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DIRITTO ALL'UTILIZZO DEL TITOLO DI DOTTORE PDF Stampa E-mail
Scritto da KIM SAVOJNI   
Domenica 13 Marzo 2011 04:01

 

Il DM 22 Ottobre 2004, n. 270, "Modifiche al regolamento recante norme concernenti l'autonomia didattica degli atenei, approvato con decreto del Ministro dell'università e della ricerca scientifica e tecnologica 3 novembre 1999, n. 509", recita:
Art. 13, "Disposizioni transitorie e finali", Comma 7
A coloro che hanno conseguito, in base agli ordinamenti didattici di cui al comma 1, la laurea, la laurea magistrale o specialistica e il dottorato di ricerca, competono, rispettivamente, le qualifiche accademiche di dottore, dottore magistrale e dottore di ricerca.

La qualifica di dottore magistrale compete, altresì, a coloro i quali hanno conseguito la laurea secondo gli ordinamenti didattici previgenti al decreto ministeriale 3 novembre 1999, n. 509.

I laureati in infermieristica sono dottori; circa l'utilizzo del titolo sul luogo di lavoro, spetta ai diretti interessati far rispettare questo loro diritto.

E' importante ricordare che l'utilizzo del titolo di dottore è stato regolamentato dal Regio Decreto 4 Giugno 1938, n. 1269 (ancora in vigore), che all'art. 48 recita:

"il titolo di dottore spetta a coloro che hanno conseguito una laurea, e ad essi solo".

Questo significa che il titolo è strettamente legato al possesso di una laurea, indipendentemente dalla sua durata e dalla sua natura; quindi ci si può fregiare del titolo di dottore indipendentemente dalla propria posizione lavorativa, a condizione di essere laureati, ovviamente!


Nel nostro caso, avremo l'Infermiere Sig. Rossi (senza laurea) o l'Infermiere Dott. Rossi (con la laurea); il titolo di dottore spetta anche se la laurea non è del proprio ambito professionale.

 

Può piacere o non piacere, ma la legge è questa.


Ultimo particolare: l'utilizzo del titolo senza laurea è perseguibile per legge.

Il codice penale, art. 498, "Usurpazione di titoli o di onori" recita: "Chiunque abusivamente porta in pubblico la divisa o i segni distintivi di un ufficio o impiego pubblico, o di un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, ovvero di una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato, ovvero indossa abusivamente in pubblico l'abito ecclesiastico, è punito con la multa da lire duecentomila a due milioni. Alla stessa pena soggiace chi si arroga dignità o gradi accademici, titoli, decorazioni o altre pubbliche insegne onorifiche, ovvero qualità inerenti ad alcuno degli uffici, impieghi o professioni, indicati nella disposizione precedente. La condanna importa la pubblicazione della sentenza"


Quindi gli infermieri laureati sono Dottori, nulla di complicato.

 

 
Se l'orco è donna. PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Venerdì 04 Marzo 2011 10:02

Vanguard, tramite il canale satellitare Current, ha recentemente presentato un reportage sugli abusi e violenze sessuali perpetrati ai danni di minori o degli stessi figli da parte delle donne. Madri, baby sitter, vicine di casa, insegnanti. Il fenomeno presenta il triste aumento del 137% negli ultimi anni, contro il 23% di aumento degli abusi da parte degli uomini, anche se molto probabilmente sono solo le segnalazioni e le denunce ad essere aumentate, mentre prima rimaneva sottotraccia.

In Italia nel 2005 è stato presentato forse l'unico libro sull'argomento, scritto a 4 mani dalla Dott.ssa Petrone e dal Dott. Mario Troiano, psicologi e psicoterapeuti esperti di abusi su minori, dal titolo E SE L’ORCO FOSSE LEI?, edizioni Angeli. Questo libro mette in luce il fenomeno degli abusi al femminile e della pedofilia femminile. Parlare di donne abusanti e pedofile non è né comune né semplice, anche perché da sempre alla donna viene associato l’istinto di maternità che esclude, a priori, l’idea dell’abuso sui bambini. Pertanto, quando si parla di pedofilia, nell’immaginario collettivo scatta automaticamente la figura dell’uomo: giovane, di mezza età o anziano, ma pur sempre di sesso maschile. In realtà, la pedofilia colpisce sia uomini che donne.

Per questo motivo la “pedofilia al femminile” è un campo di studio ancora poco esplorato e per questo agli autori va il merito di aver puntato l’attenzione su un fenomeno che deve essere conosciuto e compreso, al fine di predisporre tutte quelle opportune forme di prevenzione e tutela di un bene fondamentale quale è quello dell’integrità della salute psico-fisica del minore.

