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Ti ammali in ferie: per annullarle basta la comunicazione PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Venerdì 07 Aprile 2017 10:36

Con sentenza del 10 gennaio 2017, n. 284, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione torna sul controverso rapporto tra ferie e malattia, per confermare il principio già più volte affermato in sede giurisprudenziale, seppur non ancora in maniera assoluta, della sospensione/interruzione del periodo di ferie concesso in caso di sopravvenuta malattia durante il medesimo periodo, a sua volta discendente dalla più generale regola posta dall’art. 6 Conv. OIL n. 132/1970, che vieta la sovrapposizione del periodo delle ferie con periodi di astensione dal lavoro per altre ragioni, in particolare per malattia.

Occasione della pronuncia il ricorso presentato da una lavoratrice avverso la sentenza di rigetto del gravame da ella proposto, con la quale la Corte territoriale aveva, per la seconda volta, dichiarato legittimo il licenziamento irrogatogli dalla associazione professionale sua datrice di lavoro per superamento del periodo di comporto, che  tuttavia, il Supremo Collegio ha ritento solo parzialmente accoglibile.

La Corte Suprema, invero, ha aderito all’operato della Corte d’appello, respingendo i relativi motivi di ricorso, lì dove aveva ritenuto legittima la conversione dei giorni di ferie in giorni di malattia sulla base del semplice invio della documentazione medica ed in assenza di espressa richiesta in tal senso della lavoratrice.

Nel ricordare che il licenziamento per superamento del periodo di comporto è assimilabile non già ad un licenziamento disciplinare bensì ad un licenziamento per giustificato motivo oggettivo e che, riguardo ad esso, si può solo impropriamente parlare di contestazione delle assenze, non essendo necessaria la completa e minuziosa descrizione delle circostanze di fatto (già nella diretta conoscenza del lavoratore) ma di indicazioni complessive ed idonee ed evidenziare il superamento del comporto in base alla disciplina collettiva applicabile (es. il totale del numero delle assenze), la Corte ha poi osservato che, posto che sul punto si è comunque già pronunciata la Corte Costituzionale, dichiarando illegittimo l’articolo 2109 codice civile nella parte in cui non prevede la sospensione del periodo di ferie per malattia intervenuta nello stesso periodo (Corte Cost. n. 616/1987), “la trasmissione al datore di lavoro, da parte del lavoratore, di certificazione di malattia durante il periodo feriale e in relazione a giorni compresi in tale periodo valga quale richiesta di modificazione del titolo dell’ assenza (da ferie a malattia), pur in assenza di una espressa comunicazione (scritta o orale), trattandosi di atto cui è consegnata, in modo inequivoco, la volontà del soggetto di determinare l’effetto giuridico della conversione.”

Nel caso di specie, peraltro, il principio, secondo il Giudice delle Leggi, trova conferma nella stessa condotta della lavoratrice ricorrente successiva all’invio della documentazione medica, ovvero nell’accettazione di un nuovo cedolino paga, con imputazione a malattia delle giornate di trattamento medico e conseguente ricalcolo delle competenze, in sostituzione del primo, costituendo ciò “punto specifico autonomamente idoneo a confermare la volontà di convertire il titolo dell’assenza.

 
Chi assiste un parente disabile, di qualunque gravità, non può essere trasferito. PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Mercoledì 05 Aprile 2017 14:08

Il divieto di trasferire il lavoratore che assiste un parente disabile, previsto dall’art. 33, comma 5 della legge n. 104 del 1992, prescinde dal previo accertamento della gravità dell’handicap da parte delle commissioni mediche delle Unità Sanitarie Locali (oggi, ATS – Agenzie di Tutela della Salute) di cui all’art. 4 della medesima legge.

É quanto ha stabilito la Suprema Corte di Cassazione con la pronuncia n. 25379 del 12 dicembre 2016.

La vicenda giudiziaria prende le mosse dalla impugnazione, da parte di una lavoratrice, del trasferimento (e del susseguente licenziamento) disposti nei sui confronti. Più precisamente, la lavoratrice adduceva di prestare assistenza alla madre portatrice di handicap, tanto da avere avviato
la procedura per l’ottenimento dei permessi retribuiti di cui all’art. 33, comma 3 della legge n. 104 del 1992. Di qui la dedotta illegittimità del provvedimento impugnato per essere stato assunto in violazione del divieto posto dalla norma in esame.

