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LA RIANIMAZIONE CARDIOPOLMONARE E L'ACCANIMENTO TERAPEUTICO. LA QUESTIONE DEL“LIMITE” PDF Stampa E-mail
Scritto da Silvia Berardi   
Sabato 16 Luglio 2011 09:46

La professione infermieristica e' una delle professioni in continua evoluzione, essa e' stimolata dalla metodologia scientifica, aperta al rinnovamento, ed il suo obiettivo e' il benessere della persona.

L’attività di rianimazione cardiopolmonare è un’attribuzione “storica” dell’infermiere, inoltre gli attuali ordinamenti dei diplomi di laurea prevedono l’insegnamento di moduli didattici legati all’emergenza sanitaria con l’insegnamento di manovre che vanno ben oltre la manovre rianimatorie di base. L’infermiere ha il dovere di intervenire quando se ne ravvisi la necessità in quanto questo tipo di attività è sua originaria e non deriva da una delega di funzioni.

In questo contesto vorrei far riferimento al Dott. Luca Benci (Giurista e Direttore della rivista “Diritto delle professioni sanitarie”) sull'argomento del dovere di intervenire e di intervenire correttamente.

Il mancato intervento ovvero,omissione di soccorso, ex art. 593 codice penale e, in determinate situazioni si può ipotizzare il rifiuto di atti d’ufficio.

-La prima ipotesi si verifica quando, come recita l’art. 593 c.p.

Chiunque, trovando abbandonato o smarrito un fanciullo minore degli anni dieci, o un'altra persona incapace di provvedere a se stessa, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia o per altra causa, omette di darne immediato avviso all'autorità è punito con la reclusione fino a tre mesi o con la multa.”

Alla stessa pena soggiace chi, trovando un corpo umano che sia o sembri inanimato, ovvero una persona ferita o altrimenti in pericolo, omette di prestare l'assistenza occorrente o di darne immediato avviso all'autorità.

Se da siffatta condotta del colpevole deriva una lesione personale, la pena è aumentata; se ne deriva la morte, la pena è raddoppiata.

-La seconda ipotesi si verifica invece, ai sensi dell’art. 328 cp.

I”l pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che indebitamente rifiuta un atto del suo ufficio che, per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene e sanità, deve essere compiuto senza ritardo, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni.”

L’infermiere e il medico dipendenti o convenzionati con il servizio sanitario nazionale sono

considerati, ai sensi della legge penale, pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio.

Una fattispecie particolare di omissione di soccorso è prevista dall’art. 189 del codice della strada che prevede che “l’utente della strada, in caso di incidente comunque ricollegabile al suo comportamento, ha l’obbligo di fermarsi e di prestare l’assistenza occorrente a coloro che, eventualmente, abbiano subito danno alla persona”. E’ da notare che rispetto al passato, il codice parla di “utente” e non più di “conducente”.

La differenza con il reato di omissione di soccorso previsto dal codice penale è evidente, sia per il soggetto coinvolto –“l’utente” e non “chiunque” – sia per la situazione descritta.

Sono previste pene più severe per questo tipo di omissione.

E’ necessario a questo punto cercare di capire di quale reato risponde l’infermiere che ometta il soccorso d’urgenza.

La questione e' in realtà controversa in quanto da un lato, non esiste più come

autonoma fattispecie incriminatrice l’omissione di atti d’ufficio o omissione d’assistenza, dall’altro l’omissione di soccorso e' un reato comune, cioe' un reato che può compiere chiunque, dall’altro nel paragrafo precedente abbiamo visto il reato di abbandono di persone incapaci.

