Didattica

Cerca

Login

IAFN

Iscriviti alla nostra News Letter

Home
AILF
Franca Viola: una ribellione di 35 anni fa. PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza AIILF   
Martedì 08 Novembre 2016 08:42

Il coraggio della diciassettenne Franca Viola nel 1966, esattamente 50 anni fa, che disse no al matrimonio con il suo stupratore, per la prima volta e pubblicamente, facendo condannare l’uomo a Trapani, in Sicilia. E poi le lotte in Parlamento, a Roma, per l’abrogazione della norme del codice penale vigente che portarono alla legge 442, promulgata nell’agosto del 1981, 35 anni fa.

Così l’Italia si sbarazzò in un sol colpo di ‘nozze riparatrici’ e di ‘delitto d’onore’, risvegliandosi, finalmente, un paese più moderno, grazie alla nuova legge del 5 agosto del 1981 (“Gli articoli 544, 587 e 592 del codice penale sono abrogati”, recita l’articolo 1 della legge 5 agosto 1981, n. 442, “Abrogazione della rilevanza penale della causa d’onore”).

Il legislatore cancellò quanto previsto dal codice Rocco, eredità del Ventennio, che in due articoli del c.p., il 544 e il 587, normava su “matrimonio riparatorio” e “delitto d’onore”, prevedendo l’estinzione della pena per la violenza sessuale, se seguita da nozze ‘salva-onore’ e pene ridotte, invece, per chi commettesse omicidio, ‘in stato d’ira’, nei confronti del coniuge, figlia e sorella, a seguito di ‘illegittima relazione carnale’. Il via libera alla 442, con l’abrogazione degli articoli del codice Rocco, fu la fine di un percorso lungo, con tutti i precedenti tentativi andati a vuoto, a partire da quello in pieno ’68, con il ministro della Giustizia, il repubblicano Oronzo Reale, che insieme al socialista Giuliano Vassalli avevano tentato di abrogare le norme, senza riuscirci a causa della caduta del governo Moro.

Un passo che arrivava dopo il referendum sul divorzio (1974), dopo la riforma del diritto di famiglia (legge 151/1975), e dopo il referendum sull’aborto, quando il Paese stava profondamente cambiando, sull’onda del rinnovamento politico e sociale che caratterizzerà gli anni ’60 e ’70.

Per arrivare, infine, a considerare per legge lo stupro non più come un reato ‘contro la morale’, bensì come un reato ‘contro la persona’, si dovrà attendere il 1996.

“Io non sono proprietà di nessuno, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce”. Furono queste le parole di Franca Viola durante il processo a carico del suo rapitore e stupratore, che diedero grande forza al cambiamento di quelle norme, mentre l’aggressore, membro di una famiglia mafiosa del trapanese, cercava di avvalersi dell’articolo 544 del codice.

Un articolo che prevedeva che “per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530 (violenza sessuale, ndr), il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali”.

La giovane Franca non ci sta e l’uomo viene condannato a 11 anni di carcere. La donna, per anni lontana dai riflettori, è stata insignita al Quirinale dell’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel 2014 “per il coraggioso gesto di rifiuto del matrimonio riparatore che ha segnato una tappa fondamentale nella storia dell’emancipazione delle donne nel nostro Paese”. Con la ribellione di Franca Viola si metterà in moto un processo che porterà anche alla abolizione dell’articolo 544 e del 587, sul cosiddetto delitto d’onore, nato nello stesso humus della norma precedente, quella sulle nozze riparatrici, che prevedeva invece come “chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella”.

 
Tar Lazio: boccia l’Omceo e apre agli ambulatori “See&treat” PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Martedì 25 Ottobre 2016 09:49

Il Tar del Lazio, con la sentenza 10411/2016 pubblicata il 19 ottobre, ha respinto il ricorso dell'Ordine dei medici di Roma che nel 2015 aveva chiesto l'annullamento della determinazione n. 384 del 20 marzo 2015 con cui l'Asl RmC ha disposto l'attivazione degli ambulatori infermieristici “See&treat”.

