Didattica

Cerca

Login

IAFN

Iscriviti alla nostra News Letter

Home
AILF
La malattia stress-correlata è infortunio e va indennizzata PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Venerdì 17 Febbraio 2017 09:44

La malattia stress-correlata causata dall’eccesiva mole di lavoro: in questo caso si tratta di infortunio sul lavoro indennizzabile dall’INAIL.

Il dipendente colpito da malattia stress-correlata può ottenere l’indennizzo INAIL se dimostra il nesso causale tra la malattia stesso e l’eccesiva mole di lavoro sopportata nell’ultimo periodo.

È quanto stabilito dalla Cassazione che ha confermato il consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui malattia stress-correlata (nel caso in esame un infarto) può ben dipendere da stress lavoro-correlato e costituire, dunque, infortunio sul lavoro indennizzabile da parte dell’INAIL.

L’infortunio sul lavoro si verifica quando l’evento dannoso avviene per una causa violentain occasione di lavoro, determinando la morte del lavoratore, la sua inabilità permanente al lavoro (assoluta o parziale) o la sua inabilità temporanea assoluta con conseguente astensione dal lavoro per più di tre giorni.

L’infarto è considerato quale “causa violenta” in quanto, per il suo attuarsi in un brevissimo arco temporale ma in modo concentrato e intenso, ha il carattere della violenza.

Esso, inoltre, può avvenire in “occasione di lavoro” quando sussiste un nesso causale, anche indiretto, con l’attività lavorativa svolta o con le modalità del suo svolgimento. Mansioni che comportano sforzi fisici troppo intensi oppure carichi di lavoro e responsabilità che determinano stanchezza e stress accumulati in determinati periodi possono, pur se associati ad altre cause, provocare un infarto nel lavoratore.

La connessione infarto-lavoro fa sì che il primo possa considerarsi infortunio sul lavoroe generare la responsabilità indennitaria dell’INAIL.

Il nesso causale tra stress-infarto da un lato e condizioni di lavoro dall’altro non è escluso per il solo fatto che altre cause abbiano contribuito a determinare l’evento (per esempio particolare predisposizione del dipendente all’infarto, tabagismo, pregresse malattie ecc.).

La giurisprudenza prevalente, accolta dalla sentenza in esame, ritiene sufficiente, ai fini del nesso di causalità, che l’attività lavorativa abbia avuto un ruolo di concausa nella malattia stress-correlata, la quale non si sarebbe verificata senza tale fattore. Il dipendente deve quindi dimostrare che il “superlavoro” ha provocatocontribuito a provocare la malattia.

La prova del nesso causale può essere raggiunta tramite una perizia medico-legale. La sentenza in esame precisa che nel caso in cui vengano effettuate più perizie, il giudice deve indicare quella a cui preferisce aderire e per quali motivi.

Ultimo aggiornamento Venerdì 17 Febbraio 2017 09:49
 
Migliora il collegamento ospedale-territorio. Arrivano le nuove SDO. PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Giovedì 09 Febbraio 2017 08:31

Nella Gazzetta Ufficiale del 7 febbraio la pubblicazione del Decreto con il quale entra in vigore la nuova Scheda di dimissione ospedaliera che sostituisce quella prevista dal DM del 2000.

Rispetto alla precedente SDO, il nuovo decreto del Ministro Lorenzin prevede una mole maggiore di dati da raccogliere relativi ad ogni ricovero ospedaliero e prevede l’invio dei dati da parte delle Regioni con cadenza mensile anziché trimestrale.

Queste modifiche sono motivate dall’esigenza di poter analizzare più informazioni possibili relative ai ricoveri ospedalieri sia per migliorare le rilevazioni epidemiologiche che per rispondere a quanto previsto dalla normativa UE in riferimento all’assistenza sanitaria transfrontaliera.

La nuova SDO dovrà infatti rispondere all’esigenza di adeguare il contenuto informativo della scheda “alle esigenze di monitoraggio, valutazione e pianificazione della programmazione sanitaria, anche in considerazione degli orientamenti definiti dalla normativa dell'Unione europea”.

