Didattica

Cerca

Login

IAFN

Iscriviti alla nostra News Letter

Home
AILF
Luci ed ombre nel Codice Rosso PDF Stampa E-mail
Scritto da Direttivo Nazionale AIILF   
Venerdì 06 Dicembre 2019 10:33

Nella G.U. del 25 luglio 2019 è stata pubblicata la Legge 19 luglio 2019, n. 69 (recante “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”) denominata “Codice Rosso”, entrata in vigore il 9 agosto scorso.

Il testo sarebbe dovuto essere indicativo di incisive disposizioni di diritto penale e di supporto alle vittime di violenza.

Tra le novità in ambito procedurale, è previsto una cosiddetta “riduzione dei tempi” per l’avvio del procedimento penale per alcuni reati: tra gli altri maltrattamenti in famiglia, stalking, violenza sessuale, questo con l'intenzione di velocizzare eventuali provvedimenti di protezione delle vittime.

Questa supposta riduzione si esplica in un tempo massimo di 72 ore.

Inoltre:

- la polizia giudiziaria, acquisita la notizia di reato, riferisce immediatamente al pubblico ministero, anche in forma orale;

- il pubblico ministero, nelle ipotesi ove proceda per i delitti di violenza domestica o di genere, entro tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato, deve assumere informazioni dalla persona offesa o da chi ha denunciato i fatti di reato. Il termine di tre giorni può essere prorogato solamente in presenza di imprescindibili esigenze di tutela di minori o della riservatezza delle indagini, pure nell’interesse della persona offesa;

- gli atti d’indagine delegati dal pubblico ministero alla polizia giudiziaria devono avvenire senza ritardo.

Misure cautelari e di prevenzione

E’ stata modificata la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, nella finalità di consentire al giudice di garantirne il rispetto anche per il tramite di procedure di controllo attraverso mezzi elettronici o ulteriori strumenti tecnici, come l’ormai più che collaudato braccialetto elettronico. Il delitto di maltrattamenti contro familiari e conviventi viene ricompreso tra quelli che permettono l’applicazione di misure di prevenzione.

- il delitto di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone rappresentate (cd. revenge porn), punito con la reclusione da uno a sei anni e la multa da 5mila a 15mila euro: la pena si applica anche a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video, li diffonde a sua volta per provocare un danno agli interessati. La condotta può essere commessa da chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, diffonde, senza il consenso delle persone interessate, immagini o video sessualmente espliciti, destinati a rimanere privati. La fattispecie è aggravata se i fatti sono commessi nell’ambito di una relazione affettiva, anche cessata, ovvero mediante l’impiego di strumenti informatici.

- il reato di deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso, sanzionato con la reclusione da otto a 14 anni. Quando, per effetto del delitto in questione, si provoca la morte della vittima, la pena è l’ergastolo;

- il reato di costrizione o induzione al matrimonio, punito con la reclusione da uno a cinque anni. La fattispecie è aggravata quando il reato è commesso a danno di minori e si procede anche quando il fatto è commesso all’estero da o in danno di un cittadino italiano o di uno straniero residente in Italia;

- violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, sanzionato con la detenzione da sei mesi a tre anni.

Sanzioni

Si accrescono le sanzioni già previste dal codice penale:

- il delitto di maltrattamenti contro familiari e conviventi, da un intervallo compreso tra un minimo di due e un massimo di sei anni, passa a un minimo di tre e un massimo di sette;

- lo stalking passa da un minimo di sei mesi e un massimo di cinque anni a un minimo di un anno e un massimo di sei anni e sei mesi;

- la violenza sessuale passa da sei a 12 anni, mentre prima andava dal minimo di cinque e il massimo di dieci;

- la violenza sessuale di gruppo passa a un minimo di otto e un massimo di 14, prima era punita col minimo di sei e il massimo di 12.

In relazione alla violenza sessuale viene esteso il termine concesso alla persona offesa per sporgere querela, dagli attuali 6 mesi a 12 mesi. Vengono inoltre ridisegnate ed inasprite le aggravanti per l’ipotesi ove la violenza sessuale sia commessa in danno di minore di età.

Inoltre, è stata inserita un’ulteriore circostanza aggravante per il delitto di atti sessuali con minorenne: la pena è aumentata fino a un terzo quando gli atti sono posti in essere con individui minori di 14 anni, in cambio di denaro o di qualsiasi altra utilità, pure solo promessa. Nell’omicidio viene estesa l’applicazione delle circostanze aggravanti, facendovi rientrare finanche le relazioni personali.

Le criticità

Come spesso purtroppo accade in Italia le leggi vengono decise da asettici burocrati, quasi sempre del tutto incompetenti in materia, e nonostante si stia parlando di sanità, senza nessun riferimento, o quasi, alle buone pratiche, alle linee guida internazionali o alle evidenze scientifiche.

Andiamo ad analizzare le criticità che abbiamo riscontrato nel testo.

* Il termine di 72 ore per lo start del procedimento. Secondo le best practice un tempo assolutamente lungo, che permette alla vittima di rimuginare, cambiare versione, giustificare o essere perfino nuovamente maltrattata.

* La comunicazione orale al PM. Finora nessuno ha proposto ricorso, ma la “forma orale” non è presente nell'ordinamento e nel codice di procedura penale. Questa forzatura potrebbe essere ritenuta incostituzionale.

