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Come scegliere il responsabile della protezione dei dati PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Lunedì 09 Aprile 2018 12:28

A distanza di quasi 2 anni dall’emanazione del nuovo GDPR, avvenuta il 26 maggio 2016 e a meno di un anno dalla sua entrata in vigore, prevista per il 25 maggio 2018, finalmente il Garante per la privacy esprime la sua opinione circa i requisiti che deve rivestire il Responsabile della protezione dei dati (acronimizzato in DPO) e stupisce tutti stabilendo che non ci sarà mai certificazione sufficiente a valutarne l’adeguatezza ma occorre che l’Impresa tenuta a nominarlo – sia essa pubblica o privata – abbia ben valutato sia la sua formazione (comprese eventuali certificazioni) sia la sua esperienza nel settore specifico in cui opera l’Impresa.

A nulla valgono pertanto i tanti corsi presenti sul web che in una sola giornata hanno la pretesa di formare la figura del Responsabile della protezione dei dati (DPO) giacché, da come ci dice proprio il Garante nella sua news letter del 15 settembre scorso, solo tanta esperienza sul campo e tanti anni di studi e di utilizzo della normativa privacy, posso garantire che il soggetto prescelto a rivestire quel ruolo, sia davvero adeguatamente selezionato.

 

Le pubbliche amministrazioni, così come i soggetti privati, dovranno scegliere il Responsabile della protezione dei dati personali (RPD) con particolare attenzione, verificando la presenza di competenze ed esperienze specifiche. Non sono richieste attestazioni formali sul possesso delle conoscenze o l'iscrizione ad appositi albi professionali. Queste sono alcune delle indicazioni fornite dal Garante della privacy alle prime richieste di chiarimento in merito alla nomina di questa nuova  importante figura  - introdotta dal Regolamento UE 2016/679 -  che tutti gli enti pubblici e anche molteplici soggetti privati dovranno designare non più tardi del prossimo maggio 2018.

Nella nota inviata a un'azienda ospedaliera l'Ufficio del Garante ricorda che i Responsabili della protezione dei dati personali - spesso indicati con l'acronimo inglese DPO (Data Protection Officer) – dovranno avere un'approfondita conoscenza della normativa e delle prassi in materia di privacy, nonché delle norme e delle procedure amministrative che caratterizzano lo specifico settore di riferimento. Nella selezione sarà poi opportuno privilegiare soggetti che possano dimostrare qualità professionali adeguate alla complessità del compito da svolgere, magari documentando le esperienze fatte, la partecipazione a master e corsi di studio/professionali (in particolare se risulta documentato il livello raggiunto). Gli esperti individuati dalle aziende ospedaliere, ad esempio, in considerazione della delicatezza dei trattamenti di dati effettuati (come quelli sulla salute o quelli genetici) dovranno preferibilmente vantare una specifica esperienza al riguardo e assicurare un impegno pressoché esclusivo nella gestione di tali compiti.

L'Autorità ha inoltre chiarito che la normativa attuale non prevede l'obbligo per i candidati di possedere attestati formali delle competenze professionali. Tali attestati, rilasciati anche all'esito di verifiche al termine di un ciclo di formazione, possono rappresentare un utile strumento per valutare il possesso di un livello adeguato di conoscenza  della disciplina ma, tuttavia, non equivalgono a una "abilitazione" allo svolgimento del ruolo del RPD. La normativa attuale, tra l'altro, non prevede l'istituzione di un albo dei "Responsabili della protezione dei dati" che possa attestare i requisiti e le caratteristiche di conoscenza, abilità e competenza di chi vi è iscritto. Enti pubblici e società private dovranno quindi comunque procedere alla selezione del RPD, valutando autonomamente il possesso dei requisiti necessari per svolgere i compiti da assegnati.

Il Garante si riserva di fornire ulteriori orientamenti, che saranno pubblicati sul sito istituzionale, anche all'esito dei quesiti e delle richieste di approfondimento sul Regolamento privacy, raccolti nell'ambito di specifici incontri che l'Autorità ha in corso con imprese e Pubblica Amministrazione.

 
La difesa degli stupratori si basa ancora sullo screditare le vittime PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Martedì 27 Marzo 2018 11:18

 

La prima lezione che apprende chi sceglie di dedicarsi al sacerdozio del diritto è banale quanto destabilizzante: la giustizia si basa sull’ingiustizia. “Giustizia” intesa non come il sistema giurisdizionale (ovvero l’insieme di regole e strutture deputato ad applicare le norme), bensì il funzionamento di quel sistema in conformità a certi imperativi morali; insomma: la “giustizia della giustizia”. Per arrivare al punto che qui interessa  – una delle storture che avvertiamo quando vediamo dispiegarsi un processo per stupro, il “terzo grado” cui sono spesso sottoposte le vittime – bisogna prendere a riferimento l’imperativo più semplice: un innocente accusato ingiustamente deve essere assolto.

Questa “giustizia della giustizia” è garantita a sua volta da una profonda ingiustizia: la possibilità che per ogni innocente assolto vengano “rimessi in libertà” mille colpevoli. Bene e male si intrecciano così nella cosiddetta “presunzione di innocenza”, e nel conseguente diritto di ogni accusato a vedersi applicate le medesime regole processuali – prima fra tutte, il diritto a un’equa difesa.

Di base, il colpevole ha le stesse chance dell’innocente, a prescindere dalla gravità dell’accusa. Un uomo colpevole di stupro riceve lo stesso trattamento processuale di uno finito al banco degli imputati per un errore di persona (caso improbabile ma non impossibile); col rischio che il primo venga assolto e il secondo condannato. La costruzione del sistema processuale si basa sulla tutela di un interesse individuale e prescinde da considerazioni statistiche: per quanto gli innocenti possano essere pochi e i colpevoli molti, la regola è indifferente al dato probabilistico. Si tratta di un sistema imperfetto e fallibile, che tuttavia presuppone una delle prime acquisizioni degli stati democratici: l’uguaglianza di ciascuno di fronte alla legge.

La giustizia si basa sull’ingiustizia. Sarebbe un’affermazione banale se riguardasse solo la sfera ideale; tuttavia il rapporto che intercorre fra le due è anche pratico. Il sistema giurisdizionale si pone alla base di entrambe, facendo della seconda il fondamento della prima. Il bispensiero va abbracciato e la contraddizione si risolve solo accettando i limiti imposti da causalità e spazio-tempo: privi come siamo di strumenti attraverso cui conoscere in via incontrovertibile la verità storica, possiamo solo armarci di lanterna e cercarla nel buio di quel che è già accaduto. Anche se alla fine ci ritroveremo sempre con un risultato piuttosto dubbio, la verità processuale.

Premessa lunga ma necessaria: se la giustizia si regge sull’ingiustizia, tutto quel che concorre a quest’ultima è orripilante ma fondamentale. Sono fondamentali i Maurice Levy (The Wire), gli Al Pacino (L’avvocato del Diavolo), i Kleinfield (Carlito’s Way): quello stuolo di avvocatucoli senza remore che ogni giorno si immolano sul rogo del nostro disprezzo per l’assoluzione di chissà chi, chissà quando, chissà dove. Un inconsapevole esercito del male che – come ogni cattivo che si rispetti – oscilla fra l’algido disinteresse per la verità e la sincera convinzione di far del bene.


Perché al netto dei giudizi su quanto sia brutto e sbagliato difendere un mostro, i mostri continuano a essere difesi – una stortura inevitabile, figlia della già citata presunzione di innocenza.


Tra le fila dei cattivi, un posto d’onore spetta all’avvocato penalista, e a una sottocategoria in particolare: il difendi-stupratore. Un essere incomprensibile, davanti al quale ci si chiede sempre come faccia, come dorma la notte, per poi maledirlo e non pensarci più. Il riflesso del disinteresse, del desiderio di sostituire l’approfondimento col disprezzo, è il secondo (vero e molto più grave) martirio – quello delle vittime.

