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Albo delle società scientifiche. Aiutateci ad aiutarvi. PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Lunedì 07 Agosto 2017 18:41

Cari colleghi ed amici, AIILF da 8 anni rappresenta e valorizza la cultura ed il lavoro degli infermieri legali e forensi.
Siamo nati praticamente insieme al Master. Abbiamo portato in Italia la cultura infermieristico legale e forense e le conoscenze che venivano da oltreoceano.
Abbiamo collaborato con enti, associazioni, IPASVI, sempre correttamente e con scrupolo.
Siamo nel Centro di Eccellenza per la Ricerca e la Cultura Infermieristica e siamo l'unica associazione in questa specialistica riconosciuta dalla Federazione Nazionale Collegi IPASVI.
Entrare nell'albo delle societa' scientifiche e delle associazioni tecnico professionali del Ministero sarebbe la giusta conclusione di un percorso che abbiamo portato avanti in questi 8 anni con passione e senza mai aver lucrato un solo centesimo.
Le risposte che diamo sulla pagina Facebook sono solo la punta dell'iceberg. In questi anni abbiamo aiutato moltissimi colleghi, senza mai chiedere niente in cambio, tramite telefono, mail, contatti diretti ed assistenza nei procedimenti pià diversi. da quello disciplinare a quello penale.
Entrare in questo albo significherà formulare e indicare le linee guida e le best practice di chi lavora nel nostro ambito. Quello che conosciamo meglio.
Uno dei criteri per accedere all'albo e' però rappresentare il 30% dei colleghi che lavorano nei nostri ambiti di competenza, medicina legale, assicurazioni (INAIL), rischio clinico, pronto soccorso ginecologico, ecc. ecc.

Se volete che siano gli infermieri legali e forensi, e non altre figure, ad indicarvi come svolgere al meglio il lavoro degli infermieri legali e forensi SOSTENETECI.
Iscriversi all'AIILF ha un costo annuo di 25€, invariato da 8 anni.
Ma quest'anno significa davvero dare un senso al proprio futuro.
Significa apprezzare il lavoro che facciamo e darci il compito di portare la nostra specializzazione sui tavoli ministeriali perchè possa crescere ed essere apprezzata come merita.

Abbiamo tempo 90 giorni per raggiungere il numero richiesto.

Per iscriversi è sufficiente seguire le istruzioni a questa pagina.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 09 Agosto 2017 14:59
 
Ve l'avevamo detto no? PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Mercoledì 26 Luglio 2017 09:15

Il sapientino della classe, l'amico saccente o vostra moglie direbbe "Te l'avevo detto".

Si, perchè della questione ne avevamo esposto i pericoli già altre volte.

Andiamo però per gradi.

Iniziamo dai fatti.

Una Coordinatrice ha stilato più volte i turni senza rispettare la legge sull'orario di lavoro, in particolare non rispettando i riposi minimi garantiti.

Oltre a questo, purtroppo, si è "dimenticata" di denunciare, anche solo alla ASL, il problema. Denunciare in quanto venuta a conoscenza, per esservi obbligata, di una violazione di legge.

Per la violazione dei riposi minimi garantiti è stata condannata dall'Ispettorato del Lavoro (in realtà si tratta di una contestazione, ma non è adesso il luogo ed il momento di chiarire le differenze).

In solido è stato anche disposto il risarcimento danni da parte della ASL.

ASL che, in assenza di qualsiasi comunicazione da parte della Coordinatrice, si è difesa con il classico "Noi non sapevamo".

La Coordinatrice, quindi, è stata anche obbligata a risarcire la USL.

VE L'AVEVAMO DETTO!

1) la legge sull'orario di lavoro e sui riposi minimi è TASSATIVA. Chiederne il rispetto, e denunciare quando tale rispetto manca, non fa di voi degli "scansafatiche", ma solo dei seri professionisti che conoscono i loro diritti.

2) come PROFESSIONISTI siamo OBBLIGATI a denunciare qualsiasi violazione delle normativa vigenti. Da quella contrattuale a quella penale. Anche solo come difesa personale, per evitare che qualcuno possa accusarci della violazione o di rispondere civilmente e penalmente degli eventuali danni.

3) fate leggere l'articolo al vostro Coordinatore. Magari ci penserà 2 volte prima di farvi saltare l'ennesimo riposo...

 
Rischio aggressioni: quali misure adottare? PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Lunedì 24 Luglio 2017 08:23

L'argomento "aggressioni al personale" era già stato affrontato dall'AIILF.
Ricordiamo gli articoli <Protestare contro il personale sanitario è "interruzione di pubblico servizio"> e <L'infermiere e l'obbligo di denuncia>

Oggi però ragioniamo su quali provvedimenti dovrebbero essere attuati per limitare il rischio, analizzando alcune sentenze della Cassazione sull'argomento.


La norma di riferimento in materia è una norma civilistica: l’articolo 2087 c.c., la cui violazione da parte del datore di lavoro “viene in considerazione con riguardo all’omissione di misure di sicurezza cosiddette “innominate”, e non in riferimento a misure di sicurezza espressamente e specificamente definite dalla legge o da altra fonte ugualmente vincolante”.