I dati saranno utilizzati anche per “il monitoraggio e la valutazione degli interventi sanitari, compresi i loro esiti, la definizione degli standard di qualità, l'efficacia e l'efficienza, il monitoraggio del rischio clinico per garantire la sicurezza del paziente”.

Secondo il ministerio della Salute le nuove SDO consentiranno di migliorare il monitoraggio  e la valutazione dell’assistenza sanitaria del “percorso nascita”, ma saranno anche utili a caratterizzare le reali condizioni dei pazienti al fine di valutare meglio l’appropriatezza delle prestazioni erogate, a monitorare il rispetto degli standard dei volumi di attività chirurgica per unità operativa e per operatore e a stimare con maggiore accuratezza gli esiti degli interventi sanitari e gli indicatori di qualità dell’assistenza erogata.


Tra le novità rispetto alla vecchia SDO la raccolta di informazioni sul livello di istruzione del paziente, la data di prenotazione della prestazione e la classe di priorità, eventuali trasferimenti da un ospedale all’altro, l’identificativo del chirurgo e dell’anestesista, la check list della sala operaoria, la rilevazione del dolore, la stadiazione condensata, la pressione arteriosa sistolica, la creatinina serica e la frazione di eiezione.

Si stabilisce infine un più stretto legame tra SDO e cartella clinica.

 

IL DECRETO.

Ultimo aggiornamento Giovedì 09 Febbraio 2017 08:34
 
Il dirigente non può effettuare visite di controllo in reparto PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Martedì 17 Gennaio 2017 15:55

Il dirigente, medico o infermieristico, che effettui visite durante l'orario di lavoro o convochi allo stesso modo il professionista, distogliendolo dalla sua attività, commette un illecito penale oltre che la lesione di un interesse legittimo rientrante nella sfera giuridica del professionista sanitario.

E' ben noto che molti Dirigenti, nel buon nome della loro carica di manager "autonomi", e forse anche troppo, svolgono visite personali di controllo in reparto, anche magari con il pretesto di valutare l'andamento degli utenti.

Tanto è vietato specificatamente dalla Legge 300/70 art. 6 che espressamente prevede visite personali allorquando "siano eseguite all'uscita dei luoghi di lavoro, che siano salvaguardate la dignità e la riservatezza del lavoratore e che avvengano con l'applicazione di sistemi di selezione automatica riferiti alla collettività o a gruppi di lavoratori."
E' di tutta evidenza come la norma de qua tuteli il professionista sanitario che improvvisamente, nel bel mezzo della propria attività, si veda piombare nel proprio reparto il Dirigente medico o infermieristico.

Tale tutela, come è ben comprensibile, non interessa solo l'aspetto professionale, che pure, nella sua rilevanza, potrebbe essere leso nel diritto di libertà ed autonomia professionale, ma anche la salvaguardia della dignità umana e la riservatezza dello stesso professionista, che potrebbe vedere compromesso (a seguito di tale controllo) il proprio rapporto di stima e di fiducia nei suoi confronti degli utenti a lui affidati, o dei familiari.

Le ipotesi nelle quali possono essere disposte le visite personali non possono riguardare mai una prestazione professionale, anche perché sul piano strettamente penale, un siffatto comportamento sarebbe punito dal C.P ai sensi degli art. 331 e 340 in quanto: "Chi, esercitando imprese di servizi pubblici! [358 comma 2] o di pubblica necessità! [359 n. 2], interrompe il servizio, ovvero sospende il lavoro nei suoi stabilimenti, uffici o aziende, in modo da turbare la regolarità del servizio, [340], è punito con la reclusione da sei mesi a un anno e con la multa non inferiore a lire un milione ![332, 635 n. 2]".