La più attenta dottrina distingue tra:

- un infermiere che trovi una persona in pericolo, come comune cittadino (es. in un incidente stradale): egli risponderà come ogni comune cittadino di omissione di soccorso;

- l’infermiere operante nelle aziende del servizio sanitario nazionale che abbandoni il malato o il reparto: egli risponderà del reato di abbandono di persone incapaci e, se da questo comportamento ne derivi la morte anche del reato di cui all’art. ;

- l’infermiere che sia chiamato a soccorrere proprio perché egli é un infermiere, un pericolante e non vi si rechi: in questo caso sia esso esercente un servizio di pubblica necessità o incaricato di pubblico servizio egli non risponderà di alcun reato se non ricorreranno gli ambiti dell’omissione di soccorso (che nel caso di specie non ricorrono in quanto la giurisprudenza prevalente ritiene, come abbiamo visto che per commettere il reato bisogna “imbattersi”.

Lo stesso discorso si può fare per il medico, ad eccezione di due figure mediche particolari: il medico operante in un servizio di guardia medica e il medico di base, in quanto entrambi hanno lo specifico dovere di intervenire. Un tempo questo obbligo lo aveva anche il medico condotto.

Per quanto riguarda il dovere di intervenire correttamente è certo che essendo una attribuzione propria dell’infermiere egli è in obbligo di intervenire con la perizia necessaria per questo tipo di manovra. Da un punto di vista sostanziale non vi sono dubbi su questo punto. Un infermiere o un medico che intervengano con manovre inefficaci o scorrette o che provocano danni per imperizia o negligenza possono essere chiamati a risponderne. La difficoltà maggiore in questo caso è però provare l’imperizia dell’operatore impegnato nella manovra di emergenza.

In un paese come il nostro – generalmente privo di una cultura basata sull’emergenza – da un punto dei vista probatorio la situazione si fa veramente difficile e il rischio che la persona incapace non risponda di alcun chè, è veramente elevato come dimostra la casistica.”La riflessione sugli aspetti bioetici della rianimazione cardiopolmonare dedica ampio spazio, ma possiamo fare delle considerazioni preliminari.

Quando interrompere la rianimazione cardipolmonare?

La decisione di interrompere le manovre rianimatorie, qualora tale l'intervento non abbia determinato un ritorno al circolo spontaneo in tempi relativamente precoci, è condizionato da numerosi fattori:

1. intervallo tra arresto e procedure BLS;

2. intervallo tra BLS e ALS;

3. prognosi probabile e malattie sottostanti;

4. età;

5. temperatura;

6. assunzione di farmaci prima dell’arresto;

7. esistenza di condizioni trattabili;

8. ipovolemia.

L’esistenza di tutte queste variabili fa si che non vi sia un tempo minimo certo durante il quale è necessario continuare le manovre RCP e che ogni caso debba, pertanto, essere valutato singolarmente.

Come indicazione generica è stato proposto di abbandonare i tentativi di rianimazione nei pazienti con arresto cardiaco in cui l’intervallo tra l’evento e l’arrivo dell’ambulanza superi i 15 minuti; qualora non sia stato fatto nessun tentativo di RCP e l’ECG mostri un ritmo

non defibrillabile; oppure in presenza di un’asistolia continua malgrado rianimazione cardiopolmonare per più di venti minuti in paziente normotermico.

La Pretura di Genova, nel 1991 ha condannato per omicidio colposo due anestesisti e tre chirurghi per non aver protratto la RCP per un tempo di almeno trenta minuti, con la conseguente morte per arresto cardiaco di un bambino di nove anni, avvenuta durante un intervento di appendicectomia.

Tuttavia la rianimazione cardiopolmonare dovrebbe essere tentata soltanto nei pazienti

che possono avere un’elevata probabilità di successo di ritornare ad una vita accettabile, evitando di provocare solamente un precario e penoso prolungamento della vita a scapito della dignità del paziente e della serenità dei familiari.

Il sanitario nel decidere se tentare o meno un intervento rianimatorio non può fare riferimento, tuttavia, all’esistenza di criteri standardizzati; ciò nonostante pur valutando la

specificità del singolo caso, possono essere tenuti presenti i seguenti fattori:

1. prognosi del paziente a medio e lungo termine;

2. conoscenza obiettiva della precedente qualità di vita del paz.iente;

  1. qualità di vita prevedibile in termini di benessere fisico e sociale nel caso di buon esito del tentativo di rianimazione.

