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Ricoveri in barella: malasanità legalizzata PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Venerdì 27 Febbraio 2015 15:48

Siamo nel 2015, ma le cronache ancora abbondano di casi di  ricoveri, o peggio decessi, in barelle. Parcheggiate tra un letto e l'altro o più spesso direttamente nel corridoio.

Una situazione insostenibile, con picchi che al sud rappresentano ormai una vera emergenza, e che ormai non riguardano più soltanto i Pronto Soccorso ma dilagano anche nelle unità di degenza.

Ma in questo marasma, cosa rischia l'infermiere, può e come difendersi?

Dal punto di vista giuridico le maggiori problematiche legate al ricovero in barella sono:

- il rispetto della normativa sulla privacy, assente in corridoio;

- il rispetto della normativa sulla sicurezza, in quanto la barella non può essere considerato un idoneo appoggio per le manovre assistenziali anche elementari;

- il rispetto degli standard minimi di dotazione dell'unità di ricovero, campanello, luce, presa di corrente;

- il rispetto della normativa sulle dotazioni di personale, legge Donat-Cattin;

- il rispetto della normativa antincendio, basata sulle dotazioni standard di unità di ricovero.

Altre norme, giuridiche o si semplice educazione sanitaria, sono legate alla aumentata possibilità di propagarsi di infezioni, alle modificazioni dei parametri ambientali, alla possibilità di errore terapeutico, ecc. ecc.

La responsabilità dell'accettazione del ricovero è del Medico di Guardia che materialmente firma l'ingresso in unità operativa, ma la responsabilità della sicurezza degli utenti è dell'infermiere in turno.

La questione è complessa ed articolata, comprendente sia la sfera etico-deontologica che quella giuridica.

Cominciamo col richiamare alcuni punti del Codice Deontologico dell'Infermiere.

Articolo 3

La responsabilità dell'infermiere consiste nell’assistere, nel curare e nel prendersi cura dellapersona nel rispetto della vita, della salute, della libertà e della dignità dell'individuo.

Articolo 6

L'infermiere riconosce la salute come bene fondamentale della persona e interesse della collettività e si impegna a tutelarla con attività di prevenzione, cura, riabilitazione e palliazione.

Articolo 8

L’infermiere, nel caso di conflitti determinati da diverse visioni etiche, si impegna a trovare la soluzione attraverso il dialogo. Qualora vi fosse e persistesse una richiesta di attività in contrasto con i principi etici della professione e con i propri valori, si avvale della clausola di coscienza, facendosi garante delle prestazioni necessarie per l’incolumità e la vita dell’assistito.

Articolo 9

L’infermiere, nell'agire professionale, si impegna ad operare con prudenza al fine di non nuocere.

Articolo 10

L'infermiere contribuisce a rendere eque le scelte allocative, anche attraverso l'uso ottimale delle risorse disponibili.

Articolo 17

L’infermiere, nell'agire professionale è libero da condizionamenti derivanti da pressioni o interessi di assistiti, familiari,altri operatori, imprese, associazioni, organismi.

Articolo 26

L'infermiere assicura e tutela la riservatezza nel trattamento dei dati relativi all’assistito. Nella raccolta, nella gestione e nel passaggio di dati, si limita a ciò che è attinente all’assistenza.

Articolo 29

L'infermiere concorre a promuovere le migliori condizioni di sicurezza dell'assistito e dei familiari e lo sviluppo della cultura dell’imparare dall’errore. Partecipa alle iniziative per la gestione del rischio clinico.

Articolo 33

L'infermiere che rilevi maltrattamenti o privazioni a carico dell’assistito mette in opera tutti i mezzi per proteggerlo, segnalando le circostanze, ove necessario, all'autorità competente.

Articolo 47

L'infermiere, ai diversi livelli di responsabilità, contribuisce ad orientare le politiche e lo sviluppo del sistema sanitario, al fine di garantire il rispetto dei diritti degli assistiti, l'utilizzo equo ed appropriato delle risorse e la valorizzazione del ruolo professionale.

Articolo 48

L'infermiere, ai diversi livelli di responsabilità, di fronte a carenze o disservizi provvede a darne comunicazione ai responsabili professionali della struttura in cui opera o a cui afferisce il proprio assistito.

