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Lo stalking condominiale PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Venerdì 12 Dicembre 2014 08:36

Il condominio negli ultimi anni lungi dall'essere un luogo di convivenza civile, ambiente di socializzazione etc..si è trasformato in un cruento campo di battaglia.

Complice la crisi economica, che rende difficile il pagamento delle quote condominiali, la crescente immigrazione ed il sopraggiungere di altre problematiche è in continuo aumento il fenomeno dello “stalking” dei vicini”.

Tale problematica, che potrebbe destare una certa ilarità, è in realtà un fenomeno che si diffonde a macchia d’olio da nord a sud,non conosce sesso, razza, classe sociale .

Quartieri periferici con situazioni di disagio, ma anche i quartieri della Roma bene diventano teatro di episodi di stalking di insospettabili quanto rancorosi vicini.

Così accade nella tranquilla Vicenza dove per la presenza di un cane meticcio una signora viene minacciata ed invitata a trovarsi una nuova casa dai propri vicini.

Nel dicembre 2011 nella bergamasca si assiste ad una delle prime condanne per stalking comminata ad un 69 enne, accusato di atti persecutori, minacce e violazione di domicilio a danno di una famiglia alla quale l’uomo aveva più volte forato le gomme dell’ automobile, lasciato carcasse  ed escrementi di animali ed altre condotte riprovevoli che gli hanno cagionato la condanna al carcere per un anno e due mesi.

Interessante in tal senso la sentenza della Corte di Cassazione N 20895 del 25 Maggio 2011 con la quale si condannavano  le molestie e condotte di un condomino che aveva cagionato un perdurante stato di paura e ansia in alcune donne residenti nel condominio.

Tante richieste di  soccorso ai carabinieri, alle forze dell’ordine, ai policy maker dalle quali emerge l’esigenza di una politica unitaria di mediazione abitativa, volta a fornire sicurezza e benessere nel territorio, attraverso la promozione di strategie, attività e soggetti in grado di gestire la conflittualità (conflict coaching)  .

Con l’avvio della mediazione condominiale, pubblico e privato possono fornire una soluzione extragiudiziale alla “difficoltà dell’abitare”, individuandone le sfaccettate criticità .

Il problema andrebbe, a mio avviso, affrontato su più livelli, e l’attore pubblico potrebbe  essere un importante partner del conflict coaching condominiale,come accade in alcune città dove si sono avviati i cd sportello condominio.

Roma,Firenze,Padova ,Lucca ,Vicenza si attrezzano per offrire ai cittadini -condomini sportelli gratuiti ,in grado di offrire un counselling e attività di coaching per le svariate problematiche condominiali,sulla scia dei paesi anglosassoni e nordamericani ,dove è consuetudine l'attivazione,presenza e utilizzo di tali sportelli .

In Europa infatti è ormai radicata la presenza della mediazione condominiale che da noi è appena partita,  e che potrebbe attraverso una virtuosa sinergia pubblico –privato presentare interessanti risvolti sociali.

Mi riferisco ad ambiziosi progetti di housing sociale, conflict coaching abitativo, integrazione degli immigrati ,attraverso i quali migliorare la vivibilità dei nostri Comuni e delle nostre belle città.

Fondamentale è dunque sensibilizzare gli attori del territorio rispetto ai temi del diritto alla casa,e del conflitto abitativo .

I condomini sono luoghi nei quali si generano conflitti che spesso finiscono nelle aule dei tribunali o degenerano negli episodi di stalking tristemente menzionati in apertura.Tuttavia l’armonia condominiale  va ricercata anche attraverso soluzioni che prevengano e non solo affrontino il disagio sociale ed  il degrado abitativo con tattiche di negoziazione per un progetto educativo di condominio.

La costruzione di relazioni positive nel condominio è un obiettivo possibile che può essere raggiunto laddove il conflict coacher costruisca un percorso per il miglioramento dei rapporti di vicinato del condominio attraverso il proprio intervento. Può destare sorpresa l’esplicito riferimento ad un progetto educativo, ma, nella pratica, quando si discute di "condomini maleducati" non si fa forse riferimento ad una dimensione educativa ? Del resto tutte le relazioni interpersonali sono inevitabilmente educative: possono essere volontariamente educative laddove chi educa ne ha consapevolezza e indirizza verso comportamenti sociosolidali; possono essere involontariamente educative laddove siano le relazioni sociali spontanee a costruire nelle persone un’esperienza di rapporti positivi o negativi che siano .