    Alcune problematiche etiche e medico-legali in tema di rianimazione cardiopolmonare per l’infermiere.

Utilizzo di appositi e dettagliati protocolli operativi sviluppati tenendo presente i principi bioetici (rispetto delle decisioni del paziente, autonomia, autodeterminazione, beneficienza, non maleficienza, giustizia nella distribuzione delle risorse) non limitati unicamente al singolo paziente, ma anche alla tutela dei congiunti, della collettività e dei soccorritori.

Qualora il protocollo sia destinato ad essere utilizzato unicamente dall’infermiere, deve essere assolutamente evitato qualsiasi riferimento ad una diagnosi di morte emessa dall’infermiere: suo compito è esclusivamente di riscontrare, piena aderenza alle proprie

mansioni, una serie di segni e sintomi (rilevamento della mancanza dei segni vitali) sulla base dei quali provvederà a fare intervenire il medico per la diagnosi di morte.

Cioè l’infermiere può definire un soggetto morto (assenza di segni vitali) senza fare diagnosi di morte.

Dopo alcuni riferimenti bibliografici,deduco che la figura infermieristica ha un ruolo paradossale, deve essere razionale e, contemporaneamente dare calore e partecipazione.

L'equipe e' caricata da situazioni impegnative,sia tecnologiche che psicologiche;prova sentimenti intensi e contradditori.

Si richiede una coscienza della necessita' di dominare la tecnologia per salvaguardia del paziente.

Dedicherei una riflessione su:

-consenso informato:e' importante il coinvolgimento del paziente nelle decisioni che lo riguardano,anche se questo diritto contrasta con le difficolta' di comunicazione

-comunicazione della verita':vi sono casi in cui non e' opportuno comunicare subito la verita' al paziente circa la diagnosi e la prognosi, per il pericolo possa peggiorare le sue condizioni, ma nell'ipotesi del rischio elevato, puo' essere utile comunicare la verita' circa le prospettive future, al fine di permettergli delle scelte e prepararlo a possibili evoluzioni

-rapporti con i familiari:i familiari hanno notevole importanza nella cura del malato

-costo/benefici:questo parametro dovrebbe suggerire al medico se astenersi o interrompere un trattamento, o se una terapia causa sofferenze inutili senza migliorare le condizioni cliniche del paziente.

 

Silvia Berardi

Infermiera presso ASL 2

Master Universitario coordinamento delle professioni sanitarie

Ultimo aggiornamento Sabato 16 Luglio 2011 09:47
 
Nuovo albo CTU e periti PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Giovedì 07 Luglio 2011 15:14

Grazie all'impegno del collega e socio Raffaele Giglio è stato aperto anche a Crotone l'albo CTU e periti per Infermieri Legali e Forensi.

Un ringraziamento ed un grosso in bocca al lupo da parte di tutto il Direttivo.

Ultimo aggiornamento Lunedì 11 Luglio 2011 10:38
 
Se l'infermiere deve aspettare la difesa della Cassazione... PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Sabato 25 Giugno 2011 08:40

Triste. Demoralizzante. Offensiva.

Non credo esistano altri aggettivi per definire la sentenza che trovate di seguito.

Si è dovuti infatti arrivare fino alla Corte di Cassazione per veder riconosciuto l'ovvio. E' davvero così difficile e complicato riconoscere all'infermiere la sua professionalità e specificità?

La Corte di Cassazione (sentenza n. 2457/1) ha rinviato a giudizio 3 medici e 3 infermieri per la morte di un paziente ricoverato a seguito di un incidente stradale. I giudici hanno respinto la “non responsabilità” degli infermieri giustificata dal Gup con la “mancanza di obbligo da parte del personale paramedico di valutare e percepire le sintomatologie del paziente”. Una tesi “improponibile” per la Cassazione, che “mortifica le competenze professionali” degli infermieri.