Articolo 49

L’infermiere, nell’interesse primario degli assistiti, compensa le carenze e i disservizi che possono eccezionalmente verificarsi nella struttura in cui opera. Rifiuta la compensazione, documentandone le ragioni, quando sia abituale o ricorrente o comunque pregiudichi sistematicamente il suo mandato professionale.

Deontologicamente occorre, quindi, vedere se i criteri sono quelli dell' "eccezionalità" oppure no.

Dal punto di vista giuridico, come già asserito, la responsabilità di eventuali cadute è dell'infermiere, ed è certamente una aggravante del reato se la caduta è avvenuta da un mezzo inadeguato e non ritenuto, sempre dalla legge, idoneo a lunghi periodi di degenza.

Ma l'infermiere, le cui possibilità decisionali sono nettamente sottostimate, può e come difendersi?

Come Cassazione insegna, sentenza n. 16260 del 6 marzo 2013, laddove il soggetto portatore di responsabilità non abbia la facoltà o possibilità di intervenire direttamente per la risoluzione del problema, ha l'obbligo di darne comunicazione ai superiori o direttamente all'azienda, pena la piena colpevolezza anche per eventi verso i quali non ha responsabilità diretta.

Al di là dei criteri di eccezionalità, sempre molto difficili da definire, e considerando l'argomento sia dal punto di vista giuridico che deontologico, possiamo concludere che:
l'infermiere deve denunciare al responsabile medico ed alla direzione sanitaria, per iscritto, che si sta lavorando in condizioni critiche e/o con carichi di  lavoro non compatibili con i principi ed i criteri della sicurezza e che tale modalità è perpetrata nel tempo.

Solo una denuncia scritta e protocollata che esponga la propria opposizione ad una consuetudine pericolosa e sbagliata pone il personale infermieristico al riparo da eventuali conseguenza giuridiche.

Ultimo aggiornamento Venerdì 27 Febbraio 2015 16:28
 
RUOLO DEL PROFESSIONISTA INFERMIERE IN CASO DI VIOLENZA CONTRO LE DONNE PDF Stampa E-mail
Scritto da Valdelice Santos Barros   
Giovedì 26 Febbraio 2015 11:01

Master di I° livello in “Infermieristica forense e gestione del rischio clinico”

 

Anno accademico 2013/2014

RUOLO DEL PROFESSIONISTA INFERMIERE IN CASO DI VIOLENZA CONTRO LE DONNE: DEFINIZIONI, COMPETENZE E METODOLOGIE DI INTERVENTO”.

 

Candidato: Valdelice Santos Barros

Relatore: Prof.ssa Mara Pavan

 

Clicca sul titolo per scaricare la tesi.

 
COMUNICATO AIILF PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Mercoledì 11 Febbraio 2015 18:38

L'AIILF, Associazione Italiana Infermieri Legali e Forensi, è sempre stata, e sempre si manterrà, distante dalle logiche e dalle ingerenze di qualsiasi sindacato.

Chi è stato presente ai nostri Congressi avrà senz'altro notato come siano stati sempre accolti, come sponsor, entrambi i sindacati di categoria.

Ciò non toglie che, nell'ottica di una difesa complessiva ed olistica della figura professionale dell'infermiere, alcuni membri del Direttivo Nazionale si siano impegnati nell'attività sindacale.

Coerentemente a queste premesse è stata data la massima libertà ai membri del Direttivo stesso di candidarsi nelle liste per le prossime elezioni RSU nelle aziende pubbliche. La presenza di infermieri appassionati e preparati nelle delegazioni trattanti, ed in maniera più ampia nel panorama sindacale italiano, è comunque auspicabile per tutti.

Questo anche nell'ottica di un ormai imprescindibile riconoscimento dei percorsi post-laurea e delle specializzazioni corrispondenti, tra le quali la nostra.

Ribadendo quindi la totale asindacalità dell'Associazione e contemporaneamente l'assenza di elementi di contrasto tra l'attività sindacale e la presenza nel Direttivo Nazionale AIILF, auguriamo a tutti i colleghi che sono presenti nelle liste sindacali per le prossime elezioni RSU un ottimo risultato ed un buon lavoro.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 11 Febbraio 2015 18:38
 
L'infermiere e l'obbligo di denuncia PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Giovedì 05 Febbraio 2015 16:25

A volte capita di leggere e rispondere a mail, telefonate o post sui social media, riguardo quale comportamento adottare di fronte a problematiche che presentano un rischio reale per l'utente.

