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Vaccini: tra mito e realtà PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Lunedì 22 Maggio 2017 07:51

Infuria la polemica sul web per la recente decisione del Governo di rendere obbligatorie le vaccinazioni fino a 16 anni.
Un atto dovuto, a seguito del crollo delle vaccinazioni per le istanze antivax, e per il ripresentarsi di malattie ormai quasi debellate.

Raccogliamo quindi alcune realtà sui vaccini, realtà SCIENTIFICHE, validate da EBM e centinaia di studi in tutto il mondo, contrapponendole ai falsi miti che gli antivax portano a sostegno della loro "tesi".

Tesi infondate che però pare abbiano fatto breccia anche a chi dovrebbe basare la propria professionalità solo su studi, evidenze e realtà. Sempre più medici ed infermieri si dichiarano antivax. L'Ordine dei Medici ha già dato disposizione alle proprie sedi provinciali di provvedere alla convocazione, audizione ed eventuale radiazione degli iscritti dichiaratisi apertamente contro i vaccini. Auspichiamo che anche la Federazione Nazionale IPASVI si muova presto in tal senso.


Sottoporre i bambini a tanti vaccini nel primo anno di vita è pericoloso.

Falso. Alcune vaccinazioni vengono effettuate entro il primo anno di vita proprio perché è il periodo in cui i bambini sono maggiormente soggetti ad ammalarsi e il sistema immunitario è in grado di produrre una risposta efficace alla loro somministrazione. Nei primi 12 mesi di vita l’organismo è più vulnerabile e quindi è fondamentale sottoporre i più piccoli alle vaccinazioni raccomandate dal Ministero della Salute e dalle Regioni. Il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia viene somministrato più tardi, fra i 12 e i 15 mesi di vita, perché prima non sarebbe efficace: il piccolo ha ancora in circolo gli anticorpi della madre trasmessi attraverso la placenta che interferirebbero con una sua risposta immunitaria adeguata. Non ci sono rischi con i vaccini, neppure nei nati prematuri che dovranno effettuare le vaccinazioni come tutti gli altri bambini secondo l’età cronologica e non l’età corretta per le settimane di gestazione.


In alcuni vaccini si trovano sostanze tossiche come la formaldeide, il mercurio, l’alluminio.

L’alluminio si trova in concentrazioni minime, di appena pochi milligrammi e, laddove presente serve per migliorare la risposta immunitaria del vaccinato. Il bambino ne assume quantità superiori ogni giorno attraverso il latte materno per esempio. Di mercurio, da oltre 25 anni, non vi è più traccia e comunque le quantità minime contenute nei vaccini degli Anni 90 non sono state associate ad alcun tipo di problematica clinica. Per quanto riguarda la formaldeide, che viene utilizzata per inattivare gli agenti infettivi, la troviamo in quantità infinitesimali senza alcun potere tossico.


Se la maggior parte della popolazione è già vaccinata, perché dovremmo vaccinare i nostri bambini? Non sono già al sicuro visto che nessuno può trasmettergli le malattie?

Non si è per niente al sicuro se non si mantengono le coperture vaccinali almeno al 95% su tutta la popolazione. Inoltre, i bambini e i pazienti di ogni età che hanno un tumore o assumono immunosoppressori sono esposti, perché a causa della patologia sottostante rispondono meno ai vaccini e rischiano di contrarre malattie infettive gravi. Al momento in Italia siamo attorno al 90% di copertura per l’esavalente, e tra l’85 e il 90% per la prima dose di vaccino anti-morbillo, rosolia e parotite. Dati ancora peggiori si hanno per i cosiddetti “richiami”.


I vaccini provocano danni altissimi e morte.

Falso. Non sono stati registrati casi di morte nei bambini in conseguenza della vaccinazione. In passato si sono registrati alcuni casi di paralisi post-vaccino in chi era affetto da immunodeficienza primitiva grave non diagnosticata e si sottoponeva al vaccino antipolio orale. Nel nostro Paese questo non è più somministrato nei lattanti dal 2002, quando venne abolito perché l’Europa era stata dichiarata , ossia la malattia era considerata debellata nel continente. Da allora è stato introdotto il vaccino antipolio inattivato, molto ben tollerato e non associato ad alcun rischio di paralisi o di altri effetti collaterali di rilievo. Succede però che genitori di bambini che presentano problemi neurologici nei primi due anni di vita imputino questo insorgere della patologia all’aver vaccinato i loro figli. Così intentano quasi sempre della cause legali contro il Ministero della Salute con l’aiuto di medici “anti-vaccino”. E puntualmente vengono sconfessati al termine dei vari gradi di giudizio. I dati attuali disponibili presso l'Osservatorio del Ministero ci dicono che i danni da vaccino sono nell'ordine di 1 per 1.000.000 di vaccini somministrati. Irrisori, quindi.