Sopratutto nel passato i condomini erano luoghi dove si intrecciavano relazioni di aiuto e di rispetto,oggi al contrario vige spesso il malumore, il risentimento, le critiche e il conflitto. Il conflict coacher è un soggetto che può operare in tal direzione a pieno titolo, sempreché sia autorevole ed accetti la posizione di arbitro in cui il condominio lo colloca. A tal fine  deve essere sufficientemente calmo ed attento da osservare le relazioni e le tensioni senza farsi coinvolgere;deve costruire una strategia ed agire al fine del miglioramento nella relazione condominiale. Se ha saputo osservare saprà anche difendersi dai molteplici istigatori, manipolatori ed oppressori presenti nel condominio che vorrebbero aizzare il conflitto e costituiscono l’origine di tanti conflitti.

Non si tratta solo di arbitrare delle controversie raggiungendo compromessi accettabili per tutti, si tratta di interpretare le ragioni psicologiche dei conflitti e intervenire sui problemi con comunicazioni che sono il preciso antidoto per ciascuno dei rapporti critici precedentemente analizzati.

 
Sentenza: non applicabile il CCNL unilaterale per le RSA PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Mercoledì 10 Dicembre 2014 14:25

E’ inapplicabile ai dipendenti inquadrati in base al CCNL Sanità Privata 2002-2005, il “Primo contratto nazionale di lavoro per il personale dipendente delle RSA e delle altre strutture residenziali e socio assistenziali associate AIOP” stipulato il 22.3.2012, firmato utilizzando organizzazioni sindacali non rappresentative del settore.

E’ stato, pertanto, accolto il ricorso presentato da due lavoratori di un Policlinico che esponevano di prestare attività lavorativa all’interno della Casa di Cura, nello specifico con mansioni di infermieri operanti all’interno del reparto RSA (Residenza Sanitaria Assistita). In particolare, entrambi i dipendenti erano inquadrati in base al CCNL Sanità Privata 2002-2005 regolante i rapporti di lavoro intercorrenti tra il personale dipendente non medico e le strutture sanitarie private associate AIOP, ARIS E FONDAZIONE DON GNOCCHI, ivi comprese quelle esercenti attività di RSA.
Ciò nonostante, dal 2/12/2011, l’AIOP aveva iniziato a sollecitare le OO.SS. firmatarie del richiamato CCNL, malgrado il loro tempestivo diniego, ad intavolare trattative volte alla stipulazione di un nuovo CCNL specifico per i rapporti di lavoro inerenti le RSA, il quale era stato comunque siglato con una serie di OO.SS. diverse da quelle originarie in data 22/3/2012.
Ne era conseguita, da parte delle OO.SS. non firmatarie (CGIL, CISL, UIL), formale diffida all’applicazione del CCNL suddetto ai lavoratori RSA, a cui l’AIOP aveva risposto con una disdetta, con esclusivo riguardo al personale RSA, del CCNL 2002-2005 il quale, invece, continuava ad applicarsi regolarmente al personale dipendente impiegato in reparti differenti delle strutture affiliate. 
Ne era scaturito che, i ricorrenti, nel rifiutare l’applicazione di tale nuovo contratto, avevano lamentato la natura fortemente peggiorative di tali norme collettive rispetto alle precedenti e una palese sperequazione nel trattamento retributivo tra personale RSA e altri dipendenti ai quali si continuava invece ad applicare il citato CCNL 2002-2005 più favorevole. Essi lamentavano, infatti, che l’AIOP aveva proceduto ad una modifica unilaterale delle disposizioni contrattuali afferenti il solo personale dipendente RSA, venendosi così a determinare una scissione del compendio contrattuale originario ed un’applicazione parziale dello stesso.
Per tale motivo, il ricorso è stato accolto in primo grado, con conseguente inapplicabilità nei confronti dei ricorrenti del “Primo contratto nazionale di lavoro per il personale dipendente delle RSA” e l’applicazione nei confronti degli stessi esclusivamente ed integralmente il CCNL Sanità privata per gli anni 202/2005 ed eventuali successivi rinnovi.

Dunque, secondo i giudici, disapplicando, nei confronti del personale RSA, il CCNL Sanità privata 2002-2005 per applicare quello separato e specifico del 2012, la convenuta ha ignorato le sollecitazioni e le richieste delle OO.SS. maggiormente rappresentative tra cui la CGIL (cui appartengono i ricorrenti) sulla perdurante vigenza del CCNL unitario e degli stessi ricorrenti, venendo meno all’obbligo giuridico di buona fede. La società resistente, dunque, secondi i giudici poteva e doveva astenersi dall’applicazione del suddetto CCNL, nel rispetto del vigore del precedente sino ad allora osservato.