Vi sono diverse tipologie di donne pedofile: la pedofilia latente, occasionale, dalla personalità immatura, regressiva, la pedofilia aggressiva, la pedofilia omosessuale. E’ tuttavia difficile tracciare un quadro completo e ben delineato di questo fenomeno. La pedofilia femminile, come quella maschile, si cela all’interno delle mura domestiche, tra segreti, sentimenti di amore-odio e rapporti pericolosi.

Per approfondire almeno parzialmente l'argomento pubblichiamo inoltre un articolo pubblicato sul sito ADIANTUM, una associazione che raccoglie le associazioni che in Italia si occupano di tutela dei minori, che ringraziamo per la disponibilità alla pubblicazione.

Il sito del Canadian Children’s Right Council (Consiglio per i diritti dei bambini canadesi) riferisce che le insidie più comuni per un bambino sono i parenti: le madri in cima alla lista. Ma in realtà chiunque potrebbe rappresentare un pericolo per un bambino come: baby-sitter, vicini di casa, insegnanti ecc.

Le vittime di abusi sessuali materni non si trovano a combattere solo con il dramma del ricordo, ma anche con l’estremo isolamento nel quale si sentono scaraventate; convinte che pochi o nessuno sarà disposto a credere alla verità che portano dentro.L’abuso madre-figlia/o è un argomento che riceve poca attenzione da parte dei ricercatori, servizi di supporto e dai media. Il rapporto sessuale tra madre e figlio/a spesso è accolto con scetticismo o shock da parte di parenti, amici e anche dai professionisti della salute mentale. La società si aspetta che sia l’uomo a macchiarsi del crimine più turpe che l’umanità abbia mai conosciuto, certamente non la madre. L’abuso sessuale è da sempre invischiato nel contesto del potere maschile e dell’aggressività. Quest’ultima viene spesso considerata strettamente collegata al primo.

Il profilo socio-psicologico

Le principali cause scatenanti l’abuso sessuale materno possono essere: la separazione, l’abbandono e la perdita del coniuge. Alcune donne possono essere state a loro volta vittime di abusi intrafamiliari come abusi emozionali, maltrattamento fisico e/o incuria, traumi che possono aver contribuito all’emergere di un sentimento di rivalsa per quell’innocenza rubata. Dopo anni di violenze subite, nell’età adulta può nascere in loro il desiderio di dimostrare agli altri, ma soprattutto a se stesse, la propria femminilità ricoprendo un ruolo attivo, scegliendo la vittima tra le vittime, i loro figli. Altre cause possono essere individuate nell’assenza di una figura parentale durante l’infanzia o nella responsabilità precoce nel dover sostenere economicamente la famiglia. Depressione, sentimenti di alienazione e isolamento, un passato di attività sessuale compulsiva o indiscriminata, abuso di alcool e/o sostanze stupefacenti. Matthews chiama questa tipologia il “tipo predisposto”, in cui l’abuso su minore in età adulta, è facilitato da abusi sessuali subiti nella propria famiglia d’origine. La causa dell’abuso può essere attribuita più ad aspetti situazionali o ambientali che a caratteristiche individuali. Gli abusanti di questo tipo possiedono una personalità immatura perché spesso si trovano ad anteporre le proprie esigenze a quelle dei propri figli, e cercano da loro, sostegno emotivo; meccanismo che spesso porta a un rovesciamento di ruoli (Mitchell e Morse, 1998; Rosencrans, 1997).

Secondo l’opinione di Finkelhor e Araji, l’eccitazione sessuale si riferisce alla risposta fisiologica suscitata da pensieri o azioni sessuali con minori, e può in parte essere il risultato di un condizionamento da precedenti esperienze traumatiche. Per blocco ci riferiamo a un’incapacità di soddisfare i bisogni sessuali o emotivi attraverso relazioni eterosessuali/omosessuali adulte, per motivi di sviluppo o situazionali. La disinibizione può essere aggravata da fattori di stress ambientali e personali. La madre abusante spesso non possiede una ben chiara demarcazione riguardo ai confini da rispettare nel rapporto con i propri figli. Molte volte la figlia abusata può essere percepita come un’estensione fisica del proprio corpo. Le vittime rischiano di non riuscire ad attribuire un senso al proprio sé, come persona emotivamente, fisicamente e sessualmente “altra” rispetto alla figura abusante (Rosencrans, 1977; Fitzroy, 1997).