Ad ogni modo le relative modalità (visite personali di controllo) debbono essere concordate dal datore di lavoro con le rappresentanze sindacali aziendali (art. 6 L.300/70) o nella specie con le R.S.U., fermo restando che eventuali accordi o pattuizioni non potranno derogare ai sensi degli artt.2077-1418-1419 del C.C. rispetto a norme imperative di legge, nella specie il richiamato art. 6 dello Statuto Lavoratori che espressamente le vieta.

 
Tempi di attesa massimi in ospedale per visite, ricoveri ed esami. PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza AIILF   
Venerdì 18 Novembre 2016 10:08

I tempi d’attesa massimi previsti dalla normativa per visite ed esami diagnostici negli ospedali sono definiti nell’Accordo Stato Regioni dell’11 Luglio 2002. In particolare, tali tempi sono di 30 giorni per le visite specialistiche e di 60 giorni per gli esami diagnostici.

Sussiste il diritto del cittadino – superati i tempi massimi di ottenere la medesima prestazione medica ma con attività libero-professionale in intramoenia senza costi aggiuntivi rispetto al ticket già pagato.

Il modulo per inviare la richiesta all'ASL competente è disponibile a questo indirizzo.

Torniamo ora a parlare dei tempi massimi di attesa a seconda del tipo di patologia e di attività medica richiesta dal malato.

L’intesa Stato Regioni del 2002 fissa anche le classi di priorità per il ricovero e per l’ambulatoriale. Eccole qui di seguito:

Classe di priorità per il ricovero

CLASSE A

Ricovero entro 30 giorni per i casi clinici che potenzialmente possono aggravarsi rapidamente al punto da diventare emergenti, o comunque da recare grave pregiudizio alla prognosi.

CLASSE B

Ricovero entro 60 giorni per i casi clinici che presentano intenso dolore, o gravi disfunzioni, o grave disabilità ma che non manifestano la tendenza ad aggravarsi rapidamente al punto di diventare emergenti né possono per l’attesa ricevere grave pregiudizio alla prognosi.

CLASSE C

Ricovero entro 180 giorni per i casi clinici che presentano minimo dolore, disfunzione o disabilità, e non manifestano tendenza ad aggravarsi né possono per l’attesa ricevere grave pregiudizio alla prognosi.

CLASSE D

Ricovero senza attesa massima definita per i casi clinici che non causano alcun dolore, disfunzione o disabilità. Questi casi devono comunque essere effettuati almeno entro 12 mesi.

Questa categorizzazione, nata per i ricoveri chirurgici, può comunque essere di riferimento anche per i ricoveri di tipo medico.

Classe di priorità per le prestazioni ambulatoriali

Per le prestazioni ambulatoriali, in mancanza di indicazioni internazionali, si possono prendere come punto di partenza i risultati di alcune esperienze italiane e definire le seguenti classi di priorità:

CLASSE A

Prestazione la cui tempestiva esecuzione condiziona in un arco di tempo breve la prognosi a breve del paziente o influenza marcatamente il dolore, la disfunzione o la disabilità. Da eseguirsi entro 10 giorni.

CLASSE B

Prestazione la cui tempestiva esecuzione non influenza significativamente la prognosi a breve ma è richiesta sulla base della presenza di dolore o di disfunzione o disabilità. Da eseguirsi entro 30 giorni per le visite e entro 60 giorni per le prestazioni strumentali.

CLASSE C

Prestazione che può essere programmata in un maggiore arco di tempo in quanto non influenza la prognosi, il dolore, disfunzione, la disabilità. Da eseguirsi entro 180 giorni.

Le prestazioni per le quali non necessita individuare una priorità, tenendo conto che stiamo sempre parlando di primi accessi, sono da considerasi potenzialmente inappropriate e quindi da valutarne con attenzione la prescrivibilità.