* I vari decreti attuati e le indicazioni date alle aziende prevedono una composizione del pool che valuta e gestisce la vittima. Chiunque abbia lavorato con le vittime di violenza o di maltrattamenti sa benissimo che l'ultima cosa che desidera la vittima è essere “circondata” da estranei. Per fare un esempio, la figura dello psicologo, fondamentale e centrale nel percorso di recupero, nella fase della valutazione olistica della vittima è francamente superflua.

* Si permette alla vittima di far entrare una persona di fiducia che assista alla valutazione. Se non è la vittima a denunciare la violenza, ma viene rilevata dal personale sanitario, è altamente probabile che essa permetta l'ingresso proprio a chi quella violenza l'ha agita, essendone succube.

* Non viene riconosciuta nessuna formazione specifica del personale sanitario, e nei protocolli della formazione c'è poco o nullo spazio per la necessaria educazione forense alla raccolta dei campioni e delle prove (abiti, oggetti, ecc.), che potrebbe invalidare un intero processo, impedire una giusta condanna o far finire in galera un innocente.

* Viene previsto un questionario in forma scritta e a risposte chiuse. Esattamente il contrario di quanto prevedono le best practice. La vittima deve essere lasciata libera di esprimersi, va solamente guidata nella sua narrazione in modo da raccogliere tutte le informazioni possibili ma assolutamente senza nessuna forzatura o “ingabbiamento”.

* Non viene previsto uno standard per il kit antistupro o antiviolenza.

* Non è previsto un eventuale supporto economico alla vittima, che spesso non denuncia per la paura del danno economico se l'autore della violenza è l'unica fonte di reddito.

* Non sono previsti corsi obbligatori per il personale delle Forze dell'Ordine e della Magistratura o la stesura di linee guida su come gestire la raccolta della denuncia e l'interrogatorio. Ancora oggi la domanda più diffusa tra gli inquirenti che viene rivolta ad una donna dopo uno stupro è “Come era vestita?”.

Sopratutto viene fatto l'errore classico della legislazione italiana.

La vittima viene immediatamente istituzionalizzata, medicalizzata ed inserita in un percorso standard con pochissime possibilità di adattamento, vuoi per limiti tecnici, vuoi per limiti economici, ma sopratutto per una ignoranza (nel senso letterale del termine), in materia.

Questa legge è evidentemente un passo avanti rispetto a quanto previsto finora, ma è, o meglio era, certamente migliorabile.

Ricordiamo che l'unico corso internazionale per la gestione delle vittime di violenza è il SANE (sexual assault nurse examiner), della IAFN (International Association of Forensic Nurse).

A quel corso, alle linee guida internazionali, agli EBM ed EBN ci si doveva rifare per stendere una legge che fosse al passo con le esigenze della vittima.

La sensazione è invece che sia stata fatta una legge autoreferenziale, accondiscente verso alcune lobby sanitarie, con scarsa copertura economica, ma nella quale la vittima, in fondo, rimane marginale.

 
Congresso AIILF Sicilia PDF Stampa E-mail
Scritto da Direttivo Nazionale AIILF   
Martedì 26 Novembre 2019 12:29

Nuovo appuntamento con il Coordinamento Sicilia dell'AIILF.

Il 5 dicembre, al Policlinico di catania di parla di Codice Rossso.

Il “Codice rosso” innova e modifica la disciplina penale, sia sostanziale che processuale, della violenza domestica e di genere, corredandola di inasprimenti di sanzione

Sulla G.U. del 25 luglio 2019 è stata pubblicata la Legge 19 luglio 2019, n. 69 (recante “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”) denominata “Codice Rosso”, che avrà vigenza dal 9 agosto. Il testo include incisive disposizioni di diritto penale sostanziale, così come ulteriori di indole processuale.

L'EVENTO E' APERTO A TUTTI GLI INFERMIERI.

Durante il Congresso sarà possibile l'iscrizione o il rinnovo all'AIILF Nazionale.

Ultimo aggiornamento Martedì 26 Novembre 2019 12:40
 
2 piccioni con una fava. PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Mercoledì 26 Luglio 2017 09:02

Il sapientino della classe, l'amico saccente o vostra moglie direbbe "Te l'avevo detto".

Si, perchè della questione ne avevamo esposto i pericoli già altre volte.

Andiamo però per gradi.

Iniziamo dai fatti.

Una Coordinatrice ha stilato più volte i turni senza rispettare la legge sull'orario di lavoro, in particolare non rispettando i riposi minimi garantiti.

Oltre a questo, purtroppo, si è "dimenticata" di denunciare, anche solo alla ASL, il problema. Denunciare in quanto venuta a conoscenza, per esservi obbligata, di una violazione di legge.

Per la violazione dei riposi minimi garantiti è stata condannata dall'Ispettorato del Lavoro (in realtà si tratta di una contestazione, ma non è adesso il luogo ed il momento di chiarire le differenze).

In solido è stato anche disposto il risarcimento danni da parte della ASL.

ASL che, in assenza di qualsiasi comunicazione da parte della Coordinatrice, si è difesa con il classico "Noi non sapevamo".

La Coordinatrice, quindi, è stata anche obbligata a risarcire la USL.

VE L'AVEVAMO DETTO!

