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Ed alla fine la correttezza ha pagato... PDF Stampa E-mail
Scritto da Direttivo Nazionale AIILF   
Lunedì 03 Dicembre 2018 08:23

Da settembre, dalla fatidica pubblicazione dell'Accordo tra FNOPI, CSM e CNF sugli albi CTU nei Tribunali, l'AIILF ha mantenuto lo stesso profilo e comportamento adottato in ogni circostanza: collaborativo ed attendista.

Non abbiamo mai, in nessuna occasione, espresso giudizi ed opinioni basati su preconcetti o su un immaginifico futuro.

Questo ha sempre attirato su di noi critiche e malignità.

Dal 2009, anno della nascita dell'AIILF, siamo stati accusati di essere pro Silvestro e contro la Silvestro, pro Mangiacavalli e contro Mangiacavalli, pro Nursind, pro Nursing Up, contro entrambi, contro uno dei sindacati confederali, ecc.

Anche fosse stata vera una di queste accuse ci chiediamo ancora quale sarebbe stata la nostra colpa...

La realtà, come detto e come evidente a chiunque non abbia preconcetti puerili, è che ci siamo sempre proposti, con chiunque, con idee, sostegno, proposte. Anche critiche, quando necessario, ma sempre improntandole sulla realtà fattuale, sulla correttezza e sulla proposività.

Le valutazioni le abbiamo sempre fatte sui fatti; quelli reali. Non su nostre posizioni pregiudiziali.


A settembre, dicevamo, in occasione dell'uscita dell'Accordo sugli Albi CTU, siamo usciti con una nota che seguiva coerentemente questo atteggiamento.

Abbiamo espresso delle preoccupazioni su alcuni punti, ma anche grande fiducia nell'operato della FNOPI, che fin dall'inizio di questo percorso ci ha coinvolti e che ha sempre esercitato al meglio la sua figura di garante della professione infermieristica.

Mentre altri attaccavano a testa bassa, qualcuno senza nemmeno aver letto attentamente il protocollo, AIILF si confrontava con la FNOPI, poneva domande, richiedeva chiarimenti.

Sopratutto abbiamo atteso che la FNOPI stilasse le "linee guida" per l'operatività dell'accordo.

Ed oggi eccole, queste linee guida.

Una circolare agli OPI che chiarisce il Protocollo e ne disciplina la messa in opera.

Come riportato anche nell'articolo apparso sul sito FNOPI le sicumère di qualcuno si sono rivelate del tutto infondate.

La Laurea Magistrale, pur rivestendo un valore primario nell'iscrizione agli Albi CTU, non è scriminante!

I requisiti, definiti "secondari" per praticità, mantengono quindi un peso specifico più che importante nella valutazione del singolo professionista che desidera iscriversi all'Albo presso il Tribunale.

Nessuna discriminazione quindi per gli Infermieri in possesso del solo master specialistico.

Maggiore valorizzazione della formazione secondaria e dell'esperienza.

Passa la linea che AIILF ha sempre richiesto e che FNOPI ha sempre portato avanti, coerentemente con la mission di rappresentare tutti gli Infermieri, e gli infermieri legali e forensi per quanto ci riguarda.

Crollano miseramente le critiche, premature e pregiudiziali, di chi si era stracciato le vesti, disegnando un futuro dove i laureati magistrali avrebbero occupato ogni posto, lasciando gli infermieri masterizzati al palo.


Eugenio Cortigiano

Presidente Nazionale AIILF

Ultimo aggiornamento Martedì 04 Dicembre 2018 07:42
 
Quando il medico scavalca tutti. Anche se stesso. PDF Stampa E-mail
Scritto da Direttivo Nazionale AIILF   
Lunedì 12 Novembre 2018 10:29

Prendiamo spunto da una richiesta di aiuto ricevuta via Facebook.

Avremmo, (inteso come team di reparto, ovvero una semi intensiva post operatoria), un problema: succede spesso che i chirurghi chiedano, a noi infermieri, di consegnare le bottigliette per l esecuzione della ginnastica respiratoria, (fkt respiratoria, peep), in maniera “automatica”, bypassando la consulenza fisiatrica che in teoria, dopo la visita al pz, determinerebbe i criteri di questa fkt respiratoria (cm d’ acqua da mettere, lunghezza del tubo, cicli da effettuare e soprattutto supervisione della corretta esecuzione). ora mi chiedo, qualora mi rifiutassi di consegnare la bottiglietta sarei dalla parte della ragione? il gesto in se, ovvero riempire la bottiglietta d acqua con un tubicino e consegnarla al pz, e’ semplice, questo e’ fuori dubbio, ma perche’ dopo anni di studio e sacrifici, devo ritrovarmi a lavorare in maniera “automatica”, senza conoscere il razionale teorico di quella ginnastica respiratoria? perche’ si istituisce un corso di laurea in infermieristica dove ci insegnano a lavorare chiedendoci sempre il “perche’” di un’azione, per poi dover finire a svolgere un compito che non sarebbe il nostro, in maniera meccanica, sminuendo l esercizio in se e la nostra figura di professionisti?