E, “rispetto a tali misure “innominate””, le regole sulla ripartizione dell’onere della prova prevedono che - anche in materia di misure di prevenzione dalle aggressioni ai lavoratori - gravi sul “datore di lavoro l’onere di provare l’adozione di comportamenti specifici che, ancorché non risultino dettati dalla legge (o altra fonte equiparata), siano suggeriti da conoscenze sperimentali e tecniche, dagli standard di sicurezza normalmente osservati oppure trovino riferimento in altre fonti analoghe” (Cassazione Civile, Sez. Lav., 5 gennaio 2016 n. 34).

Poiché in questo contributo ci si focalizza specificatamente sulle misure da adottare e quindi su un aspetto particolare delle pronunce, i casi oggetto di queste ultime sono descritti in maniera molto sintetica (e si rinvia al testo integrale delle sentenze per approfondimenti).



Le vie di fuga per il personale

In Cassazione Civile, Sez. Lav., 21 maggio 2013 n. 12413 è stata accertata la “carenza di idonee misure di sicurezza per i dipendenti degli uffici postali dove si erano verificati i due tentativi di rapina - per quanto riguarda in particolare l’assenza delle uscite di sicurezza di cui avrebbero dovuto essere dotati gli stessi uffici” e, “con riferimento al primo dei due uffici […], due testimoni avevano escluso la presenza di una porta di servizio all’epoca della tentata rapina, mentre era risultato provato che lo stesso ufficio aveva subito una ristrutturazione in epoca successiva.”

Le testimonianze erano confermate anche dal “contenuto della denuncia di infortunio presentata all’lnail, nella quale veniva indicato che il detto ufficio era sprovvisto di un’uscita di emergenza, precisandosi che l’eventuale incendio del bancone (che i rapinatori avevano cosparso di benzina) avrebbe impedito ai dipendenti di raggiungere la (unica) via di uscita.”

In conclusione, “nessun idoneo elemento di prova in ordine all’esistenza di idonee “vie di fuga” per il personale era stato offerto dalla società neppure con riferimento all’altro ufficio dove si era verificato il secondo tentativo di rapina, avendo i giudici di merito rilevato che la planimetria prodotta dall’appellante era priva di data certa e non consentiva, quindi, una affidabile ricostruzione dello stato dei luoghi all’epoca della tentata rapina.”



I vetri blindati, le telecamere a circuito chiuso etc.

In una sentenza dell’anno scorso ( Cassazione Civile, Sez. Lav., 5 gennaio 2016 n. 34) è stata confermata la condanna di una s.p.a che gestiva una Tangenziale al risarcimento del danno in favore di un lavoratore casellanteche aveva contratto una patologia cardiaca a seguito di una rapina subita durante l’attività lavorativa, nel corso della quale egli era stato anche minacciato con un’arma da fuoco. Secondo il lavoratore tale patologia era “ascrivibile alla condotta della datrice di lavoro, che non aveva approntato le “giuste cautele” per preservare l’integrità dei lavoratori addetti all’esazione del pedaggio, facendolo risalire allo stress lavorativo protrattosi nel tempo dopo la rapina”.

La pronuncia - dopo una interessante premessa sulle misure “innominate” rese necessarie dall’art.2087 c.c., che è poi quella riportata all’inizio di questo contributo - illustra così in via esemplificativa con alcuni cenni aventi valore orientativo quali sarebbero dovute essere alcune di queste misure da adottare nel caso concreto, allorché sottolinea che la S.p.a non ha “dimostrato di aver fornito strumenti volti a fornire sicurezza ai casellanti, come vetri blindati, telecamere a circuito chiuso etc.”

 

Le misure devono essere adottate in relazione alle caratteristiche dell’attività dell’impresa, alle mansioni, alle condizioni dell’ambiente esterno e di quello di lavoro (es. dimensioni degli uffici, densità criminale etc.)

In Cassazione Civile, Sez. Lav., 30 marzo 2010 n. 7663, sono state ritenute idonee le misure di prevenzione dalle rapine che erano state adottate dall’Azienda ed è stato rigettato il ricorso di una dipendente delle poste italiane, nei cui locali, mancanti di dispositivi di sicurezza o di sorveglianza all’ingresso, si era verificata una rapina che aveva provocato uno shock alla stessa lavoratrice che era in stato interessante.

E’ emerso che “le Poste avevano dotato l’Agenzia delle misure di sicurezza e, specificamente, delle misure antirapina espressamente previste nel proprio regolamento interno ed estese a tutti gli uffici di analoghe dimensioni e dislocazioni” e che “dette misure erano, ad ogni modo, compatibili con quelle di protezioni previste dall’art.2087 c.c. dovendosi avere riguardo alle caratteristiche dell’attività dell’impresa e delle mansioni svolte dal lavoratore, nonché alle condizioni dell’ambiente esterno e quello di lavoro, sicché vi sia una apprezzabile probabilità, oggettivamente valutabile, di verificazione del rischio lamentato, (v. Cass. 06.02.1998 n. 1241).”

La società “aveva tenuto conto delle piccole dimensioni dell’Ufficio postale in esame […] e, soprattutto, della densità criminale notoriamente tra le più basse d’Italia, nonché della scarsa incidenza di rapine nell’Ufficio in esame, fattori, questi ultimi, che escludevano una “ragionevole probabilità di verificazione” di eventi criminosi, tali da indurre all’adozione di misure particolarmente incisive di mezzi di protezione.”