Il Tribunale e la Corte d’appello avevano, tuttavia, confermato la legittimità del provvedimento datoriale stante l’assenza di valida documentazione medica attestante la gravità dell’handicap. All’epoca del trasferimento, infatti, il procedimento per l’ottenimento dei benefici previsti dalla legge n. 104 del 1992 era ancora pendente. La disabilità, quindi, non era stata ancora accertata, nella sua gravità, dagli organi competenti. Per tale ragione i Giudici (di primo e secondo grado) avevano stabilito che, in capo al datore di lavoro, non vi fosse alcun divieto di trasferimento.

La vicenda è stata, infine, sottoposta al vaglio della Corte di Cassazione che ha ritenuto fondate le doglianze della lavoratrice.

La pronuncia in esame - richiamata la precedente giurisprudenza in materia (e, in particolare la sentenza della Cassazione n. 9201/2012) – ha, anzitutto, sottolineato la necessità di una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 33, comma 5 della legge n. 104 del 1992 che tenga conto del principio solidaristico posto dall’art. 3, comma 2 Cost., così come pure dei principi sanciti dall’art. 26 della Carta di Nizza del 7 dicembre 2000 e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dei disabili del 13 dicembre 2006 ratificata dall’Italia con la Legge n. 18 del 2009.

Ebbene, partendo da tale premessa, la Suprema Corte ha considerato non corretta l’interpretazione letterale e formalistica della disposizione in esame “sposata” dai Giudici di merito. Secondo la sentenza in commento, infatti, al fine di valutare la legittimità o meno del trasferimento non ci si può limitare al dato, per l’appunto formalistico, della presenza o meno di documentazione medica proveniente dagli organi previsti dalla legge. Al  contrario, occorre “procedere ad una valutazione della serietà e della rilevanza (sotto lo specifico profilo della necessità di assistenza) dell’handicap”. In altre parole, occorre considerare le reali e concrete esigenze di assistenza del famigliare disabile anche “a fronte delle esigenze produttive sottese al trasferimento”, operando, quindi, un raffronto tra di esse. Ciò allo scopo di valutare se le necessità aziendali siano di una  urgenza tale da potersi imporre sulle contrapposte esigenze del lavoratore (e del parente portatore di handicap).

Valutazione che, nel caso di specie, a giudizio della Cassazione, era stata completamente omessa.

In definitiva, quindi, dalla pronuncia in commento, si deduce che il diritto del famigliare di un disabile a non essere trasferito ha una portata più ampia rispetto al diritto alla fruizione di permessi retribuiti, non essendo (a differenza di quest’ultimo) rigidamente subordinato al formale accertamento della gravità dell’handicap.

 
Considerazioni sul trapianto di testa PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Lunedì 03 Aprile 2017 08:12

L'idea di sostituire parti del corpo malate o danneggiate non è una novità.

Già nel 600 aC, l'uso di lembi cutanei autogeni per sostituire nasi mancanti era pratica abbastanza usuale.

Dal XVI secolo, tali procedure hanno avuto una acellerazione scientifica. Il primo rene trapiantato è stato impiantato dal Dott. Joseph Murray nel 1954, superando la barriera del rigetto utilizzando il gemello del paziente come donatore.

I progressi continui ed emozionanti della scienza clinica nel trapianto di organi sono sotto gli occhi di tutti, con studi, conferenze internazionali, nuove tecnologie e scoperte.

E' usuale e ormai accettato oggi il trapianto di fegato, rene, cornea, polmone, cuore, pancreas, midollo osseo e anche la mano e il volto.

Il trapianto di testa umana rimane l'ultima frontiera del trapianto di organi. Una pratica che potrebbe salvare la vita di molti pazienti con malattie terminali, purchè i loro cervelli rimangano sani.

Il trapianto di testa umana affronta grandi sfide che sono discusse negli articoli di revisione che abbiamo analizzato.

Anche se, ad oggi, pochi studi hanno esaminato compiutamente le possibilità e le ricadute di questo trapianto.

Vi è come una sorta di taboo o di timore reverenziale nell'affrontare questo argomento. Oltre, forse, ad uno scetticismo diffuso tra ricercatori e chirurghi sulla reale possibilità di successo di un intervento simile.

