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SENTENZA ASSURDA! C'è violenza solo se gridi... PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Venerdì 24 Marzo 2017 08:45

Assolto perché il fatto non sussiste. Perché la collega che lo accusava di averla stuprata diverse volte in diversi ospedali non è ritenuta attendibile. Perché i racconti della donna, una dipendente interinale della Croce Rossache chiameremo Luisa, secondo i giudici, sono «intrinsecamente inverosimili ». Racconti di abusi che lei dice di aver subito tra un soccorso e l’altro. Ma lui, M.R., ha sempre smentito con forza.

La parola dell’una contro quella dell’altro, e un processo di quelli in cui, si sottolinea nelle motivazioni, «la principale, se non esclusiva fonte di accusa, è la persona offesa, le cui dichiarazioni» vanno «valutate con estrema rigorosità». E’ applicando questo rigore che la corte presieduta daDiamante Minucci rilegge i verbali della deposizione di Luisa. Ed è in quei racconti di episodi che sarebbero avvenuti tra il 2010 e il 2011 che i giudici trovano le ragioni per assolvere l’imputato e rinviare gli atti al pm per calunnia da parte di Luisa nei suoi confronti. «Un’ulteriore sofferenza – spiega l’avvocato Virginia Iorio, legale di parte civile -, per una donna che ora vede l’uomo che accusava assolto perché lei non avrebbe reagito come ci si aspetterebbe da una vittima».

Iorio pensa ad alcuni passaggi della sentenza, come quello in cui si afferma che Luisa «non riferisce di sensazioni o condotte molto spesso riscontrabili in racconti di abuso sessuale: sensazione di sporco, test di gravidanza, dolori in qualche parte del corpo». E quando le viene chiesto quali emozioni provasse durante i presunti abusi risponde «disgusto », ma «non sa spiegare in cosa consista questo malessere», salvo poi dire «una persona che si sente morire».

Luisa, poi, dice sì «basta», ma «non grida, non urla, non piange, risponde alle chiamate di servizio mentre lui la aggredisce senza insospettire, anche involontariamente, il centralinista o l’interlocutore».

E poi «pare abbia sempre continuato il turno con il collega dopo gli abusi», «non riferisce di aver adottato alcuna precauzione per evitare di rimanere sola» con lui, «nè per ostacolarne la violenza quando se ne fosse ripresentata l’occasione». Anche per questo, i giudici accolgono la linea di Cosimo Maggiore e Vittorio Rossini, i difensori di M.R., per cui il pm Marco Sanini aveva chiesto una condanna a dieci anni. «Ma non tutte le donne commenta l’avvocato Iorio – hanno le stesse reazioni davanti alle violenze. C’è chi urla, chi graffia, chi non reagisce, rimane succube in silenzio. E, davanti a una avance, no vuol dire no, basta vuol dire basta. Non ci sono altre interpretazioni».

E noi non possiamo che concordare al 100% con l'avvocato Iorio.

 
ECM ed infermiere: obbligo, rimorso o ricerca? Un "auto-rimprovero" e una "visione" PDF Stampa E-mail
Scritto da Giovanni Trianni   
Giovedì 23 Marzo 2017 14:59

 

La necessità di conoscenza è insita nell'uomo. Fin dalle origini l'animo umano si è sempre speso nella ricerca costante del sapere, con un'equazione quasi univoca per tutti i popoli, dove potere era uguale a sapere e viceversa.

L'acronimo di ECM (di cui letteralmente Educazione Continua in Medicina) è un sistema attivo in Italia dal 2002, al fine di garantire e mantenere elevati standard di qualità, efficacia ed efficienza nei processi di attività di tutti i professionisti delle discipline sanitarie. Pertanto l'organizzazione in tal senso di diversi Ordini e Collegi ha contribuito funzionalmente al bisogno formativo incalzante dettato dalla normativa.