Il See&treat è un modello ampiamente sperimentato dal 2010 in molte Asl della Toscana e in altre Regioni italiane e da quasi 40 anni in Gran Bretagna e Stati Uniti.

Per la presidente del Collegio Ipasvi di Roma, Ausilia Pulimeno, questo modello «ha dato ottimi risultati fornendo una risposta efficace ai bisogni dei cittadini, garantendo una maggiore rapidità dell'intervento, la sua sicurezza e un minor costo per le aziende sanitarie, tutte cose che ora sono riconosciute anche a livello di giurisprudenza. I medici non abbiano paura di perdere potere e siano più collaborativi nel processo di cambiamento di cui la nostra sanità ha un gran bisogno».
La presidente nazionale Ipasvi, Barbara Mangiacavalli, ha aggiunto: «Le guerre di posizione tra professioni, le minacce giuridiche e gli attacchi mediatici non servono a nessuno, né ai professionisti né ai pazienti e alla migliore organizzazione dei servizi. Meglio sarebbe sedersi a un tavolo e concordare le soluzioni migliori salvaguardando e, anzi valorizzando, le peculiarità di entrambi le professioni. Il See and Treat è un percorso chiaro e senza equivoci, che non può generare rischi per i pazienti, ma al contrario abbatte interventi impropri, liste di attesa, code ai pronto soccorso (evitando l'afflusso di circa il 70% dei codici bianchi inappropriati). È un tassello del nuovo modello che dovrà caratterizzare il Servizio sanitario nazionale».

 
Il medico non risponde alla chiamata d'urgenza di notte? Licenziato! PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Lunedì 24 Ottobre 2016 06:41

Un medico chirurgo, in servizio presso l’ospedale all’Angelo, a Mestre, è stato licenziato dall’Ulss 12. A darne notizia è stato lo stesso medico – come riporta il Gazzettino – con una mail inviata ai colleghi, senza entrare nel merito delle ragioni che avrebbero portato al provvedimento di rescissione del rapporto di lavoro.

Secondo alcune ipotesi, all’origine della decisione dell’Ulss veneziana ci sarebbero stati più motivi nel tempo relativi al comportamento del medico, non ultimo pare una chiamata d’urgenza al pronto soccorso alla quale non avrebbe dato risposta.

L’Azienda sanitaria veneziana sulla vicenda non ha voluto comunque fare commenti.

 
Internet e posta elettronica: illegittimo il controllo del dipendente. PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Martedì 18 Ottobre 2016 06:45

Cassazione Civile, sez. I, sentenza 19/09/2016 n° 18302

I controlli diretti ad accertare comportamenti illeciti dei lavoratori, quando comportino la possibilità del controllo a distanza della prestazione lavorativa dei dipendenti, sono soggetti alla disciplina di cui all'art. 4, comma 2, dello Statuto dei lavoratori in quanto la possibilità di effettuare tali controlli incontra un limite nel diritto alla riservatezza del dipendente, tanto che anche l'esigenza di evitare condotte illecite dei dipendenti non può assumere portata tale da giustificare un sostanziale annullamento di ogni forma di garanzia della dignità e riservatezza del lavoratore.

La I sez. civile della Corte di Cassazione con la sentenza 24 giugno - 19 settembre 2016, n. 18302 ritorna su un argomento già affrontato diverse volte e cioè la legittimità di controlli effettuati dal datore di lavoro nei confronti dei propri dipendenti alla luce di quanto previsto dall’art. 4 dello Statuto de lavoratori che come noto di recente ha subito alcune modifiche.

Il contenzioso vede contrapposti l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato S.p.a ed il Garante per la protezione dei dati personali in quanto quest’ultimo aveva emesso nei confronti dell’Istituto in data 21 luglio 2011 un provvedimento con il quale vietava l'ulteriore trattamento, nelle forme della conservazione e della categorizzazione, dei dati personali dei dipendenti, relativi: alla navigazione Internet, all'utilizzo della posta elettronica ed alle utenze telefoniche chiamate dai lavoratori, con contestuale imposizione dell'obbligo di informare gli utenti del trattamento dei dati personali. Inoltre il garante aveva richiesto l'adozione di misure idonee ad assicurare che fosse resa nota ai dipendenti l'identità degli amministratori di sistema abilitati ad accedere alle banche dati aziendali e che fosse assicurata la completezza del tracciamento di tutti gli accessi effettuati da detti amministratori.