Il presente commento ha lo scopo di richiamare l'attenzione su alcuni fattori che possono essere considerati per l'avanzamento delle conoscenze in questo campo a partire dai risultati riportati dalle equipe di A.Furr e M.A.Hardy negli articoli di revisione recentemente pubblicati sulla rivista internazionale di chirurgia.

In primo luogo, la considerazione chirurgica, il ri-attaccamento del corpo del donatore al ricevente sembra essere incredibile e piuttosto legato alla finzione cinematografica.

Ma... la fissazione cervicale della colonna vertebrale, l'anastomosi di vasi, il ripristino della continuità tracheale e del tubo digerente, il riattacco dei muscoli e ri-ravvicinamento delle fascie e della pelle sono una pratica chirurgica di tutti i giorni. Il riattacco del midollo spinale reciso resta invece un grave ostacolo. Recenti ricerche sui ratti hanno però dimostrato come le estremità del midollo reciso possono essere incollate insieme, con il ripristino completo della funzionalità neurale.

Anche l'utilizzo delle cellule staminali è diventato un nuovo approccio per esplorare il trattamento delle lesioni del sistema nervoso.

Attraverso il loro utilizzo nel trattamento di lesioni del midollo spinale, dopo il trapianto delle cellule staminali, si verifica principalmente attraverso l'effetto di sostituzione e la produzione multipla di matrici extracellulari per riempire lo spazio lasciato dai tessuti danneggiati e fornire massa solidale per la rigenerazione degli assoni.

Le staminali inoltre si differenziano in neuroni con diverse funzioni, per colmare il midollo spinale rotto e ripristinare la via di conduzione nervosa.

Y.Y. Song et al. hanno osservato l'effetto della combinazione di edavarone (radical scavenger) e cellule staminali neurali con il trapianto nei ratti con resezione completa del midollo spinale.

Lo studio ha concluso che la combinazione può migliorare la sopravvivenza e la differenziazione di cellule trapiantate in neuroni .

Possiamo quindi concludere che gli studi sinora effettuati nel campo della riparazione e rigenerazione del midollo spinale con lesioni sono fortemente incoraggianti, con risultati validi e affidabili.

In secondo luogo, la considerazione immunologica, la prevenzione del rigetto della testa dal corpo è un passo indispensabile per il successo del trapianto di testa umana.

M.A. Hardy et al. hanno sintetizzato una serie di noti agenti immunosoppressivi che potrebbero essere utilizzati. Tra i farmaci studiati il Sirolimus con piccole dosi di Tacrolimus insieme Belatacept che è una proteina recettore con funzione di blocco della stimolazione dei pathway CD80 / CD86-CD28, recentemente approvato per la prevenzione del rigetto acuto nel trapianto di rene .

Tuttavia, sono necessari ulteriori studi utilizzando i modelli animali per una migliore comprensione nel campo della neuro-immunobiologia.

In terzo luogo, con l'implementazione di nuove tecnologie chirurgiche, arriva una serie di considerazioni etiche.

Argomento estremamente impegnativo.

Il trapianto di mani e viso è stato preceduto da un feroce dibattito bioetico che ha reso la loro introduzione generalmente accettata.

D'altra parte pare non esserci dibattito significativo tra sanitari, studiosi, pazienti ed il pubblico in generale riguardo il trapianto di testa umana. Un dialogo sarebbe utile per discutere i rischi, i benefici, i criteri di ammissibilità, i protocolli di immunoterapia e la più importante e difficile domanda: quale dovrebbe essere la strategia di uscita se la prevenzione del rigetto non è riuscita e la testa impiantata deve essere rimossa?

Quarto punto, la prospettiva di trapianto di testa umana appare alquanto impensabile.

Quale equipe potrebbe farla? Le conseguenze della procedura possono essere drammatiche.

Come potrebbe la mente regolare la sua nuova immagine del corpo?

Quali implicazioni etiche avrebbe l'utilizzo di un corpo magari di un criminale?

Per concludere:

i risultati sembrano promettenti, sono necessari studi di replicazione di tale pratica anche sui temi della neuro-immunobiologia, sulle strategie di ri-attaccamento del midollo spinale strategie e l'analisi psicosociale dei potenziali pazienti.