Primo punto.

L'unione tra infermieri. Finalmente!

Facezie a parte, questo è l'unico sistema per trovare soluzioni nella vita lavorativa quotidiana.

Punto primo, vero.

La FKT respiratoria è un intervento multidisciplinare, in particolare, trattandosi di riabilitazione, dovrebbe essere preceduta da una valutazione da parte del fisiatra, con prescrizione completa di settaggi, tempistiche e modalità, calibrate su ogni utente, in base alle sue necessità.

Per una citazione si può utilizzare l'art.12 del Codice Etico della FNOMCEO, l'ordine dei medici.

titolo 2° - DOVERI GENERALI DEL MEDICO
CAPO IV - ACCERTAMENTI DIAGNOSTICI E TRATTAMENTI TERAPEUTICI 
Art. 12 Prescrizione e trattamento terapeutico

La prescrizione di un accertamento diagnostico e/o di una terapia impegna la responsabilità professionale ed etica del medico e non può che far seguito a una diagnosi circostanziata o, quantomeno, a un fondato sospetto diagnostico.
Su tale presupposto al medico è riconosciuta autonomia nella programmazione, nella scelta e nella applicazione di ogni presidio diagnostico e terapeutico, anche in regime di ricovero, fatta salva la libertà del paziente di rifiutarle e di assumersi la responsabilità del rifiuto stesso.
Le prescrizioni e i trattamenti devono essere ispirati ad aggiornate e sperimentate acquisizioni scientifiche anche al fine dell’uso appropriato delle risorse, sempre perseguendo il beneficio del paziente.
Il medico è tenuto a una adeguata conoscenza della natura e degli effetti dei farmaci, delle loro indicazioni, controindicazioni, interazioni e delle prevedibili reazioni individuali, nonchè delle caratteristiche di impiego dei mezzi diagnostici e terapeutici e deve adeguare, nell’interesse del paziente, le sue decisioni ai dati scientifici accreditati e alle evidenze metodologicamente fondate.
Sono vietate l’adozione e la diffusione di terapie e di presidi diagnostici non provati scientificamente o non supportati da adeguata sperimentazione e documentazione clinico-scientifica, nonché di terapie segrete.
In nessun caso il medico dovrà accedere a richieste del paziente in contrasto con i principi di scienza e coscienza allo scopo di compiacerlo, sottraendolo alle sperimentate ed efficaci cure disponibili.
La prescrizione di farmaci, per indicazioni non previste dalla scheda tecnica o non ancora autorizzate al commercio, è consentita purchè la loro efficacia e tollerabilità sia scientificamente documentata.
In tali casi, acquisito il consenso scritto del paziente debitamente informato, il medico si assume la responsabilità della cura ed è tenuto a monitorarne gli effetti.
E’ obbligo del medico segnalare tempestivamente alle autorità competenti, le reazioni avverse eventualmente comparse durante un trattamento terapeutico.

"La prescrizione di un accertamento diagnostico e/o di una terapia [OMISSIS] non può che far seguito a una diagnosi circostanziata"

Perchè sia "circostanziata" è quindi obbligatorio che sia preceduta da una anamnesi e da una valutazione de visu dell'utente.

"fatta salva la libertà del paziente di rifiutarle"

Se la prescrizione è meccanicistica e non calibrata sull'utente, come può egli rifiutarsi?

Il consenso informato è un altro degli obblighi di legge a cui il medico deve attenenersi (legge n. 219 del 22 Dicembre 2017).


L'esecuzione della FKT respiratoria rientra inoltre tra le responsabilità specifiche del fisioterapista. Non può quindi essere delegata all'infermiere. Il profilo professionale del fisioterapista è chiaro.

 

La FKT respiratoria è addirittura una specializzazione del fisioterapista stesso.

 

 

Se dopo il mio rifiuto di consegnare la bottiglietta, il medico scrivesse nel diario clinico l'accaduto, un domani il giudice potrebbe impurtarmi delle colpe?
Inoltre, se dopo il mio rifiuto si presentasse una complicanza (atelectasia polmonare), io avrei colpe nel non aver ottemperato ad una prescrizione, seppur non di mia competenza ?

Un'ultima cosa, la loro prescrizione a volte e' verbale, altre e' scritta (senza indicare nulla, ma solo "consegnata peep per fkt respiratoria"), per le modalita' hanno fatto produrre un foglio (con la sigla dell'ospedale e le firme dei fisiatri) che noi dovremmo consegnare al Pz assieme alla bottigletta. Sul foglio ci sarebbe le istruzioni per il Pz

Nessun giudice può imputare ad un infermiere di non aver ottemperato ad un compito improprio e non sicuro per l'utente. Anzi. Sono decine le sentenze che condannano gli infermieri per aver operato in modo meccanicistico, senza valutazione professionale del proprio operato.

L'unica garanzia è scrivere in cartella il motivo del rifiuto, in maniera chiara e netta.

Non parliamo nemmeno della "prescrizione verbale". Un orrore sul quale è meglio soprassedere.