Perché al netto dei giudizi su quanto sia brutto e sbagliato difendere un mostro, i mostri continuano a essere difesi – una stortura inevitabile, figlia della già citata presunzione di innocenza. E questo, nella pratica dei processi per stupro, significa che le vittime continueranno a essere interrogate, buttate nel tritacarne di un meccanismo che non ha ancora saputo sviluppare delle pratiche idonee alla loro tutela. Un sistema che rende tuttora possibili casi come quello avvenuto di recente a Firenze, in cui  gli accusati erano due carabinieri in servizio la sera dei fatti. Alle due vittime sono stati posti da parte della difesa quesiti come questi:

Avvocato [rivolto alle ragazze che hanno denunciato lo stupro]: «Lei trova affascinanti, sexy gli uomini che indossano una divisa?».

Giudice: «Inammissibile, le abitudini personali, gli orientamenti sessuali non possono essere oggetto di deposizione».

Avvocato: «Lei indossava solo i pantaloni quella sera? Aveva la biancheria intima?».

[Domanda non ammessa dal giudice]

Avvocato: «In casa avevate bevande alcoliche? Lei ha bevuto dopo che i carabinieri sono andati via?».

Giudice: «Non l’ammetto, non torno indietro di 50 anni».

Per quanto siano diversi gli ordinamenti, per una vittima di stupro il processo è sempre un’esperienza terrificante. Sarebbe facile ricondurre la cosa soltanto all’abiezione degli avvocati o alle infiltrazioni consolidate di una cultura maschilista, ma forse la questione nasconde un problema strutturale, ed è solo affrontandola in ogni suo aspetto che si può invertire la rotta, per poter finalmente passare dall’indignazione che proviamo davanti a interrogatori del genere, alla costruzione di un’alternativa, in modo da tutelare la parte debole, la vittima.

Gli inglesi la chiamano whack the complainant: la strategia processuale basata sul distruggere la credibilità della parte accusatrice. Una tattica utilizzata soprattutto in una certa situazione-tipo: il fatto storico (la consumazione di un rapporto) è accertato, la consensualità del rapporto no e le uniche prove a disposizione sono le testimonianze delle parti coinvolte. Nei casi peggiori questa strategia si traduce in goffi e vergognosi scivoloni concettuali assimilabili al “se l’è cercata”, in quelli “migliori” è un guazzabuglio di illazioni, misdirections e indagini su fatti non pertinenti alla situazione in sé, orientati alla soggettività della parte accusatrice: “quella sera che abiti indossava?”, “è la prima volta che è stata violentata in vita sua?”, “ha mai praticato sesso anale?”, “possiede dei giocattoli erotici?” e via discorrendo. Lo scopo è l’insinuazione di un dubbio in chi è deputato a decidere – giacché il dubbio, soprattutto in certi ordinamenti, è sufficiente a far scattare l’assoluzione.


Non è mettendo l’avvocato di fronte al proprio maschilismo o alla propria spregiudicatezza che si invertirà la rotta, perché fra gli avvocati qualcuno si piazzerà fuori da un territorio etico e qualcun altro si riterrà nel giusto. Ciò che serve è la costruzione di una regola e la sua iniezione all’interno del sistema del processo.


Per l’avvocato zelante e glaciale, da film americano anni ‘80, l’espressione whack the complainantè sinonimo di una cultura della difesa basata sulla pura efficienza, sulla neutralità etica e sullatutela ad armi spianate del proprio assistito (alla fine degli anni ‘90, un senior attorney canadese istruiva i propri adepti come segue: “Dovete essere violenti, distruggere la parte accusatrice fin dall’udienza preliminare… Di norma, se distruggete subito la sua credibilità e non ci sono ulteriori prove, è fatta”). Una strategia tanto più efficiente quanto associata a  una forma mentismaschilista, soprattutto se maschilista è chi ascolta e dovrà giudicare. In altri contesti, come quello del già citato processo fiorentino, whack the complainant diventa lo strumento impugnato dai più insospettabili sull’assunto che il proprio cliente sia innocente, l’accusatrice sia una bugiarda e che quindi, eticamente, il gioco al massacro sia perfettamente lecito. Così l’avvocato di uno dei due carabinieri accusati di stupro a Firenze dichiara: “Quando mi ha giurato che non aveva violentato quella ragazza perché lei era consenziente l’ho guardato negli occhi […] e ho capito che diceva la verità”.

Da questi due approcci è evidente che una lettura morale del problema non può bastare, non è la costruzione (o l’imposizione) di una certa etica individuale a poter garantire la tutela delle vittime. Non è mettendo l’avvocato di fronte al proprio maschilismo o alla propria spregiudicatezza che si invertirà la rotta, perché fra gli avvocati qualcuno si piazzerà fuori da un territorio etico e qualcun altro si riterrà nel giusto. Ciò che serve è la costruzione di una regola e la sua iniezione all’interno del sistema del processo.

In effetti, per quanto il processo sia un insieme di norme neutrali rispetto ai dati statistici e basato sulla presunzione di innocenza, esso coinvolge non solo l’interesse individuale dell’accusato ma vari interessi individuali in potenziale conflitto fra loro (fra cui anche quello dell’ipotetica parte lesa). Di fronte a questa pluralità di interessi confliggenti, la costruzione di un processo “giusto” si complica: il sistema insegue la chimera di una regola che protegga al massimo grado entrambe le parti (il possibile innocente e la possibile vittima), in una situazione dove la tutela di una parte va necessariamente a discapito della tutela dell’altra. Il punto di arrivo di questo processo schizofrenico è un necessario bilanciamento fra interessi. In questo senso, di fronte al conflitto fra l’interesse dell’accusato e quello della parte accusatrice, il sistema è già in un punto di equilibrio parzialmente a favore di quest’ultima: la “presunzione di consenso”, infatti, può essere annullata attraverso la semplice prova testimoniale dell’accusatrice, che si limiti a negare che il consenso ci sia stato (questo sempre qualora non ci siano ulteriori elementi probatori a favore o contro l’una o l’altra versione). Insomma, formalmente l’onere della prova è sempre a carico all’accusa, come richiede la presunzione di innocenza, ma di norma il giudice tiene conto del fatto che sarebbe iniquo, se non impossibile, esigere una dimostrazione del dissenso che vada oltre la testimonianza di chi sostiene di aver subito la violenza.


Forse è necessario prendere atto di una realtà che troviamo inaccettabile: se il fatto storico è accertato e il consenso è l’unico discrimine; se la difesa dell’accusato è un male necessario e non vi sono elementi ulteriori in grado di orientare l’istruttoria; allora l’unica “arma” a disposizione della difesa pare davvero il contro-interrogatorio.


Quanto esposto nel paragrafo precedente non è scontato, se si considera che la parte accusatrice può subire non solo la violenza psicologica della difesa, ma anche quella delle autorità e della pubblica accusa – soprattutto in contesti culturali (tipo la Russia delle denunce per stupro riportata da Human Rights Watch) profondamente maschilisti, nei quali la dichiarazione di dissenso non è una prova sufficiente, e servono morsi, graffi e tagli non solo per dar prova di quel che si dice, ma persino per veder avviate le indagini. Messa in questi termini, nella maggior parte degli ordinamenti la situazione è meno drammatica del previsto: la potenziale vittima soffre non tanto della resistenza del “sistema” ad accettare la sua versione, quanto del cortocircuito che consegue allo scontro fra il suo interesse e quello del potenziale stupratore. Questo problema, nonostante sia evidente, da Artemisia Gentileschi fino ad oggi non sembra essere migliorato granché.