L’Istituto impugnava senza successo il predetto provvedimento dinanzi al Tribunale di Roma per cui si è arrivati dinanzi alla Suprema Corte al fine di chiarire se effettivamente il comportamento del Poligrafico rivesta i caratteri dell’illegittimità.

La Corte di Cassazione, conferma in toto la decisione del giudice di I grado e al fine di risolvere in modo corretto la controversia in esame ritiene necessario operare, in materia, un contemperamento tra i diritti del datore di lavoro e, in particolare, alla libera iniziativa economica ed alla protezione dei beni aziendali, con la tutela dei diritto del lavoratore, in primo luogo alla riservatezza. Questo bilanciamento, sostiene la Corte, non è affidato alla valutazione della giurisprudenza, avendo il legislatore provveduto a dettare la disciplina generale della materia, in primo luogo proprio mediante le norme previste dall'art. 4 dello Statuto dei lavoratori. Infatti per comprenderne l'esatta portata, è necessario esaminare, oltre il suo testo letterale, anche la finalità della norma.

In particolare la disposizione di cui all'art. 4, comma 2, in esame collocata nel Titolo I dello Statuto, che prescrive regole per la tutela della libertà e dignità del lavoratore è rivolta ad assicurare al lavoratore che il controllo a distanza, anche solo potenziale, della sua attività lavorativa sia protetto da garanzie, qualunque sia la finalità per la quale il datore di lavoro predispone i controlli. Quando l'attività di vigilanza a distanza, realizzata dal datore di lavoro per qualsiasi finalità, permetta anche la mera "possibilità di controllo dell'attività lavorativa" fornita dal prestatore di lavoro, l'attività non è consentita se non a seguito del positivo esperimento delle procedure di garanzia di cui all'art. 4, comma 2, del medesimo Statuto. Non è possibile ritenere che il datore di lavoro possa liberamente utilizzare impianti e apparecchiature di controllo per qualsiasi finalità (di tutela dei beni aziendali, di accertamento e prevenzione dei comportamenti illeciti dei dipendenti, ecc.), eludendo il positivo esperimento delle procedure previste nell'art. 4, comma 2, in esame, quando derivi anche solo "la possibilità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori", a prescindere dalle sue intenzioni. Tale, invece, è stato il comportamento dell’Istituto Poligrafico che non ha mai ricercato un accordo con le rappresentanze dei lavoratori al fine di disciplinare i controlli, e neppure ha promosso le procedure suppletive che la legge prevede siano svolte qualora un accordo non sia raggiunto.

E’ vero che la giurisprudenza della Corte di Cassazione in materia con riferimento ai controlli difensivi ha concesso delle aperture si veda ad esempio la sentenza n. 4746 del 2002 con la quale la Suprema Corte ha escluso l’applicabilità dell’art. 4 della legge n. 300/70 ai controlli diretti ad accertare condotte illecite del lavoratore, i c.d. controlli difensivi. Il ragionamento della Corte, in tal senso, era chiaro: “Ai fini dell’operatività del divieto di utilizzo di apparecchiature per il controllo a distanza dell’attività dei lavoratori previsto dall’art. 4 l. n. 300 citata, è necessario che il controllo riguardi (direttamente o indirettamente) l’attività lavorativa, mentre devono ritenersi certamente fuori dell’ambito di applicazione della norma i controlli diretti ad accertare condotte illecite del lavoratore (cosiddetti controlli difensivi), quali, ad esempio, i sistemi di controllo dell'accesso ad aree riservate, o gli apparecchi di rilevazione di telefonate ingiustificate. Ma successivamente con la pronuncia n. 15892 del 2007, la Corte già rivedeva la propria precedente decisione, affermando che i controlli difensivi non possono giustificare l’annullamento di ogni garanzia: “Né l’insopprimibile esigenza di evitare condotte illecite da parte dei dipendenti può assumere portata tale da giustificare un sostanziale annullamento di ogni forma di garanzia della dignità e riservatezza del lavoratore”.