La tutela degli infermieri



I protocolli di comportamento, la disponibilità dei locali, il rafforzamento dell’organico

In Cassazione Civile, Sez. Lav., 3 agosto 2007 n. 17066, il tema trattato è quello della responsabilità di un’azienda ospedaliera per le lesioni con postumi permanenti subite da un’infermiera aggredita da un ricoverato (paziente oligofrenico) presso il Centro Residenziale Handicap. L’Azienda ospedaliera si è difesa sostenendo che “esisteva un protocollo di comportamento, atteggiantesi a misura di sicurezza per il personale sanitario ed infermieristico, che prevedeva che il paziente, dopo la sedazione nella stanza di contenimento, dovesse essere preso in carico da due operatori.”

Risultava accertato:

“a) che il paziente V., quello stesso pomeriggio dell’infortunio, aveva aggredito un’altra infermiera (Va.) sicché versava già in una situazione critica…;

b) che l’organico delle infermiere era incompleto al momento dell’infortunio perché la stessa Va., vittima della prima aggressione, era stata autorizzata ad andare a casa, circostanza questa rilevante al fine della valutazione del fatto che fu la sola infermiera G., senza la collaborazione di altro operatore, a prendere in carico il V. dopo la sedazione;

c) che il V. era stato fatto uscire dalla stanza di contenimento perché non vi poteva rimanere la notte in quanto la stessa avrebbe dovuto essere occupata da altro paziente autolesionista, circostanza questa che denunciava in sostanza un’insufficiente disponibilità di locali di tal genere.”

La Cassazione premette che, in termini di principio, “le possibili reazioni aggressive dei pazienti oligofrenici di un Centro di igiene mentale rientrano di norma nel rischio assunto dal Centro con l’espletamento dell’attività di assistenza agli stessi; se poi tale attività è esercitata in forma imprenditoriale, si tratta null’altro che del rischio d’impresa. Una reazione aggressiva “imprevedibile” […] non esonera ex se il datore di lavoro; occorre anche la prova in positivo dell’adozione di tutte le misure di sicurezza e di prevenzione, quali protocolli di comportamento per il personale sanitario nel caso di stato di agitazione di tali pazienti, astrattamente idonee ad evitare danni ai lavoratori.”

Quindi nella fattispecie secondo la Corte si sarebbe dovuto verificare “quale era il protocollo di comportamento per il personale infermieristico - specifica misura di prevenzione di tale genere di eventi dannosi - nel caso particolare di pazienti oligofrenici con tendenze aggressive e se l’attività di sedazione, rivelatasi ex post insufficiente, fosse stata correttamente eseguita”.



L’onere di dimostrare di aver adottato tutte le misure necessarie a prevenire le aggressioni (agli infermieri di un Pronto Soccorso) grava sul datore di lavoro

In una sentenza viene Cassazione Civile, Sez. Lav., 12 giugno 2017 n. 14566) viene confermata la condanna di una azienda ospedaliera per il danno subito da un infermiere (E.T.) a seguito della “aggressione subita…mentre prestava servizio quale infermiere presso il Pronto soccorso dell’Azienda.” In particolare,“l’aggressione avveniva da parte del paziente mentre veniva trasportato in barella alla sala visite, dopo dieci minuti dalla registrazione”.

La Cassazione accoglie con rinvio il ricorso del lavoratore, cassando la pronuncia della Corte d’Appello secondo cui era “pressoché inattuabile la predisposizione di mezzi di tutela di portata oggettivamente idonea ad elidere o anche solo a ridurre il rischio di aggressione fisica al personale infermieristico in servizio presso il Pronto soccorso, tenuto conto della specificità del lavoro […] Né il E.T. indicava misure concretamente idonee ad impedire l’evento”.

La Cassazione, di diverso avviso, ricorda invece che grava sul datore di lavoro “l’onere di provare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno, ovvero di aver adottato tutte le cautele necessarie per impedire il verificarsi del danno medesimo”.

 
Masturbarsi in pubblico non è più reato. PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Sabato 24 Giugno 2017 08:17

Già. O almeno così dice la Cassazione.


Avevamo affrontato l'anno scorso il discorso depenalizzazioni voluto dal Governo.

Potete trovare qui quell'articolo.

Dall'analisi della legge non eravamo particolarmente preoccupati, così come gran parte dei giuristi.

In particolare per quanto riguardava i reati a sfondo sessuale, quelli che ci interessavano maggiormente, sembrava cambiare poco o nulla.

E' invece di 3 giorni fa una sentenza della Cassazione che ci lascia perplessi, annulla le valutazioni fatte lo scorso anno ed ovviamente ci trova assolutamente in disaccordo.

Secondo la Suprema Corte infatti masturbarsi in pubblico non è più reato se non sono presenti minori. Resta, ovviamente, la sanzione amministrativa.

Vediamo nel dettaglio.

La Corte ha applicato appunto la riforma entrata in vigore l’anno scorso che ha depenalizzato circa 40 reati, ma al posto di alcuni di essi ha previsto delle sanzioni amministrative da 5mila a 30mila euro. La fedina penale resta immacolata, ma il portafogli completamente al verde. E tra questi reati c’è anche quello di atti osceni in luogo pubblico.

Non è quindi più reato l’autoerotismo al parco. Per cui non subisce il procedimento penale chi si masturba davanti ad altre persone. A patto però che non si tratti di luoghi abitualmente frequentati da minori.