Perché vaccinare i bambini contro le malattie esantematiche? Io l'ho avute tutte e non mi è successo niente.

Certamente chi è sopravvissuto a una malattia, soprattutto se non ha presentato complicanze, sarà convinto che fare a meno dei farmaci sia la strada da percorrere. Dirà che è stato il brodino della nonna a guarirlo e qualcuno gli crederà, soprattutto nel caso di infezioni virali in cui non esistono terapie specifiche. Di recente in Bosnia-Erzegovina c’è stata un’epidemia di parotite con conseguenze gravissime per chi l’ha contratta. Tra queste l’orchite negli adolescenti maschi, con rischio di sterilità per tutta la vita. Le vaccinazioni sono alla base della nostra salute e hanno ridotto ovunque il numero di morti, di disabili e di malattie gravi.

Ultimo aggiornamento Lunedì 22 Maggio 2017 07:52
 
I soci AIILF possono fornire consulenza legale. PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Lunedì 08 Maggio 2017 08:00

Rientra nelle consuetudini della professione legale e forense; ogni professionista – prima ancora di comparire davanti a un giudice e anche a prescindere da questa eventualità – fornisce al proprio cliente una dettagliata consulenza sugli aspetti giuridici della questione che lo riguarda in modo che egli possa decidere, dandone mandato al legale, quale obiettivo perseguire nell'eventuale azione legale da intraprendere.

Di norma riservata agli avvocati la consulenza legale però è erogabile da qualunque professionista specializzato nell'ambito legale e forense.

Solo l'attività giudiziale è prerogativa di chi è regolarmente iscritto all'albo degli avvocati, mentre le attività di assistenza stragiudiziale e di consulenza legale possono essere esercitati anche da i non iscritti.

Infatti, anche se la consulenza legale rientra tra le attività tipicamente svolte dagli avvocati, è pur vero che si tratta pur sempre di un'attività di carattere stragiudiziale ovvero che non implica lo svolgimento di un processo.

Insomma, non è necessario essere avvocati o laureati in giurisprudenza (figure diverse che molti tendono a confondere, anche per convenienza) per prestare un servizio di consulenza legale così come non è richiesta l'iscrizione all'albo per le attività di assistenza stragiudiziale.
Secondo quanto affermato dalla Corte di Cassazione (sentenza 30 maggio 2006 n. 12840) si può prestare assistenza legale stragiudiziale anche senza essere iscritti all'Ordine professionale dato che l'attività di assistenza è riservata agli iscritti solo nei limiti della rappresentanza, assistenza e difesa delle parti in giudizio. Fuori da tali limiti, le attività di assistenza e consulenza legale non possono considerarsi riservate agli iscritti agli albi professionali.

 

 

 
Garante Privacy: no al controllo indiscriminato di mail ed internet PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Mercoledì 26 Aprile 2017 08:26

 

Verifiche indiscriminate sulla posta elettronica e sulla navigazione web del personale sono in contrasto con il Codice della privacy e con lo Statuto dei lavoratori. Questa la decisione adottata dal Garante [doc. web n. 5408460], che ha vietato a un'università il monitoraggio massivo delle attività in Internet dei propri dipendenti. Il caso era sorto proprio per la denuncia del personale tecnico-amministrativo e docente, che lamentava la violazione della propria privacy e il controllo a distanza posto in essere dall'Ateneo.

Nel corso dell'istruttoria, l'amministrazione ha respinto le accuse, sostenendo che l'attività di monitoraggio delle comunicazioni elettroniche era attivata saltuariamente, e solo in caso di rilevamento di software maligno e di violazioni del diritto d'autore o di indagini della magistratura. L'Università aveva inoltre aggiunto che non venivano trattati dati personali  dei dipendenti che si connettevano alla rete. L'istruttoria del Garante ha invece evidenziato che i dati raccolti erano chiaramente riconducibili ai singoli utenti, anche grazie al tracciamento puntuale degli indirizzi Ip (indirizzo Internet) e dei Mac Address (identificativo hardware) dei pc assegnati ai dipendenti.

L'infrastruttura adottata dall'Ateneo, diversamente da quanto affermato, consentiva poi la verifica costante e indiscriminata degli accessi degli utenti alla rete e all'e-mail, utilizzando sistemi e software che non possono essere considerati, in base alla normativa, "strumenti utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa". Tali software, infatti, non erano necessari per lo svolgimento della predetta attività ed operavano, peraltro, in background, con modalità non percepibili dall'utente. E' stato così violato lo Statuto dei lavoratori - anche nella nuova versione modificata dal cosiddetto "Jobs Act" – che in caso di controllo a distanza prevede l'adozione di specifiche garanzie per il lavoratore.