In parallelo, dovrebbe essere aperto un dialogo ed un dibattito tra esperti, pazienti ed i media mainstream per una migliore comprensione delle preoccupazioni ed i vantaggi di tale ricerca.

 

 

Fonti

• C.F. Barker, J.F. Markmann - Historical overview of transplantation - Cold Spring Harb. Perspect. Med. (2013), pp. 1–18

• M. Salvadori, E. Bertoni - What's new in clinical solid organ transplantation by 2013 - World J. Transplant., 4 (4) (2014), pp. 243–267

• J.H. Barker, J.M. Frank, L. Leppik - Head Transplantation: editorial commentary - CNS Neurosci. Ther., 21 (2015), pp. 613–614

• A. Furr, M.A. Hardy, J.P. Barret, J.H. Barker - Surgical, ethical, and psychosocial considerations in human head transplantation - Int. J. Surg. (2017), pp. 1–6

• M.A. Hardy, A. Furr, J.P. Barret, J.H. Barker - The immunologic considerations in human head transplantation - Int. J. Surg. (2017), pp. 1–7

• Y.Y. Song, C.G. Peng, X.B. Ye - Combination of edaravone and neural stem cell transplantation repairs injured spinal cord in rats - Genet. Mol. Res., 14 (4) (2015), pp. 19136–19143

• Y.J. Rao, W.X. Zhu, Z.Q. Du, C.X. Jia, T.X. Du, Q.A. Zhao - Effectiveness of olfactory ensheathing cell transplantation for treatment of spinal cord injury - Genet. Mol. Res., 13 (2) (2014), pp. 4124–4129

• L.L. Kenney, L.D. Shultz, D.L. Greiner, A. Michael, B. Harbor - Humanized mice and tissue transplantation - Am. J. Transpl., 16 (2) (2017), pp. 389–397

• V.E. Strong, K.A. Forde, B.V. Macfadyen, J.D. Mellinger, P.F. Crookes, L.F. Sillin, P.P. Shadduck - Ethical considerations regarding the implementation of new technologies and techniques in surgery - Surg. Endosc. (2014), pp. 2272–2276

• A. Tong, J.R. Chapman, G. Wong, M.A. Josephson, J.C. Craig - Public awareness and attitudes to living organ donation: systematic review and integrative synthesis Transplantation, 96 (5) (2013), pp. 429–437

Ultimo aggiornamento Lunedì 03 Aprile 2017 08:20
 
ECM ed infermiere: obbligo, rimorso o ricerca? Un "auto-rimprovero" e una "visione" PDF Stampa E-mail
Scritto da Giovanni Trianni   
Giovedì 23 Marzo 2017 14:59

 

La necessità di conoscenza è insita nell'uomo. Fin dalle origini l'animo umano si è sempre speso nella ricerca costante del sapere, con un'equazione quasi univoca per tutti i popoli, dove potere era uguale a sapere e viceversa.

L'acronimo di ECM (di cui letteralmente Educazione Continua in Medicina) è un sistema attivo in Italia dal 2002, al fine di garantire e mantenere elevati standard di qualità, efficacia ed efficienza nei processi di attività di tutti i professionisti delle discipline sanitarie. Pertanto l'organizzazione in tal senso di diversi Ordini e Collegi ha contribuito funzionalmente al bisogno formativo incalzante dettato dalla normativa.

Nessuno può esimersi, dal provvedere alla propria formazione (D.L.vo n°229 del 19/06/1999, e successive mod., e T.A.R. Lazio n°14062 del 18/11/2004), nè il datore di lavoro può assolutamente essere un "ostacolo" (sentenza del Giudice del Lavoro presso il Tribunale di Pescara n°887 del 26/06/2013).

Quindi abbiamo questa incombenza, innanzitutto per obbligo di legge ma rappresenta anche un dovere deontologico e morale. Ma mi sono chiesto cosa prevalga, o quale concetto si fa strada nella nostra coscienza di, ormai, tanto acclamati Professionisti Sanitari.

Partecipando ai diversi corsi aziendali ormai si ascoltano di più le "lezioni" di chi si lamenta, anzichè il vero relatore, impegnato a trasmettere già faticosamente alcune nozioni utili solo ai discenti dei "primi banchi". La domanda è sempre una, almeno quella che risalta, sollevando fin dalla notte dei tempi l'ennesimo dubbio, riassunto in "Ma a cosa serve tutto questo?" o "Vengo solo per i crediti". Esponendone quindi il concetto quasi come se l'acquisizione di questi fosse merce di scambio.