Forse è necessario prendere atto di una realtà che troviamo inaccettabile: se il fatto storico è accertato e il consenso è l’unico discrimine; se la difesa dell’accusato è un male necessario e non vi sono elementi ulteriori in grado di orientare l’istruttoria; allora l’unica “arma” a disposizione della difesa pare davvero il contro-interrogatorio. L’unica strategia possibile, insomma, sarebbe smentire la parte accusatrice. Preso atto di questo, però, è necessario muoversi dal “cosa” al “come”: perché se è vero che è l’unica strategia possibile, non è necessariamente vero che questa difesa sia dispiegabile solo attraverso metodi denigratori, violenti e umilianti: la parte accusatrice può essere una bugiarda o una vittima, molto spesso è quest’ultima, e dunque contemperare gli interessi in gioco significa come minimo individuare barriere e paletti formali al dispiegarsi del contro-interrogatorio (senza però intaccare il fondamento dell’assetto odierno, e cioè la pienezza del contraddittorio fra parte accusatrice e avvocato difensore). Whack the complainant, in questa chiave di lettura, non definirebbe una strategia, un “cosa”, ma un “come”.

Detto questo, è anche possibile che il conflitto di fondo sia insanabile e che tentare di smentire una potenziale vittima di stupro sia sempre una strategia abietta. È anche possibile, insomma, che la distinzione tra “cosa” e “come” sia un espediente retorico destinato a disintegrarsi nel contraddittorio fra le parti. In questo caso tutto si riduce a una domanda relativamente semplice: qual è il miglior punto di equilibrio sulla “retta degli interessi”? E come ci si può arrivare? Forse, se non esistono strategie alternative e l’unica strategia è violenta per definizione, è tempo di mettere dei limiti alla possibilità stessa di attuarla.

In questo senso vale la pena ricordare che, nel caso di audizione di un minore, il nostro ordinamento conosce da tempo una pletora di buone pratiche che potrebbero essere prese a modello. Svolgere l’interrogatorio in un luogo “neutro” (giacché nemmeno l’aspetto rituale del processo e gli orpelli estetici che lo caratterizzano sono da sottovalutare); imporre la preventiva presentazione al giudice della lista di domande da sottoporre alla possibile vittima; garantire l’assenza dell’imputato dal luogo dell’audizione; soprattutto (ipotesi per noi di maggior interesse) offrire la mediazione di una terza parte qualificata come “bocca” dell’interrogatorio, togliendo il palco all’avvocato difensore; sono tutte cautele che ridimensionano la pienezza del contraddittorio e che l’ordinamento ritiene legittime. Strumenti con cui riportare al centro del processo quell’obiettivo di fondo a cui l’intero sistema dovrebbe tendere (la ricerca della verità storica) e che rischia di essere travolto dallo zelo della tutela di parte.

Non è questa la sede per un discorso prescrittivo approfondito, che comunque si scontra con la necessità di calare eventuali proposte nella concretezza di ciascun ordinamento. Quel che è certo è che, se si assume l’equivalenza fra “cosa” e “come”, e si prende atto dell’intrinseca violenza di un contro-interrogatorio difensivo nella situazione-tipo descritta, o si introduce un assetto radicalmente diverso (maggiormente a favore della potenziale vittima) o ci si arrende al bispensiero di una giustizia che assomiglia inevitabilmente – e sempre più spesso – al proprio contrario.


Luca Pappalardo nasce a Bergamo nel 1989 e in realtà si chiama Luca Marco. Dottore di ricerca in Scienze Giuridiche, scrive di diritto col suo nome esteso e di altre cose con quello ridotto. Ha scritto per Prismo, Not, The Towner e altri.

Articolo tratta da indiscreto.org

La prima lezione che apprende chi sceglie di dedicarsi al sacerdozio del diritto è banale quanto destabilizzante: la giustizia si basa sull’ingiustizia. “Giustizia” intesa non come il sistema giurisdizionale (ovvero l’insieme di regole e strutture deputato ad applicare le norme), bensì il funzionamento di quel sistema in conformità a certi imperativi morali; insomma: la “giustizia della giustizia”. Per arrivare al punto che qui interessa  – una delle storture che avvertiamo quando vediamo dispiegarsi un processo per stupro, il “terzo grado” cui sono spesso sottoposte le vittime – bisogna prendere a riferimento l’imperativo più semplice: un innocente accusato ingiustamente deve essere assolto.

Questa “giustizia della giustizia” è garantita a sua volta da una profonda ingiustizia: la possibilità che per ogni innocente assolto vengano “rimessi in libertà” mille colpevoli. Bene e male si intrecciano così nella cosiddetta “presunzione di innocenza”, e nel conseguente diritto di ogni accusato a vedersi applicate le medesime regole processuali – prima fra tutte, il diritto a un’equa difesa.

Di base, il colpevole ha le stesse chance dell’innocente, a prescindere dalla gravità dell’accusa. Un uomo colpevole di stupro riceve lo stesso trattamento processuale di uno finito al banco degli imputati per un errore di persona (caso improbabile ma non impossibile); col rischio che il primo venga assolto e il secondo condannato. La costruzione del sistema processuale si basa sulla tutela di un interesse individuale e prescinde da considerazioni statistiche: per quanto gli innocenti possano essere pochi e i colpevoli molti, la regola è indifferente al dato probabilistico. Si tratta di un sistema imperfetto e fallibile, che tuttavia presuppone una delle prime acquisizioni degli stati democratici: l’uguaglianza di ciascuno di fronte alla legge.

La giustizia si basa sull’ingiustizia. Sarebbe un’affermazione banale se riguardasse solo la sfera ideale; tuttavia il rapporto che intercorre fra le due è anche pratico. Il sistema giurisdizionale si pone alla base di entrambe, facendo della seconda il fondamento della prima. Il bispensiero va abbracciato e la contraddizione si risolve solo accettando i limiti imposti da causalità e spazio-tempo: privi come siamo di strumenti attraverso cui conoscere in via incontrovertibile la verità storica, possiamo solo armarci di lanterna e cercarla nel buio di quel che è già accaduto. Anche se alla fine ci ritroveremo sempre con un risultato piuttosto dubbio, la verità processuale.

Premessa lunga ma necessaria: se la giustizia si regge sull’ingiustizia, tutto quel che concorre a quest’ultima è orripilante ma fondamentale. Sono fondamentali i Maurice Levy (The Wire), gli Al Pacino (L’avvocato del Diavolo), i Kleinfield (Carlito’s Way): quello stuolo di avvocatucoli senza remore che ogni giorno si immolano sul rogo del nostro disprezzo per l’assoluzione di chissà chi, chissà quando, chissà dove. Un inconsapevole esercito del male che – come ogni cattivo che si rispetti – oscilla fra l’algido disinteresse per la verità e la sincera convinzione di far del bene.


Perché al netto dei giudizi su quanto sia brutto e sbagliato difendere un mostro, i mostri continuano a essere difesi – una stortura inevitabile, figlia della già citata presunzione di innocenza.


Tra le fila dei cattivi, un posto d’onore spetta all’avvocato penalista, e a una sottocategoria in particolare: il difendi-stupratore. Un essere incomprensibile, davanti al quale ci si chiede sempre come faccia, come dorma la notte, per poi maledirlo e non pensarci più. Il riflesso del disinteresse, del desiderio di sostituire l’approfondimento col disprezzo, è il secondo (vero e molto più grave) martirio – quello delle vittime.

Perché al netto dei giudizi su quanto sia brutto e sbagliato difendere un mostro, i mostri continuano a essere difesi – una stortura inevitabile, figlia della già citata presunzione di innocenza. E questo, nella pratica dei processi per stupro, significa che le vittime continueranno a essere interrogate, buttate nel tritacarne di un meccanismo che non ha ancora saputo sviluppare delle pratiche idonee alla loro tutela. Un sistema che rende tuttora possibili casi come quello avvenuto di recente a Firenze, in cui  gli accusati erano due carabinieri in servizio la sera dei fatti. Alle due vittime sono stati posti da parte della difesa quesiti come questi:

Avvocato [rivolto alle ragazze che hanno denunciato lo stupro]: «Lei trova affascinanti, sexy gli uomini che indossano una divisa?».

Giudice: «Inammissibile, le abitudini personali, gli orientamenti sessuali non possono essere oggetto di deposizione».

Avvocato: «Lei indossava solo i pantaloni quella sera? Aveva la biancheria intima?».