Tempi di attesa massimi in ospedale su tutta Italia

Di seguito sono elencati i criteri principali per l’individuazione delle aree o delle prestazioni specialistiche sulle quali lavorare a livello regionale e nazionale:

  • tutte le prestazioni o ambiti le cui liste di prenotazione manifestano tempi di attesa superiori ad un valore limite fissato dalla Regione o ritenuto adeguato a livello nazionale;
  • tutte le prestazioni o ambiti che il livello regionale/nazionale ritiene ad alta complessità diagnostico terapeutica;
  • tutte le prestazioni o ambiti che il livello regionale/nazionale ritiene di alto valore socio sanitario;
  • tutte le prestazioni o ambiti connesse a particolari patologie per le quali il livello regionale/nazionale ha dichiarato di concentrare una particolare attenzione sulla tempestività dell’esecuzione.

Gli ambiti e le prestazioni di interesse nazionale sono:

Patologia oncologica

Questa tematica è molto sentita a livello nazionale e rappresenta un problema significativo per molte realtà regionali. La tempestività della diagnosi e della terapia oncologica, in termini di capacità di riduzione dei tempi di accesso alla diagnosi definitiva e alla conseguente terapia.

Le prestazioni di quest’area dove individuare obiettivi comuni sono le seguenti:

  • Effettuazione della prima visita specialistica per sospetta neoplasia entro 2 settimane dalla richiesta di prenotazione;
  • Effettuazione dell’intervento chirurgico di asportazione di neoplasia maligna, entro 30 giorni dal momento in cui è stata posta l’indicazione all’intervento da parte dello specialista;
  • Inizio del trattamento chemioterapico e/o radioterapico per neoplasia e, comunque, in accordo alle indicazioni previste nel singolo caso, entro 30 giorni dal momento indicato da parte dello specialista.

tempi appena esposti sono massimi da garantire su tutto il territorio nazionale.

 

Prestazioni ambulatoriali

Le prestazioni selezionate sono le seguenti:

  • RMN della colonna = tempo massimo di attesa 60 giorni
  • TAC cerebrale = tempo massimo di attesa 60 giorni
  • Ecodoppler dei tronchi sovraortici e dei vasi periferici = tempo massimo di attesa 60 giorni
  • Visita cardiologica = tempo massimo di attesa 30 giorni
  • Visita oculistica = tempo massimo di attesa 30 giorni
  • Esofagogastroduodenoscopia = tempo massimo di attesa 60 giorni
  • Ecografia addome = tempo massimo di attesa 60 giorni

 

Prestazioni di ricovero

Si ritiene che il tempo di attesa massimo nazionale si debba concentrare su poche prestazioni di ricovero che, per la loro rilevanza clinica e sociale siano particolarmente garantite (fatti salvi specifici casi con caratteri di emergenza/urgenza clinica o con criteri di priorità elevata che prevedono attese inferiori).

Ultimo aggiornamento Venerdì 18 Novembre 2016 10:10
 
Alcune precisazioni sul servizio di SKY TG24 PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Mercoledì 11 Gennaio 2017 14:52

Durante la diretta mattutina di SKY TG24, parlando di violenza sessuale, è stato mostrato questo grafico, dal quale si evincerebbe, e le parole dei cronisti lo sottolineavano, come l'Italia sia un paese con un tasso di violenza sessuale bassissimo rispetto ad altri paesi europei considerati "progressisti" ed "emancipati". Quasi a voler rassicurare gli spettatori e sminuire un problema che invece sembra riempire le pagine dei giornali.

Quello che invece non è stato sottolineato, mancanza piuttosto grave, è che il grafico era basato sulle denunce presentate, non sulle condanne.

Nessun riferimento inoltre alle differenze legislative tra i vari paesi.

Nei paesi scandinavi e nordeuropei, infatti, si denuncia molto di più rispetto ai paesi mediterranei, dove vige ancora in alcuni strati sociali la "convinzione" che tra marito e moglie non può esserci violenza sessuale, o che in fondo "la donna se l'è cercata".

Linee di pensiero che abbassano drasticamente il numero di denunce, falsando già di base i dati su cui si basa quella statistica.