 
Riposo minimo garantito: non si deroga più... PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Martedì 02 Dicembre 2014 11:36

Breve riassunto orientativo.


Con il D.Lgs.66/2003 venivano istituiti i riposi minimi garantiti per i lavoratori dipendenti, di qualunque attività e sia pubblici sia privati.


In particolare venivano previste le famose 11 ore continuative di riposo tra un turno di lavoro ed il successivo e le 35 ore minime consecutive di astensione dal lavoro nell'arco di 7 giorni.


Con la scusa di arrivare per gradi alla sistemazione del problema, in realtà, probabilmente, per fare un favore alle Azienda Sanitarie, i sindacati, nel contratto successivo, firmarono per la deroga a tali riposi.


La deroga, perlomeno, fu consentita solo per le 35 ore, elevandole ad un massimo di 14 giorni di lavoro continuativo, all'interno dei quali però doveva essere ricompreso un periodo minimo di riposo di 70 ore continuative.


Deroga cui molte aziende, ovviamente, si sono adattate. Spesso solo per i 14 giorni, "dimenticandosi" delle 70 ore di riposo.


Giunge FINALMENTE la parola STOP a queste aberrazioni legislative.


Con l’art. 14 della legge 161/2014, pubblicata il 10 novembre in Gazzetta Ufficiale (“Disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea – Legge europea 2013-bis”), dal 25 novembre 2015 prevede:

“al fine di garantire la continuità nell’erogazione dei livelli essenziali delle prestazioni, i contratti collettivi nazionali di lavoro del comparto sanità disciplinano le deroghe alle disposizioni in materia di riposo giornaliero del personale del Servizio sanitario nazionale preposto ai servizi relativi all’accettazione, al trattamento e alle cure, prevedendo … equivalenti periodi di riposo compensativo, immediatamentesuccessivi al periodo di lavoro da compensare... Nelle more del rinnovo dei contratti collettivi vigenti, le disposizioni contrattuali in materia di durata settimanale dell’orario di lavoro e di riposo giornaliero... cessano di avere applicazione”.


Dall’anno prossimo, quindi, in un’ottica anche di riduzione dei danni (sappiamo tutti quanto siano correlati stanchezza ed errori…) la deroga ai riposi minimi NON SARA’ PIU’ AMMESSA.


Con buona pace delle aziende, che si dovranno adeguare, e dei sindacati che avevano firmato l’ennesima sciabolata sulle vite private degli infermieri.

Ultimo aggiornamento Martedì 02 Dicembre 2014 11:36
 
Iscrizioni Master UNINT prorogate al 15 febbraio 2015 PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Giovedì 20 Novembre 2014 18:21

Grazie alla convenzione stipulata tra AIILF e l'Ateneo UNINT i corsi e master in modalità telematica vengono offerti ai soci AIILF, sia ordinari che sostenitori, con il 50% di sconto.

Informiamo inoltre che sono stati prorogati al 15 febbraio 2015 i termini per l'iscrizione all'offerta formativa per il settore sanitario.

In particolare:


  • Il processo di aziendalizzazione delle strutture sanitarie pubbliche ha sottolineato il ruolo centrale della figura del manager sanitario, ossia di un professionista che dimostri il possesso, accanto alla necessaria formazione di base di tipo clinico, anche di approfondite conoscenze, metodologie e strumenti finalizzati a supportare azioni di programmazione, di direzione e controllo finanziario/contabile
  • Il Master ha lo scopo di formare la figura del coordinatore delle professioni sanitarie, di cui alla legge 43/2006. Analizza il management aziendale in tutti i suoi aspetti: direzione, programmazione, gestione, monitoraggio, organizzazione dei servizi, qualificazione degli stessi, attenzione ai bisogni della utenza.
  • Il Master è finalizzato a creare una figura professionale che sia in grado di esprimere pareri, in tema di assistenza infermieristica, ostetrica, ecc., in sede giudiziaria, presso le Direzioni sanitarie aziendali (AA.SS.LL. e A.O.) e presso le Direzioni dei Distretti sociosanitari. Ma soprattutto nell’ambito operativo dell’INPS.