Nessuno può esimersi, dal provvedere alla propria formazione (D.L.vo n°229 del 19/06/1999, e successive mod., e T.A.R. Lazio n°14062 del 18/11/2004), nè il datore di lavoro può assolutamente essere un "ostacolo" (sentenza del Giudice del Lavoro presso il Tribunale di Pescara n°887 del 26/06/2013).

Quindi abbiamo questa incombenza, innanzitutto per obbligo di legge ma rappresenta anche un dovere deontologico e morale. Ma mi sono chiesto cosa prevalga, o quale concetto si fa strada nella nostra coscienza di, ormai, tanto acclamati Professionisti Sanitari.

Partecipando ai diversi corsi aziendali ormai si ascoltano di più le "lezioni" di chi si lamenta, anzichè il vero relatore, impegnato a trasmettere già faticosamente alcune nozioni utili solo ai discenti dei "primi banchi". La domanda è sempre una, almeno quella che risalta, sollevando fin dalla notte dei tempi l'ennesimo dubbio, riassunto in "Ma a cosa serve tutto questo?" o "Vengo solo per i crediti". Esponendone quindi il concetto quasi come se l'acquisizione di questi fosse merce di scambio.

La professionalità ed il riconoscimento conquistato a fatica all'improvviso svanisce e l'onere sembra più pesante dell'onore. Forse non tutti sappiamo non essere più "Infermieri Professionali" ma "Infermieri" cioè Professionisti Sanitari, non scordiamolo, ed il nostro operato ruota intorno all'art. 32 della Costituzione; siamo "attori" in un vasto "palcoscenico" costituito da varie figure a garanzia del bene "salute" sia per il singolo che per la collettività.

E la costruzione di salute non si improvvisa per magia, non si inventa nè si assembla attingendo da reminiscenze lacunose che ci portiamo nel nostro piccolo bagaglio in spalla. La nostra competenza deve essere coltivata, sempre, utilizzando al meglio i mezzi disponibili e ricercandone di nuovi che siano attuali visto l'evolversi della società, della scienza, della natura umana, del mondo che ruota intorno ad un bene così immenso come la salute.

Occorre guardare all'oggettività dell'ECM che ci deve servire e non asservire, uno strumento per raggiungere qualcosa, che ci modelli una mente "ferma" a vecchi preconcetti e servilismi da non elencare in questa sede.

Vorremmo diventare una "Entità Olistica", e trasformare la nostra testa in un calderone da cui ognuno abbisognevole di aiuto e assistenza attinga il biglietto vincente risolutivo per l'elisir di "sana vita"? Ma come si realizza tale miracolo se non con il sapere?

Il processo dell'ECM provoca così tanto movimento, allora, per garantire degli indispensabili valori: Professionalità? Competenza? Specializzazione in particolari settori? Svariati Organismi sono nati ad hoc, forse inventando un nuovo mestiere in questa disastrata Italia. Alla domanda se lo facciano per noi o per meri interessi politico privatistici, la risposta appare scontata, rischiamo quasi di addentrarci nei soliti luoghi comuni.

Sì, ad accreditare diversi Enti Pubblici o Privati che siano; sì, ad acquisire titoli per finanziamento Regionale di Progetti Formativi Aziendali; sì, ad entrare in un circuito intensivo di oneri e remunerazioni stratosferiche; sì, è nell'interesse di molti. Ma all'improvviso, amo pensare che evapori tutto in una nuvola di fumo..., se è un altro il nostro obiettivo. Se dovessimo farci una domanda: cosa siamo noi Infermieri? e..Cosa vogliamo? e..Come lo raggiungiamo?

Svanisce tutto (anche se qualcuno mi dice che non è giusto) se ci pensiamo, e se continuiamo a seguire i paradigmi della nostra Professione con la P maiuscola.

