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Internet e posta elettronica: illegittimo il controllo del dipendente. PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Martedì 18 Ottobre 2016 06:45

Cassazione Civile, sez. I, sentenza 19/09/2016 n° 18302

I controlli diretti ad accertare comportamenti illeciti dei lavoratori, quando comportino la possibilità del controllo a distanza della prestazione lavorativa dei dipendenti, sono soggetti alla disciplina di cui all'art. 4, comma 2, dello Statuto dei lavoratori in quanto la possibilità di effettuare tali controlli incontra un limite nel diritto alla riservatezza del dipendente, tanto che anche l'esigenza di evitare condotte illecite dei dipendenti non può assumere portata tale da giustificare un sostanziale annullamento di ogni forma di garanzia della dignità e riservatezza del lavoratore.

La I sez. civile della Corte di Cassazione con la sentenza 24 giugno - 19 settembre 2016, n. 18302 ritorna su un argomento già affrontato diverse volte e cioè la legittimità di controlli effettuati dal datore di lavoro nei confronti dei propri dipendenti alla luce di quanto previsto dall’art. 4 dello Statuto de lavoratori che come noto di recente ha subito alcune modifiche.

Il contenzioso vede contrapposti l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato S.p.a ed il Garante per la protezione dei dati personali in quanto quest’ultimo aveva emesso nei confronti dell’Istituto in data 21 luglio 2011 un provvedimento con il quale vietava l'ulteriore trattamento, nelle forme della conservazione e della categorizzazione, dei dati personali dei dipendenti, relativi: alla navigazione Internet, all'utilizzo della posta elettronica ed alle utenze telefoniche chiamate dai lavoratori, con contestuale imposizione dell'obbligo di informare gli utenti del trattamento dei dati personali. Inoltre il garante aveva richiesto l'adozione di misure idonee ad assicurare che fosse resa nota ai dipendenti l'identità degli amministratori di sistema abilitati ad accedere alle banche dati aziendali e che fosse assicurata la completezza del tracciamento di tutti gli accessi effettuati da detti amministratori.

L’Istituto impugnava senza successo il predetto provvedimento dinanzi al Tribunale di Roma per cui si è arrivati dinanzi alla Suprema Corte al fine di chiarire se effettivamente il comportamento del Poligrafico rivesta i caratteri dell’illegittimità.

La Corte di Cassazione, conferma in toto la decisione del giudice di I grado e al fine di risolvere in modo corretto la controversia in esame ritiene necessario operare, in materia, un contemperamento tra i diritti del datore di lavoro e, in particolare, alla libera iniziativa economica ed alla protezione dei beni aziendali, con la tutela dei diritto del lavoratore, in primo luogo alla riservatezza. Questo bilanciamento, sostiene la Corte, non è affidato alla valutazione della giurisprudenza, avendo il legislatore provveduto a dettare la disciplina generale della materia, in primo luogo proprio mediante le norme previste dall'art. 4 dello Statuto dei lavoratori. Infatti per comprenderne l'esatta portata, è necessario esaminare, oltre il suo testo letterale, anche la finalità della norma.

In particolare la disposizione di cui all'art. 4, comma 2, in esame collocata nel Titolo I dello Statuto, che prescrive regole per la tutela della libertà e dignità del lavoratore è rivolta ad assicurare al lavoratore che il controllo a distanza, anche solo potenziale, della sua attività lavorativa sia protetto da garanzie, qualunque sia la finalità per la quale il datore di lavoro predispone i controlli. Quando l'attività di vigilanza a distanza, realizzata dal datore di lavoro per qualsiasi finalità, permetta anche la mera "possibilità di controllo dell'attività lavorativa" fornita dal prestatore di lavoro, l'attività non è consentita se non a seguito del positivo esperimento delle procedure di garanzia di cui all'art. 4, comma 2, del medesimo Statuto. Non è possibile ritenere che il datore di lavoro possa liberamente utilizzare impianti e apparecchiature di controllo per qualsiasi finalità (di tutela dei beni aziendali, di accertamento e prevenzione dei comportamenti illeciti dei dipendenti, ecc.), eludendo il positivo esperimento delle procedure previste nell'art. 4, comma 2, in esame, quando derivi anche solo "la possibilità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori", a prescindere dalle sue intenzioni. Tale, invece, è stato il comportamento dell’Istituto Poligrafico che non ha mai ricercato un accordo con le rappresentanze dei lavoratori al fine di disciplinare i controlli, e neppure ha promosso le procedure suppletive che la legge prevede siano svolte qualora un accordo non sia raggiunto.