Nel provvedimento il Garante ha rimarcato che l'Università avrebbe dovuto privilegiare misure graduali che rendessero assolutamente residuali i controlli più invasivi, legittimati solo in caso di individuazione di
specifiche anomalie, come la rilevata presenza di virus. In ogni caso, si sarebbero dovute prima adottare misure meno limitative per i diritti dei lavoratori.

L'Autorità ha infine riscontrato che l'Università non aveva fornito agli utilizzatori della rete un'idonea informativa privacy, tale non potendosi ritenere la mera comunicazione al personale del Regolamento relativo al corretto utilizzo degli strumenti elettronici, violando così il principio di liceità alla base del trattamento dei dati personali.  L'Autorità ha quindi dichiarato illecito il trattamento dei dati personali così raccolti e ne ha vietato l'ulteriore uso, imponendo comunque la loro conservazione per consentirne l'eventuale acquisizione da parte della magistratura.

(Garante della Privacy, newsletter 15 settembre 2016, n. 419)

Ultimo aggiornamento Mercoledì 26 Aprile 2017 08:29
 
Ti ammali in ferie: per annullarle basta la comunicazione PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Venerdì 07 Aprile 2017 10:36

Con sentenza del 10 gennaio 2017, n. 284, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione torna sul controverso rapporto tra ferie e malattia, per confermare il principio già più volte affermato in sede giurisprudenziale, seppur non ancora in maniera assoluta, della sospensione/interruzione del periodo di ferie concesso in caso di sopravvenuta malattia durante il medesimo periodo, a sua volta discendente dalla più generale regola posta dall’art. 6 Conv. OIL n. 132/1970, che vieta la sovrapposizione del periodo delle ferie con periodi di astensione dal lavoro per altre ragioni, in particolare per malattia.

Occasione della pronuncia il ricorso presentato da una lavoratrice avverso la sentenza di rigetto del gravame da ella proposto, con la quale la Corte territoriale aveva, per la seconda volta, dichiarato legittimo il licenziamento irrogatogli dalla associazione professionale sua datrice di lavoro per superamento del periodo di comporto, che  tuttavia, il Supremo Collegio ha ritento solo parzialmente accoglibile.

La Corte Suprema, invero, ha aderito all’operato della Corte d’appello, respingendo i relativi motivi di ricorso, lì dove aveva ritenuto legittima la conversione dei giorni di ferie in giorni di malattia sulla base del semplice invio della documentazione medica ed in assenza di espressa richiesta in tal senso della lavoratrice.

Nel ricordare che il licenziamento per superamento del periodo di comporto è assimilabile non già ad un licenziamento disciplinare bensì ad un licenziamento per giustificato motivo oggettivo e che, riguardo ad esso, si può solo impropriamente parlare di contestazione delle assenze, non essendo necessaria la completa e minuziosa descrizione delle circostanze di fatto (già nella diretta conoscenza del lavoratore) ma di indicazioni complessive ed idonee ed evidenziare il superamento del comporto in base alla disciplina collettiva applicabile (es. il totale del numero delle assenze), la Corte ha poi osservato che, posto che sul punto si è comunque già pronunciata la Corte Costituzionale, dichiarando illegittimo l’articolo 2109 codice civile nella parte in cui non prevede la sospensione del periodo di ferie per malattia intervenuta nello stesso periodo (Corte Cost. n. 616/1987), “la trasmissione al datore di lavoro, da parte del lavoratore, di certificazione di malattia durante il periodo feriale e in relazione a giorni compresi in tale periodo valga quale richiesta di modificazione del titolo dell’ assenza (da ferie a malattia), pur in assenza di una espressa comunicazione (scritta o orale), trattandosi di atto cui è consegnata, in modo inequivoco, la volontà del soggetto di determinare l’effetto giuridico della conversione.”

Nel caso di specie, peraltro, il principio, secondo il Giudice delle Leggi, trova conferma nella stessa condotta della lavoratrice ricorrente successiva all’invio della documentazione medica, ovvero nell’accettazione di un nuovo cedolino paga, con imputazione a malattia delle giornate di trattamento medico e conseguente ricalcolo delle competenze, in sostituzione del primo, costituendo ciò “punto specifico autonomamente idoneo a confermare la volontà di convertire il titolo dell’assenza.

 
VISITE GRATUITE ALLE DONNE PER UNA SETTIMANA NEGLI OSPEDALI CON IL BOLLINO ROSA PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Martedì 18 Aprile 2017 07:29

Una settimana dedicata alla prevenzione delle malattie delle donne. Dal 18 al 24 aprile in 150 strutture sanitarie italiane sarà possibile accedere a visite, consulti ed esami gratuiti pensati per aumentare l'informazione sulle patologie femminili. Il 22 aprile è in programma la giornata nazionale della salute della donna.