[Domanda non ammessa dal giudice]

Avvocato: «In casa avevate bevande alcoliche? Lei ha bevuto dopo che i carabinieri sono andati via?».

Giudice: «Non l’ammetto, non torno indietro di 50 anni».

Per quanto siano diversi gli ordinamenti, per una vittima di stupro il processo è sempre un’esperienza terrificante. Sarebbe facile ricondurre la cosa soltanto all’abiezione degli avvocati o alle infiltrazioni consolidate di una cultura maschilista, ma forse la questione nasconde un problema strutturale, ed è solo affrontandola in ogni suo aspetto che si può invertire la rotta, per poter finalmente passare dall’indignazione che proviamo davanti a interrogatori del genere, alla costruzione di un’alternativa, in modo da tutelare la parte debole, la vittima.

Gli inglesi la chiamano whack the complainant: la strategia processuale basata sul distruggere la credibilità della parte accusatrice. Una tattica utilizzata soprattutto in una certa situazione-tipo: il fatto storico (la consumazione di un rapporto) è accertato, la consensualità del rapporto no e le uniche prove a disposizione sono le testimonianze delle parti coinvolte. Nei casi peggiori questa strategia si traduce in goffi e vergognosi scivoloni concettuali assimilabili al “se l’è cercata”, in quelli “migliori” è un guazzabuglio di illazioni, misdirections e indagini su fatti non pertinenti alla situazione in sé, orientati alla soggettività della parte accusatrice: “quella sera che abiti indossava?”, “è la prima volta che è stata violentata in vita sua?”, “ha mai praticato sesso anale?”, “possiede dei giocattoli erotici?” e via discorrendo. Lo scopo è l’insinuazione di un dubbio in chi è deputato a decidere – giacché il dubbio, soprattutto in certi ordinamenti, è sufficiente a far scattare l’assoluzione.


Non è mettendo l’avvocato di fronte al proprio maschilismo o alla propria spregiudicatezza che si invertirà la rotta, perché fra gli avvocati qualcuno si piazzerà fuori da un territorio etico e qualcun altro si riterrà nel giusto. Ciò che serve è la costruzione di una regola e la sua iniezione all’interno del sistema del processo.


Per l’avvocato zelante e glaciale, da film americano anni ‘80, l’espressione whack the complainantè sinonimo di una cultura della difesa basata sulla pura efficienza, sulla neutralità etica e sullatutela ad armi spianate del proprio assistito (alla fine degli anni ‘90, un senior attorney canadese istruiva i propri adepti come segue: “Dovete essere violenti, distruggere la parte accusatrice fin dall’udienza preliminare… Di norma, se distruggete subito la sua credibilità e non ci sono ulteriori prove, è fatta”). Una strategia tanto più efficiente quanto associata a  una forma mentismaschilista, soprattutto se maschilista è chi ascolta e dovrà giudicare. In altri contesti, come quello del già citato processo fiorentino, whack the complainant diventa lo strumento impugnato dai più insospettabili sull’assunto che il proprio cliente sia innocente, l’accusatrice sia una bugiarda e che quindi, eticamente, il gioco al massacro sia perfettamente lecito. Così l’avvocato di uno dei due carabinieri accusati di stupro a Firenze dichiara: “Quando mi ha giurato che non aveva violentato quella ragazza perché lei era consenziente l’ho guardato negli occhi […] e ho capito che diceva la verità”.

Da questi due approcci è evidente che una lettura morale del problema non può bastare, non è la costruzione (o l’imposizione) di una certa etica individuale a poter garantire la tutela delle vittime. Non è mettendo l’avvocato di fronte al proprio maschilismo o alla propria spregiudicatezza che si invertirà la rotta, perché fra gli avvocati qualcuno si piazzerà fuori da un territorio etico e qualcun altro si riterrà nel giusto. Ciò che serve è la costruzione di una regola e la sua iniezione all’interno del sistema del processo.

In effetti, per quanto il processo sia un insieme di norme neutrali rispetto ai dati statistici e basato sulla presunzione di innocenza, esso coinvolge non solo l’interesse individuale dell’accusato ma vari interessi individuali in potenziale conflitto fra loro (fra cui anche quello dell’ipotetica parte lesa). Di fronte a questa pluralità di interessi confliggenti, la costruzione di un processo “giusto” si complica: il sistema insegue la chimera di una regola che protegga al massimo grado entrambe le parti (il possibile innocente e la possibile vittima), in una situazione dove la tutela di una parte va necessariamente a discapito della tutela dell’altra. Il punto di arrivo di questo processo schizofrenico è un necessario bilanciamento fra interessi. In questo senso, di fronte al conflitto fra l’interesse dell’accusato e quello della parte accusatrice, il sistema è già in un punto di equilibrio parzialmente a favore di quest’ultima: la “presunzione di consenso”, infatti, può essere annullata attraverso la semplice prova testimoniale dell’accusatrice, che si limiti a negare che il consenso ci sia stato (questo sempre qualora non ci siano ulteriori elementi probatori a favore o contro l’una o l’altra versione). Insomma, formalmente l’onere della prova è sempre a carico all’accusa, come richiede la presunzione di innocenza, ma di norma il giudice tiene conto del fatto che sarebbe iniquo, se non impossibile, esigere una dimostrazione del dissenso che vada oltre la testimonianza di chi sostiene di aver subito la violenza.


Forse è necessario prendere atto di una realtà che troviamo inaccettabile: se il fatto storico è accertato e il consenso è l’unico discrimine; se la difesa dell’accusato è un male necessario e non vi sono elementi ulteriori in grado di orientare l’istruttoria; allora l’unica “arma” a disposizione della difesa pare davvero il contro-interrogatorio.


Quanto esposto nel paragrafo precedente non è scontato, se si considera che la parte accusatrice può subire non solo la violenza psicologica della difesa, ma anche quella delle autorità e della pubblica accusa – soprattutto in contesti culturali (tipo la Russia delle denunce per stupro riportata da Human Rights Watch) profondamente maschilisti, nei quali la dichiarazione di dissenso non è una prova sufficiente, e servono morsi, graffi e tagli non solo per dar prova di quel che si dice, ma persino per veder avviate le indagini. Messa in questi termini, nella maggior parte degli ordinamenti la situazione è meno drammatica del previsto: la potenziale vittima soffre non tanto della resistenza del “sistema” ad accettare la sua versione, quanto del cortocircuito che consegue allo scontro fra il suo interesse e quello del potenziale stupratore. Questo problema, nonostante sia evidente, da Artemisia Gentileschi fino ad oggi non sembra essere migliorato granché.

Forse è necessario prendere atto di una realtà che troviamo inaccettabile: se il fatto storico è accertato e il consenso è l’unico discrimine; se la difesa dell’accusato è un male necessario e non vi sono elementi ulteriori in grado di orientare l’istruttoria; allora l’unica “arma” a disposizione della difesa pare davvero il contro-interrogatorio. L’unica strategia possibile, insomma, sarebbe smentire la parte accusatrice. Preso atto di questo, però, è necessario muoversi dal “cosa” al “come”: perché se è vero che è l’unica strategia possibile, non è necessariamente vero che questa difesa sia dispiegabile solo attraverso metodi denigratori, violenti e umilianti: la parte accusatrice può essere una bugiarda o una vittima, molto spesso è quest’ultima, e dunque contemperare gli interessi in gioco significa come minimo individuare barriere e paletti formali al dispiegarsi del contro-interrogatorio (senza però intaccare il fondamento dell’assetto odierno, e cioè la pienezza del contraddittorio fra parte accusatrice e avvocato difensore). Whack the complainant, in questa chiave di lettura, non definirebbe una strategia, un “cosa”, ma un “come”.