Tra le donne abusanti, non devono essere comprese solo quelle che in prima persona si macchiano del crimine, ma anche coloro che per paura di essere abbandonate dal compagno/coniuge, cedono la propria figlia come dono sessuale[2]. In questa relazione incestuosa che ha il sapore di un patto demoniaco, il legame ancestrale tra madre e figlia assume l’aspetto necrotico di un tessuto familiare impossibile da ricostruire. Una delle principali motivazioni addotte dalle stesse donne è la paura di essere lasciate dal partner, e per impedire che ciò avvenga sono disposte a soddisfare ogni sua richiesta, spingendosi anche al di là del limite, costringendo i propri figli a partecipare alle attività sessuali della coppia. Questa tipologia di donne può essere ricondotta al disturbo di personalità dipendente, contraddistinte cioè da grande vulnerabilità ed estremo bisogno di essere amate. Si legano affettivamente in modo intenso a figure inappropriate e si rivelano smodatamente dipendenti dalle decisioni altrui, bisognose di rassicurazioni e in preda a terrori abbandonici.

La terza tipologia di donna che può definirsi responsabile dell’abuso ai danni di uno o più dei suoi figli, è la madre “ambivalente”. È una madre consapevole degli abusi che il padre biologico dei suoi figli o il compagno mette in atto. È una donna e una madre vile, che non ha il coraggio di prendere una posizione, teme la disgregazione della famiglia a causa di una possibile carcerazione del proprio partner e ripercussioni economiche. L’ultima tipologia di madri che vivono l’abuso intrafamiliare nel silenzio delle mura domestiche è rappresentata dalla madre “poco protettiva”, che priva il proprio bambino di qualsiasi sostegno affettivo. Spesso si rivelano personalità fragili, con esperienze di depressione, vittime di abusi emotivi, trascuratezza o addirittura abuso sessuale nella propria infanzia e/o adolescenza. Possono essere assoggettate al partner perché violento nei loro confronti. La paura interiorizzata in anni di deprivazioni e violenze, atrofizza la loro capacità di carpire gli abusi e di agire per opporvisi. Come afferma Furniss: «l’incesto e l’abuso continuato a lungo termine sono improbabili in una famiglia con un rapporto madre/figlia improntato a sentimenti di fiducia e protezione» (Everson, 1997).

 

Le risposte della vittima all’abuso

Vittime di abusi materni, quando decidono di confidarsi con qualcuno riguardo all’orrore subito proprio da quelle braccia “protettive”, vengono spesso attaccate con frasi del tipo: «Lei è pur sempre tua madre, dovresti provare a parlarle». Tendono a sentirsi molto confuse riguardo al significato attribuito all’esperienza subita. Le risposte all’abuso possono configurarsi mediante la negazione della violenza: «Mia madre non avrebbe mai fatto una cosa del genere a me, sono la/il sua/o bambina/o», o attraverso la minimizzazione dell’abuso: «Come poteva essere cattiva. Il suo modo di agire non era violento». Per le vittime, la duplice immagine della madre come fonte di vita e allo stesso tempo di morte “potenziale”, così come l’identificazione con l’abusante come donna e madre, può essere fonte di grande dolore e angoscia (Rosencrans, 1997; Fitzroy, 1997).

Altre vittime invece colpiscono duramente questi comportamenti, percependo peggiore l’abuso perpetrato dalle madri, rispetto a quello paterno. Una ragazza abusata dal padre dall’età di cinque anni con rapporti sessuali completi e rapporti orali durati fino all’età di undici anni, ha riferito in seguito che le violenze subite da suo padre sono state meno invasive di tutti gli abusi sessuali che fu costretta a subire dalla madre e dalla nonna (Denov, 2004).

Si percepisce quel senso profondo di tradimento quando l’abusante è la madre perché è come se non esistesse più un posto sicuro in cui rifugiarsi, è come se non esistesse più nessuna persona verso la quale tendere le braccia per essere consolati e rassicurati dalle paure del mondo esterno. Come dice Alice Miller, il ricordo del dolore subito è così difficile da superare che l’autoinganno è sempre in agguato.

Per il bambino maltrattato è impossibile vivere in maniera cosciente le violenze subite che vengono immagazzinate sotto forma di reminescenze inconsce. L’autoinganno sta nel fatto che, anche se non è consapevole della sofferenza passata, i ricordi immagazzinati cominceranno a premere a poco a poco, e come truppe nemiche cercheranno di abbattere le mura cinte che i nostri meccanismi di difesa erigono per proteggerci. Queste spinte che vengono dal profondo, a volte inducono l’adulto a mettere in atto scene già vissute, e come in un déjà vu la violenza tende a riproporsi in una sequela instancabile atta ad esorcizzare le paure mai sopite. Nelle vesti del carnefice si ritrova a ripetere quegli atti brutali, permettendo così alle sue inquietudini di placare il loro grido.