Per fare un esempio in India è denunciato meno di uno stupro ogni 100,000 abitanti, in Svezia 180 stupri ogni 100,000 abitanti. Dati che ovviamente non possono, nel primo caso, essere veritieri.

Nei paesi citati, inoltre, la legislazione è mediamente più rigida, ed il concetto stesso di "violenza sessuale" è molto più ampio.

Offendere una donna con epiteti che rimandano al sesso, ad esempio (scusate la volgarità) "puttana", in Svezia è considerata violenza sessuale. Anche fare sesso senza preservativo, senza il consenso del partner, è stupro.

Altro dato quindi che lima ancora di più le differenze abissali presenti nel grafico mostrato e commentato dai giornalisti di SKY TG24.

In conclusione, che si parli di violenza sessuale è sempre un bene. E' un argomento che deve trovare ampio spazio nei resoconti giornalistici. Ma invitiamo i professionisti della cronaca ad informarsi un po meglio sull'argomento, per offrire agli spettatori un servizio utile di informazione e formazione.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 11 Gennaio 2017 15:00
 
Mastrogiovanni: una sentenza di dignità, anche professionale. PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza AIILF   
Giovedì 17 Novembre 2016 17:32

Più volte abbiamo stigmatizzato alcune sentenze, giudicandole troppo severe nei confronti degli infermieri, non preparati e sopratutto non competenti, per legge, a conoscere in maniera approfondita la terapia.

D'altro canto siamo sempre stati convinti, essendo la realtà, che l'infermiere sia un professionista autonomo, dotato di un proprio corpo di conoscenze e responsabilità.

La sentenza di appello che ha condannato gli 11 colleghi coinvolti nel caso di Franco Mastrogiovanni rientrano senz'altro nelle seconde valutazioni espresse.

Al processo di primo grado è stata sostenuta la tesi che gli infermieri non avevano il coraggio di disobbedire, anzi applicavano alla lettera le prescrizioni. In dodici saranno assolti perché hanno ritenuto di “obbedire a un ordine legittimo” e “non potevano prendere l’iniziativa” di sciogliere i lacci della contenzione, “tenuto conto della totale impreparazione scientifica, non avendo seguito corsi di aggiornamento”.

Questa tesi è stata giustamente contestata nel processo di secondo grado, dove il Giudice ha sostenuto, condannandoli, che gli infermieri “non sono meri esecutori di ordini dei medici, ma professionisti autonomi che avevano il dovere di rendersi conto delle condizioni del paziente”.

Il processo Mastrogiovanni, quindi, è un processo di dignità.

Dignità per una persona uccisa dall'incuria, dalla paura e dall'ignoranza (professionale), ma anche un riconoscimento, ancora una volta, della professionalità e del corpo di competenze degli infermieri.

La contenzione, già citata in nostri diversi articoli "Contenzione o protezione?", "Il consenso informato e le misure di contenzione", "Strategie di coinvolgimento di utenti e familiari nei servizi psichiatrici a porte aperte", "Legge Basaglia: l'infermiere, il TSO e la contenzione fisica.", NON è un atto medico (che peraltro NON esiste), ma una decisione da prendere in equipe, con il coinvolgimento dell'utente e dei familiari, di cui TUTTI i sanitari sono responsabili.

Ultimo aggiornamento Giovedì 17 Novembre 2016 17:32
 
« InizioPrec.12345678910Succ.Fine »

Pagina 6 di 46

Notizie flash

Corso di aggiornamento: INTERVENIRE SULLA SCENA DEL CRIMINE

Per informazioni contattare la Segreteria AcISF

o l'Ufficio di Presidenza AILF

 

Sono aperte le convenzioni con i seguenti hotel:

- Hotel Cine Music 06.70.39.30.77

Hotel Tuscolana 06.70.22.65.3

Hotel Piccadilly 06.70.47.48.58

Ultimi Articoli


Pubblicità

Link consigliati:


Ultime notizie

I più letti


Powered by Joomla!. Designed by: joomla templates vps Valid XHTML and CSS.