Sono 13 le aree specialistiche interessate dagli screening gratuiti: diabetologia, dietologia e nutrizione, endocrinologia, ginecologia e ostetricia, malattie e disturbi dell’apparato cardio-vascolare, malattie metaboliche dell’osso, medicina della riproduzione, neurologia, oncologia, psichiatria, reumatologia, senologia, sostegno alle donne vittime di violenza.

A segnalare gli ospedali che aderiscono all'iniziativa sarà un bollino rosa assegnato dal 2007 dall'Osservatorio nazionale sulla salute della donna (Onda) alle strutture che dimostrano particolare attenzione alle esigenze delle donne. Il progetto è realizzato in collaborazione con 22 società scientifiche e Federfarma .

Sul sito Bollinorosa.it si può ricercare la struttura sanitaria più vicina nella quale è possibile recarsi per accedere ai servizi offerti. Gli ospedali possono scegliere che tipo di esami e visite mettere a disposizione e in quali giorni aprire le porte agli utenti.

 
Chi assiste un parente disabile, di qualunque gravità, non può essere trasferito. PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Mercoledì 05 Aprile 2017 14:08

Il divieto di trasferire il lavoratore che assiste un parente disabile, previsto dall’art. 33, comma 5 della legge n. 104 del 1992, prescinde dal previo accertamento della gravità dell’handicap da parte delle commissioni mediche delle Unità Sanitarie Locali (oggi, ATS – Agenzie di Tutela della Salute) di cui all’art. 4 della medesima legge.

É quanto ha stabilito la Suprema Corte di Cassazione con la pronuncia n. 25379 del 12 dicembre 2016.

La vicenda giudiziaria prende le mosse dalla impugnazione, da parte di una lavoratrice, del trasferimento (e del susseguente licenziamento) disposti nei sui confronti. Più precisamente, la lavoratrice adduceva di prestare assistenza alla madre portatrice di handicap, tanto da avere avviato
la procedura per l’ottenimento dei permessi retribuiti di cui all’art. 33, comma 3 della legge n. 104 del 1992. Di qui la dedotta illegittimità del provvedimento impugnato per essere stato assunto in violazione del divieto posto dalla norma in esame.

Il Tribunale e la Corte d’appello avevano, tuttavia, confermato la legittimità del provvedimento datoriale stante l’assenza di valida documentazione medica attestante la gravità dell’handicap. All’epoca del trasferimento, infatti, il procedimento per l’ottenimento dei benefici previsti dalla legge n. 104 del 1992 era ancora pendente. La disabilità, quindi, non era stata ancora accertata, nella sua gravità, dagli organi competenti. Per tale ragione i Giudici (di primo e secondo grado) avevano stabilito che, in capo al datore di lavoro, non vi fosse alcun divieto di trasferimento.

La vicenda è stata, infine, sottoposta al vaglio della Corte di Cassazione che ha ritenuto fondate le doglianze della lavoratrice.

La pronuncia in esame - richiamata la precedente giurisprudenza in materia (e, in particolare la sentenza della Cassazione n. 9201/2012) – ha, anzitutto, sottolineato la necessità di una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 33, comma 5 della legge n. 104 del 1992 che tenga conto del principio solidaristico posto dall’art. 3, comma 2 Cost., così come pure dei principi sanciti dall’art. 26 della Carta di Nizza del 7 dicembre 2000 e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dei disabili del 13 dicembre 2006 ratificata dall’Italia con la Legge n. 18 del 2009.

Ebbene, partendo da tale premessa, la Suprema Corte ha considerato non corretta l’interpretazione letterale e formalistica della disposizione in esame “sposata” dai Giudici di merito. Secondo la sentenza in commento, infatti, al fine di valutare la legittimità o meno del trasferimento non ci si può limitare al dato, per l’appunto formalistico, della presenza o meno di documentazione medica proveniente dagli organi previsti dalla legge. Al  contrario, occorre “procedere ad una valutazione della serietà e della rilevanza (sotto lo specifico profilo della necessità di assistenza) dell’handicap”. In altre parole, occorre considerare le reali e concrete esigenze di assistenza del famigliare disabile anche “a fronte delle esigenze produttive sottese al trasferimento”, operando, quindi, un raffronto tra di esse. Ciò allo scopo di valutare se le necessità aziendali siano di una  urgenza tale da potersi imporre sulle contrapposte esigenze del lavoratore (e del parente portatore di handicap).

Valutazione che, nel caso di specie, a giudizio della Cassazione, era stata completamente omessa.

In definitiva, quindi, dalla pronuncia in commento, si deduce che il diritto del famigliare di un disabile a non essere trasferito ha una portata più ampia rispetto al diritto alla fruizione di permessi retribuiti, non essendo (a differenza di quest’ultimo) rigidamente subordinato al formale accertamento della gravità dell’handicap.

 
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