A volte, quando le vittime di abuso materno riescono ad ammettere a se stesse la relazione incestuosa con la figura di attaccamento, una delle soluzioni per liberare se stesse dalla visione di una madre orrifica, è trasferire la colpa sulla propria persona, come se dicessero: «se mia madre mi ha fatto questo ci deve essere qualcosa di sbagliato in me, perché lei è mia madre, non avrebbe agito così se non lo avessi meritato». Questo meccanismo di difesa assunto da molte vittime adulte di abuso intrafamiliare, è un processo inconscio, un bisogno di protezione che consiste nell’identificazione con la figura dell’aggressore. Nell’incapacità di comprendere perché è costretta a subire quelle violenze, la vittima cerca inconsciamente di giustificare il suo aggressore sminuendo l’atto aggressivo, rendendo così, l’esperienza meno traumatica. È la sindrome di Stoccolma[3], con una maggiore probabilità di manifestarsi tanto più a lungo si è perpetrato l’abuso, quanto più la vittima è giovane e di sesso femminile.

Se l’autrice dell’abuso percepisce se stessa come una vittima delle circostanze o del proprio compagno, il vero oggetto della violenza, il bambino, potrebbe provare compassione nei suoi confronti con conseguente paura di perderla. Questa dinamica rende assai difficile per le vittime vedere la propria madre come la vera responsabile del trauma.

Alcune persone hanno l’abitudine a creare un’immagine dell’altro, facendo riferimento a categorie estreme, cioè come buono o cattivo. Per i bambini questa modalità di pensiero rappresenta la norma. Per le vittime di questi abusi, questo comune codice di ragionamento può guidare il loro comportamento per tutta la vita, impadronirsi di loro, destabilizzando la loro intera esistenza.

Mentre i padri incestuosi possono servirsi della violenza instaurando in famiglia una sorta di clima del terrore, la madre incestuosa raramente si mostra violenta; il ruolo di madre le è sufficiente a manipolare il proprio bambino inducendolo in maniera subdola a fare ciò che le sue perversioni pretendono. In alcuni nuclei familiari invece, il padre può essere percepito come un estraneo dalla madre; quest’ultima vedendosi come l’unica figura genitoriale in grado di accudire i suoi figli, potrebbe sviluppare un rapporto morboso, come se detenesse un diritto esclusivo sui bambini. In altre situazioni invece, il marito/compagno della donna può essere violento, e il figlio maschio può sentirsi in diritto di difendere la madre dalle aggressioni, diventandone anche l’amante. In entrambi i modelli familiari disfunzionali, il bambino è costretto a subire un ribaltamento di ruoli, non più come oggetto di cure da parte soprattutto della figura materna, ma come adulto desideroso di compiacerla, rassicurarla e proteggerla.

A causa di questo cambio d’“abito”, la violenza subita prima o poi prenderà il pagamento del proprio pedaggio. Senza rendersene conto potrebbe diventare un uomo molto remissivo, sentendosi in dovere di proteggere la propria partner sessuale come faceva da bambino con la propria mamma. Alcuni uomini, vittime di abusi durante l’infanzia/adolescenza, scelgono di difendersi dal ricordo traumatico attraverso un atteggiamento di costante stato di collera o di rabbia – una delle poche emozioni considerate socialmente accettabili per gli uomini. Un atteggiamento potrebbe essere quello avversativo nei confronti di tutte le donne indistintamente, diventando manipolatore, maniaco del controllo, inaffidabile e violento. Molti altri affrontano l’abuso annebbiando i ricordi con l’abuso di alcool, sostanze stupefacenti, evitando addirittura i rapporti intimi; intorpidendo i loro sentimenti, si costringono a non vedere le cicatrici, cadendo preda della depressione e dell’ansia.

Molte donne abusate dalle proprie madri vedono riflessa nei loro occhi l’immagine della propria figura di attaccamento, costringendosi a vivere un’esistenza triste sia come donna che come madre. Possono sviluppare la convinzione di poter rappresentare un pericolo per i bambini e di non poter restare sole in loro compagnia. Questo sentimento d’inaffidabilità può indurle a desistere dal diventare mamme.

 

[1] http://www.candiancrc.com/Child_Abuse/Child_Abuse.aspx

[2] Secondo l’articolo 609 bis codice penale, si macchia del delitto di violenza sessuale: chiunque, con violenza o minaccia, o abusando della propria autorità, costringa taluno a compiere o subire atti sessuali; chiunque induca taluno a compiere o subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica che affliggono la persona offesa al momento del fatto; chiunque induca taluno a compiere o subire atti sessuali traendo in inganno la persona offesa per essersi sostituito ad altri. La legge italiana non prevede solo la presenza di un atto costrittivo, ma anche induttivo, cioè la costrizione non solo fisica ma anche psicologica operata ai danni del minore. Il reato di violenza sessuale è punito con pene particolarmente aspre quando la vittima non abbia compiuto ancora i 10 anni. È, altresì, aggravato se i fatti siano stati commessi nei confronti di un minore che non abbia ancora compiuto i 14 anni, oppure i 16 ove il reo sia il nonno, il genitore (anche adottivo) o il tutore.