1) la legge sull'orario di lavoro e sui riposi minimi è TASSATIVA. Chiederne il rispetto, e denunciare quando tale rispetto manca, non fa di voi degli "scansafatiche", ma solo dei seri professionisti che conoscono i loro diritti.

2) come PROFESSIONISTI siamo OBBLIGATI a denunciare qualsiasi violazione delle normativa vigenti. Da quella contrattuale a quella penale. Anche solo come difesa personale, per evitare che qualcuno possa accusarci della violazione o di rispondere civilmente e penalmente degli eventuali danni.

3) fate leggere l'articolo al vostro Coordinatore. Magari ci penserà 2 volte prima di farvi saltare l'ennesimo riposo...

Ultimo aggiornamento Martedì 26 Novembre 2019 12:38
 
La videosorveglianza sanitaria PDF Stampa E-mail
Scritto da Direttivo Nazionale AIILF   
Martedì 24 Settembre 2019 08:43

Sul tema della videosorveglianza avevamo già pubblicato questo articolo, descrivendo la situazione nell'ottica del lavoratore.

Riassumendo il controllo a distanza del dipendente è possibile esclusivamente dietro accordo sindacale ed in particolari casi.

Ma se parliamo di videosorveglianza sanitaria, stante le numerose proposte di legge presenti in Parlamento, non possiamo non considerare anche il punto di vista del paziente, spesso un soggetto debole, come minori, anziani, disabili e comunque malato, quindi con tutta la coda di problematiche relative al rispetto della privacy.

Fortunatamente, su questo fronte provvedimenti legislativi e sentenze negli anni hanno fatto luce sugli obblighi da rispettare. Già il provvedimento generale sulla videosorveglianza dell’8 aprile 2010 fissava con precisione alcuni paletti, stabilendo per esempio che l’eventuale controllo di ambienti sanitari e il monitoraggio di pazienti ricoverati in particolari reparti o ambienti (come unità di rianimazione o reparti di isolamento), stante la natura sensibile di molti dati che possono essere in tal modo raccolti, devono essere limitati ai casi di comprovata indispensabilità, derivante da specifiche esigenze di cura e tutela della salute degli interessati. Devono essere inoltre adottati tutti gli ulteriori accorgimenti necessari per garantire un elevato livello di tutela della riservatezza e della dignità delle persone malate, anche in attuazione di quanto prescritto dal provvedimento generale del 9 novembre 2005 adottato in attuazione dell’art. 83 del Codice della privacy.

Proprio per queste ragioni, è necessario determinare con precisione la localizzazione delle telecamere e le modalità di ripresa, nel rispetto dei principi fondamentali fissati dalla normativa, specie in ordine alla pertinenza e non eccedenza dei dati rispetto agli scopi perseguiti. Il titolare deve garantire che possano accedere alle immagini rilevate per le predette finalità solo i soggetti specificamente autorizzati (come il personale medico e infermieristico). Particolare attenzione deve essere riservata alle modalità di accesso alle riprese video da parte di terzi legittimati (familiari, parenti, conoscenti) di ricoverati in reparti dove non sia consentito agli stessi di recarsi personalmente (come la rianimazione). A essi può infatti essere consentita, con gli adeguati accorgimenti tecnici, la visione dell´immagine solo del proprio congiunto o conoscente. Le immagini idonee a rivelare lo stato di salute non devono essere comunque diffuse (art. 22, comma 8, del Codice). In tale quadro, va assolutamente evitato il rischio di diffusione delle immagini di persone malate su monitor collocati in locali liberamente accessibili al pubblico.

 

 
LGBTQA+, violenza domestica, errori e false certezze. PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Lunedì 25 Novembre 2019 15:26

Ogni 25 novembre, Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne, appaiono decine e decine di articoli che ci ricordano quale sia la portata del problema, le iniziative messe in campo, i costi sociali e personali delle vittime.

Questo articolo, a cavallo tra opinioni STRETTAMENTE personali, evidenze scientifiche e provocazioni, che spero alimentino un dibattito intelligente, seguirà un percorso diverso, che molti di voi troveranno controverso, ma che credo meriti più che una attenzione superficiale.

Questo percorso ha una opinione personale di base: l'errore della comunità LGBTQA+.

Quale errore?

Cercare di combattere lo stigma, l'emarginazione e la paura del "diverso" applicando a se stesso le medesime etichette di chi è dall'altra parte.

Perchè questa necessità? Perchè identificarsi obbligatoriamente in una categoria? Perchè "autoghettizzarsi"?

In un mondo, per fortuna sempre più ridotto, che divide per categorie, la comunità "oltre", "extra", chiamatela come volete, se proprio dovete identificarla, è la prima a frammentarsi in mille definizioni. Addirittura dividendo uomini e donne. Non andava bene, volendo proprio definirsi, "omosessuale". No. Si è dovuto differenziare tra "gay"e "lesbiche". In Italia siamo arrivati all'assurdo di dare significati diversi alle parole "trasgender" e "transessuale". Con talmente lievi differenze da essere una specifica del tutto pleonastica.

E poi asessuato, fluido, queer, +...

Perchè?

Perchè dovete infliggervi questa delirante corsa alla specifica, alla frammentazione?

Siamo tutti PERSONE.

Punto.

Io sono nato Eugenio.

Persona singola.

Come tutti noi.