Ma attenzione: dalla sanzione amministrativa si torna al penale se l’autoerotismo (così come qualsiasi altro tipo di atto osceno) viene consumato in «luoghi abitualmente frequentati da minorenni». In tale ipotesi resta la sanzione penale della reclusione da 4 mesi a 4 anni. È il caso del maniaco che si masturba davanti a una scuola. E qualcuno potrebbe anche pensare di includere, tra tali «luoghi abitualmente frequentati dai minori», anche i parchi. Ma non è di questa idea la Cassazione, non almeno se si tratta di una villa e non di uno spazio verde appositamente destinato ai piccoli con scivoli e altalene. Il parco comunale è un luogo frequentato da tutti, non solo (e, anzi, non prevalentemente) dai bambini. Questo significa che se anche l’autoerotismo viene commesso davanti ad alcuni minori questo non lo trasforma in reato, perché conta la natura del luogo e non l’effettiva visione dell’atto da parte di chi non ha ancora compiuto 18 anni.

Ovviamente tutto questo non può che indignarci.

Mentre nel mondo civilizzato il concetto di "violenza sessuale" è sempre più ampio, come abbiamo spiegato in questo articolo, in Italia le ultime decisioni della Cassazione vanno in senso totalmente opposto.

Dalla sentenza allucinante per cui c'è violenza solo se gridi, a questa.

Non è forse violenza sessuale essere costrette ad assistere ad atti sessuali?

E, diciamolo francamente, dall'autoerotismo al sesso vero e proprio dove sta la differenza?

Quindi la Cassazione assolverà anche la coppia che si lascia liberamente andare in una piazza (i video che mostrano tali atti sono sempre più frequenti) purchè non vi siano minori?

Tutto questo, in un paese che davvero protegge i cittadini, in particolare le donne, è francamente inaccettabile.

Ultimo aggiornamento Sabato 24 Giugno 2017 08:39
 
Charlie Gard: come si è arrivati alla decisione della CEDU PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Venerdì 30 Giugno 2017 14:18

E' l'argomento della settimana. Nel bene e nel male.


La storia di Charlie Gard, il bambino inglese affetto da una patologia ad esito infausto, è stata raccontata da tutti.


Spesso però in modo inesatto, o condita spesso da velenose accuse dei provita.

 

Ho pertanto ritenuto corretto attendere e raccogliere la maggior quantità di informazioni disponibili, prima di scrivere questo pezzo. Che nella parte finale sono sicuro farà inorridire qualcuno, ma sono i rischi di essere sempre chiari e coerenti.


Ripercorriamo quindi, secondo i documenti ufficiali, la triste storia di Charlie.

 

Charlie è un bambino di quasi 11 mesi (ad oggi).

Dopo la sua nascita, il 4 Agosto, la sua vita procede in quello che verrebbe descritto come un modo normale per un neonato; con il passare delle settimane, però, i genitori Connie e Chris, iniziano ad avere preoccupazioni riguardo la salute del piccolo, che appare loro ”floscio”. Certo, non è un bel termine da dire per descrivere un neonato, ma questo è proprio il termine usato dalla madre (floppy, in lingua anglosassone). Il termine medico corretto è atonia muscolare.

Per precauzione, Charlie viene portato in ospedale per verificare il suo stato di salute.

La sua situazione non è chiara fin da subito, perciò viene ricoverato per accertamenti e nel giro di pochi giorni finisce, purtroppo, in terapia intensiva attaccato ad un respiratore meccanico e alimentato tramite sondino naso-gastrico.

Il sospetto principale, per i medici, è una qualche malattia rara, perciò vengono richiesti i primi test genetici, grazie ai quali, dopo alcune settimane, emerge la diagnosi: si tratta di una sindrome genetica da deperimento mitocondriale.

Nello specifico, bisogna dire che le malattie mitocondriali non hanno cura. Nessuna di quelle conosciute sono attualmente curabili, nemmeno con protocolli sperimentali per il semplice fatto che non esistono protocolli approvati.

La malattia di Charlie non colpisce un gene specifico, ma diversi, che causano il progressivo deperimento muscolare e nervoso. Queste mutazioni fanno si che la sottounità RRM2B della proteina P53, non svolga le sue funzioni: riparazione del DNA in caso di danneggiamento, mutazione o rotture della catena polinucleotidica.

In parole semplici, questa subunità dovrebbe intervenire continuamente nell’organismo, riparando porzioni di DNA che potrebbero, mutando o danneggiandosi, provocare patologie come per esempio i tumori.

Come detto sopra, non vi è cura.

 


La terapia nucleosidica

Nella linea temporale, ci troviamo ora ad avere Charlie a circa 8 settimane di vita e con una diagnosi.

Nei periodi successivi, dopo aver ricevuto la notizia che non esiste cura e che quindi il figlio morirà, Connie e Chris iniziano disperatamente a fare ricerche e a contattare centri di ricerca e ospedali nel mondo. Dagli Stati Uniti arriva una risposta: una ricerca del 2014, svolta alla Columbia University di New York, sembrerebbe apportare miglioramenti nei topi affetti da malattie mitocondriali di un gruppo di mutazioni differente.