  • Nell’ambito del sistema sanitario nazionale, la formazione dei professionisti sanitari ha sempre giocato un ruolo determinante. Oggi, è ancor più necessario formare tutti quei professionisti – specie se appartenenti alle “nuove professioni sanitarie” - che operano nel settore della formazione continua, sia in qualità di manager, sia come specialisti, sia come tutor e soprattutto se

Università degli Studi Internazionali di Roma - UNINT
Via Cristoforo Colombo 200 – 00147 Roma
C.F. 97136680580 - P.I. 05639791002
UNINT.EU

Informazioni
Ufficio Formazione UNINT
Tel. 06.510.777.400
(Lunedì – Venerdì: 9.30 – 12.30)
Fax 06.510.777.264
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Fondazione FORMIT
Tel. 06.51070802
(Lunedì – Venerdì: 10.00 – 12.00)
Fax 06.514.350.12
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Ultimo aggiornamento Giovedì 20 Novembre 2014 18:21
 
Evento AIILF Liguria PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Giovedì 20 Novembre 2014 18:43

Nell'ambito degli eventi sulla violenza di genere, organizzata dal Comune di Savona, il 25 novembre AIILF Liguria presenta un incontro sul Codice Rosa all'interno dei Pronto Soccorso.

Ultimo aggiornamento Giovedì 20 Novembre 2014 18:44
 
Responsabilità per infortuni nell’uso di macchine non sicure PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Martedì 11 Novembre 2014 15:57

 

Commento
Viene ribadito dalla Corte di Cassazione un questa sentenza un principio ormai abbastanza consolidato in giurisprudenza e relativo alla individuazione delle responsabilità per un infortunio occorso a un lavoratore durante l’utilizzazione in azienda di una macchina priva dei requisiti essenziali di sicurezza (RES) richiesti dalle disposizioni di legge in materia di salute e di sicurezza sul lavoro. A rispondere dell’evento infortunistico possono essere chiamati a rispondere sia il costruttore che il datore di lavoro dell’infortunato se quanto accaduto risulta essere collegato ad una carenza delle necessarie misure di sicurezza, il costruttore per avere costruito la macchina senza avere eliminato il rischio che ha portato all’infortunio e il datore di lavoro per avere messo a disposizione di un proprio dipendente una  macchina carente delle misure di sicurezza previste dalle vigenti disposizioni di legge in materia di salute e di sicurezza sul lavoro.

 