Per caso, per educazione, per indole, per chissà quale diavolo di motivo sono diventato eterosessuale.

Così come potevo scoprirmi omosessuale, trans o asessuale.

E' una delle tante caratteristiche personali che abbiamo. Stop.

E' come inquadrarsi per il colore dei capelli o degli occhi.

Senza etichette e divisioni, quindi, perchè non combattere tutti insieme, PRESCIDENDO dall'orientamento sessuale, dall'identità di genere, dall'altezza, dalle opinioni politiche, dalle credenze religiose, per far passare quella grande massima liberale che recita "la mia libertà finisce dove inizia la tua".

Che ognuno si possa sentire libero di essere o creder ciò che vuole, finchè non danneggia un'altra persona.

QUESTA sarebbe la vera conquista. E per l'umanità intera, non solo per gli LGBTQAPQRST+-divisomoltiplicato...

Finito il preambolo iniziale, sul quale spero si apra, come detto, una discussione intelligente e costruttiva, passiamo al core di questo articolo.

Questo 25 novembre voglio affrontarlo sbirciando oltre la cortina di fumo del politically correct, provando a vedere cosa c'è davvero oltre.

Iniziando da una domanda.

Da chi vengono picchiate o peggio uccise le donne in un rapporto sentimentale?

Dal marito o dal compagno. Risponderà la quasi totalità di voi.

Ed in termini assoluti avrebbe ragione. Ma in percentuale?

In percentuale le donne ricevono violenza dal partner.

Beh, è la stessa cosa, obbietteranno tutti.

No. Non è la stessa cosa. In percentuale le donne sono vittime di violenza dal partner A PRESCINDERE dal sesso del partner scelto.

La frequenza della violenza domestica nelle coppie lesbiche (altra definizione superflua ma purtroppo necessaria. Una coppia è una coppia e basta) è paragonabile, se non superiore, alle coppie eterosessuali.



 

 

Come riportato da Wikipedia, citando articoli scientifici, la questione della violenza domestica tra le lesbiche è diventata una grave preoccupazione sociale, ma l'argomento è stato spesso ignorato, sia nelle analisi accademiche che nella creazione di servizi sociali per le donne maltrattate.

L' Enciclopedia di vittimologia e prevenzione del crimine afferma: "Per diverse ragioni metodologiche - tra cui procedure di campionamento non casuali e fattori di auto-selezione, non è possibile valutare l'estensione della violenza domestica tra persone dello stesso sesso.  Alcune fonti affermano che le coppie gay e lesbiche subiscono violenza domestica con la stessa frequenza delle coppie eterosessuali, mentre altre fonti affermano che la violenza domestica tra individui gay, lesbiche e bisessuali potrebbe essere superiore a quella tra individui eterosessuali, che i gay , le persone lesbiche e bisessuali hanno meno probabilità di denunciare la violenza domestica verificatasi nelle loro relazioni intime rispetto alle coppie eterosessuali o che le coppie lesbiche subiscono violenza domestica meno delle coppie eterosessuali. Al contrario, alcuni ricercatori presumono comunemente che le coppie lesbiche subiscano violenza domestica allo stesso ritmo delle coppie eterosessuali e siano state più caute nel denunciare la violenza domestica tra coppie di uomini gay.

Il problema della violenza domestica tra le coppie lesbiche potrebbe essere sottostimato a causa della costruzione sociale dei ruoli di genere che le donne dovrebbero svolgere nella società; la violenza perpetrata dalle donne può essere ignorata a causa della convinzione che la costruzione sociale maschile stessa sia una fonte primaria di violenza. La costruzione sociale delle donne è caratterizzata come passiva, dipendente, nutriente e altamente emotiva, e la costruzione sociale degli uomini è caratterizzata come competitiva, aggressiva, forte e persino incline alla violenza. A causa delle forme di discriminazione , omofobia ed eterosessismo e la convinzione che l'eterosessualità sia normativa nella società, la violenza domestica è stata caratterizzata come il colpevole maschio e la vittima femminile. Ciò contribuisce all'invisibilità di tutte le violenze domestiche perpetrate dalle donne. Inoltre, la paura di rafforzare gli stereotipi negativi potrebbe indurre alcuni membri della comunità, attivisti e vittime a negare l'entità della violenza tra le lesbiche. Le agenzie di servizi sociali spesso non sono disposte ad assistere le vittime della violenza domestica perpetrata dalle donne. Le vittime di violenza domestica nelle relazioni lesbiche hanno meno probabilità di essere accolte in un sistema legale.

Nel tentativo di superare la negazione della violenza domestica nelle relazioni lesbiche, i sostenitori delle donne maltrattate si concentrano spesso sulle somiglianze tra violenza domestica omosessuale ed eterosessuale. L'obiettivo principale degli attivisti è quello di legittimare la violenza domestica lesbica come un vero abuso e convalidare l'esperienza delle sue vittime.

La letteratura e la ricerca sulla violenza domestica nelle relazioni lesbiche sono relativamente limitate, specialmente negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Australia. Molti fattori diversi giocano in questo, come "diverse definizioni di violenza domestica, metodi di campionamento non casuali, auto-selezionati e opportunistici (spesso organizzazione o agenzia, o pubblicità per i partecipanti che hanno subito violenza) e diversi metodi e tipi di dati raccolti ". Ciò rende i risultati inaffidabili, rendendo così difficile fare ipotesi generali sui tassi di violenza domestica lesbica. Ciò ha causato tassi di violenza nelle relazioni tra lesbiche che vanno dal 17 al 73 percento a partire dagli anni '90, essendo troppo ampia per determinare con precisione la pervasività dell'abuso di lesbiche nella comunità.