Tale principio è stato riaffermato in numerose pronunce successive e, con la sentenza n. 4375 del 2010, è stato applicato anche ai programmi informatici che consentono il monitoraggio della posta elettronica e degli accessi ad Internet. La sentenza, dopo aver definito tale tipologia di controllo come “controllo preterintenzionale”, rientrante perciò nell’ambito di applicazione del secondo comma dell’art. 4 dello Statuto dei lavoratori, ha affermato, quanto segue: “i programmi informatici che consentono il monitoraggio della posta elettronica e degli accessi Internet sono necessariamente apparecchiature di controllo nel momento in cui, in ragione delle loro caratteristiche, consentono al datore di lavoro di controllare a distanza e in via continuativa durante la prestazione, l’attività lavorativa e se la stessa sia svolta in termini di diligenza e di corretto adempimento”.

Come già sostenuto dal Garante nei propri accertamenti, il comportamento del poligrafico viola anche l’art. 8 dello Statuto dei lavoratori il quale prevede che è vietato al datore di lavoro "effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell'attitudine professionale del lavoratore". Ed acquisire e conservare dati che contengono (o possono contenere) simili informazioni importa già l'integrazione della condotta vietata, perché si risolve in una indagine non consentita sulle opinioni e condotte del lavoratore, anche se i dati non sono successivamente utilizzati.

Inoltre il Poligrafico provvedeva - non solo alla, di per sè lecita, inibizione dell'accesso dei lavoratori a determinate categorie di siti Internet, ma anche - alla registrazione dei cd. file Log (identificativi di indirizzo Ip, cioè della postazione di lavoro, dell'utenza contattata, della data ed ora dell'accesso o del tentativo di accesso), senza che fossero state espletate le procedure previste dalla legge per lo svolgimento delle attività che comportino anche solo la possibilità di controllo a distanza dei lavoratori. Ed è irrilevante che i lavoratori fossero stati messi a conoscenza delle modalità di acquisizione dei dati di traffico, conservati per un periodo di tempo prolungato (da sei mesi a un anno).

Con riguardo poi al servizio di posta elettronica il Poligrafico non ha fornito ai lavoratori un’informazione adeguata sulle modalità di trattamento dei dati, in relazione alla conservazione di quelli relativi alle comunicazioni in chiaro, e limitatamente ai lavoratori che avessero deciso di avvalersi del server aziendale per la conservazione dei messaggi di posta elettronica. La Suprema Corte oltre a confermare l’infondatezza delle argomentazioni del ricorrente (che sostiene di aver fornito tutte le informazioni necessarie ai lavoratori senza provarlo) aggiunge che il fatto di aver fornito informazioni ai propri dipendenti non è elemento decisivo per escludere la violazione del disposto di cui all'art. 4, comma 2, dello Statuto dei lavoratori. Inoltre quand'anche si informino i lavoratori della possibilità di archiviare i messaggi di posta elettronica sul server aziendale oppure sul PC messo a disposizione dall'azienda, questo non comporta che essi siano resi edotti che, scegliendo la prima opzione, i loro messaggi rimarranno, per un periodo di tempo prolungato, accessibili in chiaro dai soggetti abilitati alla consultazione.

Illegittima, inoltre, è anche la prolungata conservazione da parte del Poligrafico dei dati relativi al traffico telefonico dei dipendenti giustificata in modo superficiale dall’ esigenza di dover far fronte ad eventuali contestazioni della fatturazione da parte dei soggetti terzi.

 
CNR: Ecco perché il succo di mela è un antitumorale PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Giovedì 20 Ottobre 2016 08:35

Che la mela sia un concentrato di antiossidanti utili alla salute è noto e da qualche tempo sappiamo che alcune molecole del frutto hanno anche proprietà antitumorali. Oggi, grazie a una nuova ricerca, conosciamo in che modo agiscono sulle cellule malate. A firmare la scoperta, su Scientific Reports, un gruppo di ricerca coordinato dall’Istituto di scienze dell’alimentazione del Consiglio nazionale delle ricerche (Isa-Cnr) in collaborazione con il Dipartimento di chimica e biologia dell’Università di Salerno.