E’ vero che la giurisprudenza della Corte di Cassazione in materia con riferimento ai controlli difensivi ha concesso delle aperture si veda ad esempio la sentenza n. 4746 del 2002 con la quale la Suprema Corte ha escluso l’applicabilità dell’art. 4 della legge n. 300/70 ai controlli diretti ad accertare condotte illecite del lavoratore, i c.d. controlli difensivi. Il ragionamento della Corte, in tal senso, era chiaro: “Ai fini dell’operatività del divieto di utilizzo di apparecchiature per il controllo a distanza dell’attività dei lavoratori previsto dall’art. 4 l. n. 300 citata, è necessario che il controllo riguardi (direttamente o indirettamente) l’attività lavorativa, mentre devono ritenersi certamente fuori dell’ambito di applicazione della norma i controlli diretti ad accertare condotte illecite del lavoratore (cosiddetti controlli difensivi), quali, ad esempio, i sistemi di controllo dell'accesso ad aree riservate, o gli apparecchi di rilevazione di telefonate ingiustificate. Ma successivamente con la pronuncia n. 15892 del 2007, la Corte già rivedeva la propria precedente decisione, affermando che i controlli difensivi non possono giustificare l’annullamento di ogni garanzia: “Né l’insopprimibile esigenza di evitare condotte illecite da parte dei dipendenti può assumere portata tale da giustificare un sostanziale annullamento di ogni forma di garanzia della dignità e riservatezza del lavoratore”.

Tale principio è stato riaffermato in numerose pronunce successive e, con la sentenza n. 4375 del 2010, è stato applicato anche ai programmi informatici che consentono il monitoraggio della posta elettronica e degli accessi ad Internet. La sentenza, dopo aver definito tale tipologia di controllo come “controllo preterintenzionale”, rientrante perciò nell’ambito di applicazione del secondo comma dell’art. 4 dello Statuto dei lavoratori, ha affermato, quanto segue: “i programmi informatici che consentono il monitoraggio della posta elettronica e degli accessi Internet sono necessariamente apparecchiature di controllo nel momento in cui, in ragione delle loro caratteristiche, consentono al datore di lavoro di controllare a distanza e in via continuativa durante la prestazione, l’attività lavorativa e se la stessa sia svolta in termini di diligenza e di corretto adempimento”.

Come già sostenuto dal Garante nei propri accertamenti, il comportamento del poligrafico viola anche l’art. 8 dello Statuto dei lavoratori il quale prevede che è vietato al datore di lavoro "effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell'attitudine professionale del lavoratore". Ed acquisire e conservare dati che contengono (o possono contenere) simili informazioni importa già l'integrazione della condotta vietata, perché si risolve in una indagine non consentita sulle opinioni e condotte del lavoratore, anche se i dati non sono successivamente utilizzati.

Inoltre il Poligrafico provvedeva - non solo alla, di per sè lecita, inibizione dell'accesso dei lavoratori a determinate categorie di siti Internet, ma anche - alla registrazione dei cd. file Log (identificativi di indirizzo Ip, cioè della postazione di lavoro, dell'utenza contattata, della data ed ora dell'accesso o del tentativo di accesso), senza che fossero state espletate le procedure previste dalla legge per lo svolgimento delle attività che comportino anche solo la possibilità di controllo a distanza dei lavoratori. Ed è irrilevante che i lavoratori fossero stati messi a conoscenza delle modalità di acquisizione dei dati di traffico, conservati per un periodo di tempo prolungato (da sei mesi a un anno).

Con riguardo poi al servizio di posta elettronica il Poligrafico non ha fornito ai lavoratori un’informazione adeguata sulle modalità di trattamento dei dati, in relazione alla conservazione di quelli relativi alle comunicazioni in chiaro, e limitatamente ai lavoratori che avessero deciso di avvalersi del server aziendale per la conservazione dei messaggi di posta elettronica. La Suprema Corte oltre a confermare l’infondatezza delle argomentazioni del ricorrente (che sostiene di aver fornito tutte le informazioni necessarie ai lavoratori senza provarlo) aggiunge che il fatto di aver fornito informazioni ai propri dipendenti non è elemento decisivo per escludere la violazione del disposto di cui all'art. 4, comma 2, dello Statuto dei lavoratori. Inoltre quand'anche si informino i lavoratori della possibilità di archiviare i messaggi di posta elettronica sul server aziendale oppure sul PC messo a disposizione dall'azienda, questo non comporta che essi siano resi edotti che, scegliendo la prima opzione, i loro messaggi rimarranno, per un periodo di tempo prolungato, accessibili in chiaro dai soggetti abilitati alla consultazione.