In certi casi si tratta di veri e propri reati.

E' il caso, ad esempio, di prestazioni infermieristiche, spesso eseguite in maniera approssimativa o peggio, eseguite da badanti, oss o comunque personale non specializzato.

Ma di esempi se ne potrebbero fare a centinaia. Chiunque ne avrebbe da riportare, visti o sentiti nella propria carriera lavorativa.

Di fronte a questo come deve regolarsi l'infermiere?

Ripartiamo, anzitutto, dal fatto che l'infermiere è, a seconda di quale azione sta svolgendo, incaricato di pubblico servizio o pubblico ufficiale. Per maggiori informazioni rimandiamo a questi articoli già apparso sul sito AIILF. Articolo 1 Articolo 2.

In quanto incaricato di pubblico servizio/pubblico ufficiale l'infermiere sottostà all'art. 361 del Codice Penale ed all'art. 331 del Codice di Procedura Penale.

Il primo recita:

Il pubblico ufficiale (1), il quale ometteritarda di denunciare all'Autorità giudiziaria, o ad un'altra Autorità che a quella abbia obbligo di riferirne, un reato di cui ha avuto notizia nell'esercizio o a causa delle sue funzioni (2), è punito con la multa da trenta euro a cinquecentosedici euro.

La pena è della reclusione fino ad un anno, se il colpevole è un ufficiale o un agente di polizia giudiziaria [c.p.p. 57], che ha avuto comunque notizia di un reato del quale doveva fare rapporto [c.p.p. 330-332347(3).
Le disposizioni precedenti non si applicano se si tratta di delitto punibile a querela della persona offesa.

Note:

(1) Si tratta di un reato proprio, che presuppone che il p.u. abbia conoscenza di un fatto costituente reato, acquisita nell'esercizio delle proprie funzioni o in connessione funzionale con esse.

 

(2) Si tratta di un'ipotesi differente dal concorso nel reato per non averlo impedito, pur avendone l'obbligo (art. 40 c.p.), dove il pubblico ufficiale omette non tanto di denunciare un reato di cui sia venuto a conoscenza quanto di porre in essere un doveroso comportamento positivo, che poteva materialmente attuare impedendo così il compimento del reato stesso.

(3) Questa rappresenta un'aggravante speciale di carattere soggettivo, non tanto dunque un titolo autonomo di reato, in quanto in tale ipotesi la diversità non si coglie sul piano di una differente connotazione della condotta incriminata, quanto della diversa ampiezza che caratterizza il dovere di informativa.


L'art. 331 di C.P.P. precisa:

1. Salvo quanto stabilito dall'articolo 347, i pubblici ufficiali e gli incaricati di un pubblico servizio che, nell'esercizio o a causa delle loro funzioni o del loro servizio, hanno notizia di reato perseguibile di ufficio, devono farne denuncia per iscritto, anche quando non sia individuata la persona alla quale il reato è attribuito.

2. La denuncia è presentata o trasmessa senza ritardo al pubblico ministero o a un ufficiale di polizia giudiziaria.

3. Quando più persone sono obbligate alla denuncia per il medesimo fatto, esse possono anche redigere e sottoscrivere un unico atto.

4. Se, nel corso di un procedimento civile o amministrativo, emerge un fatto nel quale si può configurare un reato perseguibile di ufficio, l'autorità che procede redige e trasmette senza ritardo la denuncia al pubblico ministero.


La scriminante quindi non è tanto cosa si debba fare, ma solo QUANDO e COME si debba fare.

Il quando è chiarito dalle 2 norme sopracitate. Il reato deve essere denunciato solo ed esclusivamente se si tratta di un reato perseguibile d'ufficio, ovvero quei reati per i quali non è necessaria la denuncia da parte della parte offesa, ma per i quali l'autorità giudiziaria può intervenire in totale autonomia.

In linea di massima i reati perseguibili d'ufficio sono: i delitti contro la vita, delitti contro l’incolumità individuale e pubblica (es. lesioni personali lievi, gravi e gravissime), delitti sessuali, delitti di interruzione di gravidanza, delitti di manomissione di cadavere, delitti contro la libertà individuale, delitti contro la famiglia.