Dal momento che non tutte le lesbiche sono aperte riguardo alla loro sessualità, grandi campioni casuali sono difficili da ottenere e quindi non sono in grado di mostrare le tendenze nella comunità lesbica generale. I campioni di ricerca tendono ad essere più piccoli, facendo sì che i tassi di violenza segnalati siano inferiori a quelli che potrebbero essere. Questa è "una conseguenza dell'invisibilità di tale violenza e paura delle reazioni omofobe".

L'analisi teorica della violenza domestica nelle relazioni lesbiche è fortemente dibattuta. Gli approcci popolari riguardano principalmente "la comparabilità della violenza nelle relazioni tra uomini e donne lesbiche (violenza omosessuale) o attingono alle teorie femministe delle relazioni di potere di genere, confrontando la violenza domestica tra lesbiche e donne eterosessuali". Alcuni teorici studiano anche la violenza sullo stesso sesso definendo il genere come anatomia e affermano che il genere non è rilevante in nessun caso di violenza domestica a causa della sua prevalenza nelle relazioni tra persone dello stesso sesso che viene perpetrata come una forma di comportamento omofobo e si verifica senza conseguenza. Altri teorici sostengono che i gay e le lesbiche interiorizzano ancora comportamenti femminili e maschili, facendo sì che le lesbiche "imitino le relazioni eterosessuali tradizionali" e creino palesi dinamiche di potere tra partner dominanti e sottomessi.

L'ambito della violenza domestica tra le relazioni lesbiche mostra il modello di intimidazione, coercizione, terrorismo o violenza che raggiunge un potere e un controllo maggiori per l'autore sul suo partner. Le forme di violenza domestica nelle relazioni lesbiche includono l'abuso fisico, come colpire, soffocare, usare le armi o reprimere, spesso indicato come "maltrattamenti"; abuso emotivo, come mentire, trascurare e degradare; minacce di intimidazione, come minacce a danno della vittima, della sua famiglia o dei suoi animali domestici; abusi sessuali, come forzare il sesso o rifiutare il sesso sicuro; distruzione di proprietà, come vandalizzare la casa e danneggiare mobili, vestiti o oggetti personali; economico, come controllare il denaro della vittima e forzare la dipendenza finanziaria. Inoltre, gli abusi psicologici sono risultati comuni tra le vittime lesbiche. I risultati degli studi hanno dimostrato che lo schiaffo era la forma di abuso più comunemente segnalata, mentre i pestaggi e gli assalti con le armi erano meno frequenti. La violenza sessuale all'interno delle relazioni lesbiche è risultata pari al 55%. Il tipo più frequente includeva bacio forzato, accarezzamento genitale o del seno e penetrazione orale, anale o vaginale. L'80% delle vittime ha riferito di abusi psicologici e verbali. Le lesbiche hanno anche meno probabilità di usare la forza fisica o le minacce rispetto agli uomini gay.

Ma il tema della violenza domestica nelle coppie omosessuali è ben più ampio e non riguarda, ovviamente, solo le coppie lesbiche.



 

 

Come riportato in questo articolo della BBC uno studio condotto negli Stati Uniti suggerisce che le relazioni omosessuali subiscono livelli più elevati di violenza domestica rispetto a quelle eterosessuali. Perché è così e come stanno affrontando gli americani il problema?

Venti anni fa nella città di Cambridge, nel Massachusetts, l'allora fidanzato di Curt Rogers lo imprigionò nel suo appartamento per tre ore e mezza e minacciò di ucciderlo con un coltello e una pistola.

Dopo ore di conversazione, Rogers è riuscito a fuggire e ha trovato un posto dove nascondersi. Fu una prova terrificante, ma al momento non pensava che fosse stato commesso un crimine.

"Non l'ho identificato come violenza domestica a causa delle immagini là fuori che la violenza domestica è un problema sperimentato da donne eterosessuali", dice.

Per anni gli operatori sanitari e di servizio pubblico statunitensi hanno condiviso questa cecità, continuando a concentrarsi quasi esclusivamente sull'aiutare le donne maltrattate da partner maschili, anche se il matrimonio tra persone dello stesso sesso o le unioni civili sono state riconosciute dalla legge nella maggior parte degli Stati.

L'anno scorso, i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie hanno pubblicato cifre che mostrano che le persone nelle relazioni tra persone dello stesso sesso subiscono livelli di violenza domestica altrettanto spesso di quelle nelle relazioni eterosessuali.

Ma le conclusioni di un altro studio quest'anno della Feinberg School of Medicine della Northwestern University di Chicago - una revisione dei dati di quattro studi precedenti, che hanno coinvolto 30.000 partecipanti - vanno oltre.

"Una delle nostre sorprendenti scoperte è stata che i tassi di violenza domestica tra le coppie dello stesso sesso sono piuttosto elevati rispetto a quelli delle coppie di sesso opposto", afferma Richard Carroll, psicologo e coautore del rapporto.