Detto questo, è anche possibile che il conflitto di fondo sia insanabile e che tentare di smentire una potenziale vittima di stupro sia sempre una strategia abietta. È anche possibile, insomma, che la distinzione tra “cosa” e “come” sia un espediente retorico destinato a disintegrarsi nel contraddittorio fra le parti. In questo caso tutto si riduce a una domanda relativamente semplice: qual è il miglior punto di equilibrio sulla “retta degli interessi”? E come ci si può arrivare? Forse, se non esistono strategie alternative e l’unica strategia è violenta per definizione, è tempo di mettere dei limiti alla possibilità stessa di attuarla.

In questo senso vale la pena ricordare che, nel caso di audizione di un minore, il nostro ordinamento conosce da tempo una pletora di buone pratiche che potrebbero essere prese a modello. Svolgere l’interrogatorio in un luogo “neutro” (giacché nemmeno l’aspetto rituale del processo e gli orpelli estetici che lo caratterizzano sono da sottovalutare); imporre la preventiva presentazione al giudice della lista di domande da sottoporre alla possibile vittima; garantire l’assenza dell’imputato dal luogo dell’audizione; soprattutto (ipotesi per noi di maggior interesse) offrire la mediazione di una terza parte qualificata come “bocca” dell’interrogatorio, togliendo il palco all’avvocato difensore; sono tutte cautele che ridimensionano la pienezza del contraddittorio e che l’ordinamento ritiene legittime. Strumenti con cui riportare al centro del processo quell’obiettivo di fondo a cui l’intero sistema dovrebbe tendere (la ricerca della verità storica) e che rischia di essere travolto dallo zelo della tutela di parte.

Non è questa la sede per un discorso prescrittivo approfondito, che comunque si scontra con la necessità di calare eventuali proposte nella concretezza di ciascun ordinamento. Quel che è certo è che, se si assume l’equivalenza fra “cosa” e “come”, e si prende atto dell’intrinseca violenza di un contro-interrogatorio difensivo nella situazione-tipo descritta, o si introduce un assetto radicalmente diverso (maggiormente a favore della potenziale vittima) o ci si arrende al bispensiero di una giustizia che assomiglia inevitabilmente – e sempre più spesso – al proprio contrario.


Luca Pappalardo nasce a Bergamo nel 1989 e in realtà si chiama Luca Marco. Dottore di ricerca in Scienze Giuridiche, scrive di diritto col suo nome esteso e di altre cose con quello ridotto. Ha scritto per Prismo, Not, The Towner e altri.
Ultimo aggiornamento Martedì 27 Marzo 2018 11:21
 
Un ottimo contratto. Tranne per gli infermieri. PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Lunedì 26 Febbraio 2018 23:08

Venerdì 23 febbraio a Roma erano previsti 2 eventi.

Entrambi di enorme portata.

Il primo era un incontro tra ARAN e sindacati rappresentativi per la definizione del preaccordo sul rinnovo del CCNL del comparto sanità, scaduto ormai da 9 anni.

L'altro era la prima manifestazione unitaria dei sindacati infermieristici Nursind e Nursing Up, in supporto allo sciopero indetto dalle 2 compagini sindacali ed al quale pare abbia aderito l'80% degli infermieri italiani.

Contrariamente a quanto sempre successo, dopo quasi 2 giorni di trattativa continuata, durante lo sciopero si è arrivati alla firma della preintesa contrattuale.

Il documento che andremo ad analizzare criticamente è stato sottoscritto da CGIL, CISL, UIL ed FSI.

Nursind e Nursing Up si sono ovviamente rifiutati di firmare, mentre FIALS, pur non firmando, non ha espresso una posizione ufficiale.


Per una volta, anche supportati dalla dura presa di posizione della FNOPI (ex FNC IPASVI), esprimiamo un giudizio netto e preciso.

Quelle firme sono state messe su un contratto indegno, offensivo, degradante, quasi PUNITIVO per la categoria infermieristica.


Andiamo ad analizzarlo punto per punto, partendo dalla parte che, per la nostra specializzazione, è meno importante, quella economica.


Era ovviamente quella più attesa, ma per le risorse governative messe a disposizione in finanziaria quella su cui si sapeva già di non poter intervenire. Gli stanziamenti quelli erano e quelli sono rimasti.

Quello che nessuno si aspettava è che, peggiorando una situazione già paradossale ed illogica, si procedesse ad una operazione di riequilibrio totale, decidendo di ignorare completamente qualsiasi valutazione su responsabilità, formazione ed impegno.

Partiamo da una precisazione. Nessun infermiere avrà un aumento  di 85€ come dichiarato alla stampa.

Gli aumenti vanno da 67 ad 82€. A cui si debbono togliere la vacanza contrattuale e le tasse ed avrete incrementi REALI dai 33 ai 42€. Mensili. Dopo 9 anni di blocco contrattuale. Un amministrativo in C3 prende più di un infermiere laureato.

Di base.

Se consideriamo poi che l'amministrativo beneficerà del bonus da 80€, che l'infermiere ha l'obbligo di iscrizione all'Ordine, l'obbligo di assicurazione e l'obbligo ECM, l'amministrativo che prende più di un infermiere laureato, col suo carico di responsabilità, è il C2. Praticamente un neoassunto.

Ridicola anche la quantificazione degli arretrati. Mediamente 450€. E solo per gli anni 2016-2017, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale reputi ILLEGALI i blocchi contrattuali dal 2013 in poi.

 


La parte normativa è e resta un mistero.

Non vi erano necessità economiche particolari.

Non c'erano soldi per far avanzare le competenze avanzate? Lo sappiamo.

Ma allora almeno lasciare tutto com'era no?

Invece si è operato abbastanza pesantemente. A parte riconoscere il diritto al tempo del cambio divisa e consegne (per un massimo di 15 minuti, comunque irrisori) si sono eliminati alcuni diritti degli infermieri, e solo di loro, inserendo limitazioni e diktat senza senso. Se non quello di fare un favore alle aziende e di conseguenza allo Stato. Che però al tavolo contrattuale rappresenta per i sindacati la controparte. O almeno dovrebbe...

 

Analizziamo punto critico per punto critico.


 

 

Dopo 10 anni da coordinatore si può perdere l'incarico, che deve essere rimesso a bando. Questo interessa particolarmente i coordinatori infermieristici. Ostetriche, fisioterapisti, TRSM o tecnici di laboratorio, avendo spesso un solo reparto nella struttura dopo 10 anni non rischiano niente.

 


 

La mensa viene tolta ai turnisti. Rimane per tutti gli altri. Assolutamente incomprensibile ed illogico.


 

Le indennità aumentano (non quelle degli infermieri comuni, delle corsie, dei turnisti. Quelle sono ferme dal 1994). Solo quelle degli incarichi più elevati. Il valore massimo passa da 9.296,23 a 12.000 (unica indennità arrotondata all'euro) con un aumento di ben 2.703 euro annui). Gli incarichi minori aumentano di 129€ all'anno.


Mentre per gli infermieri sono richiesti master o percorsi regionali per il sistema degli incarichi, per gli amministrativi bastano 5 anni di anzianità di servizio.  Ancora una volta illogico ed assolutamente non meritocratico.


La modifica probabilmente peggiore di tutta la preintesa. Non solo sparisce il limite di 180 ore di straordinario effettuabili in un anno, ma lo straordinario stesso diventa, di fatto, obbligatorio.

Con una laconica, ed irritante, postilla finale sulla possibilità di non effettuarlo per "giustificati motivi di impedimento per esigenze personali e familiari".

Chi decide se è giustificato o meno?

Su quali basi?


 

Il giudizio, confermiamo, non può che essere negativo.

Con la speranza che fino alla firma definitiva l'azione dei sindacati di categoria, o un improbabile ravvedimento di chi ha firmato la preintesa, possa cambiare e correggere questi macroscopici errori a carico sopratutto della professione infermieristica.

 

 

Era ovviamente quella più attesa, ma “grazie” alle scelte governative quella su cui si sapeva già di non poter intervenire. Gli stanziamenti quelli erano e quelli sono rimasti.

Quello che nessuno si aspettava è che, peggiorando una situazione già paradossale ed illogica, si procedesse ad una operazione di riequilibrio totale, decidendo di ignorare completamente qualsiasi valutazione su responsabilità, formazione ed impegno.

