistenza sanitaria del “percorso nascita”, ma saranno anche utili a caratterizzare le reali condizioni dei pazienti al fine di valutare meglio l’appropriatezza delle prestazioni erogate, a monitorare il rispetto degli standard dei volumi di attività chirurgica per unità operativa e per operatore e a stimare con maggiore accuratezza gli esiti degli interventi sanitari e gli indicatori di qualità dell’assistenza erogata.


Tra le novità rispetto alla vecchia SDO la raccolta di informazioni sul livello di istruzione del paziente, la data di prenotazione della prestazione e la classe di priorità, eventuali trasferimenti da un ospedale all’altro, l’identificativo del chirurgo e dell’anestesista, la check list della sala operaoria, la rilevazione del dolore, la stadiazione condensata, la pressione arteriosa sistolica, la creatinina serica e la frazione di eiezione.

Si stabilisce infine un più stretto legame tra SDO e cartella clinica.

 

IL DECRETO.

Ultimo aggiornamento Giovedì 09 Febbraio 2017 08:34
 
La malattia stress-correlata è infortunio e va indennizzata PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Venerdì 17 Febbraio 2017 09:44

La malattia stress-correlata causata dall’eccesiva mole di lavoro: in questo caso si tratta di infortunio sul lavoro indennizzabile dall’INAIL.

Il dipendente colpito da malattia stress-correlata può ottenere l’indennizzo INAIL se dimostra il nesso causale tra la malattia stesso e l’eccesiva mole di lavoro sopportata nell’ultimo periodo.

È quanto stabilito dalla Cassazione che ha confermato il consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui malattia stress-correlata (nel caso in esame un infarto) può ben dipendere da stress lavoro-correlato e costituire, dunque, infortunio sul lavoro indennizzabile da parte dell’INAIL.

L’infortunio sul lavoro si verifica quando l’evento dannoso avviene per una causa violentain occasione di lavoro, determinando la morte del lavoratore, la sua inabilità permanente al lavoro (assoluta o parziale) o la sua inabilità temporanea assoluta con conseguente astensione dal lavoro per più di tre giorni.

L’infarto è considerato quale “causa violenta” in quanto, per il suo attuarsi in un brevissimo arco temporale ma in modo concentrato e intenso, ha il carattere della violenza.

Esso, inoltre, può avvenire in “occasione di lavoro” quando sussiste un nesso causale, anche indiretto, con l’attività lavorativa svolta o con le modalità del suo svolgimento. Mansioni che comportano sforzi fisici troppo intensi oppure carichi di lavoro e responsabilità che determinano stanchezza e stress accumulati in determinati periodi possono, pur se associati ad altre cause, provocare un infarto nel lavoratore.

La connessione infarto-lavoro fa sì che il primo possa considerarsi infortunio sul lavoroe generare la responsabilità indennitaria dell’INAIL.

Il nesso causale tra stress-infarto da un lato e condizioni di lavoro dall’altro non è escluso per il solo fatto che altre cause abbiano contribuito a determinare l’evento (per esempio particolare predisposizione del dipendente all’infarto, tabagismo, pregresse malattie ecc.).

La giurisprudenza prevalente, accolta dalla sentenza in esame, ritiene sufficiente, ai fini del nesso di causalità, che l’attività lavorativa abbia avuto un ruolo di concausa nella malattia stress-correlata, la quale non si sarebbe verificata senza tale fattore. Il dipendente deve quindi dimostrare che il “superlavoro” ha provocatocontribuito a provocare la malattia.

La prova del nesso causale può essere raggiunta tramite una perizia medico-legale. La sentenza in esame precisa che nel caso in cui vengano effettuate più perizie, il giudice deve indicare quella a cui preferisce aderire e per quali motivi.

Ultimo aggiornamento Venerdì 17 Febbraio 2017 09:49
 
Il dirigente non può effettuare visite di controllo in reparto PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Martedì 17 Gennaio 2017 15:55

Il dirigente, medico o infermieristico, che effettui visite durante l'orario di lavoro o convochi allo stesso modo il professionista, distogliendolo dalla sua attività, commette un illecito penale oltre che la lesione di un interesse legittimo rientrante nella sfera giuridica del professionista sanitario.

E' ben noto che molti Dirigenti, nel buon nome della loro carica di manager "autonomi", e forse anche troppo, svolgono visite personali di controllo in reparto, anche magari con il pretesto di valutare l'andamento degli utenti.

Tanto è vietato specificatamente dalla Legge 300/70 art. 6 che espressamente prevede visite personali allorquando "siano eseguite all'uscita dei luoghi di lavoro, che siano salvaguardate la dignità e la riservatezza del lavoratore e che avvengano con l'applicazione di sistemi di selezione automatica riferiti alla collettività o a gruppi di lavoratori."
E' di tutta evidenza come la norma de qua tuteli il professionista sanitario che improvvisamente, nel bel mezzo della propria attività, si veda piombare nel proprio reparto il Dirigente medico o infermieristico.

Tale tutela, come è ben comprensibile, non interessa solo l'aspetto professionale, che pure, nella sua rilevanza, potrebbe essere leso nel diritto di libertà ed autonomia professionale, ma anche la salvaguardia della dignità umana e la riservatezza dello stesso professionista, che potrebbe vedere compromesso (a seguito di tale controllo) il proprio rapporto di stima e di fiducia nei suoi confronti degli utenti a lui affidati, o dei familiari.

Le ipotesi nelle quali possono essere disposte le visite personali non possono riguardare mai una prestazione professionale, anche perché sul piano strettamente penale, un siffatto comportamento sarebbe punito dal C.P ai sensi degli art. 331 e 340 in quanto: "Chi, esercitando imprese di servizi pubblici! [358 comma 2] o di pubblica necessità! [359 n. 2], interrompe il servizio, ovvero sospende il lavoro nei suoi stabilimenti, uffici o aziende, in modo da turbare la regolarità del servizio, [340], è punito con la reclusione da sei mesi a un anno e con la multa non inferiore a lire un milione ![332, 635 n. 2]".

Ad ogni modo le relative modalità (visite personali di controllo) debbono essere concordate dal datore di lavoro con le rappresentanze sindacali aziendali (art. 6 L.300/70) o nella specie con le R.S.U., fermo restando che eventuali accordi o pattuizioni non potranno derogare ai sensi degli artt.2077-1418-1419 del C.C. rispetto a norme imperative di legge, nella specie il richiamato art. 6 dello Statuto Lavoratori che espressamente le vieta.

 
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