Incuriosito dalle loro scoperte, il team di Carroll ha iniziato a esaminare le ragioni per cui ciò potrebbe essere.

"Abbiamo trovato prove a sostegno del modello di stress minoritario - l'idea che far parte di una minoranza crei stress aggiuntivo", afferma.

Curt Rogers dichiara: "Ci sono fattori di stress esterni, come la discriminazione e la violenza contro i gay, e ci sono fattori di stress interni, come gli atteggiamenti negativi interiorizzati nei confronti dell'omosessualità".

Le sollecitazioni esterne su una relazione tra persone dello stesso sesso includono ciò che Carroll descrive come il "fenomeno del doppio armadio" quando le vittime sono riluttanti a denunciare gli abusi perché non vogliono essere denunciate alle autorità.

Ma è lo stress interno, afferma Carroll, che può essere particolarmente dannoso.

"A volte gli individui omosessuali proiettano le proprie convinzioni e sentimenti negativi su se stessi sul proprio partner", afferma.

"Al contrario, crediamo che le vittime della violenza domestica nelle coppie dello stesso sesso credano, ad un certo livello, che meritino la violenza a causa di credenze negative interiorizzate su se stesse".

Ecco come si è sentito Rogers dopo la sua esperienza.

Per anni, prima della minaccia di omicidio, ha incolpato la violenza del suo partner su se stesso, frequentando una serie di gruppi di auto-aiuto per cercare di migliorare la relazione diventando una persona migliore.

Ma quando alla fine accettò di essere stato maltrattato, trovò difficile ricevere l'aiuto di cui aveva bisogno per liberarsi.

"Se eri un maschio che chiamava un programma di violenza domestica, o eri bloccato o fatto riferimento a un programma di intervento di maltrattatori", afferma - il presupposto era che devi essere un maltrattore che aveva bisogno di aiuto.

"Si ritiene che la violenza sessuale riguardi il sessismo, ma non lo è", afferma Rogers.

"Una donna può perpetrare contro un uomo, un uomo può commettere contro una donna e può accadere anche tra coppie dello stesso sesso."

Questa esperienza ha spinto Rogers a creare la propria organizzazione con sede a Boston per fornire aiuto, istruzione e sostegno ai membri della comunità lesbica, gay, bisessuale, transgender e queer (LGBTQ) che si trovano ad affrontare abusi domestici.

Ma quando ha iniziato per la prima volta nella comunità omosessuale c'era la sensazione che parlare di abusi domestici stesse "mandando in onda la nostra biancheria sporca".

"All'inizio la comunità LGBTQ era ancora molto focalizzata sul superamento dell'HIV e dell'Aids", afferma.

Alejandra Esparza, attivista lesbica, dichiara: "Era un momento in cui stavamo lottando per non essere demonizzati dalla comunità eterosessuale e alcune persone vedevano questo come dare loro munizioni aggiuntive per descrivere le nostre relazioni come" malate ".”

Dall'altra parte della città, The Network La Red - un'organizzazione che ha iniziato a lavorare con lesbiche maltrattate, ma ora include comunità gay, bisessuali e transgender - stava riscontrando lo stesso problema.

"All'inizio di The Network, l'abuso dei partner non era qualcosa di cui volevamo parlare", afferma Katie Atkins, la sua organizzazione di programmi per la comunità.

"La gente pensava davvero che non ci stesse bene. Penso che la gente volesse diffondere questa immagine di persone e relazioni LGBTQ come non cattive o addirittura migliori di altre relazioni."

Ma ora molto è cambiato. Rogers afferma che le cose hanno iniziato a migliorare rapidamente quando, nel 2004, il Massachusetts è diventato il primo stato a rendere possibile il matrimonio tra uomini e donne gay.

"Ha avuto un effetto increspato attraverso molteplici istituzioni diverse: giustizia penale, tribunali, polizia e assistenza sanitaria", afferma.

Negli anni '90, la polizia spesso non riusciva a prendere sul serio gli abusi domestici in una relazione di sesso maschile gay. Se avessero fatto un arresto, avrebbero arrestato entrambi gli uomini.

"Ma ora, dopo aver vissuto in una società per oltre 10 anni in cui vi è un matrimonio omosessuale, quando la polizia incontra due uomini che discutono per strada il loro primo pensiero non è che questi ragazzi siano in una rissa da bar", dice.

L'attuale comandante dell'unità di violenza domestica della polizia di Boston è d'accordo, descrivendo la sua unità come una "forza guida" per altri stati meno progressisti.

"Boston ha una grande popolazione gay e lesbica e non trattiamo le persone in modo diverso. Ne siamo orgogliosi", afferma il detective Lieut Mark Harrington.

"L'accademia di polizia di Boston è molto sensibile a tutte le culture e tutti i modi di vivere".

Ma Katie Atkins afferma che alcune persone non riescono ancora a capire che l'abuso riguarda il potere e il controllo e non necessariamente le idee tradizionali sulla forza fisica.

"C'è un malinteso con la violenza domestica LBGTQ secondo cui se qualcuno è abusivo, è la persona che è più maschile o la persona che è più macella che è in colpa e questo non è assolutamente vero", dice.

Gli attivisti sostengono che la consapevolezza del problema della violenza nelle relazioni omosessuali sarà aiutata dalla nuova autorizzazione dello scorso anno alla legge federale sulla violenza contro le donne che ora include una disposizione per la non discriminazione.