Dall'ECM dobbiamo estrarre ciò che ci serve, ed è tanto, come in una "centrifuga" dello scibile del sapere, noi abbiamo il dovere morale di prendere, nel senso di "far nostri" quegli strumenti che ci aiutino nella conoscenza, conoscenza della sofferenza, del dolore, della mutazione dell'animo umano che abbiamo di fronte, così da attuare il migliore intervento di assistenza possibile, cioè con una responsabilità di un particolar tipo e cioè "responsabilità per il da farsi", assumendoci il compito di fare tutto il dovuto e di farlo bene tenendo a mente le conseguenze.

Come detto all'inizio, deve a forza rimanere l'equazione di potere uguale a sapere, dove però, saper fare al meglio la nostra professione sia un modo per sfuggire a spade di Damocle della Magistratura incitata dal sempre "affamato" cittadino, ma al poter cambiare in meglio, alleviare o confortare la vita di chi si abbandona nelle nostre mani.

Noi Infermieri dobbiamo percorrere, a mio avviso, questa strada, cambiare, aggiornarci, studiare, ricercare, contribuire a migliorare la nostra Professione, svolgerla nel miglior modo, renderla tangibile, renderla diversa, "essere" e non "fare" l'Infermiere.

A cura di

Inf. Legale Forense Giovanni Trianni

 

 

 

 

Bibliografia

1 Jonas H., l principio responsabilità, Torino, Einaudi, 1990.

 
Chi scrive cosa, e dove? L’autonomia Professionale non è più un’utopia. PDF Stampa E-mail
Scritto da Giovanni Trianni   
Venerdì 17 Marzo 2017 08:17

E’ interessante notare quante occasioni di riflessione professionale possano emergere durante la semplice routine delle nostre pesanti ed interminabili giornate lavorative. Sto parlando in particolare di un Centro di Salute Mentale, dove lavoro, che si occupa di Psichiatria Territoriale.

Ultimamente una collega mi ha chiesto: “Ho parlato al telefono con la Sig.ra… che mi ha segnalato comportamenti strani della sorella. Poi ho chiamato l’interessata (la paziente) invitandola ad anticipare la visita prevista fra due giorni. Infatti l'ho sentita agitata, ansiosa. Ma non lo posso scrivere in cartella?! E poi non posso riportare termini medici. Vero?”.

Però per fortuna, non è così, forse qualcosa la possiamo scrivere. Ci viene in aiuto una certa autonomia professionale, già introdotta dall'OMS nel 1988 nella raccomandazione n.6 della Conferenza Europea sul nursing a Vienna, e finalmente introdotta in Italia con la Legge 251/2000.

Dopo anni e anni di dura lotta, il buon senso ha prevalso, spesso in contrasto con i nostri “vicini di Professione Sanitaria”, i Medici, non essendo più loro “ausiliari”, ricordiamo la non ultima disputa sulle “Case della Salute” in Emilia Romagna.. Siamo depositari di un sapere “intellettuale” che ci rende indispensabili nella salvaguardia della salute, integrandolo multi professionalmente.

Ritornando alla questione aperta con la collega, quindi, le risposi: “Possiamo e dobbiamo scrivere in Cartella!” Il problema qui non è più di cosa possiamo scrivere, né dove o quando, ma il punto focale è la convinzione e la presa di coscienza di una responsabilità onerosa e onorabile che ci deve esortare ad una partecipazione più attiva nel quotidiano agire visto che ormai siamo a tutti gli effetti di Legge autonomi e non dobbiamo aver paura di “osare”. Dalla mia risposta alla domanda, i verbi che ci devono far riflettere sono, infatti “potere” e “dovere”.

Durante l'orario di servizio, parlo per chi si trova in un Ente Pubblico, l'infermiere come gli altri Professionisti Sanitari è a tutti gli effetti un Pubblico Ufficiale o Incaricato di Pubblico Servizio in base agli artt.357 e 358 del Cod.Pen.. La differenza è nella particolarità di svolgimento dei diversi compiti assegnati, ad es. se si intende lo svolgimento del servizio è un Incaricato di Pubblico Servizio, mentre se è chiamato ad adoperarsi su funzioni particolari come la compilazione di una scheda di Triage, o una valutazione per consulenza di Wound Care è un Pubblico Ufficiale.