Il come è invece individuato dal comma 2 dell'art.331 del CPP, la denuncia deve essere fatta al pubblico ministero, presso l'ufficio del Tribunale, o ad un ufficiale di polizia giudiziaria. Questi ultimi, oltre al solito ufficio presso il Tribunale, spesso hanno anche una sezione negli ospedali.

Altri tipi di segnalazione, ad esempio alla Direzione Sanitaria, parrebbero non avere senso giuridico. Ma per questo è necessario rivolgersi al proprio ufficio legale, presso il quale potrebbero essere state attivate procedure diverse, in accordo con l'autorità giudiziaria.

Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Febbraio 2015 16:26
 
Legittimo rendersi irreperibili per le ferie PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Venerdì 06 Febbraio 2015 11:16

FINALMENTE!
Dopo anni di lotte per invalidare una norma contrattuale senza senso, la Cassazione mette la pietra tombale su quest'ultima.
La Corte di Cassazione, con sentenza n. 27057 del 3 dicembre 2013, ha affermato sì il diritto del datore di lavoro di modificare il periodo feriale in base soltanto a una riconsiderazione delle esigenze aziendali ma ha al contempo ritenuto che le modifiche debbano essere comunicate al lavoratore con congruo preavviso.
Il caso preso in esame dai giudici di legittimità vede come protagonista un lavoratore licenziato per non aver adempiuto, durante un periodo di ferie, a due ordini di riprendere servizio.
Il datore di lavoro sosteneva che il lavoratore era tenuto, da una precisa norma del contratto collettivo, ad essere reperibile ed il fatto che non vi avesse provveduto rendeva automaticamente conosciute tutte le comunicazioni inviategli al domicilio inizialmente dichiarato, benché non ritirate affermando che il datore di lavoro manteneva sempre il potere di revocare le ferie già concesse e il non aver adempiuto all'obbligo di presentarsi al lavoro rendeva illegittima la condotta contestata.
Evidenziava il datore che l'art. 23 del c.c.n.l. di comparto prevedeva tra i doveri del dipendente quello di "comunicare all'Amministrazione la propria residenza e, ove non coincidente, la dimora temporanea nonché ogni successivo mutamento delle stesse". Ne conseguiva che il dipendente in ferie fosse tenuto a comunicare la sua dimora temporanea ed i successivi eventuali mutamenti.
La norma contrattuale invocata - precisa la Suprema Corte - "tutela il diritto del datore di lavoro di conoscere il luogo ove inviare comunicazioni al dipendente nel corso del rapporto di lavoro e non già, stante la natura costituzionalmente tutelata del bene, ivi comprese le connesse esigenze di privacy, durante il legittimo godimento delle ferie (che il lavoratore è libero, salvo diverse pattuizioni, di godere secondo le modalità e nelle località che ritenga più congeniali al recupero delle sue energie psicofisiche), risolvendosi l'opposta interpretazione in una compressione del diritto alle ferie, costringendo il lavoratore in viaggio non solo a far conoscere al datore di lavoro i luoghi e tempi dei suoi spostamenti, ma anche ad una inammissibile e gravosa attività di comunicazione formale, magari giornaliera, dei suoi spostamenti."  In merito, poi, al fatto che il datore aveva il diritto di richiamare dalle ferie il dipendente con ordine per quest'ultimo vincolante, permanendo, anche durante il godimento delle ferie, il potere del datore di lavoro di modificare il periodo feriale anche a seguito di una riconsiderazione delle esigenze aziendali, come previsto dall'art. 18 del c.c.n.I. che prevede la possibilità per il datore di lavoro di interrompere o sospendere il periodo feriale già in godimento, i giudici di Piazza Cavour, evidenziano che non vi è, nell'art. 18 del CCNL invocato dal datore di lavoro, alcuna norma che preveda un potere totalmente discrezionale del datore di lavoro di interrompere o sospendere II periodo feriale già in godimento, risultando allo scopo insufficiente il generico inciso di cui al comma 11 "Qualora le ferie già in godimento siano interrotte o sospese per motivi di servizio", che nulla dice circa le modalità con cui l'interruzione o la sospensione possa essere adottata e debba essere comunicata.
 