La professionalità ed il riconoscimento conquistato a fatica all'improvviso svanisce e l'onere sembra più pesante dell'onore. Forse non tutti sappiamo non essere più "Infermieri Professionali" ma "Infermieri" cioè Professionisti Sanitari, non scordiamolo, ed il nostro operato ruota intorno all'art. 32 della Costituzione; siamo "attori" in un vasto "palcoscenico" costituito da varie figure a garanzia del bene "salute" sia per il singolo che per la collettività.

E la costruzione di salute non si improvvisa per magia, non si inventa nè si assembla attingendo da reminiscenze lacunose che ci portiamo nel nostro piccolo bagaglio in spalla. La nostra competenza deve essere coltivata, sempre, utilizzando al meglio i mezzi disponibili e ricercandone di nuovi che siano attuali visto l'evolversi della società, della scienza, della natura umana, del mondo che ruota intorno ad un bene così immenso come la salute.

Occorre guardare all'oggettività dell'ECM che ci deve servire e non asservire, uno strumento per raggiungere qualcosa, che ci modelli una mente "ferma" a vecchi preconcetti e servilismi da non elencare in questa sede.

Vorremmo diventare una "Entità Olistica", e trasformare la nostra testa in un calderone da cui ognuno abbisognevole di aiuto e assistenza attinga il biglietto vincente risolutivo per l'elisir di "sana vita"? Ma come si realizza tale miracolo se non con il sapere?

Il processo dell'ECM provoca così tanto movimento, allora, per garantire degli indispensabili valori: Professionalità? Competenza? Specializzazione in particolari settori? Svariati Organismi sono nati ad hoc, forse inventando un nuovo mestiere in questa disastrata Italia. Alla domanda se lo facciano per noi o per meri interessi politico privatistici, la risposta appare scontata, rischiamo quasi di addentrarci nei soliti luoghi comuni.

Sì, ad accreditare diversi Enti Pubblici o Privati che siano; sì, ad acquisire titoli per finanziamento Regionale di Progetti Formativi Aziendali; sì, ad entrare in un circuito intensivo di oneri e remunerazioni stratosferiche; sì, è nell'interesse di molti. Ma all'improvviso, amo pensare che evapori tutto in una nuvola di fumo..., se è un altro il nostro obiettivo. Se dovessimo farci una domanda: cosa siamo noi Infermieri? e..Cosa vogliamo? e..Come lo raggiungiamo?

Svanisce tutto (anche se qualcuno mi dice che non è giusto) se ci pensiamo, e se continuiamo a seguire i paradigmi della nostra Professione con la P maiuscola.

Dall'ECM dobbiamo estrarre ciò che ci serve, ed è tanto, come in una "centrifuga" dello scibile del sapere, noi abbiamo il dovere morale di prendere, nel senso di "far nostri" quegli strumenti che ci aiutino nella conoscenza, conoscenza della sofferenza, del dolore, della mutazione dell'animo umano che abbiamo di fronte, così da attuare il migliore intervento di assistenza possibile, cioè con una responsabilità di un particolar tipo e cioè "responsabilità per il da farsi", assumendoci il compito di fare tutto il dovuto e di farlo bene tenendo a mente le conseguenze.

Come detto all'inizio, deve a forza rimanere l'equazione di potere uguale a sapere, dove però, saper fare al meglio la nostra professione sia un modo per sfuggire a spade di Damocle della Magistratura incitata dal sempre "affamato" cittadino, ma al poter cambiare in meglio, alleviare o confortare la vita di chi si abbandona nelle nostre mani.

Noi Infermieri dobbiamo percorrere, a mio avviso, questa strada, cambiare, aggiornarci, studiare, ricercare, contribuire a migliorare la nostra Professione, svolgerla nel miglior modo, renderla tangibile, renderla diversa, "essere" e non "fare" l'Infermiere.