[3] Il termine deriva da una rapina avvenuta a Stoccolma il 23 agosto 1973, in cui due evasi entrati in una banca per una rapina, vengono costretti dalle forze di polizia ad asserragliarsi nella banca dopo aver preso in ostaggio quattro impiegati. Saranno proprio questi a frapporsi fra i rapitori e la polizia al momento della liberazione. Durante il processo, le vittime prendono la difesa dei rapitori. Una degli ostaggi, dopo il processo sposa uno di loro.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 04 Dicembre 2013 15:34
 
Se l'orco è donna. PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Venerdì 04 Marzo 2011 09:30

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Ultimo aggiornamento Venerdì 04 Marzo 2011 09:42
 
Agli amici. PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Venerdì 24 Dicembre 2010 14:27

 

Cari amici e soci AILF,

giunge al termine il 2010, il primo vero anno di piena attività dell'associazione. In questi casi è usuale fare due conti, per rassicurarsi e per programmare il futuro; due conti che intendo fare velocemente e senza perdere troppo tempo a magnificare i risultati che abbiamo ottenuto grazie a tutti voi.

E' stato comunque un grande anno, pur essendo giovani e senza appoggio di collegi IPASVI od istituzioni siamo riusciti ad ottenere ottimi risultati, grazie alla serietà, alla credibilità ed alla passione che siamo riusciti a trasmettere ai colleghi, alle altre associazioni, in Federazione e nel mondo accademico.

Il master telematico della UniPegaso è il primo traguardo, intermedio, che siamo riusciti a raggiungere, ben 17 lezioni nuove rispetto allo stesso master dell'anno precedente, nuovi docenti, quasi esclusivamente infermieri forensi, nuovi argomenti più attinenti alla professione, maggiore attenzione allo specifico infermieristico forense, ci hanno permesso, grazie alla disponibilità dell'Università, di poter presentare un progetto formativo nuovo, innovativo e costruito da infermieri per infermieri. La collaborazione non si esaurirà, anzi, per l'anno accademico che sta per cominciare speriamo di poter entrare ancora più in sintonia con UniPegaso e con i suoi ECP che propongono il master per aggiustare ancora il tiro e migliorare ulteriormente questa importante offerta formativa.

Con l'ECP Perform@ di Bologna stiamo studiando nuove opportunità di collaborazione e di presenza nel mondo accademico; essendo ancora nella fase di programmazione sarà, speriamo, una sorpresa per il 2011.

Sono allo studio anche altre possibilità di collaborazione in ambito accademico, ma per esse vale lo stesso pensiero espresso prima. Le soprese potrebbe essere più di una!

I rapporti con le altre associazioni, siano esse sindacali o professionali, sono stati rinsaldati, anche grazie alla disponibilità di molte di esse a contattarci e confrontarsi con il mondo legale e forense, che sempre più spesso, ed in maniera trasversale, interessa il lavoro infermieristico; tutte le convenzioni aperte sino ad oggi sono ovviamente riconfermate anche per il 2011.

Altro campo di azione che nel 2010 è stato particolarmente battuto è quello degli albi CTU e periti nei Tribunali; molti soci AILF hanno presentato la domanda ed in alcuni Palazzi di Giustizia la commissione si è riunita, deliberando l'apertura degli albi stessi, permettendo così agli infermieri forensi di farsi conoscere ed apprezzare per la

professionalità che sono in grado di esprimere.

Un capitolo importantissimo del 2010 è stato il nostro primo Congresso Nazionale. Prima di ogni altra cosa occorre ringraziare ancora una volta quei colleghi che, nonostante il moneto di crisi, sono riusciti ad intervenire provenendo dalla Sicilia, dalla Puglia, dal Piemonte, dalla Calabria. I commenti positivi che l'associazione ha ricevuto sono stati la ciliegina sulla torta di un anno difficile, intenso, complicato ma esaltante.

Nel corso del prossimo anno non vogliamo continuare però in questo modo. Vogliamo migliorare ancora. L'infermieristica legale e forense è una delle grandi scommesse della professione, forse la più innovativa al momento e sicuramente una delle più interessanti per tutti gli altri colleghi. Farsi conoscere e crescere è dunque una necessità, ed un piacere, che vorremmo condividere con tutti i soci che, al buio, ci hanno dato fiducia.

Siete però sopratutto voi che potete aiutarci in questa sfida; la diffusione capillare della conoscenza del proprio ambito professionale, della cognizione dei risvolti legali del proprio operato e la credibilità e competenza dell'AILF passano dalle vostre mani tutti i giorni, in tutti i luoghi di lavoro, in ogni rapporto che instaurate con colleghi ed aziende.