A rivendicare le proprie posizioni non sono i medici e gli infermieri, bensì il Giudice dell'udienza preliminare e i giudici della Cassazione. Perché se il primo sostiene che, in caso di decesso di un paziente in reparto, non esiste responsabilità penale per il personale infermieristico perché “è infondata la sussistenza dell'obbligo per gli infermieri di avvertire il medico di reparto di qualsiasi lamentela di parenti del paziente” e dell'obbligo per gli stessi “di valutare e percepire le sintomatologie dei pazienti”, la Cassazione afferma che invece “è vero proprio il contrario, e cioè che, rientra nel proprium (non solo del sanitario, ma anche) dell'infermiere quello di controllare il decorso della convalescenza del paziente ricoverato in reparto, sì da poter porre le condizioni, in caso di dubbio, di un tempestivo intervento del medico. Il ragionamento del giudicante, a tacer d'altro, finisce con il mortificare le competenze professionali di tale soggetto, che, invece, svolge un compito cautelare essenziale nella salvaguardia della salute del paziente, essendo, come detto, l'infermiere onerato di vigilare sul decorso post operatorio, proprio ai fini di consentire, nel caso, l'intervento del medico”.

Le parole riportate sono quelle della sentenza n. 2457/11 della IV sezione Penale della Corte di Cassazione, depositata lo scorso 20 giugno. Una sentenza importante, perché non si limita a valutare la correttezza metodologica del giudice di merito rispetto al caso in esame, ma mette in dubbio le motivazioni stesse utilizzate dal giudice di merito per stabilire il luogo a non procedere per 3 medici e 3 infermieri accusati di omicidio colposo di un uomo vittima di un incidente stradale e morto 4 giorni dopo all’ospedale di Andria, dove era stato trasferito ormai in coma. In particolare, al personale infermieristico era addebitato di non aver dato corso e richiesto l'intervento del medico di reparto a fronte delle reiterate richieste di aiuto dei familiari ed amici recatisi a far visita al paziente.

Secondo la Cassazione, infatti, non solo c’erano tutti gli elementi per procedere con il caso e il Gup è andato oltre alle sue competenze accertando la colpevolezza o l’innocenza dell’imputato anziché limitarsi a valutare la sufficienza delle prove per procedere con il dibattimento o la ragionevole previsione di poterli chiarire nel corso del processo. Ma il Gup avrebbe anche basato la sua sentenza su un assunto “improponibile giuridicamente”. Quella, appunto, riguardante il ruolo degli infermieri nel processo assistenziale.

“Le funzioni di ausiliari del personale medico imputabili agli infermieri escludono – secondo il Gup - che questi abbiano autonomia valutativa in ordine alla verifica della compatibilità del quadro clinico del paziente con l'intervento e le cure dei medici. Insomma – ribadiva il Gup - , gli infermieri non rivestono la posizione di garanzia come prospettata nel capo di imputazione ed e arduo configurare un nesso di causalità tra l'evento morte del D. e le condotte ascritte ai medici”, sicché “anche per gli imputati infermieri valgono le considerazioni in ordine alla carenza di prova di un nesso causale tra la loro condotta e l'evento morte, dovendo richiamarsi in proposito tutte le considerazioni medico-legali sopra analizzate”.

Ma anche questa tesi è fermamente respinta dalla Cassazione, secondo la quale è “evidente l'equivoco del giudicante quando si sofferma sull’‘autonomia valutativa’ dell'infermiere, rispetto al sanitario, che dimostra, a fortiori, l'errore concettuale di giudizio: non è infatti in discussione (né lo potrebbe essere) una comparazione tra gli spazi valutativi e decisionali dell'infermiere rispetto al medico, ma solo l'obbligo per l'infermiere, anche solo in caso di dubbio ragionevole (qui, fondabile non foss'altro che per le reiterate indicazioni dei parenti), di chiamare l'intervento del medico di turno, cui poi compete la decisione ultima”.

Stavolta non siamo di fronte ad una difesa degli imputati, come gia successo, disposti a minare la credibilità della loro professione pur di uscire indenni da un procedimento penale. Siamo di fronte alla ottusa visione medico-centrica di un GUP che cade, scientemente, in svariati errori.