Si riportano per completezza:

Art. 357 Nozione del pubblico ufficiale.

Agli effetti della legge penale, sono pubblici ufficiali coloro i quali esercitano una pubblica funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa. Agli stessi effetti è pubblica la funzione amministrativa disciplinata da norme di diritto pubblico e da atti autoritativi e caratterizzata dalla formazione e dalla manifestazione della volontà della pubblica amministrazione o dal suo svolgersi per mezzo di poteri autoritativi o certificativi.

Art. 358 Nozione della persona incaricata di un pubblico servizio.

Agli effetti della legge penale, sono incaricati di un pubblico servizio coloro i quali, a qualunque titolo, prestano un pubblico servizio. Per pubblico servizio deve intendersi un’attività disciplinata nelle stesse forme della pubblica funzione, ma caratterizzata dalla mancanza dei poteri tipici di questa ultima, e con esclusione dello svolgimento di semplici mansioni di ordine e della prestazione di opera meramente materiale.

L'Infermiere può assolutamente mettere mano e riportare in Cartella ,che non scordiamoci è un Atto Pubblico, fatti o evoluzioni di cui è stato partecipe o che sia venuto a conoscenza o da lui esplicitati che riguardano l'evolversi della situazione clinica della persona in cura, in quanto facente parte dell'Equipe multiprofessionale che ha in cura il paziente.

L'Art. 2700 del c.c. cita infatti che:

"L'atto pubblico fa piena prova, fino a querela di falso, della provenienza del documento dal pubblico ufficiale che lo ha formato, nonché delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuti"

Quindi non dobbiamo aver timore di spingerci a mettere in pratica ciò che già ci è legittimato dopo tanto e tanto soffrire. Sempre con fede, dovere di coscienza, e trasparenza, si intende. E cerchiamo di essere professionisti fino in fondo non spaventandoci di riportare termini ormai facenti parte del ns. bagaglio culturale, e qui parlo delle Diagnosi del NANDA (North American Nursing Diagnosis Association), come Ansia, Disperazione, Bassa stima di sè situazionale, Alto rischio di autolesionismo,ecc., naturalmente contestuali al caso sopra riportato, introdotto dalla mia collega, tanto per chiudere il cerchio.

Pertanto, tenendo conto dell'equazione nella quale l'Infermiere è il Professionista Sanitario facente parte dell'Equipe Multiprofessionale che prende in cura il paziente seguendolo fino alla dimissione, che è insignito della figura legale di Incaricato di Pubblico Servizio o di Pubblico Ufficiale, che la Cartella Clinica (e non medica) è un atto pubblico di "fede privilegiata", che le attestazioni contenute in cartella rappresentano l'evoluzione degli interventi dei Professionisti Sanitari coinvolti nel Piano di Assistenza, possiamo e dobbiamo essere Infermieri a tutti gli effetti.

Inf. Legale Forense

Giovanni Trianni

 
Obiezione di coscienza ed eutanasia. Parliamone. PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Martedì 28 Febbraio 2017 08:06

Perchè mettere insieme obiezione di coscienza ed eutanasia?

Perchè entrambe rappresentano una libertà di scelta dell'individuo ed una questione morale per il professionista sanitario.

Entrambe, pur avendo la prima una legislazione apposita che manca alla seconda, sono state negli ultimi giorni al centro di ampie discussioni sui media. Dalla delibera della Regione Lazio, che assumeva solo ginecologi non obiettori, alla storia di DJ Fabo, il tetraplegico cieco che ha scelto di morire in Svizzera.

L’obiezione di coscienza è un concetto che spazia dalla filosofia al diritto, dalla teologia alla politica e si definisce quale condotta opposta da un soggetto, in ottemperanza a valori interiori, rispetto ad un dettame normativo.