Sull'orario di servizio ed i suoi problemi PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Martedì 27 Gennaio 2015 15:39

Sono tra le domande più presenti tra colleghi e sui social network, oltre che nei messaggi e nelle mail a cui rispondiamo quotidianamente.

Sembra utile quindi chiarire alcuni concetti già espressi altrove e riunirli in un articolo completo ed unico, che comprenda alcuni aspetti fondamentali dell'orario di lavoro, e dei problemi ad esso collegati, sempre riferendosi alle vigenti disposizioni di legge.

Orario massimo di servizio

L'orario massimo di servizi è indicato, nella vigente legislazione (legge 300/71 ed altre), in 12 ore.

Alcuni giuristi però ritengono, in quanto più recente, sia valido ill D.LGS 66/2003 (in parte modificato dal D.Lgs.213/2004). Il decreto in realtà cita esclusivamente i riposi minimi, 11 ore consecutive tra un turno ed il successivo.

La sua interpretazione estensiva consentirebbe una durata massima del lavoro di 13 ore (24 ore giornaliere, meno le 11 di riposo).

La questione ancora non è stata pienamente chiarita, anzi, ogni giudice può ritenere valida una qualsiasi delle 2 interpretazioni.

Per sicurezza, quindi, si indica la durata massima dell'orario di lavoro in 13 ore.

Oltre questo orario non è però solo in difetto il datore di lavoro, ma anche il lavoratore stesso, che sta violando la stessa norma.

Questo implica la non copertura della eventuale assicurazione, ad esempio. Violando una norma, inoltre, si è correi. Non comunicandolo all'azienda si può essere condannati anche per eventi per i quali non abbiamo nessuna colpa. E' sufficiente essere a conoscenza di aver violato una legge (sull'argomento rimandiamo a questa sentenza)

Cambio turno assente

E se dovessimo andare oltre il nostro orario di servizio perchè il cambio turno non si presenta?

Intanto vediamo quale è la procedura corretta di tutti in caso di malattia improvvisa.

Se un collega ci comunica di non poter venire al lavoro lasciando quindi scoperto il turno, si deve:

1) comunicare il contenuto della telefonata al Coordinatore, se presente, possibilmente alla presenza di un testimone. Trasmessa la comunicazione, riprendere la propria occupazione assistenziale.

2) Se non sono in servizio il Coordinatore o il proprio Dirigente Infermieristico, telefonare al dirigente reperibile della Direzione Sanitaria (il nome del reperibile è custodito dal centralino e farselo passare al telefono) comunicandogli la situazione di scopertura del turno venutasi a creare.

(P.s. per la vigente legislazione è sempre possibile registrare le proprie telefonate).

Se l'azienda (intesa come tutti i dirigenti coinvolti) non provvede al cambio o il collega neanche avverte della propria malattia (il che lo rende passibile di provvedimento disciplinare e/o denuncia penale) si è obbligati a coprire il turno fino alla durata massima di 13 ore.

L'obbligo non è esercitabile se da tale comportamento possono derivare danni a minori o invalidi, purchè dimostrabili. (l'esempio classico è quello dei figli che escono da scuola e si devono andare a prendere).

Si devono comunque ripetere i punti 1 e 2, evidenziando il limite delle 13 ore di lavoro.

Oltre il proprio orario, comunque, è previsto si garantiscano solo le emergenze, non il normale lavoro di routine.

Arrivati in prossimità del limite delle 13 ore consecutive di lavoro si deve telefonare al 112 (Carabinieri) spiegando la situazione di illegalità e di pericolo in cui ci si trova e chiedendo di intervenire sul luogo per verificare la situazione e consentire la stesura del verbale di denuncia. Nel caso vi fosse anche il rischio di compromettere la sicurezza della propria famiglia, per esempio se i figli sono rimasti soli perchè il papà ha dovuto andare al lavoro e quindi ci si espone anche al rischio di denuncia penale per abbandono di minori ed incapaci (art. 591 Codice Penale) si deve pretendere dai carabinieri di coinvolgere l’autorità competente, il sindaco o il giudice di turno, affinchè si possa trovare una sicura e solerte soluzione.