“Da diversi anni è riportato in letteratura che il succo di mela ha effetti di prevenzione sul cancro al colon retto, ma non è chiaro il meccanismo molecolare, ossia il modo in cui i polifenoli presenti nel succo operano in funzione antitumorale”, spiega Angelo Facchiano, ricercatore Isa-Cnr e tra gli autori del lavoro. “Noi abbiamo studiato per la prima volta in modo specifico proprio quali molecole antiossidanti vanno ad agire e su quali specifiche proteine della cellula”.

I ricercatori hanno analizzato tre tipi di mela - Annurca, Red Delicious, Golden Delicious - per identificare e quantificare i principali composti antiossidanti: “I polifenoli della mela ostacolano in particolare la replicazione ed espressione del DNA nelle cellule cancerose del colon, in particolare questo impedisce loro di duplicarsi e far crescere la massa tumorale”, prosegue Facchiano. “Inoltre, abbiamo scoperto che le proteine su cui i polifenoli potrebbero agire sono le stesse su cui agiscono alcuni farmaci antitumorali recentemente sviluppati. L’ipotesi, su cui sarà necessario effettuare ulteriori studi, è quindi che alcuni composti presenti nelle mele abbiano un effetto preventivo agendo proprio sugli stessi meccanismi che vengono colpiti dai farmaci”.

Sapere che un certo tipo di cellula è il bersaglio

a cui mirare “è importante, ma non è sufficiente. Per avere una visione completa e mettere a punto eventuali terapie è necessario conoscere quali sono i meccanismi molecolari e quali proteine sono coinvolte”, conclude il ricercatore dell’Isa-Cnr. “Oltre che di tecniche di chimica analitica, ci siamo avvalsi di bioinformatica e simulazioni molecolari. È stato possibile riprodurre al computer un gran numero di 'esperimenti' per individuare quali interazioni avvengano tra i composti antiossidanti presenti nelle mele e le proteine dell’uomo: una metodologia che offre grandi potenzialità e opportunità, tra cui quella di limitare la necessità di esperimenti di laboratorio che richiederebbero l’uso di reagenti costosi e strumentazioni complesse”.

 

 
Apertura sportello forense IPASVI Catanzaro - AIILF Coord. Calabria PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Venerdì 14 Ottobre 2016 07:45

Ultimo aggiornamento Venerdì 14 Ottobre 2016 07:46
 
« InizioPrec.12345678910Succ.Fine »

Pagina 7 di 46

Notizie flash

Iscriviti all'Associazione

SONO APERTE LE ISCRIZIONI 2017

 

Possono iscriversi all'AIILF tutti i professionisti sanitari, anche non infermieri. Gli infermieri che hanno già acquisito il master in infermieristica legale e forense, o equipollente, possono iscriversi come SOCI ORDINARI, gli altri come SOCI SOSTENITORI.

Per diventare soci AIILF è sufficiente scaricare il modulo di iscrizione (FORMATO WORD COMPILABILE o FORMATO PDF) o richiederlo alla mail dell'associazione.
Versare la quota associativa, inviare ricevuta di versamento della quota di associazione e il modulo di iscrizione compilato in ogni sua parte via mail o fax o raccomandata.

Riferimenti per il versamento:

Bonifico bancario: iban IT 11 J 07601 14200 001013780828

Bollettino postale: c.c. 1013780828

Conto corrente postale intestato ad AIILF - Associazione Italiana Infermieri Legali e Forensi

filiale di Siena


La quota associativa per il 2017 rimane di:

- 25€ per i soci ordinari (in possesso del master in Infermieristica Legale e Forense o equipollente)

- 15€ per i soci sostenitori

E' preferibile poi confermare la propria mail inviando un messaggio al Presidente in quanto la maggior parte delle comunicazioni avverranno con tale mezzo.

Ultimi Articoli


Pubblicità

Link consigliati:


Ultime notizie

I più letti


Powered by Joomla!. Designed by: joomla templates vps Valid XHTML and CSS.