L'obiezione di coscienza si scontra inevitabilmente con la Costituzione, che all'art. 32 garantisce a tutti i cittadini l'assistenza sanitaria.

Si è pertanto dovuto bypassare questo problema con una legge apposita, la 40/2004, che permette A TUTTI I PROFESSIONISTI SANITARI di esprimere un rifiuto avverso certe pratiche.

Ecco la prima risposta a tante domande. Per legge anche l'infermiere può esprimere la propria obiezione e rifiutare la partecipazione ad un intervento di interruzione di gravidanza.

Più in generale sotto la definizione di obiezione di coscienza esistono le "opzioni di coscienza", ovvero "secundum legem" e le "clausole di coscienza", quindi "contra legem".

Questo perchè?

L’obiezione di coscienza è una categoria che è stata assunta dal mondo giuridico legislativo che dice che come operatori sanitaria abbiamo diritto per legge di fare obiezione di coscienza nell’ambito dell’interruzione di gravidanza, riconosciuto senza conseguenze giuridiche. Alcuni sono però in difficoltà rispetto al trattamento di un malato sul quale dal nostro punto di vista si stanno esercitando trattamenti sproporzionati ma la legge non ci autorizza ad astenerci da fornire quel trattamento. Noi possiamo fare riferimento alla clausola di coscienza, espressione di una nostra convinzione morale non riconosciuta dall’ordinamento legislativo. Potrebbe essere causa di una sanzione penale o civile, ma se è convinto che sia ingiusto è disposto anche a pagare di persona. La questione fa rientrare il livello etico con una categoria prima risolta con l’obiezione di coscienza. Una volta ob di coscienza non aveva significato legisltativo. Ora non ce l’ha la clausula. Ricopre quell’area nella quale per nostra convinzione morale non siamo disposti a fornire quel trattamento.

E qui arriviamo all'eutanasia.

Un problema appena sfiorato anche dal nostro Codice Deontologico.


Articolo 38

L'infermiere non attua e non partecipa a interventi finalizzati a provocare la morte, anche se la richiesta proviene dall'assistito.


Definizione piuttosto generica, che peraltro si scontra con altri articoli del Codice stesso.

Già al 2° si specifica che "L'assistenza infermieristica è servizio alla persona, alla famiglia e alla collettività.". Servizio alla persona, non alle proprie convinzioni.

All'articolo 3 si parla di "tutela della dignità della persona". La dignità di ognuno non siamo certo noi a stabilirla. E' un concetto assolutamente personale.

E poi l'art. 7 "L’infermiere orienta la sua azione al bene dell'assistito", stesso concetto espresso precedentemente.

Altri ve ne sarebbero, ma crediamo che il concetto sia passato.

Da una parte abbiamo un corpo di norme deontologiche che ci obbligano a rispettare l'individuo e le sue scelte, salvo poi smontarne tutto il costrutto con l'art.38.

Siamo profondamente convinti che, come nel caso dell'interruzione volontaria di gravidanza, sia giusto lasciare libertà di scelta al professionista infermiere. Libertà, nel caso passi la legge sul fine vita, di partecipare a determinati interventi o di rifiutarsi.

Perchè il nostro "padrone" è l'assistito. Non l'azienda o un codice deontologico che è già in via di rinnovamento.

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento Martedì 28 Febbraio 2017 08:09
 
La nuova legge sulla responsabilità professionale. PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Venerdì 03 Marzo 2017 14:39

Il 28 febbraio la Camera dei Deputati ha approvato senza emendamenti il disegno di legge C-259, proposto dall’onorevole Federico Gelli, che reca “disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie”.

La legge, ora definitiva, si presta finalmente ad una analisi completa.

La riforma affronta e disciplina i temi della sicurezza delle cure e del rischio sanitario, della responsabilità dell’esercente la professione sanitaria e della struttura sanitaria pubblica o privata, delle modalità e caratteristiche dei procedimenti giudiziari aventi ad oggetto la responsabilità sanitaria, nonché degli obblighi di assicurazione e dell’istituzione del Fondo di garanzia per i soggetti danneggiati da responsabilità sanitaria.