Pur di non abbandonare al destino Charlie, l’ospedale richiede il trasferimento per poter effettuale in via sperimentale il trattamento che, come già detto, riguarda un differente gruppo di mutazioni.

Il fatto che siano i medici a proporre di trasferire il piccolo per sottoporlo in via sperimentale alla terapia, è importante. Ricordatelo.

Durante l’iter della richiesta, però, Charlie viene colpito da una encefalopatia, che gli provoca un grosso danno cerebreale irreversibile. Alla luce di questi eventi, l’ospedale non può portare avanti il progetto. Inoltre, gli studiosi di New York, avendo saputo le novità, a questo punto esprimono loro stessi delle perplessità riguardo dei teorici miglioramenti a seguito della terapia nucleosidica e, ancora, aggiungono che non possono fornire basi scientifiche per una risposta positiva dopo l’encefalopatia che ha colpito Charlie, in quanto non hanno mai studiato la terapia in questa condizione.

Nonostante questo, si rendono disponibili a proseguire nel caso in cui i genitori volessero tentare comunque la terapia.

A questo punto sono passati quasi 6 mesi dalla prima diagnosi e i medici del piccolo, dichiarando di non poter fare più nulla per lui, avanzano la proposta di staccarlo dalle macchine. I genitori, però, non sono d’accordo e vogliono portare comunque il figlio negli Stati Uniti per iniziare la terapia nucleosidica. Viene quindi interpellato il tribunale affinché impedisca ai genitori di continuare a tenere Charlie attaccato alle macchine pur di sottoporlo ad una terapia dove l’inefficacia,a questo punto, è certa.

 


Il ”child’s best interest”

Da qui in avanti, la questione riguarderà questo tema.

Si pone infatti, oltre al problema legale, quello etico per il quale si deve garantire a Charlie il trattamento migliore e più dignitoso evitando l’accanimento terapeutico.

In tutti i gradi di giudizio, i tribunali inglesi deliberano in favore delle richieste dei medici, appellandosi ad un’altra causa del 2005.

 

Ma cosa si intende per ”child’s best interest”?

Nella sentenza del 2005, viene espresso il concetto in questo modo

”Il giudice deve decidere quello che il migliore interesse per il bambino. Nel prendere questa decisione, il benessere del bambino è superiore, e il giudice deve vedere la questione assumendo il punto di vista del paziente. C’è una forte presunzione in favore di una procedura che prolungherebbe la vita, ma questa presunzione non è inconfutabile. Il termine ”miglior interesse” comprende tutti i disturbi del benessere, inclusi quelli medici e emozionali. La corte deve condurre un esercizio di bilanciamento nel quale tutti i fattori rilevanti sono pesati e un modo utile di farlo e quello di scrivere una tabella di bilanciamento.”


Le decisioni dei tribunali in merito al caso di Charlie, dunque, hanno lo scopo di prevenire e evitare accanimenti terapeutici che andrebbero ad apportargli ulteriori sofferenze, senza nessun beneficio. Charlie, infatti, a questo punto ha vissuto circa il 96% della sua esistenza sedato e tenuto in vita dalle macchine.

L’ultima sentenza in Inghilterra risale all’ 8 Giugno 2017 ed è stata emanata dalla Supreme Court. Entro 24 ore dalla sentenza, si poteva fare richiesta per passare il caso alla European Court, cosa che è avvenuta.

 


Il caso passa al tribunale Europeo dei Diritti dell’Uomo

Dopo la presa in carico da parte dell’ECHR, la data della delibera viene fissata al 19 Giugno, data che però viene posticipata a causa della complessità del caso.


Passano altri 8 giorni e, il 27 Giugno, arriva la sentenza definitiva:

” Il team del Great Ormond Street Hospital ritiene che Charlie possa provare dolore ma è inabile a reagire ad esso in un modo evidente. Hanno dimostrato che essendo ventilato, essendo aspirato, vivendo come Charlie vive, tutte queste procedure sono capaci di provocare dolore. Trasportare Charlie negli Stati Uniti sarebbe problematico, ma possibile.”

 

Questa sentenza si basa anche sul fatto che i diritti personali di Charlie come individuo, prevalgono in ogni caso sui diritti genitoriali: Connie e Chris potevano decidere per lui, ma entro certi limiti.

La sentenza sarà applicata oggi, nell’ospedale in cui ha vissuto per gli ultimi 9 mesi e mezzo.

 


POSSIAMO QUINDI INDIVIDUARE GIA' DEI PUNTI FERMI ESSENZIALI PER CAPIRE MEGLIO.

- Charlie ha una prognosi TOTALMENTE infausta non per uno, ma per due motivi fondamentali. La patologia genetica, incurabile, e l'encefalite che ha creato danni irreparabili;


- i medici inglesi sono stati i primi a proporre il trasferimento negli USA per la terapia sperimentale;


- dopo l'encefalite sia i medici inglesi che quelli americani (nonostante per la ricerca fossero loro utili i soldi dei coniugi Gard) hanno dichiarato l'inutilità del trattamento;


- la terapia sperimentale negli USA è al secondo stadio, sulle cavie. Ha dimostrato una PROBABILE efficacia sui ratti e su una VARIANTE genetica diversa da quella di Charlie;


- effettuare quella terapia esporrebbe il piccolo al pericolo di un aumento del dolore.


Questi sono e rimangono punti INALIENABILI dalla discussione.