Illegittima, inoltre, è anche la prolungata conservazione da parte del Poligrafico dei dati relativi al traffico telefonico dei dipendenti giustificata in modo superficiale dall’ esigenza di dover far fronte ad eventuali contestazioni della fatturazione da parte dei soggetti terzi.

 
Apertura sportello forense IPASVI Catanzaro - AIILF Coord. Calabria PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Venerdì 14 Ottobre 2016 07:45

Ultimo aggiornamento Venerdì 14 Ottobre 2016 07:46
 
Corso di aggiornamento ESPRIT - AIILF - Caserta, 22 ottobre PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Giovedì 13 Ottobre 2016 06:36

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Il falso in atto pubblico per gli infermieri PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Lunedì 08 Agosto 2016 16:16

Uno dei reati meno conosciuti, eppure tra i più violati nelle sue varie forme da parte del personale infermieristico, è il falso in atto pubblico.

Più violato perchè comprende tante forme di "falso" ovvero di dichiarazione mendace, falsa appunto.

Per iniziare a comprenderlo iniziamo dalla semplice analisi del codice penale e degli articoli che riguardano questa forma di reato.

Art. 476 Falsita' materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici

Il pubblico ufficiale, che, nell'esercizio delle sue funzioni, forma, in tutto o in parte, un atto falso o altera un atto vero, e' punito con la reclusione da uno a sei anni. 
Se la falsita' concerne un atto o parte di un atto, che faccia fede fino a querela di falso, la reclusione e' da tre a dieci anni.

Appurato che l'infermiere E' un pubblico ufficiale (qui l'articolo), egli commette il reato di falso MATERIALE in atto pubblico ogni qualvolta dichiari, ovvero semplicemente SCRIVA, qualcosa che è falso o modifica qualcosa che è vero.

Un piccolo esempio, rapportato alla professione. Le colleghe della sala operatoria che in questo processo hanno riportato una conta errata delle garze erano passibili di denuncia per falso materiale in atto pubblico.


Art. 479 Falsita' ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici

[I]. Il pubblico ufficiale [357], che, ricevendo o formando un atto nell'esercizio delle sue funzioni, attesta falsamente che un fatto è stato da lui compiuto o è avvenuto alla sua presenza, o attesta come da lui ricevute dichiarazioni a lui non rese, ovvero omette o altera dichiarazioni da lui ricevute, o comunque attesta falsamente fatti dei quali l'atto è destinato a provare la verità, soggiace alle pene stabilite nell'articolo 476 [487, 493; 1127 c. nav.].

La certificazione, ovvero sempre la semplice scrittura in un atto pubblico, di atti compiuti da altri, senza averne la certezza, o segnati a nome proprio è falso in atto pubblico.

Redigere un certificato per il lavoro mentendo sull'orario, o magari fidandosi di quanto dichiarato dall'utente o dal medico, è falso in atto pubblico.

Non scrivere ciò che si è fatto, o ciò di cui si è venuti a conoscenza, è falso in atto pubblico.

"Senti, mentre scrivi le consegne, mi segni che al Sig. Rossi ho svuotato 1000 cc di urine?"

Se fate un favore al collega, in questo caso, state compiendo il reato di falso IDEOLOGICO in atto pubblico. Specialmente se magari segnate quella nota a vostro nome.

Volendo, in questa fattispecie di reato, gli esempi potrebbero essere migliaia, vero colleghi?


Art. 478 Falsita' materiale commessa dal pubblico ufficiale in copie autentiche di atti pubblici o privati e in attestati del contenuto di atti

[I]. Il pubblico ufficiale [357], che, nell'esercizio delle sue funzioni, supponendo esistente un atto pubblico o privato, ne simula una copia e la rilascia in forma legale, ovvero rilascia una copia di un atto pubblico o privato diversa dall'originale, è punito con la reclusione da uno a quattro anni.
[II]. Se la falsità concerne un atto o parte di un atto, che faccia fede fino a querela di falso [2699, 2700 c.c.], la reclusione è da tre a otto anni.
[III]. Se la falsità è commessa dal pubblico ufficiale in un attestato sul contenuto di atti, pubblici o privati, la pena è della reclusione da uno a tre anni [482, 492, 493].