Partiamo da una precisazione. Nessun infermiere avrà un aumento a regime (dopo il 1 aprile 2018, per gli altri comparti dal 1 marzo 2018) di 85€ come dichiarato da cgilcisluil alla stampa. Basta leggere le tabelle. Gli aumenti vanno da 67 ad 82€. Togliete la vacanza contrattuale e le tasse ed avrete incrementi REALI dai 33 ai 42€. Mensili. Dopo 9 anni di blocco contrattuale. Un amministrativo passacarte in C3 prende più di un infermiere laureato.

Di base.

Se consideriamo poi che l'amministrativo beneficerà del bonus da 80€, che l'infermiere ha l'obbligo di iscrizione all'Ordine, l'obbligo di assicurazione e l'obbligo ECM, l'amministrativo passacarte che prende più di un infermiere laureato, col suo carico di responsabilità, è il C2. Praticamente un neoassunto.

Ridicola anche la quantificazione degli arretrati. Mediamente 450€. E solo per gli anni 2016-2017, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale reputi ILLEGALI i blocchi contrattuali dal 2013 in poi.

Ultimo aggiornamento Lunedì 26 Febbraio 2018 23:14
 
I diritti negati di infanzia e adolescenza PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Lunedì 20 Novembre 2017 09:32

Una giornata per i bambini e fatta da bambini.

Questo augurio dell’Unicef per celebrare la 28° Giornata mondiale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. La stessa organizzazione ha proposto ai bambini in tutto il mondo di «prendere il posto degli adulti» nelle scuole, negli uffici, nelle loro comunità di appartenenza.

Eppure è sempre l’Unicef che ci ricorda che muoiono 15 mila bambini sotto i 5 anni, o che, a causa di una violenza, ogni 5 minuti muore una bambina o una ragazza, e ogni 7 muore un bambino o un ragazzo. La strada per una tutela reale dei diritti dei minori è ancora lunga.

Guerra e povertà: i nemici di bambini e adolescenti

La guerra è nemica giurata dell’infanzia, ricorda l’Unicef. Ancora di più se pensiamo ai conflitti di oggi, che hanno come obiettivo non tanto quello di conquistare un territorio, quanto di distruggere un nemico. Donne e bambini diventano così obiettivi bellici: sterminare bambini significa eliminare i nemici del domani; la violenza sessuale e l’arruolamento di bambini soldato sono armi sempre più diffuse, entrambe con devastanti conseguenze psicologiche sui minori.

La guerra si accompagna alla povertà, altra condizione che impedisce ai bambini di vivere serenamente il loro tempo. In tutto il mondo sono 385 milioni i minori che vivono in condizioni di estrema povertà.

Tra loro, 8,5 milioni di loro sono siriani. Sono in condizioni difficili sia quelli rimasti con i propri familiari in Siria durante la guerra, sia quelli che hanno lasciato il paese e vivono ora da rifugiati nei paesi limitrofi. Tra questi milioni di bambini che vivono in estrema povertà ci sono anche tanti minori yemeniti, sud sudanesi, somali.

Dei bambini che vivono in aree di conflitto, 75 milioni hanno meno di 5 anni.

Infanzia: negato il diritto di nascere e crescere

La mortalità neonatale resta molto alta in particolare in due regioni del mondo: l’Asia meridionale (39%) e l’Africa subsahariana (38%). Eppure la nazione con la più alta percentuale di queste morti è l’India: qui si concentra il 24% dei casi.

Ci sono aree del mondo in cui sotto i 5 anni puoi morire anche per una semplice diarrea o una banale polmonite: ogni anno accade a 1,4 milioni di bambini.

Sono tanti i fattori che condizionano il corretto sviluppo celebrale di un bambino. Tra questi ci sono un ambiente sano e degli stimoli positivi. Purtroppo a molti bambini è negato anche questo: 300 milioni vivono in zone dove l’aria è tossica, mentre in 64 paesi un quarto dei bambini tra i 2 e i 4 anni non può giocare, cantare o leggere. In pratica non ha diritto all’infanzia.

Educazione violenta per bambini e adolescenti

La casa e la scuola dovrebbero essere i luoghi in cui ogni bambino trova rifugio e serenità. Purtroppo non è così. Secondo i dati Unicef raccolti in 30 paesi, 6 bambini su 10 di un anno di età sono regolarmente vittime di un’educazione violenta.

Anche a scuola la violenza fa parte del metodo educativo: 732 milioni di bambini in età scolare (il 50% del totale), vive in paesi in cui le punizioni fisiche a scuola sono ammesse. E anche nel nostro paese l’organizzazione Save the Children parla di “povertà educativa“.

Spose bambine, vittime di violenza e mutilazioni genitali

Nel caso delle bambine, l’educazione violenta si traduce in violenza sessuale: 15 milioni di adolescenti tra i 15 e i 19 anni hanno subito molestie o stupri. E nel 90% dei casi queste violenze non arrivano da uno sconosciuto.

I matrimoni precoci sono ancora una realtà difficile da sradicare: nel mondo un quarto delle bambine è costretta a contrarre matrimonio prima di aver compiuto la maggiore età. Una piaga ancora più terribile è il perpetrarsi della pratica delle mutilazioni genitali femminili: le hanno subite 63 milioni di ragazze e bambine.

Diritti dei bambini: in Italia cresce la povertà minorile

Carenza di cure sanitarie adeguate, condizioni abitative non idonee, alimentazione non corretta: ecco cosa significa per un bambino essere povero in un paese come l’Italia.

A questo si sommano anche la mancanza di accesso a luoghi di svago, a un’istruzione di alto livello, a una protezione sociale e di inclusione. La crisi economica ha impoverito le famiglie, la politica non ha saputo garantire questi diritti ai minori. Per questo oggi in Italia la povertà minorile continua a crescere: in termini reali si parla di 2.297.000 minorenni in povertà relativa e 1.292.000 in povertà assoluta.

Migranti: i minori stranieri non accompagnati

Nel 2016 più di 100 mila migranti minorenni hanno attraversato il Mediterraneo per arrivare in Europa. Molti di loro viaggiavano da soli, cioè senza un adulto che lo accompagnasse. Si chiamano “minori stranieri non accompagnati”.

Sono ragazzi e ragazze in fuga dal loro paese, scappano da guerre, povertà, regimi autoritari, violenze, mancanza di un futuro. Sono diretti in Europa e non sempre vogliono fermarsi in Italia. Sono sempre più giovani: hanno anche 12 o 13 anni. Negli anni sta aumentando la percentuale di ragazze che arrivano, quasi tutte nigeriane. Nel 2016 sono arrivati in Italia 26 mila minori stranieri soli. Quest’anno, fino al 25 ottobre, sono stati 14.579 e rappresentano il 90% di tutti i bambini arrivati in Italia.

Migranti minori facili prede della tratta di esseri umani

I migranti minori non accompagnati sono soggetti particolarmente vulnerabili, perché hanno affrontato grandi dolori e grandi cambiamenti. Spesso sono indeboliti, perché arrivano da un viaggio di privazioni e di violenze, e solo in Europa possono sperare di ricevere cure adeguate.

Sono facili prede della tratta: se in tutto il mondo i bambini che finiscono nelle mani dei trafficanti sono un quarto delle vittime totali, il 57% di loro viene subisce tratta mentre sta attraversando i confini: le rotte della tratta a livello globale si sovrappongono alle rotte migratorie.

Diversa la destinazione in base al sesso: il 72% delle vittime di sesso femminile subisce sfruttamento sessuale; l’86% delle vittime di sesso maschile rilevate viene sottoposto a lavori forzati.

Legge Zampa: modello europeo per minori stranieri soli

Nel marzo di quest’anno (dopo uno stallo di 3 anni), l’Italia ha approvato la legge Zampa (dal nome della deputata Sandra Zampa, prima firmataria del provvedimento), che mira proprio a tutelare i minori stranieri non accompagnati.