Ciò significa che qualsiasi finanziamento che arriva attraverso l'atto - anche negli stati che non riconoscono le unioni civili o il matrimonio gay - ora deve andare a tutti, indipendentemente dal loro orientamento sessuale o identità di genere.

Oltre a favorire questa comunità omosessuale, questa nuova disposizione implica che gli uomini maltrattati da donne in partenariato eterosessuale avranno anche un migliore accesso ai servizi.

"Non accenderà un interruttore e improvvisamente tutti saranno inclusivi", afferma Rogers, "ma ha una base legale molto forte che può aiutare a girare il quadrante di un altro passo".

Finora sono stati liberali come il Massachusetts che hanno fatto di più per sostenere le vittime gay di violenza domestica, ma i segnali indicano che la marea potrebbe iniziare lentamente a cambiare in tutto il paese.



 

 

La ricerca bibliografica sui siti di revisione scientifica offre pochi spunti per analizzare il problema, probabilmente per il "non raccontato" descritto in precedenza e perchè ci si approccia relativamente da poco tempo alla questione della violenza domestica nelle coppie omosessuali.

Su PubMed però è presente un articolo interessante.

A questo indirizzo trovate uno studio italiano (l'articolo è però in inglese) proprio sulla violenza domestica nelle coppie omosessuali, con una revisione sistemica della letteratura.

Nell'abstract possiamo leggere:

Negli ultimi decenni, le cause e gli interventi per la violenza intima dei partner (IPV) sono stati affrontati e studiati. Questo documento presenta una recensione narrativa sull'IPV che si verifica nelle coppie dello stesso sesso, cioè IPV dello stesso sesso (SSIPV). Nonostante il mito secondo cui l'IPV sia esclusivamente un problema nelle relazioni eterosessuali, molti studi hanno rivelato l'esistenza dell'IPV tra coppie lesbiche e gay e la sua incidenza è paragonabile a (Turell, 2000) o superiore a quella tra coppie eterosessuali (Messinger, 2011 ; Kelley et al., 2012). Mentre sono state riscontrate somiglianze tra IPV eterosessuali e lesbiche, gay e bisessuali (LGB), nell'IPV LGB erano presenti caratteristiche e dinamiche uniche. Tali caratteristiche sono principalmente legate all'identificazione e al trattamento dell'SSIPV nella comunità e alla necessità di prendere in considerazione il ruolo dei fattori di stress delle minoranze sessuali. I nostri risultati mostrano che mancano gli studi che affrontano le persone LGB coinvolte nell'IPV; ciò è dovuto principalmente al silenzio che è storicamente esistito intorno alla violenza nella comunità LGB, un silenzio costruito su paure e miti che hanno ostacolato una discussione pubblica sul fenomeno. Abbiamo identificato i temi principali discussi negli studi pubblicati che abbiamo esaminato qui. Le recensioni ci portano alla conclusione che è essenziale creare un luogo in cui questo argomento può essere liberamente discusso e affrontato, sia da LGB che da persone eterosessuali.

A questo indirizzo trovate l'articolo interamente tradotto.




Se dobbiamo trarre una conclusione, possiamo affermare quindi che la violenza domestica non è legata al sesso, non sono i maschi che la perpretano.

La violenza domestica è semmai legata ad un senso malato di possesso, di esclusività, di manipolazione del partner e di assoggettamento a se stessi, a prescindere da sesso, genere od orientamento sessuale.

In questo contesto, ha davvero ancora senso parlare di "femminicidio". dandogli una valenza ben precisa di "maschi che uccidono le donne"?

Esattamente come descritto per la comunità LGBTQA+, ha senso questa differenziazione?

Non sarebbe più logico e produttivo parlare esclusivamente di "VIOLENZA DOMESTICA"?

Possibilmente senza appesantire oltre un codice penale già sovradimensionato.

Ultimo aggiornamento Lunedì 25 Novembre 2019 15:31
 
Impatto della WHO Surgical Safety Checklist sulla sicurezza del paziente PDF Stampa E-mail
Scritto da Direttivo Nazionale AIILF   
Lunedì 23 Settembre 2019 07:21

L'uso delle checklist in sala operatoria necessita di un alto grado di destrezza per poter incidere sul lavoro dei team operatori e sui processi di cura di ogni singolo paziente. Per avere un impatto efficace sulla sicurezza del paziente, l'uso delle checklist in anestesia e chirurgia deve inserirsi in un processo di miglioramento organizzativo e clinico delle procedure in sala operatoria.