Il signore in oggetto (magistrato, perdonatemi, è troppo, di fronte ad una ignoranza giuridica e giurisprudenziale di questo tipo) definisce gli infermieri "paramedici", li ritiene "non responsabili" del proprio lavoro ed infine non prende minimamente in considerazione la professionalità dell'infermiere stesso in quanto, sempre secondo lui, l'unico loro compito, senza obbligo peraltro, sarebbe di fare da tramite tra i parenti ed il medico.

Ma il signore in oggetto ha studiato? Si è informato il GUP della legislazione riguardo gli infermieri o ha basato le sua accusa sui film anni '70 della Fenech? E' mai stato ricoverato in un reparto?

Non parliamo poi di perizie dell'infermiere forense! Per il signore in oggetto credo sarebbe come richiedere una perizia ufologica!

La farsa di questo processo è andata avanti anche troppo per commentarla oltre. Resta, per l'ennesima volta, la triste constatazione che il percorso di riconoscimento professionale per la nostra categoria è disseminato non solo di mille ostacoli ma sopratutto di mille soloni che, dovendosi occupare di infermieri, svolgono il loro lavoro nella più totale ignoranza di quello che stanno facendo.

Il GUP di questo processo è la summa di tutti loro.

Ultimo aggiornamento Sabato 25 Giugno 2011 14:55
 
POLIAMBULATORIO: CURA E RISCHIO CLINICO. QUALE POSITIVA CONVIVENZA ? PDF Stampa E-mail
Scritto da Roberta Torri   
Lunedì 30 Maggio 2011 16:53

Interessante poster della collega Roberta Torri.

L'immagine, in alta definizione, può essere scaricata cliccando sopra con il tasto destro destro del mouse e scegliendo "Salva immagine con nome".

Ultimo aggiornamento Lunedì 30 Maggio 2011 16:56
 
Aperto l'albo CTU anche a Vasto. PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Martedì 31 Maggio 2011 14:28

Aperto anche a Vasto, Chieti, l'albo CTU per infermieri legali e forensi.

L'AILF ringrazia la socia Cinzia Battista per l'impegno.

Ultimo aggiornamento Martedì 31 Maggio 2011 17:20
 
Bolzano: volontari in sala operatoria al posto degli infermieri, indaga la Procura PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Mercoledì 18 Maggio 2011 10:18

Riportiamo la notizia data dalla cronaca dell'Alto Adige.


BOLZANO. Un utilizzo indebito dei volontari della Croce Bianca sulle ambulanze e persino in sala operatoria in sostituzione del personale infermieristico: la Procura di Bolzano ha aperto un fascicolo per esercizio abusivo della professione medica.

L'inchiesta è partita dopo un esposto delle organizzazioni degli infermieri, che da sempre contestano il ricorso massiccio da parte dell'Asl ai volontari anche per prestazioni sanitarie delicatissime.

Alcuni documenti sono già stati acquisiti dai Nas dei carabinieri. L'assessore provinciale alla sanità Richard Theiner, in una nota, sottolinea l'importanza «del personale volontario non sanitario, elemento insostituibile e fondamentale del servizio sanitario».

Theiner però chiede che venga fatta chiarezza: «Va accertato, di caso in caso, se vi siano stati episodi nei quali sono stati svolti da personale non sanitario compiti di pertinenza di figure professionali sanitarie. Non è però corretto accusare di comportamenti scorretti il servizio nel suo complesso».

Notizia in se piuttosto interessante e che dimostra l'attenzione che finalmente gli inquirenti pongono verso la difesa della nostra professionalità.
Quello che lascia perplessi, sperando in un refuso di stampa, è che si parli di "abuso della professione medica" e non, correttamente, di "abuso della professione infermieristica". Anche se nella realtà gli artt. 348 e 359 del Codice penale parlano genericamente di "Abusivo esercizio di una professione" e "professioni forensi o sanitarie", quindi giuridicamente procedure e sanzioni non cambiano.

 
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