Il falso in atto pubblico si ha anche sulle copie. Omettere di consegnare la cartella infermieristica, ad esempio, in caso di richiesta di copia della documentazione clinica, è falso in atto pubblico. In questo caso di natura omissiva.

Ma anche trascrivere in cartella dati sanitari, come gli esami ematici ad esempio, riferiti dal paziente, senza poterne accertare la veridicità, è falso in atto pubblico.


NOTATE come le pene vadano dai 3 ai 10 anni. Non una semplice ammenda.

Quindi, almeno per quanto riguarda la documentazione, impariamo a cautelarci. Per la corretta compilazione della cartella, ad esempio, abbiamo scritto questo articolo e ricordate sempre che, in qualità di pubblici ufficiali, avete SEMPRE l'obbligo di denuncia. La cui omissione è un reato, l'omissione d'atti ufficio, ma può anche configurare, ancora, il falso in atti pubblici.

Per ogni dubbio l'AIILF è disponibile a chiarimenti attraverso i propri canali.

 
Dal bagno dopo mangiato alla merenda. I consigli del Pediatra PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Martedì 16 Agosto 2016 06:24

Aspettare due ore dopo il pasto prima di entrare in acqua? "Non serve, a meno che il mare non sia particolarmente freddo o il pranzo troppo abbondante". Parola del pediatra di Milano Italo Farnetani, che regala ai genitori italiani la top ten dei consigli per una vacanza al mare coi bimbi in sicurezza. E boccia il retino in spiaggia per i più piccoli. "Non è etico mostrare che si può prendere un essere libero e metterlo vivo in un secchiello, dove finirà per morire- spiega all'Adnkronos Salute - E se poi il bimbo non prende nulla, arriva la frustrazione e cala l'autostima. Per iniziare a pescare bisogna essere più grandicelli, imparare le tecniche, saper aspettare e rispettare il mare e i pesci". No al retino a 3-4 anni, dunque. Ma ecco i 10 consigli del pediatra:

1) Non è necessario attendere due ore dal termine del pasto prima di fare il bagno. Infatti, se l'acqua non è particolarmente fredda e il pasto non troppo abbondante, si può fare il bagno appena finito di mangiare. I bambini possono stare in acqua quanto vogliono, tanto appena sentiranno freddo, saranno loro stessi a voler uscire.

2) A parte il caso dei piccolissimi, è vero che dalle 12 alle 16 le radiazioni solari sono molto intense, ma considerando che in vacanza ci si sta una o due settimane, perciò per un tempo limitato, basterà applicare una crema solare protettiva per sfruttare al massimo i pochi giorni di ferie. Si deve applicare la crema protettiva anche quando si è già abbronzati: infatti non serve solo a evitare le scottature, ma anche a prevenire i danni provocati dal sole. Ricordando di spalmare bene la crema sulle orecchie e il collo.

3) Se il cappello dà noia si può non usare, basta bagnare frequentemente la testa. In genere il bambino fino a 6 mesi tiene il cappello in testa perché non riesce a stare seduto e così non ha le mani libere, poi se lo toglie perché gli dà fastidio. "Allora è bene non insistere e lasciar perdere", suggerisce.

4) In estate si deve avere una particolare cura della pelle, perché sole, sudore e infezioni possono danneggiarla. "Per difenderla va lavata spesso. Anche al bimbo piccolo il bagno va fatto una volta al giorno, ma spesso non basta: si deve lavare anche più volte in una stessa giornata, per rimuovere il sudore dalla pelle. Poiché sole e vento tendono a seccare la pelle si deve usare, almeno una volta al giorno, una crema emolliente e idratante. Questa andrà spalmata tre volte al giorno quando la pelle diventa ruvida, secca, indurita, screpolata, desquamata o arrossata".