 

 

I seguenti invece sono del tutto personali, e quindi soggetti, come sempre a critiche:


- il senso di colpa. E' ormai ampiamente dimostrato dalla letteratura scientifica il senso di colpa, e l'eccessivo attaccamento ad ogni speranza, dei genitori di bambini vittime di patologie genetiche. "Oddio, siamo stati noi a farlo nascere malato" è un pensiero praticamente fisso in questi genitori. Lo stesso per cui, è dimostrato, i soccorritori del 118 stanno su una rianimazione molto più tempo se hanno avuto anche solo l'impressione di aver impiegato troppo ad arrivare.


- la naturale tendenza, del tutto legittima, di provare ogni strada per salvare il proprio figlio può inevitabilmente portare a scelte egoistiche, che non vanno nella direzione migliore per il figlio stesso, ma sono espressione del rifiuto dei genitori, ripeto legittimo, alla perdita del figlio. Che poi per queste decisioni si rivolgano a cialtroni come Vannoni o a terapie sperimentali serie ma del tutto aleatorie ed ancora non pienamente sicure è perfettamente irrilevante.


- come ha detto il Prof. Burioni (che peraltro non adoro, almeno per quanto riguarda il lato umano, trovandolo spesso arrogante, sprezzante ed offensivo) "la scienza non è democratica", seguito a ruota da Piero Angela ed il suo lapidario "la velocità della luce non si sceglie per alzata di mano". Se i genitori, per i motivi sovra esposti, non sono in grado di prendere la decisione migliore per il figlio, fosse anche lasciarlo andare nel modo più dolce possibile e senza dolore, la scienza (e in questo caso la Giustizia) deve sostituirsi nella loro valutazione.


- per quanto si possa negare, l'atteggiamento di base è lo stesso degli antivaccinisti che tanto critichiamo. Le critiche che vengono mosse alla decisione della CEDU, "non ci si può sostituire ai genitori" sono le medesime che gli antivax urlano contro il decreto della Lorenzin sui vaccini obbligatori. La coerenza vuole che se si accetta che in certi casi limite l'autorità si sostituisca ai genitori, quando le loro scelte sono pericolose per i figli, si deve accettare sempre.


- davvero credete che i sanitari inglesi abbiano preso questa decisione così, per divertimento, senza valutare ogni aspetto? Sono stati i primi a muoversi per la terapia sperimentale negli USA, avranno o no la ragionevole certezza che una dolce morte sia in questo caso la soluzione migliore per il bambino?


-la contrapposizione NON E' tra provita o meno. Qua si parla di scegliere tra la razionalità e la ponderazione del rapporto costo-beneficio a fronte della mera illusione.


- a chi continua a sostenere che la CEDU l'ha condannato a morte, si può continuare a dichiarare i genitori colpevoli di sevizie e tortura. Le posizioni sono entrambe vere, ma sbagliate.


Il medesimo appunto mi sento di muoverlo verso chi parla di "totalitarismo" et similia. Domanda: far soffrire inutilmente un bambino è per voi democratico?


Questa decisione è stata criticata a sua volta da chi sostiene che avrebbero dovuto lasciarlo tornare perlomeno a casa, ma, in sede domestica mantenere una terapia intensiva è pressoché impossibile dal punto di vista logistico (personale presente, macchinari, farmaci, …). Oltretutto, come detto, Charlie viveva in sedazione e quindi si sarebbe dovuta mantenere questa condizione anche in casa, fino a quando gli sarebbe stata applicata un’anestesia totale profonda, che avrebbe permesso di staccare i macchinari senza causare nessun tipo di dolore a Charlie.

Questa resterà comunque la procedura che sarà seguita in ospedale.


La mia personalissima opinione, ricapitolando, è che la decisione della CEDU sia assolutamente da condividere, anche a malincuore.

Non si fa sperimentazione sul dolore dei bambini, senza una percentuale di probabile successo che giustifichi la sperimentazione stessa.

E non è questo il caso. Mi spiace.

 


Chiudo con una domanda/provocazione:

Siete con vostro figlio in cima alle Torri Gemelle mentre sono in fiamme.

I Vigili del Fuoco vi hanno già avvertito che crolleranno e che loro non possono fare più niente.

Avete con voi del cianuro.

Che fate?

p.s. non rispondete "Faccio come la tipa sulla torre a Londra. Che ha lanciato il figlio per la disperazione, anche se per lei non c'era più niente da fare. Quel bimbo oggi è vivo".

Primo ho l'impressione sia una leggenda metropolitana, il corpo di un bambino che cade dal 10° piano raggiunge velocità e peso impossibili da frenare a meno di essere Hulk e non si trovano conferme alla storia su quotidiani attendibili.

Secondo ho fatto appositamente l'esempio del 145° piano. Non del 10°.

 

Eugenio Cortigiano

Presidente AIILF

 

AGGIUNTA DEL 01/07/2017

Riporto, condividendole pienamente, le parole di Mina Welby, la moglie di Piergiorgio e co-presidente dell'Associazione Luca Coscioni:

"Hanno ragione medici e giudici, così è tortura. Staccare la spina sarebbe legale anche in Italia.

Comprendo i genitori, ma hanno ragione i medici e i magistrati. Per un bambino in quelle condizioni si tratta di una tortura, più che un trattamento medico, e la tortura deve essere vietata. Tra i diritti umani c'è anche quello a un'esistenza dignitosa.