A cura di

Inf. Legale Forense Giovanni Trianni

 

 

 

 

Bibliografia

1 Jonas H., l principio responsabilità, Torino, Einaudi, 1990.

 
SENTENZA ASSURDA! C'è violenza solo se gridi... PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Venerdì 24 Marzo 2017 08:45

Assolto perché il fatto non sussiste. Perché la collega che lo accusava di averla stuprata diverse volte in diversi ospedali non è ritenuta attendibile. Perché i racconti della donna, una dipendente interinale della Croce Rossache chiameremo Luisa, secondo i giudici, sono «intrinsecamente inverosimili ». Racconti di abusi che lei dice di aver subito tra un soccorso e l’altro. Ma lui, M.R., ha sempre smentito con forza.

La parola dell’una contro quella dell’altro, e un processo di quelli in cui, si sottolinea nelle motivazioni, «la principale, se non esclusiva fonte di accusa, è la persona offesa, le cui dichiarazioni» vanno «valutate con estrema rigorosità». E’ applicando questo rigore che la corte presieduta daDiamante Minucci rilegge i verbali della deposizione di Luisa. Ed è in quei racconti di episodi che sarebbero avvenuti tra il 2010 e il 2011 che i giudici trovano le ragioni per assolvere l’imputato e rinviare gli atti al pm per calunnia da parte di Luisa nei suoi confronti. «Un’ulteriore sofferenza – spiega l’avvocato Virginia Iorio, legale di parte civile -, per una donna che ora vede l’uomo che accusava assolto perché lei non avrebbe reagito come ci si aspetterebbe da una vittima».

Iorio pensa ad alcuni passaggi della sentenza, come quello in cui si afferma che Luisa «non riferisce di sensazioni o condotte molto spesso riscontrabili in racconti di abuso sessuale: sensazione di sporco, test di gravidanza, dolori in qualche parte del corpo». E quando le viene chiesto quali emozioni provasse durante i presunti abusi risponde «disgusto », ma «non sa spiegare in cosa consista questo malessere», salvo poi dire «una persona che si sente morire».

Luisa, poi, dice sì «basta», ma «non grida, non urla, non piange, risponde alle chiamate di servizio mentre lui la aggredisce senza insospettire, anche involontariamente, il centralinista o l’interlocutore».

E poi «pare abbia sempre continuato il turno con il collega dopo gli abusi», «non riferisce di aver adottato alcuna precauzione per evitare di rimanere sola» con lui, «nè per ostacolarne la violenza quando se ne fosse ripresentata l’occasione». Anche per questo, i giudici accolgono la linea di Cosimo Maggiore e Vittorio Rossini, i difensori di M.R., per cui il pm Marco Sanini aveva chiesto una condanna a dieci anni. «Ma non tutte le donne commenta l’avvocato Iorio – hanno le stesse reazioni davanti alle violenze. C’è chi urla, chi graffia, chi non reagisce, rimane succube in silenzio. E, davanti a una avance, no vuol dire no, basta vuol dire basta. Non ci sono altre interpretazioni».

E noi non possiamo che concordare al 100% con l'avvocato Iorio.

 
Chi scrive cosa, e dove? L’autonomia Professionale non è più un’utopia. PDF Stampa E-mail
Scritto da Giovanni Trianni   
Venerdì 17 Marzo 2017 08:17

E’ interessante notare quante occasioni di riflessione professionale possano emergere durante la semplice routine delle nostre pesanti ed interminabili giornate lavorative. Sto parlando in particolare di un Centro di Salute Mentale, dove lavoro, che si occupa di Psichiatria Territoriale.

Ultimamente una collega mi ha chiesto: “Ho parlato al telefono con la Sig.ra… che mi ha segnalato comportamenti strani della sorella. Poi ho chiamato l’interessata (la paziente) invitandola ad anticipare la visita prevista fra due giorni. Infatti l'ho sentita agitata, ansiosa. Ma non lo posso scrivere in cartella?! E poi non posso riportare termini medici. Vero?”.

Però per fortuna, non è così, forse qualcosa la possiamo scrivere. Ci viene in aiuto una certa autonomia professionale, già introdotta dall'OMS nel 1988 nella raccomandazione n.6 della Conferenza Europea sul nursing a Vienna, e finalmente introdotta in Italia con la Legge 251/2000.

Dopo anni e anni di dura lotta, il buon senso ha prevalso, spesso in contrasto con i nostri “vicini di Professione Sanitaria”, i Medici, non essendo più loro “ausiliari”, ricordiamo la non ultima disputa sulle “Case della Salute” in Emilia Romagna.. Siamo depositari di un sapere “intellettuale” che ci rende indispensabili nella salvaguardia della salute, integrandolo multi professionalmente.