Oltre il termine delle 13 ore si è autorizzati/obbligati a lasciare il posto di lavoro. La responsabilità, avendo provveduto a comunicarlo nei tempi e nei modi corretti, ricade esclusivamente sul Coordinatore, sul Dirigente Infermieristico o sull'Azienda (a chi è stato comunicato e non ha provveduto).

Richiamo in servizio

Uno delle "abitudini" diffuse in questi casi è richiamare in servizio il collega che è di riposo. Procedura assolutamente illegale per come viene espletata.

Chiariamo anzitutto che, dove non esista il servizio di pronta disponibilità (cosiddetta reperibilità) non esiste nessun obbligo legale di lasciare il proprio numero di telefono al Coordinatore della propria unità operativa. Sul sito del Garante della Privacy è addirittura disponibile uno stampato per chiedere la cancellazione di questo ed altri dati non necessari presenti fuori dai luoghi preposti (in questo caso il telefono dovrebbe essere a disposizione, senza comunque l'obbligo, del solo ufficio del personale). Il modulo per la cancellazione dei dati è disponibile a questo indirizzo.

Questo perchè l'unica modalità prevista da leggi e contratti per richiamare in servizio il dipendente è l'ordine di servizio.

Come già scritto nel Piccolo Vademecum dei Diritti Infermieristici l'ordine di servizio deve essere a consegna certa al dipendente, essere scritto, motivato, indicare la data, provenire dal Responsabile del Servizio, avere carattere di eccezionalità ed essere consegnato con almeno 24 ore di preavviso. (art. 28 CCNL 1995, art. 34 CCNL 1999).

Una violazione qualsiasi di queste norme invalida la richiesta da parte dell'azienda.

Sui ritardi da parte dei colleghi montanti è utile ricordare che il dipendente che regolarmente entra in servizio in ritardo è passibile di licenziamento. Sentenza Cassazione

Ribadiamo quindi che l'unica modalità di richiamo in servizio è, appunto, l'ordine di servizio (visto sempre come una imposizione al dipendente, in realtà è anche a sua stessa garanzia. Se nel tragitto tra casa e lavoro, ad esempio, si è vittime di un infortunio, non abbiamo nessun documento che possa provare che stavamo andando a lavoro, essendo solo e soltanto il turno garante dei propri turni.

Sentenze in merito escludono, a maggior ragione, chiamate in servizio tramite SMS, mail, messenger vari, What's Up, Facebook, Twitter o social media.

Reperibilità

Come già trattato nel Piccolo Vademecum:

- la reperibilità, in realtà si chiama Servizio di Pronta Disponibilità (SPD) è possibile solo in alcuni reparti, le sale operatorie e le strutture di emergenza, non è quindi possibile avere il SPD negli altri reparti o unità operative. (comma 11 – art. 7 – CCNL integrativo 20/09/2001)

- non possono fare il SPD i coordinatori (ex Caposala) e gli oss inquadrati nel ruolo tecnico (cioè tutti o quasi) (comma 11 art. 7 – CCNL integrativo 20/09/2001)

- per un turno di SPD fatto in un giorno festivo, con chiamata o meno, l'infermiere ha diritto ad un giorno di riposo compensativo nella settimana successiva. Ma va richiesto solo nel caso in cui si abbiano delle ore di surplus, in quanto il riposo compensativo verrà conteggiato con 6 ore di debito orario (comma 6 – art. 7 – CCNL integrativo 20/09/2001)

- i turni di reperibilità non possono essere superiori a 6 nel mese (comma 10 – art. 7 – CCNL integrativo 20/09/2001)

- i turni di reperibilità sono di 12 ore e possono essere 2 consecutivi, quindi di 24 ore, solo nei festivi (comma 6 e 7 – art. 7 – CCNL integrativo 20/09/2001)

- il SPD è possibile solo la notte e nei festivi (comma 6 – art. 7 – CCNL integrativo 20/09/2001)

Ultimo aggiornamento Martedì 27 Gennaio 2015 16:42
 
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Corso di aggiornamento: INTERVENIRE SULLA SCENA DEL CRIMINE

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o l'Ufficio di Presidenza AILF

 

Sono aperte le convenzioni con i seguenti hotel:

- Hotel Cine Music 06.70.39.30.77

Hotel Tuscolana 06.70.22.65.3

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