Cerco di non farmi prendere da questo afflato di parte che sembra essersi impossessato di chiunque. Bisogna stare ai fatti. È un'assoluta e triste tragedia per i genitori di Charlie vivere una situazione di questo genere, e per questo provo molta pietà. Spero che i medici li possano ancora convincere che la patologia così feroce che ha colpito il figlio non può essere guarita, che non ci sono mezzi per migliorare o attutire il dolore". Ma il punto, su cui hanno insistito le sentenze a ogni grado di giudizio, sia nel Regno Unito che in sede europea, è che "a patria potestà per questi casi, per questo tipo di decisioni non vige. I medici hanno facoltà di assumere queste decisioni, perché sono solo loro quelli che hanno un quadro lucido della situazione, e non sono condizionati da fattori emotivi.

Quello che forse i nostri politici omettono di dire nei loro interventi, è che mentre l'eutanasia è illegale in Italia, qui siamo di fronte a una vicenda compatibile col nostro ordinamento giuridico. Qui si tratta di evitare l'accanimento terapeutico in mancanza di una cura per un neonato non cosciente. Nel nostro paese, teoricamente la patria potestà non dovrebbe interferire nella decisione dei medici, ma è anche vero che, secondo la mia esperienza, ho visto che i nostri medici hanno sempre optato per quella che si chiama 'medicina difensiva', portando spesso per dei neonati prematuri e senza speranza delle agonie a mesi o anni di durata. Esistenze tristi e atroci, purtroppo.

Ai tanti genitori che chiedono aiuto in Italia per situazioni simili ho sempre detto che se non ci sono speranze per una guarigione, per un miglioramento, per un futuro, la scelta purtroppo è obbligata, ed è quella di una morte dignitosa. Forse dopo la vicenda di Charlie, verranno a galla anche altre storie simili nel nostro paese, e spero se ne possa parlare senza condizionamenti. Nella stessa situazione l'unica cosa che mi verrebbe di fare è stringere mio figlio al petto per l'ultima volta."

Ultimo aggiornamento Sabato 01 Luglio 2017 07:32
 
Prima di criticare, sappiamo davvero cosa è l'IPASVI? PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Giovedì 22 Giugno 2017 08:14

E' ormai diventata una moda.

Colleghi, anche di una certa formazione e cultura, addossano alla Federazione IPASVI qualsiasi problema della categoria e personale; dai bassi stipendi al demansionamento, dalla carenza di organico alla mancata valorizzazione delle specializzazioni, fino alle decisioni dei Tribunali.

Ma, in sostanza, cosa è l'IPASVI?

La Federazione nazionale dei Collegi Ipasvi è un ente di diritto pubblico non economico. Il che significa, in primis, che è una struttura DELLO Stato, con tutti i pregi ed i difetti di questa situazione. Questo è il motivo, ad esempio, per cui la tessera IPASVI è, ai sensi della legge, un documento di riconoscimento valido (D.P.R. 28/12/2000 n° 445).

Se venisse applicata la legge e la Federazione si trasformasse in Ordine cambierebbe qualcosa? Forse. In meglio o in peggio? Entrambe le cose, probabilmente. A seconda di che aspetto si analizzi. 
Ma ritorniamo indietro.

Cosa fa l'IPASVI?

Lo Stato delega alla Federazione Ipasvi la funzione, a livello nazionale, di tutela e rappresentanza della professione infermieristica nell’interesse degli iscritti e dei cittadini. 
Tutela e rappresentanza.

Già, ad una lettura veloce, manca la parola “difesa” e si parla ESCLUSIVAMENTE di professione infermieristica. Non dei singoli iscritti.

Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti in Palombella rossa. In legislazione e giurisprudenza ancora di più.

L'IPASVI rappresenta l'intera professione nelle sedi legislative, tutela la professione da decisioni politiche o attacchi mediatici che potrebbero sminuirne il valore o la portata di competenze.

Garantisce ai cittadini che l'infermiere che hanno davanti sia adeguatamente formato, anche controllando i programmi di studio nelle università.

Questo fa l'IPASVI, non altro; perchè questo è ciò che, per legge, deve fare.

Chiariamo. In tutto questo è OVVIO che non tutto sia rose e fiori.

I problemi ci sono; e forse ci saranno ancora a lungo.

Ma pensiamo da dove arriviamo e quanta strada abbiamo già fatto. Davvero l'IPASVI deve correre più dei professionisti stessi? Quanti ancora, a distanza di 17 anni, si definiscono ancora “infermieri PROFESSIONALI”?

Quanti, a distanza di 22 anni, rimpiangono il mansionario? E' innegabile che l'infermiere italiano, la professione infermieristica italiana, venga da un passato di ausiliarietà, subordinazione e “spirito crocerossino”. Come è innegabile che tutto questo appartenga, almeno legislativamente, al passato. Ma le abitudini sono dure a morire. E noi, come professione, non siamo certo tra i primi a volerle o poterle superare! Eppure basta così poco. E' sufficiente una piccola cosa chiamata CONOSCENZA. Faccio solo il solito piccolo esempio. Da contratto del servizio pubblico, nel periodo estivo, ci spettano 15 giorni continuativi di ferie. Festivi esclusi. Ma quanti di noi pretendono davvero TUTTI i giorni che ci spettano? Pochissimi. Ci prendiamo la “quindicina” e stop, senza fiatare.