L'aiuto che chiediamo ai soci AILF non si ferma a questo, anche l'associazione ha bisogno di un aiuto concreto; mancano all'appello ancora molte regioni per le quali nessuno ancora si è offerto come Delegato regionale, invitiamo quindi chiunque abbia un minimo di tempo da dedicare ai rapporti con le istituzioni ed i colleghi sul

territorio a proporsi per questo ruolo.

Anche l'Ufficio di Presidenza necessita di collaboratori, il collega Mauro Aimi, per altri impegni nei quali gli auguriamo di ottenere gli stessi ottimi risultati sino ad adesso conquistati, non potrà più ricoprire l'incarico di Direttore delle pubblicazioni ed in particolare continuare a gestire il sito web dell'AILF; esortiamo quindi chi abbia conoscenza dell'applicativo Joomla, che utilizziamo per il sito, a contattare l'Ufficio di Presidenza.

Crediamo e speriamo di aver fatto un buon lavoro sino ad adesso e grazie al sostegno dei soci consideriamo di poter continuare questo percorso anche nel prossimo anno.

L'Uffico di Presidenza dell'AILF augura a tutti, amici e soci, un sereno Natale ed uno splendido 2011.

Ultimo aggiornamento Venerdì 04 Marzo 2011 09:44
 
Piccolo vademecum dei diritti infermieristici PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Domenica 30 Gennaio 2011 11:23

In questo piccolo, incompleto e costantemente aggiornato elenco sono illustrati alcuni diritti fondamentali degli infermieri.

Sono diritti semplici, chiaramente espressi nei contratti e nelle leggi, dove è possibile infatti saranno indicati i riferimenti legislativi, e per ottenere che questi diritti vengano applicati non servono complicate e lunghe discussioni con le Direzioni sanitarie, basta semplicemente pretendere che vengano rispettati dal proprio Coordinatore.

Alcuni, come vedrete, sfatano anche alcune “leggende metropolitane” che ci portiamo dietro da anni.


Ferie

- l'infermiere ha diritto a 15 giorni continuativi di ferie nel periodo estivo (1 giugno-30 settembre). Per legge la domenica ed i festivi non sono conteggiabili come ferie, quindi i giorni reali di ferie spettanti nel periodo estivo sono 15 + le festività. (Art. 9 D.Lgs.66/03, Art. 2109 c.c., Legge 22 .02. 1934, n. 370 e Art. 36 comma 3 della Costituzione Italiana)

- Le ferie non possono essere imposte al dipendente. Al di fuori del periodo estivo le ferie sono concesse in base alle esigenze di servizio, è cioè facoltà dell'Azienda rifiutarle, con motivazione. (Commi 8 e 9, art. 19, CCNL 1995)

- le ferie sono un diritto irrinunciabile, l'Azienda non può pagare il dipendente per non farle, solo in caso di licenziamento è possibile richiedere il pagamento delle ferie non godute (comma 8 e 15- art. 19 – CCNL 1995)

- se non è possibile fare le ferie nell'anno di maturazione, devono essere fatte entro i primi 6 mesi dell'anno successivo se la causa sono motivate esigenze di servizio, entro aprile se dipende da motivi personali dell'infermiere (comma 11 e 12 – art.19 - CCNL 1995)


Reperibilità

- la reperibilità, in realtà si chiama Servizio di Pronta Disponibilità (SPD) è possibile solo in alcuni reparti, le sale operatorie e le strutture di emergenza, non è quindi possibile avere il SPD negli altri reparti o unità operative. (comma 11 – art. 7 – CCNL integrativo 20/09/2001)

- non possono fare il SPD i coordinatori (ex Caposala) e gli oss inquadrati nel ruolo tecnico (cioè tutti o quasi) (comma 11 art. 7 – CCNL integrativo 20/09/2001)

- per un turno di SPD fatto in un giorno festivo, con chiamata o meno, l'infermiere ha diritto ad un giorno di riposo compensativo nella settimana successiva. Ma va richiesto solo nel caso in cui si abbiano delle ore di surplus, in quanto il riposo compensativo verrà conteggiato con 6 ore di debito orario (comma 6 – art. 7 – CCNL integrativo 20/09/2001)

- i turni di reperibilità non possono essere superiori a 6 nel mese (comma 10 – art. 7 – CCNL integrativo 20/09/2001)

- i turni di reperibilità sono di 12 ore e possono essere 2 consecutivi, quindi di 24 ore, solo nei festivi (comma 6 e 7 – art. 7 – CCNL integrativo 20/09/2001)

- il SPD è possibile solo la notte e nei festivi (comma 6 – art. 7 – CCNL integrativo 20/09/2001)