Si dovrebbero così ridurre il contenzioso, civile e penale, avente ad oggetto la responsabilità medica, al tempo stesso garantendo un più efficace sistema risarcitorio nei confronti del paziente.

La legge affronta il problema con modifiche amministrative, penali e civili. V

Analizziamole separatamente.

Anzitutto chiarisce all’articolo 1 che la sicurezza delle cure è parte costitutiva del diritto alla salute e con ciò assume un vero e proprio valore costituzionale, come disciplinato dall’art. 32 Cost.



Articoli 2-5. Novità di carattere amministrativo

E' creata la figura del Garante del diritto alla salute (articolo 2), funzione che potrà essere affidata dalle Regioni all’Ufficio del Difensore civico. Esso potrà essere adito gratuitamente dai destinatari di prestazioni sanitarie per la segnalazione, anche anonima, di disfunzioni nel sistema dell’assistenza sanitaria e socio-sanitaria, ed agirà ove necessario a tutela dell’interessato.

E' prevista inoltre l’istituzione in ogni Regione, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, del Centro per la gestione del rischio sanitario e la sicurezza del paziente, cui è affidato il compito di raccogliere i dati regionali sui rischi ed eventi avversi e sul contenzioso e di trasmetterli annualmente all’Osservatorio nazionale delle buone pratiche sulla sicurezza in sanità istituito e disciplinato dal successivo articolo 3. Tale osservatorio, ricevuti i dati predetti, individua idonee misure per la prevenzione e gestione del rischio sanitario e il monitoraggio delle buone pratiche per la sicurezza delle cure, nonché per la formazione e aggiornamento del personale esercente le professioni sanitarie.

L’articolo 4 sottopone all’obbligo di trasparenza le prestazioni sanitarie erogate dalle strutture pubbliche e private nel rispetto della normativa in materia di protezione dei dati personali (d. lgs. n. 196/2003), obbligando la direzione sanitaria a fornire in tempi rapidi la documentazione sanitaria relativa al paziente. Viene infine previsto che le medesime strutture sanitarie pubbliche e private debbano pubblicare sul proprio sito Internet i dati relativi ai risarcimenti erogati nell’ultimo quinquennio.

Da ultimo, l’articolo 5 regola un aspetto di importanza fondamentale, per ciò che specialmente riguarda la responsabilità penale degli esercenti la professione sanitaria. Esso da un lato stabilisce che tali soggetti debbano attenersi alle buone pratiche clinico-assistenziali e le raccomandazioni previste dalle linee guida e dall’altro lato impone che un elenco completo ed esaustivo delle stesse buone pratiche e linee guida sia istituito e regolato con Decreto ministeriale ed inserito nel Sistema nazionale per le linee guida (SNLG). Come si vedrà nel prosieguo, si tratta di una novità ragguardevole, giacché rende accessibili e conoscibili con precisione le indicazioni mediche fornite dalla comunità scientifica.



Art. 6. Responsabilità penale del sanitario

Giungiamo a questo punto alla novità in questa sede certamente più rilevante: la responsabilità sanitaria penale.

L’odierna riforma costituisce il recepimento dell’orientamento giurisprudenziale prevalente formatosi sull’art. 3 della legge Balduzzi, al contempo provvedendo ad abrogare tale utlimo articolo. A fronte dell’abrogazione è inserito nel codice penale il nuovo articolo 590-sexies, rubricato “Responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario”.

Ed il testo è del seguente tenore: “(comma 1) Se i fatti di cui agli articoli 589 e 590 sono commessi nell’esercizio della professione sanitaria, si applicano le pene ivi previste salvo quanto disposto dal secondo comma. (comma 2) Qualora l’evento si sia verificato a causa di imperizia, la punibilità è esclusa quando sono rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico – assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto”.