Però pretendiamo uno scatto di orgoglio e prese di posizione difficili da sostenere da parte di un ente pubblico come la Federazione.

E se cominciassimo a muoverci NOI, nel nostro piccolo orticello, rivendicando i piccoli diritti che ci spettano? Così, tanto per dire, no?

L'errore più grosso che facciamo è credere che l'IPASVI sia tutto.

Un sindacato, l'ARAN, un tribunale.

Ecco.

La Federazione non è NIENTE di tutto questo.

Non può esserlo.

Torniamo alle “accuse iniziali”, facciamo un passo indietro.

Gli infermieri italiani guadagnano poco. E' lampante e lapalissiano.

E la colpa viene data all'IPASVI.

Ma chi va a discutere dei contratti con l'ARAN? L'IPASVI?

No, assolutamente.

Ci vanno i sindacati.

In particolare i generalisti, la triade.

Quelli che hanno la maggioranza, essendo infarciti di amministrativi e personale tecnico di base.

E, guarda caso, tali sindacati, firmano contratti dove veniamo trattati come illustrato nella tabella che vi riporto, dove sono messi in grafico gli stipendi tabellari, quindi al netto degli accordi aziendali, del comparto sanità pubblica.

E' evidente che, mentre fino alla cat. C (linea rossa) gli stipendi salgono progressivamente e regolarmente, per la cat. D (linea verde e linea blu per i Ds), ovveroQUELLA DEI LAUREATI, si riparte da più indietro, come se studiare fosse un peccato.

Le linee tratteggiate (bianco-verde e bianco-blu) indicano quanto guadagneremmo se la curva in salita venisse rispettata, anche senza discutere delle differenze di responsabilità e carico di lavoro.

Nella tabella  invece il confronto degli stipendi nella sanità tra Italia e media europea. 
Senza contare responsabilità. percorso formativo ed obbligo di formazione continua, i dati parlano chiaro, grazie ai contratti firmati dai sindacati confederali nella sanità italiana più si sale di qualifica meno si guadagna in rapporto alla media europea.

E' colpa dell'IPASVI o dei sindacati generalisti che firmano i contratti?

Per la mancata valorizzazione delle specializzazioni vale lo stesso discorso. Finchè nel contratto della sanità pubblica verrà citato solo ed esclusivamente il master in management, per accedere alle funzioni di coordinamento, quali aziende investiranno nelle altre specializzazioni come l'area critica o l'infermieristica legale e forense?

Gli organici, per cambiare discorso, vengono definiti dalle direzioni sanitarie. L'IPASVI è in direzione sanitaria? No, evidentemente.

Ampliamo il discorso, così ci colleghiamo al prossimo argomento.

Finchè gli infermieri risponderanno ai campanelli o rifaranno i letti, chiuderanno i ROT e distribuiranno i pasti, senza MAI scrivere in Direzione Sanitaria per denunciare la mancanza di personale di supporto, pensate che le aziende assumano?

Non siamo noi i primi ad autodemansionarci, in molti casi, senza prendere mai una posizione forte nei confronti dell'azienda? Si, ok, facciamo all'italiana. “I sindacati ci devono pensare”. Beh, primo, no, i piccoli atti di demansionamento li dobbiamo rifiutare NOI per primi; secondo, ai sindacati generalisti di cui sopra, quanto pensate interessino le vostre lamentele? Gli infermieri mica pagano loro la tessera! Gli infermieri mica vanno a votare alle RSU! A loro premono altre figure...

Ma il demansionamento è colpa dell'art.49! L'ha detto anche il giudice!”.

Ora, che l'art.49 non sia il massimo, lo posso anche accettare. Certo è figlio di quella realtà storica passata di cui ho già parlato.

Ma l'art.49 ha una parolina (ricordate Moretti?) piuttosto interessante: ECCEZIONALITÀ. Gira tutto intorno a quella.

E' ovvio a chiunque che, se una mattina l'OSS è malato, posso anche rifare i letti. Ma dalla mattina dopo perde le caratteristiche di eccezionalità, quindi nisba. Non è complicato.

Se non rifiutiamo, sempre noi per primi, la mansione inferiore NON eccezionale, l'IPASVI può scrivere un nuovo articolo, eliminare quello vecchio, qualunque cosa. Non cambierà certo niente.

Ma l'ha detto il giudice”.

I giudici, partiamo da un dato di fatto, di sanità non sanno niente.

Forse se sono stati uan volta ricoverati possono immaginare come funzioni un reparto, ma nulla di più. 
Se un giudice non ha capito come appllicare l'art.49 ringraziamo l'avvocato, ed i suoi periti, per non essere riuscito a farglielo capire. Ecco a cosa serve un infermiere legale e forense... (Si, vero, tiro un po di acqua al mio mulino. Ma è la verità, no?).

Anche in questo caso, colpa dell'IPASVI?

Chiaramente no.

Ma fa “figo” dirlo.

E' un ottimo capro espiatorio, per deviare la vostra rabbia e frustrazione verso i VERI responsabili dei problemi della professione.

Uno SPLENDIDO capro espiatorio.

Ultimo aggiornamento Giovedì 22 Giugno 2017 08:17
 
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