Il fatto e il ricorso in Cassazione
La Corte di Appello, in riforma di una sentenza del Tribunale che li aveva assolti, ha condannato l’amministratore unico e legale rappresentante di una ditta costruttrice e il rappresentante legale e datore di lavoro di una società alla pena di un mese e dieci giorni di reclusione, ciascuno con i benefici della sospensione condizionale della pena e della non menzione, per il delitto di cui all'art. 590 c.p., commi 1 e 3. Era stato contestato agli stessi di avere, per colpa ossia per negligenza, imprudenza ed inosservanza di leggi e regolamenti, cagionato lesioni personali gravi a una dipendente la quale, durante le fasi di lavorazione mediante un macchinario, mentre tentava di rimuovere una falda in alluminio mal posizionata all'interno della stazione di saldatura, veniva in contatto con le teste di termosaldatura della macchina, riportando lo schiacciamento e l'ustione dell'apice del dito indice della mano destra con inabilità al lavoro per complessivi 93 giorni. La contestazione aveva riguardato, in particolare, la violazione dell’art. 6 comma 2 del D. Lgs. n. 626/1994 per il costruttore e dell'art. 35 comma 1 del D. Lgs. n. 626/1994 per il datore di lavoro.
Avverso la sentenza della Corte di Appello i due imputati hanno fatto ricorso per cassazione.
Il datore di lavoro ha motivato il suo ricorso sul fatto che quanto accaduto non era a lui imputabile trattandosi di una mera fatalità eccezionale, abnorme esorbitante ed estranea alle mansioni della dipendente determinata da una sua iniziativa imprevedibile e dalla mancanza di comunicazione tra la stessa e la capomacchina. Il costruttore, dal canto suo, ha contestato l'affermazione fatta dalla Corte di Appello secondo la quale la causa dell'infortunio era da ricollegare al mancato rispetto di una specifica disposizione normativa contenuta nel D.P.R. 24/7/1996 n. 459.
Le decisioni della Corte di Cassazione
ricorsi sono stati ritenuti dalla Corte di Cassazione infondati e sono stati, pertanto, rigettati. Secondo la stessa Corte la sentenza impugnata aveva offerto una motivazione ampia e congrua e esente da qualsivoglia vizio logico o giuridico, rifacendosi in merito alla ricostruzione del fatto, a quella, ritenuta corretta, della sentenza assolutoria di primo grado. Tale ricostruzione si era rifatta alle dichiarazioni della persona offesa la quale aveva riferito che il giorno dell'infortunio era addetta a posizionare i grissini all'interno delle vaschette ed a controllare che sulle stesse fosse appoggiata correttamente la falda che poi sarebbe stata sigillata. Essendosi la stessa accorta che una di tali falde non era messa bene e sapendo che ciò avrebbe comportato che l'intera vaschetta sarebbe stata scartata, aveva detto a una  collega di fermare la macchina cosa che in effetti  la stessa ha fatto. La lavoratrice infortunata aveva sistemato la falda ed aveva dato ordine alla collega di riavviare la macchina; tuttavia, accorgendosi, in quel momento, che anche un'altra falda era storta, aveva detto alla collega di aspettare ad azionare il macchinario ma costei lo aveva già fatto, cosicché, all'atto di sistemare anche questa seconda falda, il dito indice della sua mano destra era rimasto schiacciato dalla pressa e l'apice dello stesso veniva ustionato dall'impianto di termo saldatura, poiché quando la macchina era ripartita lei aveva ancora il dito sotto la griglia. L’infortunata aveva poi riferito che seppure le era stato espressamente detto dal datore di lavoro che le falde storte dovevano essere raddrizzate, le era stato anche dato l'avviso che tale operazione avrebbe dovuto essere effettuata a macchina ferma.
La Corte suprema ha fatto presente che, alla luce della deposizione resa da un dipendente del Dipartimento di Prevenzione della A.S.S. che aveva effettuato un sopralluogo a circa 6-7 mesi dall'infortunio, era emerso che, nonostante la corretta attività di formazione del personale organizzata all'interno dell'azienda, il macchinario che aveva cagionato il sinistro non rispettava la normativa sulle protezioni per impedire lesioni alle mani, carenza a cui il datore di lavoro ovviava dopo l'infortunio, dotando il macchinario di una copertura in plexiglass in corrispondenza del passaggio ove era avvenuto il sinistro, copertura apribile schiacciando un microinterruttore che bloccava automaticamente lo scorrimento del nastro.
L'inosservanza di tale regola cautelare, ha fatto presente la Sez. IV, come correttamente del resto ritenuto dalla Corte territoriale, ha implicato la responsabilità di entrambi i ricorrenti che avrebbero ben dovuto acquisire la consapevolezza circa l'inadeguatezza della griglia di protezione esistente all'epoca dell'infortunio, alla luce della oggettiva circostanza che tale presidio era posto a ben 4 cm. dal piano di scorrimento e quindi ad una distanza ampiamente superiore rispetto a quella imposta dalla sopracitata normativa specifica in materia (UNI EN 294). “Né l'intervento manuale, benché imprudente, della lavoratrice”, ha proseguito la suprema Corte, “era idoneo ad interrompere il nesso causale tra la violazione e l'evento dannoso, sicché non si poteva ravvisare una condotta dell'infortunata abnorme ed anomala nonché esorbitante dalle mansioni alle quali la stessa era in concreto adibita e rispetto al procedimento lavorativo, tale da assurgere ad unica ed esclusiva causa dell'infortunio in quanto la sua pur estemporanea iniziativa costituiva comportamento ampiamente prevedibile e compatibile con le caratteristiche tecniche del procedimento produttivo al momento dell'infortunio (da ultimo: Cass. Pen. Sez. 4^, n. 23292 del 28.4.2011, Rv. 250710), onde, al massimo, siffatto comportamento poteva spiegare un'efficienza eziologica concorrente dell'evento lesivo, tenuto conto della oggettiva carenza nel macchinario di appositi strumenti antinfortunistici tesi alla salvaguardia di eventuali lesioni alle mani”.
Considerata la carenza costruttiva riscontrata, ha così concluso la Sez. IV, “non può ritenersi che la ‘Direttiva Macchine’ di cui al richiamato D.P.R. n. 459 del 1996, di tenore palesemente astratto e programmatico, sia stata rispettata in ogni sua parte, proprio perché non risultano ‘eliminati o ridotti i rischi nel miglior modo possibile’, dovendosi, nella previsione dei rischi, includere necessariamente anche quelli scaturenti da gesti che inavvertitamente ovvero istintivamente e finanche imprudentemente (ovvero anche per disattenzione o assuefazione al pericolo: cfr. Cass. pen. Sez. 4^, n. 1352 del 9.10.1992, Rv. 193038), il lavoratore eventualmente ponga in essere durante l'attivazione del macchinario cui è addetto: del resto, la disposizione di cui al D.P.R. 27 aprile 1955, n. 547, art. 68, che fissa le misure protettive per le macchine con riguardo alle zone di operazione in cui si compiono le normali attività durante le quali gli operai possono venire accidentalmente a contatto con gli organi lavoratori delle macchine, non è stata superata dalla previsione di cui al D.P.R. 24 luglio 1996, n. 459”.

 

 

Ultimo aggiornamento Giovedì 20 Novembre 2014 18:43
 
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