Come si vede, è scomparso ogni riferimento al problematico concetto di colpa grave e la scriminante oggi opera solo in caso di colpa (grave o lieve) per imperizia, con ciò dando seguito alle citate sentenze Cantore e Pagano. Resta fermo il rispetto delle linee guida e buone pratiche, di cui va fatto un uso confacente al caso concreto: ove occorrano debbono essere applicate, diversamente corre l’obbligo di disapplicarle.

Ma vi è di più; da un lato infatti si precisa che la speciale irrilevanza penale opera solo con riferimento ai reati di omicidio colposo e lesioni colpose, mentre la legge Balduzzi sul punto non disponeva (con ciò, almeno in astratto, lasciando intendere che tutti i reati propri della professione sanitaria fossero scriminati; vedi ad es. il delitto di interruzione colposa di gravidanza).

Dall’altro lato, come più sopra illustrato, le linee guida e buone pratiche sono finalmente “definite e pubblicate ai sensi di legge”, ed in particolare ai sensi dell’articolo 5 della legge in commento, già visto più sopra. Così, la norma penale ne guadagna senz’altro in termini di precisione e determinatezza.



Articolo 7. La responsabilità civile del sanitario e della struttura sanitaria

Stabilisce una netta bipartizione delle responsabilità dell’ente ospedaliero e della persona fisica per i danni occorsi ai pazienti.

La struttura sanitaria assume una responsabilità di natura contrattuale ex art. 1218 cod. civ., mentre il sanitario, salvo il caso di obbligazione contrattuale assunta con il paziente, risponde in via extracontrattuale ex art. 2043 cod. civ..

Affatto secondarie le conseguenze pratiche di tale qualificazione. Sul fronte probatorio anzitutto, poiché nel primo caso al paziente danneggiato basta provare il titolo (che dimostri il ricovero e dunque l’assunzione dell’obbligazione da parte dell’ospedale) ed allegare l’inadempimento, il resto spettando all’ente convenuto, mentre nel secondo caso l’onere dell’attore abbraccia tutti gli elementi della pretesa, e dunque tanto quello oggettivo, nella sua triade condotta – evento – nesso di causa, tanto quello soggettivo, consistente nella colpa. La descritta bipartizione agisce altresì sul piano della prescrizione dell’azione, decorrendo quella contrattuale nell’ordinario termine decennale (art. 2946 cod. civ.) e quella aquiliana nel più breve termine quinquennale (art. 2947 cod. civ.).



Articoli 8 e 9. Riduzione del contenzioso e azione di rivalsa

Tali norme sono specificamente volte a ridurre il contenzioso per i procedimenti di risarcimento da responsabilità sanitaria.

In particolare, l’articolo 8 prevede l’introduzione di un tentativo obbligatorio di conciliazione a carico di chi intenda esercitare in giudizio un’azione risarcitoria. Nello specifico, viene disposta l’applicazione dell’istituto del ricorso presso il giudice civile competente per l’espletamento di una consulenza tecnica preventiva ai sensi dell’art. 696-bis c.p.c., ai fini dell’accertamento e della relativa determinazione dei crediti derivanti dalla mancata o inesatta esecuzione di obbligazioni contrattuali o da fatto illecito. La domanda giudiziale è procedibile, solo se la conciliazione non riesce o il relativo procedimento non si conclude entro il termine perentorio di sei mesi dal deposito del ricorso.

L’articolo 9 reca un’ulteriore disposizione, a completamento del nuovo regime della responsabilità sanitaria, che disciplinal’azione di rivalsa o di responsabilità amministrativa  della struttura sanitaria nei confronti dell’esercente la professione sanitaria, in caso di dolo o colpa grave di quest’ultimo, successivamente all’avvenuto risarcimento (sulla base di titolo giudiziale o stragiudiziale) ed entro un anno dall’avvenuto pagamento.