In sintesi, la legge: sottolinea che i minori soli non possono mai essere espulsi; limita a 30 giorni la permanenza del minore in una struttura di prima accoglienza e alza gli standard per le strutture di seconda destinazione; impone una procedura multidisciplinare per accertare l’età del minore; rafforza il diritto alla salute e all’istruzione; istituisce l’albo dei tutori volontari, per permettere a ogni minore di avere un adulto legalmente responsabile di lui, almeno fino alla maggiore età.

A sei mesi dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, la legge non è ancora completamente implementata, ma con la sua approvazione l’Italia è diventato il primo paese in Europa a dotarsi di un sistema organico che considera i bambini migranti, prima di tutto, bambini.

 
I medici volevano decidere per tutti. L'IPASVI e noi abbiamo detto NO! PDF Stampa E-mail
Scritto da Uffcio di Presidenza AIILF   
Martedì 23 Gennaio 2018 18:54

Venerdì 12 gennaio si è svolta a Roma, presso la sede della SIRM, Società Italiana di Radiologia Medica, un incontro promosso dal Sindacato Medici Legali.

All'incontro, richiesto per discutere delle modifiche alla gestione degli albi periti presso i Tribunali italiani a seguito della legge 24/17, era stata invitata la Federazione Nazionale Collegi IPASVI.

La Federazione, che ringraziamo, ha ritenuta necessaria la nostra presenza in qualità di esperti.

Presenti anche le Federazioni delle Ostetriche e dei TRSM, insieme all'associazione che raccoglie le istanze di tutti gli altri professionisti sanitari.

In politichese l'incontro verrebbe detto “interlocutorio”.

Ma non siamo avvezzi ad usare il politichese, abbiamo sempre parlato chiaro.

La FNOMCeO ha presentato la propria bozza di accordo con il CSM (Consiglio Superiore della Magistratura). Un protocollo dove, stranamente, si mirava a ridimensionare la portata della legge 24/17, riportando di nuovo tutto e tutti sotto il controllo dei soli medici legali.

Opzione quindi respinta con forza dalla FNC IPASVI e dall'AIILF.

Coerentemente con quanto fatto questi anni, e con l'appoggio della Federazione, abbiamo inviato una serie di note su quella bozza. Note che l'IPASVI potrà utilizzare come base per il futuro, avendo scelto di confrontarsi direttamente col CSM, senza nessun interlocutore medico, vivaddio!

Ora non ci resta che attendere, prepararsi, e continuare a lottare per questo sacrosanto diritto: essere professionisti anche in caso di giudizio.

La strada ormai è quella, inutile negarlo. L'art.15 della Legge 24/17 riconosce a noi infermieri legali e forensi il diritto all'apertura degli albi in ogni tribunale ed agli infermieri quello di farsi valutare professionalmente solo ed esclusivamente da un collega,

Con buona pace della classe medica.

 
DDL Lorenzin: cosa cambia? PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Venerdì 27 Ottobre 2017 07:40

Il Ddl Lorenzin approvato alla Camera dei Deputati ed in attesa di tornare al senato per il voto finale fa nascere finalmente l'Ordine degli infermieri. Nascono anche nuovi Ordini sanitari, OSS e osteopati vengono riconosciuti.

Ma niente infermieri e fisioterapisti in farmacia. Purtroppo.

La riforma gli Ordini professionali del comparto Sanità e le sperimentazioni cliniche sono state approvate dalla Camera dei Deputati.

Benchè in attesa di tornare al Senato per la terza lettura l’approvazione definitiva del testo di legge non sembra più essere in discussione.

Bocciato uin solo emendamento sull'articolo 4 del testo della Legge Lorenzin, quello riguardante la riforma degli ordini professionali.

Oltre ai già esistenti ordini di medici e chirurghi, dei veterinari e dei farmacisti, sono stati introdotti gli ordini:

- biologi;

- professioni infermieristiche;

- ostetrica;

- tecnici sanitari di radiologia medica;

- professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione.


Vittoria per i fisioterapisti, che grazie ad un emendamento dell'Onorevole Carnevali del Partito Democratico (fisioterapista, appunto) ottengono di poter chiedere al Ministero della Salute il riconoscimento di un nuovo ordine professionale, che assumerebbe il nome della professione svolta, in caso gli iscritti ad un albo siano superiori alle 50.000 unità.


Escono a testa alta anche gli OSS, che con la nascita dell’Area delle professioni socio sanitarie saranno riconosciuti ed inquadrati a livello legislativo.


Cosa cambia invece per le altre professioni sanitarie? Analizziamo il testo completo del Ddl Lorenzin, articolo per articolo.


Ddl Lorenzin: analisi del testo di legge

Composto da 18 articoli, il testo approvato alla Camera dei Deputati ne contiene solamente 17.

È stato soppresso purtroppo l’articolo 16, con il quale veniva permesso ad altri professionisti della salute, quali infermieri e fisioterapisti, di operare all’interno delle farmacie.


§ articolo 1: delegato il Governo alla revisione della disciplina in materia di sperimentazione clinica dei medicinali per uso umano. Entro 12 mesi deve approvare una serie di decreti legislativi, nel rispetto delle norme dell’Unione Europea e degli standard internazionali per l’etica nella ricerca medica sugli esseri umani;

§ articolo 2: identificati i comitati etici territoriali, in numero massimo di di 40, ai quali si affiancano quelli a valenza nazionale (per un massimo di 3), di cui uno dovrà essere adibito alla sperimentazione pediatrica;

§ articolo 3: viene introdotto un protocollo per la diffusione della medicina attenta alle differenze per sesso e genere,

§ articolo 4: il punto per noi più interessante, perché è qui che si riformano le professioni sanitarie. Viene introdotta la possibilità di istituire nuovi Ordini professionali - definiti come “enti pubblici non economici” - per gli albi con numero di iscritti superiore a 50mila. Ordini che verranno costituiti a livello territoriale;

§ articolo 5: introduce l’area delle professioni socio sanitarie, con il riconoscimento come personale dell'area sanitaria, e non più tecnica, per OSS, assistenti sociali, sociologi ed educatori;

§ articolo 6: stabilite in modo univoco le procedure per la nascita di nuove professioni sanitarie. Tale riconoscimento avverrà in seguito al recepimento di una direttiva comunitaria, oppure su proposta delle associazioni professionali che le rappresentano. La decisione finale sarà del Ministero della Salute,. Una volta istituita una nuova professione bisognerà stabilire il titolo professionale, il campo d’impiego e i criteri di valutazione dell’esperienza professionale.

§ articolo 7: rriconosciute le professioni dell’osteopata e del chiropratico. Sarà un accordo stipulato nella Conferenza Stato-Regioni a stabilire gli ambiti di attività e le funzioni di queste due professioni. Il Ministero dell’Istruzione, entro sei mesi, dovrà invece definire in maniera chiara il percorso universitario necessario per accedere alle due professioni;

§ articolo 8: il Consiglio Nazionale dei Chimici si trasforma in Federazione Nazionale degli Ordini dei Chimici e dei Fisici;

§ articolo 9: anche il biologo e lo psicologo sono professioni sanitarie;

§ articolo 10: prevede l’istituzione dell’elenco nazionale degli ingegneri biomedici e clinici presso l’Ordine degli ingegneri;

§ articolo 11: modifica alcune parti del testo della Legge 24/17 (DDL Gelli) sull’azione di responsabilità amministrativa della struttura sanitaria nei confronti del professionista sanitario in caso di dolo o colpa grave.

§ articolo 12: modificato il reato di esercizio abusivo della professione. Aumentate le sanzioni, con quella amministrativa che va dai 10mila ai 50mila euro, più la reclusione da 6 mesi a 3 anni. La pena può aumentare fino ad un massimo di 5 anni di reclusione (e 75mila euro di multa) qualora il professionista abbia indotto altre persone a commettere lo stesso reato. Se l’abuso riguarda una professione per la quale è richiesta un’abilitazione speciale concessa dallo Stato, o di un’arte sanitaria, (e l'infermiere rientra in entrambe le descrizioni) a reclusione va dai 3 ai 10 anni.