Ritornando alla questione aperta con la collega, quindi, le risposi: “Possiamo e dobbiamo scrivere in Cartella!” Il problema qui non è più di cosa possiamo scrivere, né dove o quando, ma il punto focale è la convinzione e la presa di coscienza di una responsabilità onerosa e onorabile che ci deve esortare ad una partecipazione più attiva nel quotidiano agire visto che ormai siamo a tutti gli effetti di Legge autonomi e non dobbiamo aver paura di “osare”. Dalla mia risposta alla domanda, i verbi che ci devono far riflettere sono, infatti “potere” e “dovere”.

Durante l'orario di servizio, parlo per chi si trova in un Ente Pubblico, l'infermiere come gli altri Professionisti Sanitari è a tutti gli effetti un Pubblico Ufficiale o Incaricato di Pubblico Servizio in base agli artt.357 e 358 del Cod.Pen.. La differenza è nella particolarità di svolgimento dei diversi compiti assegnati, ad es. se si intende lo svolgimento del servizio è un Incaricato di Pubblico Servizio, mentre se è chiamato ad adoperarsi su funzioni particolari come la compilazione di una scheda di Triage, o una valutazione per consulenza di Wound Care è un Pubblico Ufficiale.

Si riportano per completezza:

Art. 357 Nozione del pubblico ufficiale.

Agli effetti della legge penale, sono pubblici ufficiali coloro i quali esercitano una pubblica funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa. Agli stessi effetti è pubblica la funzione amministrativa disciplinata da norme di diritto pubblico e da atti autoritativi e caratterizzata dalla formazione e dalla manifestazione della volontà della pubblica amministrazione o dal suo svolgersi per mezzo di poteri autoritativi o certificativi.

Art. 358 Nozione della persona incaricata di un pubblico servizio.

Agli effetti della legge penale, sono incaricati di un pubblico servizio coloro i quali, a qualunque titolo, prestano un pubblico servizio. Per pubblico servizio deve intendersi un’attività disciplinata nelle stesse forme della pubblica funzione, ma caratterizzata dalla mancanza dei poteri tipici di questa ultima, e con esclusione dello svolgimento di semplici mansioni di ordine e della prestazione di opera meramente materiale.

L'Infermiere può assolutamente mettere mano e riportare in Cartella ,che non scordiamoci è un Atto Pubblico, fatti o evoluzioni di cui è stato partecipe o che sia venuto a conoscenza o da lui esplicitati che riguardano l'evolversi della situazione clinica della persona in cura, in quanto facente parte dell'Equipe multiprofessionale che ha in cura il paziente.

L'Art. 2700 del c.c. cita infatti che:

"L'atto pubblico fa piena prova, fino a querela di falso, della provenienza del documento dal pubblico ufficiale che lo ha formato, nonché delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuti"

Quindi non dobbiamo aver timore di spingerci a mettere in pratica ciò che già ci è legittimato dopo tanto e tanto soffrire. Sempre con fede, dovere di coscienza, e trasparenza, si intende. E cerchiamo di essere professionisti fino in fondo non spaventandoci di riportare termini ormai facenti parte del ns. bagaglio culturale, e qui parlo delle Diagnosi del NANDA (North American Nursing Diagnosis Association), come Ansia, Disperazione, Bassa stima di sè situazionale, Alto rischio di autolesionismo,ecc., naturalmente contestuali al caso sopra riportato, introdotto dalla mia collega, tanto per chiudere il cerchio.

Pertanto, tenendo conto dell'equazione nella quale l'Infermiere è il Professionista Sanitario facente parte dell'Equipe Multiprofessionale che prende in cura il paziente seguendolo fino alla dimissione, che è insignito della figura legale di Incaricato di Pubblico Servizio o di Pubblico Ufficiale, che la Cartella Clinica (e non medica) è un atto pubblico di "fede privilegiata", che le attestazioni contenute in cartella rappresentano l'evoluzione degli interventi dei Professionisti Sanitari coinvolti nel Piano di Assistenza, possiamo e dobbiamo essere Infermieri a tutti gli effetti.

Inf. Legale Forense

Giovanni Trianni

 
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