Orario di lavoro

- l'orario di lavoro non può superare le 8 ore giornaliere o 48 ore settimanali, le 12 ore giornaliere in casi eccezionali (le ore vanno calcolate dalle ore 00.00 alle ore 23.59) (Regio Decreto Legge n. 692, Regio Decreto n.1955 e D.Lgs 66/2003)

- il turno di lavoro, per essere considerato tale, deve essere superiore alle 4 ore. Se vengono lavorate meno di 4 ore non verranno corrisposte le indennità di turno, percepite a qualsiasi titolo. (Regio Decreto Legge n. 692, Regio Decreto n.1955. D.Lgs 66/2003)

- tra un turno di lavoro ed il successivo l'infermiere ha diritto a 11 ore consecutive di riposo (D.Lgs 66/2003)

- è possibile derogare alle 11 ore di riposo solo tramite appositi accordi sindacali che vengano scritti nel contratto integrativo aziendale (CCNL del 2008)

- ogni 7 giorni, non ogni settimana, l'infermiere ha diritto ad un riposo continuativo di 24 ore, da sommare alle 11 tra turno e turno, quindi 35 ore. (D.Lgs 66/2003)

- le ore lavorate in più, quindi in straordinario, sono di esclusiva dipendenza dell'infermiere, che può decidere se averle in pagamento o come recupero ore. Nel caso si decida per il pagamento, se si lavora su 3 turni, si possono richiedere come straordinario notturno festivo (se per legge la notte e la domenica non si dovrebbe lavorare ed io ho delle ore in più, se ne deduce che le ho fatte di notturno festivo)


Chiamata in servizio

- non esiste nessuna legge o contratto che obblighi l'infermiere a lasciare il proprio numero di telefono in reparto. Questo è d'obbligo solo per chi ha il SPD. E' possibile richiedere, tramite modulo disponibile sul sito del Garante della Privacy, la cancellazione del proprio numero telefonico da tutti i luoghi non essenziali.

- L'esposizione del turno di lavoro, per sentenza della Cassazione n°14668 deve essere disponibile entro il 20 del mese precedente

- il turno è impegnativo sia per l'infermiere che per l'Azienda, le modifiche non sono possibili senza comunicazione ed approvazione da parte di entrambe le parti, le eventuali chiamate in servizio, a qualsiasi titolo, sono possibili solo ed esclusivamente tramite ordine di servizio

- l'ordine di servizio deve essere scritto, motivato, indicare la data, provenire dal Responsabile del Servizio, avere carattere di eccezionalità ed essere consegnato con almeno 24 ore di preavviso. (art. 28 CCNL 1995, art. 34 CCNL 1999)

- la telefonata a casa o anche l'ordine di servizio giunto con meno di 24 ore di preavviso, sono fallaci e quindi contestabili, in quanto hanno le caratteristiche del SPD e non dell'eccezionalità e dello straordinario. L'assenza improvvisa di un collega dovrebbe essere evento previsto dalla Direzione e non lasciato alla "buona volontà" dei Coordinatori e degli infermieri che rispondono comunque al telefono di casa o al cellulare.


Attività

A parte tutta la giurisprudenza, DM 739 e legge 43/06 in primis, sulle mansioni è efficace riportare la Sentenza della Corte di Cassazione n.1078 del 1985: "Non compete all’infermiere, ma al personale subalterno, rispondere ai campanelli dell’unità del paziente, usare padelle e pappagalli per l’igiene del malato e riassettare il letto”, Già nel 1985, ben prima della legge 42/99 che ci ha resi dei professionisti intellettuali, era stato chiarito che non spetta a noi il rifacimento dei letti o il portar padelle...


Nel profilo professionale dell'infermiere, D.M. 14 settembre 1994, n. 739, all'art. 3, comma F si legge:

"per l'espletamento delle funzioni si avvale, OVE NECESSARIO, dell'opera del personale di supporto;"

In giurisprudenza "ove necessario" NON SIGNIFICA, come vogliono farci credere, "dove è presente", ma che è l'infermiere stesso che DECIDE se e quando ha bisogno del personale di supporto. Così come decide se e quando utilizzare un presidio, ad esempio i guanti, che l'Azienda è obbligata a fornire.


L'art 49 del codice deontologicoo dice chiaramente:L’infermiere, nell’interesse primario degli assistiti, compensa le carenze e i disservizi che possono ECCEZIONALMENTE verificarsi nella struttura in cui opera. RIFIUTA la compensazione, documentandone le ragioni, quando sia ABITUALE o RICORRENTE o comunque pregiudichi sistematicamente il suo mandato professionale"

Le parole chiave sono ECCEZIONALMENTE, RIFIUTA, ABITUALE e RICORRENTE... e non, come sono solito farci credere "nell'interesse degli assistiti" e "compensa"...