L'incidenza delle complicanze chirurgiche è rimasta sostanzialmente invariata negli ultimi due decenni. Le complicanze chirurgiche più comuni sono legate alle tecniche chirurgiche, alle infezioni e alle emorragie post-operatorie. Per migliorare l'assistenza ai pazienti chirurgici sono stati individuati diversi obiettivi da raggiungere, organizzativi e clinici. L’uso di checklist in sala operatoria è un elemento potenzialmente utile ad aumentare la sicurezza del paziente. Tuttavia, la letteratura è ricca di evidenze sulla checklist molto incoerenti tra loro in merito ai risultati clinici che si possono ottenere con il loro uso.
Un recente articolo pubblicato su Anesthesiology riporta una sintesi dell'origine, dell'implementazione e dei possibili effetti clinici della WHO Surgical Safety Checklist (checklist di sicurezza chirurgica dell'OMS).
La checklist chirurgica dell'OMS è nata come semplice lista di controlli da fare, elencando quegli elementi che, se omessi o trascurati, possono essere ad alto rischio o mortali per i pazienti. Fin dal principio l'OMS ha affermato molto chiaramente che la checklist non fosse completa, incoraggiando modifiche e aggiunte per renderla adatta alle pratiche locali. Ulteriori sviluppi hanno incluso l'adattamento della checklist a specifiche procedure chirurgiche, specialmente a quelle con un alto grado di complessità, come la chirurgia robotica.

Secondo uno studio del 2009 l’introduzione della checklist chirurgica dell'OMS ha ridotto le complicanze dall'11,0 al 7,0%, con un calo della mortalità dall'1,5 allo 0,8%, in otto ospedali di otto paesi diversi. I ricercatori hanno inoltre indagato e osservato che la checklist ha avuto un impatto su alcune misure di sicurezza direttamente correlate a voci della checklist quali: valutazione oggettiva delle vie aeree prima dell'anestesia, uso del pulsossimetro, adeguata profilassi antibiotica, conferma orale dell'identità del paziente e conteggio delle garze. Un altro studio condotto in ospedali norvegesi, pubblicato nel 2015, ha evidenziato che l’introduzione della checklist chirurgica dell’OMS ha portato alla riduzione delle complicanze chirurgiche dal 19,9 al 12,4% e la durata del ricovero è stata ridotta di 0,8 giorni. Un’ulteriore analisi norvegese ha rilevato che l’uso della checklist ha portato a risultati migliori per il paziente. In particolare ha portato ad unariduzione delle infezioni, delle deiscenze delle anastomosi, delle complicazioni respiratorie, delle emorragie, delle trasfusioni di sangue e delle complicanze cardiache. L'uso della checklist ha poi portato in particolare al miglioramento dei processi di cura per contrastare l’ipotermia.
Diverse revisioni sistematiche hanno trovato prove a sostegno del fatto che l'uso delle checklist abbia effetti diretti sulle condizioni dei pazienti, riducendo le complicanze e i tassi di mortalità. L'uso della checklist ha portato ad esempio a migliorare gli esiti della chirurgia pediatrica ad alto rischio nei paesi in via di sviluppo. L’uso delle checklist, inoltre, contribuisce a migliorare il passaggio di informazioni nelle diverse fasi dell’intervento chirurgico. Pochissimi studi riportano effetti negativi delle checklist perioperatorie sui pazienti.

Non tutti gli studi però riportano risultati soddisfacenti. Chiaramente, secondo gli autori, non è possibile attendersi effetti da una checklist se questa non viene usata correttamente. Come succede per ogni altro intervento clinico, l’utilizzo della checklist necessita di destrezza perché risulti efficace.  Molti studi hanno descritto gli esiti dell’uso della checklist senza fare alcuna analisi dei processi di cura nell’ambito anestesiologico e chirurgico. La checklist, da sola, non può risolvere i problemi dei team operatori. Dove gli operatori sanitari non hanno una cultura della sicurezza e dove esistono problemi organizzativi significativi, le checklist non possono offrire alcuna soluzione.
L'implementazione delle checklist richiede tempo e perseveranza. Si tratta di un impegno a lungo termine. I responsabili di reparto devono spiegare in modo convincente al personale come utilizzare la checklist. Se i membri dello staff non vengono adeguatamente preparati, si rischia che presto subentrino frustrazione e disinteresse, che determinano poi l’abbandono della checklist. Quando poi c'è mancanza di coinvolgimento nel processo di implementazione o un utilizzo non ottimale, la checklist può avere un impatto negativo sul lavoro di squadra.

La WHO Surgical Safety Checklist, secondo gli autori dell’articolo, può essere uno strumento utile alla prevenzione delle complicanze in sala operatoria. L’uso delle checklist può ridurre il carico di lavoro critico. Se usate in modo efficace, le checklist possono migliorare la sicurezza sia in anestesia che in chirurgia, ridurre le complicanze e la mortalità, migliorare il lavoro di squadra, la comunicazione e la coerenza delle cure.


Fonte: Haugen AS, Sevdalis N, Søfteland E. Impact of the World Health Organization Surgical Safety Checklist on Patient Safety. Anesthesiology. 2019 Aug;131(2):420-425. doi: 10.1097/ALN.0000000000002674.

Ultimo aggiornamento Lunedì 23 Settembre 2019 07:21
 
« InizioPrec.12345678910Succ.Fine »

Pagina 1 di 50

Notizie flash

Corso di aggiornamento: INTERVENIRE SULLA SCENA DEL CRIMINE

Per informazioni contattare la Segreteria AcISF

o l'Ufficio di Presidenza AILF

 

Sono aperte le convenzioni con i seguenti hotel:

- Hotel Cine Music 06.70.39.30.77

Hotel Tuscolana 06.70.22.65.3

Hotel Piccadilly 06.70.47.48.58

Ultimi Articoli


Pubblicità

Link consigliati:


Ultime notizie

I più letti


Powered by Joomla!. Designed by: joomla templates vps Valid XHTML and CSS.