5) Usare sempre le ciabatte quando si sta in piscina o si fa la doccia in luoghi pubblici. Si rischia di contrarre micosi o verruche. Vanno evitate le scarpe di gomma, perché con il sudore si macera la pelle dei piedi favorendo la formazione di micosi o infezioni batteriche. I sandali in plastica vanno bene, mentre contrariamente a quanto si pensa non vanno bene quelli in cuoio perché, durante la conciatura, possono essere stati usati prodotti in grado di dare reazioni. Via libera a infradito e sandali.

6) Quando è possibile, "usare l'aria condizionata, sia in casa sia in auto. Si può utilizzare senza problemi anche di notte", anzi si otterranno tutti i vantaggi di un'atmosfera più gradevole e amica del sonno, ma è bene non regolarla in modo che sia troppo bassa.

7) L'aereo allevia molti disagi degli spostamenti, soprattutto quando sono molto lunghi. Tutti possono prendere l’aereo, anche i bambini appena nati, che possono andare anche in barca.

8) Il pomeriggio deve andare a dormire solo chi ha sonno, perché abituare il bimbo a stare sveglio a letto può favorire la comparsa dell’insonnia, che è il disturbo del sonno più diffuso. E' opportuno anche non farlo dormire troppo al pomeriggio per evitare le difficoltà ad addormentarsi la sera.

9) Quando bambini e adolescenti non hanno fame, "non vanno forzati a mangiare". In estate è prevedibile che abbiano meno appetito. Soprattutto nelle giornate afose bambini e adolescenti rifiutano i cibi caldi (per esempio il latte o il tè) anche per la prima colazione. Per evitare che saltino la prima colazione che, invece, è fondamentale basterà fargli scegliere ciò che vogliono. I genitori possono proporre yogurt, prosciutto e melone, succhi di frutta, latte freddo, eventualmente con cereali secchi. Per gli altri pasti è bene far scegliere ai bambini i cibi che gradiscono maggiormente. Il gelato può sostituire un pasto principale, per esempio merenda o spuntino di metà mattinata, o anche la prima colazione, "ma non deve essere dato mai fuori pasto".

10) L'acqua è la bevanda ideale soprattutto d’estate. Va bene anche gassata e fresca. L'anidride carbonica contenuta nelle bollicine della minerale gassata ne rallenta la contaminazione da parte dei batteri, perciò è più difficile che d’estate si infetti. No, infine, alle bibite 'ghiacciate', "anche se comunque il bambino direbbe che 'pizzicano' e non le berrebbe".

 

da ADNkronos

Ultimo aggiornamento Martedì 16 Agosto 2016 06:26
 
No allo shiatsu dalle estetiste, non è di loro competenza PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Venerdì 29 Luglio 2016 07:45

I trattamenti sul corpo, massaggi o altro, senza finalità terapeutiche né estetiche,non sono di competenza delle estetiste. Una sentenza del Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, depositata ieri, annulla una precedente decisione del Tar Liguria, interpretando in questa direzione la lettera della legge sulle estetiste del 1980.

La sentenza, essendo definitiva, dà ragione alle peculiarità di tante pratiche: shiatsu, tuina, riflessologia plantare, feldenkrais, massaggio ayurvedico, perfino osteopatia e chiropratica fin quando non saranno inquadrate come professioni sanitarie. Tutte queste attività, secondo il precedente pronunciamento del Tar della Liguria, sarebbero dovute essere svolte solo da estetiste, alle quali invece sono riservati in modo esclusivo solo i trattamenti con finalità estetiche.

"Questa sentenza finalmente riconcilia il senso comune con le parole della legge", dice l’avvocato Giuseppe Montanini, vicepresidente della Fisieo (Federazione Italiana Shiatsu Insegnanti e operatori) e uno dei legali impegnati nel procedimento. Tutto era partito da una condanna nei confronti di un centro di tuina a Sanremo. In sede di appello, in quanto portatore di un legittimo interesse, è stato ammesso il mondo dello Shiatsu, rappresentato dalle due grandi associazioni Fisieo e Apos (Associazione professionale operatori e insegnanti shiatsu). "Questa decisione - aggiunge Montanini - mette un punto fermo su tutte le problematiche che lo shiatsu e altre pratiche hanno avuto nelle varie regioni. Ci sono voluti anni, ma finalmente abbiamo una sentenza chiarissima".

 
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Corso di aggiornamento: INTERVENIRE SULLA SCENA DEL CRIMINE

Per informazioni contattare la Segreteria AcISF

o l'Ufficio di Presidenza AILF

 

Sono aperte le convenzioni con i seguenti hotel:

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