Impariamo a leggere correttamente le regole ed a farle applicare a nostro vantaggio. Questo articolo del nostro codice deontologico dice che NOI RIFIUTIAMO la COMPENSAZIONE quando è ABITUALE o RICORRENTE, mentre la accettiamo, ovviamente, per l'interesse degli assistiti, quando è un evento ECCEZIONALE...


Dotazioni di personale

Per questo punto riferirsi a questo articolo.


Come comportarsi, cosa fare?

Nel caso che questi diritti o queste leggi non vengano rispettati le possibilità sono molteplici. Si può inizialmente scrivere all'Azienda, sempre protocollando il tutto, chiedendo la risoluzione del problema, ci si può rivolgere ad un sindacato, ad un legale o alla nostra associazione. Si può ricorrere, nei casi più gravi, alla Direzione Provinciale del Lavoro o alla Magistratura. In alcuni casi, come lavorare sotto organico o predisporre ricoveri in barella in corsia, vige addirittura l'obbligo di denuncia da parte dell'infermiere.

Lo riportiamo per completezza:

Obbligo di denuncia
I pubblici ufficiali e gli incaricati di pubblico servizio devono denunciare all'autorità giudiziaria o ad un'altra autorità che a quella abbia l'obbligo di riferire, la notizia di ogni reato perseguibile d'ufficio di cui siano venuti a conoscenza nell'esercizio o a causa delle loro funzioni o del loro servizio. Questo è stabilito dall'art. 331 del codice di procedura penale. Per "notizia di reato" s'intende l'esposizione degli elementi essenziali del fatto, il giorno dell'acquisizione della notizia, nonché le fonti già note. La denuncia dovrebbe contenere le generalità della persone al quale il fatto è attribuito, della persona offesa e di coloro che siano in grado di riferire circostanze particolari rilevanti per la ricostruzione dei fatti (art. 332 cod. proc. pen.). Per il pubblico ufficiale, la denuncia costituisce preciso obbligo di legge e la sua omissione costituisce reato (artt. 361, 362, 365 cod. pen). Tra i reati specifici a danno dei minori di cui gli insegnanti possono venire a conoscenza, perseguibili d'ufficio e per i quali vi è quindi obbligo di denuncia, si possono menzionare:


Un ultimo appunto, sul diritto più evidente ed irrinunciabile dell'infermiere italiano: PRETENDERE DI ESSERE CONSIDERATO UN PROFESSIONISTA. Perchè troppo spesso è un diritto/dovere al quale rinunciamo...

Ultimo aggiornamento Mercoledì 10 Luglio 2013 07:34
 
25 novembre, Giornata mondiale contro la violenza sulle donne PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Giovedì 25 Novembre 2010 14:14

Tramite la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha designato il 25 novembre come la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne e ha invitato i governi, le organizzazioni internazionali e le ONG ad organizzare attività volte a sensibilizzare l'opinione pubblica in quel giorno.

L'Assemblea Generale dell'ONU ha ufficializzato una data che fu scelta da un gruppo di donne attiviste, riunitesi nell'Incontro Femminista Latinoamericano e dei Caraibi, tenutosi a Bogotà (Colombia) nel 1981. Questa data fu scelta in ricordo del brutale assassinio del 1960 delle tre sorelle Mirabal, considerate esempio di donne rivoluzionarie per l'impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leónidas Trujillo (1930-1961), il dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell'arretratezza e nel caos per oltre 30 anni.

In Italia solo dal 2005 diversi Centri antiviolenza e Case delle donne hanno iniziato a celebrare questa giornata. Ma negli ultimi anni anche istituzioni e vari enti come Amnesty International festeggiano questa giornata attraverso iniziative politiche e culturali. Nel 2007 100 mila donne (40 mila secondo la questura) hanno manifestato a Roma "Contro la violenza sulle donne", senza alcun patrocinio politico. È stata la prima manifestazione su questo argomento che ha ricevuto una forte attenzione mediatica, anche per le contestazioni che si sono verificate a danno di alcuni ministri e di due deputate.

L'AILF è da sempre impegnata nella lotta contro la violenza sulle donne, con la formazione e la stimolazione a tesi e studi. Nei paesi anglosassoni è un infermiere forense ad occuparsi delle vittime di stupro.


 
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Corso di aggiornamento: INTERVENIRE SULLA SCENA DEL CRIMINE

Per informazioni contattare la Segreteria AcISF

o l'Ufficio di Presidenza AILF

 

Sono aperte le convenzioni con i seguenti hotel:

- Hotel Cine Music 06.70.39.30.77

Hotel Tuscolana 06.70.22.65.3

Hotel Piccadilly 06.70.47.48.58

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