§ articolo 13: sanzioni per il farmacista che commercia sostanze dopanti, senza prescrizione medica, con la pena che va dai 2 ai 6 anni di reclusione e dai 5mila ai 77mila euro di multa;

§ articolo 14: introdotta l’aggravante nel delitto colposo se il danno avviene verso persone ricoverate presso strutture sanitarie;

§ articolo 15: introduce disposizioni per la formazione specialistica dei medici extracomunitari. Viene concessa la possibilità ai cittadini stranieri in possesso della qualifica di medico acquisita nel Paese di appartenenza di partecipare alle iniziative di formazione o di aggiornamento, comprese quelle che richiedono un’attività clinica, senza ottenere il riconoscimento del titolo ma con la sola autorizzazione fornita dal Ministero della Salute. Autorizzazione che non potrà avere una durata superiore ai due anni;

§ articolo 17: modificato il ruolo della dirigenza sanitaria del Ministero della Salute, con la riduzione del divario che c’è tra gli stipendi dei dirigenti delle professionalità sanitarie dipendenti da enti ed aziende del SSN e quelli del Ministero della salute;

 

§ articolo 18: “Disposizioni finali” con le quali vengono salvaguardate le competenze legislative delle Regioni, sia a statuto ordinario che statale, e delle province autonome.


Il Ddl Lorenzin approvato alla Camera dei Deputati ed in attesa di tornare al senato per il voto finale fa nascere finalmente l'Ordine degli infermieri. Nascono anche nuovi Ordini sanitari, OSS e osteopati vengono riconosciuti.

 

Ma niente infermieri e fisioterapisti in farmacia. Purtroppo.

 

La riforma gli Ordini professionali del comparto Sanità e le sperimentazioni cliniche sono state approvate dalla Camera dei Deputati.

Benchè in attesa di tornare al Senato per la terza lettura l’approvazione definitiva del testo di legge non sembra più essere in discussione.

 

Bocciato uin solo emendamento sull'articolo 4 del testo della Legge Lorenzin, quello riguardante la riforma degli ordini professionali.

Oltre ai già esistenti ordini di medici e chirurghi, dei veterinari e dei farmacisti, sono stati introdotti gli ordini:

 

  • biologi;

  • professioni infermieristiche;

  • ostetrica;

  • tecnici sanitari di radiologia medica;

  • professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione.

 

Vittoria per i fisioterapisti, che grazie ad un emendamento dell'Onorevole Carnevali del Partito Democratico (fiositerapista, appunto) ottengono di poter chiedere al Ministero della Salute il riconoscimento di un nuovo ordine professionale, che assumerebbe il nome della professione svolta, in caso gli iscritti ad un albo siano superiori alle 50.000 unità.

 

Escono a testa alta anche gli OSS, che con la nascita dell’Area delle professioni socio sanitarie saranno riconosciuti ed inquadrati a livello legislativo.

 

Cosa cambia invece per le altre professioni sanitarie? Analizziamo il testo completo del Ddl Lorenzin, articolo per articolo.

 

Ddl Lorenzin: analisi del testo di legge

Composto da 18 articoli, il testo approvato alla Camera dei Deputati ne contiene solamente 17.

È stato soppresso purtroppo l’articolo 16, con il quale veniva permesso ad altri professionisti della salute, quali infermieri e fisioterapisti, di operare all’interno delle farmacie.

 

  • articolo 1: delegato il Governo alla revisione della disciplina in materia di sperimentazione clinica dei medicinali per uso umano. Entro 12 mesi deve approvare una serie di decreti legislativi, nel rispetto delle norme dell’Unione Europea e degli standard internazionali per l’etica nella ricerca medica sugli esseri umani;

  • articolo 2: identificati i comitati etici territoriali, in numero massimo di di 40, ai quali si affiancano quelli a valenza nazionale (per un massimo di 3), di cui uno dovrà essere adibito alla sperimentazione pediatrica;

  • articolo 3: viene introdotto un protocollo per la diffusione della medicina attenta alle differenze per sesso e genere,

  • articolo 4: il punto per noi più interessante, perché è qui che si riformano le professioni sanitarie. Viene introdotta la possibilità di istituire nuovi Ordini professionali - definiti come “enti pubblici non economici” - per gli albi con numero di iscritti superiore a 50mila. Ordini che verranno costituiti a livello territoriale;

  • articolo 5: introduce l’area delle professioni socio sanitarie, con il riconoscimento come personale dell'area sanitaria, e non più tecnica, per OSS, assistenti sociali, sociologi ed educatori;

  • articolo 6: stabilite in modo univoco le procedure per la nascita di nuove professioni sanitarie. Tale riconoscimento avverrà in seguito al recepimento di una direttiva comunitaria, oppure su proposta delle associazioni professionali che le rappresentano. La decisione finale sarà del Ministero della Salute,. Una volta istituita una nuova professione bisognerà stabilire il titolo professionale, il campo d’impiego e i criteri di valutazione dell’esperienza professionale.

  • articolo 7: rriconosciute le professioni dell’osteopata e del chiropratico. Sarà un accordo stipulato nella Conferenza Stato-Regioni a stabilire gli ambiti di attività e le funzioni di queste due professioni. Il Ministero dell’Istruzione, entro sei mesi, dovrà invece definire in maniera chiara il percorso universitario necessario per accedere alle due professioni;

  • articolo 8: il Consiglio Nazionale dei Chimici si trasforma in Federazione Nazionale degli Ordini dei Chimici e dei Fisici;

  • articolo 9: anche il biologo e lo psicologo sono professioni sanitarie;

  • articolo 10: prevede l’istituzione dell’elenco nazionale degli ingegneri biomedici e clinici presso l’Ordine degli ingegneri;

  • articolo 11: modifica alcune parti del testo della Legge 24/17 (DDL Gelli) sull’azione di responsabilità amministrativa della struttura sanitaria nei confronti del professionista sanitario in caso di dolo o colpa grave.

  • articolo 12: modificato il reato di esercizio abusivo della professione. Aumentate le sanzioni, con quella amministrativa che va dai 10mila ai 50mila euro, più la reclusione da 6 mesi a 3 anni. La pena può aumentare fino ad un massimo di 5 anni di reclusione (e 75mila euro di multa) qualora il professionista abbia indotto altre persone a commettere lo stesso reato. Se l’abuso riguarda una professione per la quale è richiesta un’abilitazione speciale concessa dallo Stato, o di un’arte sanitaria, (e l'infermiere rientra in entrambe le descrizioni) a reclusione va dai 3 ai 10 anni.

  • articolo 13: sanzioni per il farmacista che commercia sostanze dopanti, senza prescrizione medica, con la pena che va dai 2 ai 6 anni di reclusione e dai 5mila ai 77mila euro di multa;

  • articolo 14: introdotta l’aggravante nel delitto colposo se il danno avviene verso persone ricoverate presso strutture sanitarie;

  • articolo 15: introduce disposizioni per la formazione specialistica dei medici extracomunitari. Viene concessa la possibilità ai cittadini stranieri in possesso della qualifica di medico acquisita nel Paese di appartenenza di partecipare alle iniziative di formazione o di aggiornamento, comprese quelle che richiedono un’attività clinica, senza ottenere il riconoscimento del titolo ma con la sola autorizzazione fornita dal Ministero della Salute. Autorizzazione che non potrà avere una durata superiore ai due anni;

  • articolo 17: modificato il ruolo della dirigenza sanitaria del Ministero della Salute, con la riduzione del divario che c’è tra gli stipendi dei dirigenti delle professionalità sanitarie dipendenti da enti ed aziende del SSN e quelli del Ministero della salute;

  • articolo 18: “Disposizioni finali” con le quali vengono salvaguardate le competenze legislative delle Regioni, sia a statuto ordinario che statale, e delle province autonome.

 
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