Articoli 10-11. Obblighi assicurativi

Infine, la riforma introduce precisi obblighi assicurativi in capo alle strutture sanitarie ed agli esercenti la professione sanitaria. Ciò, a ben vedere, allo scopo di rendere effettiva l’eventuale condanna di tali soggetti al risarcimento dei danni cagionati ai pazienti.

In particolare, è previsto anzitutto l’obbligo di assicurazione per la responsabilità contrattuale (ex artt. 1218 e 1228 c.c.) verso terzi e verso i prestatori d’opera, a carico delle strutture sanitarie e sociosanitarie, pubbliche e private, anche per i danni cagionati dal personale a qualunque titolo operante presso le strutture medesime.

In secondo luogo, si stabilisce l’obbligo, per le strutture in esame, di stipulare una ulteriore polizza assicurativa per la copertura della responsabilità extracontrattuale(ex art. 2043 c.c.) verso terzi degli esercenti le professioni sanitarie, per l’ipotesi in cui il danneggiato esperisca azione direttamente nei confronti del professionista.

Infine, è fatto obbligo di assicurazione a carico del professionista sanitario che svolga l’attività al di fuori di una delle predette strutture o che presti la sua opera all’interno della stessa in regime libero-professionale, ovvero che si avvalga della stessa nell’adempimento della propria obbligazione contrattuale assunta con il paziente, per i rischi derivanti dall’esercizio della medesima attività.

E' quindi inesatto, come sostenuto da molti, che la legge obblighi l'infermiere ad assicurarsi, a meno che non svolga, in accordo con l'azienda, attività extra-moenia o collegata ad essa.

 

Articolo 14. Espletamenti peritali

Non possiamo non concludere con ciò che riguarda l’analisi dell’art 14 del provvedimento in esame.

In esso si legge: “nei procedimenti civili e nei procedimenti penali aventi ad oggetto la responsabilità sanitaria implicanti la valutazione di problemi tecnici complessi, l’autorità giudiziaria affida l’espletamento della consulenza tecnica e della perizia a un medico legale e a uno specialista che abbia specifica e pratica conoscenza nella disciplina interessata nel procedimento”.

 

Che sia finalmente giunta l'ora per il doveroso riconoscimento professionale degli infermieri legali e forensi?

Ultimo aggiornamento Venerdì 03 Marzo 2017 16:00
 
Avevamo ragione! SE DENUNCI NON TI LICENZIANO. PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Martedì 21 Febbraio 2017 08:43

Quante volte l'abbiamo sostenuto?

Ovunque.

Denunciare, esperite tutte le vie conciliatorie possibili, è un diritto/dovere dell'infermiere.

E la paura nel farlo è sempre totalmente ingiustificata, anzi, spesso una denuncia, una prova certa, sono una garanzia contro ulteriori comportamenti scorretti da parte dell'azienda.

Ora a confermarlo arriva anche una sentenza della Corte di Cassazione.

La Corte di cassazione, con la sentenza 4125/2017 ha infatti stabilito che nell'ambito di un rapporto di lavoro dipendente, l'esercizio del potere/dovere di denuncia non può determinare una responsabilità disciplinare in capo al dipendente, a meno che il ricorso ai pubblici poteri sia strumentale, nella piena consapevolezza della insussistenza dell'illecito o della estraneità del soggetto incolpato.

Conclusione stabilita sul presupposto che, ascrivendo al lavoratore una responsabilità disciplinare per aver denunciato fatti di rilevo penale o amministrativo dal medesimo riscontrati in costanza di rapporto, verrebbe scoraggiata la collaborazione cui il cittadino è tenuto nel superiore interesse pubblico volto alla repressione degli illeciti.La denuncia, in diritto, è una dichiarazione in cui si comunicano ad un ente pubblico, un'amministrazione pubblica o altro soggetto istituzionale, circostanze, fatti o altri elementi che il destinatario è legittimato a ricevere.

 
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