Altro orrore, come descritto prima, è il foglio precompilato con la terapia!

Ribadiamo che la prescrizione, da norma come visto prima, deve essere PERSONALE, calibrata sul paziente e corredata di consenso informato.

L'infermiere non può accettare una situazione simile, che lo espone a molteplici rischi.

In primis alla condanna, in caso di problemi, per aver operato in maniera meccanicistica, per aver somministrato una terapia senza prescrizione medica (o comunque errata) ed in ultimo per abuso di professione, avendo ottemperato ad una mansione che è competenza esclusiva dei fisioterapisti.


In maniera più generica siamo di fronte ad un caso di delirio di onnipotenza dei medici, di totale abbandono dell'utente e della professionalità medica e di una gestione quantomeno superficiale di tutta l'assistenza.


Manca una valutazione attenta dell'utente.

Manca una prescrizione mirata e personale.

Manca la presenza del fisiatra.

Manca la cognizione delle professionalità altrui da parte dei medici dell'unità operativa.

Manca la presenza del fisioterapista.

Manca sopratutto un lavoro di equipe.


Sosterremo questi colleghi qualunque decisione e/o provvedimento adotteranno.


Ultimo aggiornamento Martedì 04 Dicembre 2018 07:43
 
AIILF: Prime valutazioni sul protocollo FNOPI, Consiglio Nazionale Forense e CSM. PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Sabato 22 Settembre 2018 10:38

AIILF: Prime valutazioni sul protocollo FNOPI, Consiglio Nazionale Forense e CSM.


Il protocollo siglato, che dovrebbe disciplinare apertura e tenuta degli albi per periti presso i tribunali italiani, è il frutto di un lavoro intenso e lungo, al quale abbiamo anche partecipato, almeno nella fase iniziale.


Ovviamente le valutazioni, specifiche come AIILF e generali per tutto il movimento associazionistico (AIILF e’ membro della Consulta delle Associazioni Infermieristiche presso la FNOPI), non possono prescindere dalla lettura completa di predetto protocollo; in attesa di riceverne copia integrale, quello che come AIILF e componenti della Consulta possiamo esprimere è soddisfazione per un protocollo che attendevamo da tempo, ma forte preoccupazione per alcuni aspetti che sembrerebbero mortificare una parte importante della formazione universitaria acquisita negli anni da molti infermieri: i Master Specialistici.


Dando ormai per scontata l'impossibilità a modificare il protocollo in sè, sulla scorta anche di quanto riferitoci personalmente dalla Presidente Mangiacavalli, riteniamo che la Consulta nel suo complesso, quale massimo rappresentante anche di quella parte di infermieri formatisi con Master Universitari Specialistici, debba richiedere alla FNOPI di agire laddove uno spiraglio è stato lasciato.


Il protocollo infatti, secondo quanto dichiarato dalla Presidente Mangiacavalli nell'articolo pubblicato sul sito FNOPI, è vero che prevede il possesso della Laurea Magistrale come condizione primaria per l'iscrizione agli albi CTU e periti, ma è altresì vero che nello stesso articolo viene segnalata la dicitura “salvo motivata ragione contraria” che deve essere esplicitata proprio dal possesso di master specialistico.

La FNOPI inoltre dovrà provvedere alla stesura delle linee guida operative in attuazione al protocollo stesso.


Abbiamo pertanto proposto alle altre Associazioni della Consulta di fare fronte comune e chiedere alla FNOPI di inserire in modo chiaro e netto nelle linee guida da inviare ai tribunali italiani che, laddove il candidato sia in possesso di Master Specialistico ma non di Laurea Magistrale, il titolo venga considerato equipollente ed il candidato ammesso alle valutazioni successive (percorso lavorativo, incarichi, esperienza professionale, ecc...).


Pur riconoscendo infatti la Laurea Magistrale come titolo estremamente qualificante, riteniamo altrettanto innegabile che esso rappresenti una formazione peculiare in un’ottica dirigenziale ma di scarso approfondimento per quanto riguarda la parte clinica.

Il Laureato Magistrale ha una sua specificità che può, e deve (in un futuro speriamo prossimo) indirizzarlo anche alla direzione di una intera azienda sanitaria, ma il Masterizzato ha una altrettanto valida formazione su ambiti più ristretti, specialistici e più clinici.

Dovendosi in questa ottica riconoscere la competenza peritale in ambiti, appunto, ristretti specialistici e clinici, riteniamo indispensabile ottenere, per i masterizzati di tutte le aree un giusto riconoscimento del percorso formativo e delle relative competenze acquisite nel momento in cui verranno prodotte le linee guida da parte della FNOPI.


Per i soci AIILF, di tutte le Associazioni Infermieristiche e per tutti gli infermieri masterizzati sarebbe un riconoscimento della formazione svolta ed una valorizzazione delle competenze avanzate, aspetto sul quale la FNOPI stessa ha ritenuto più volte doveroso puntare.


Se le altre Associazioni gradiranno la nostra proposta, se ne avranno di migliori, se la FNOPI intende limare i punti critici del protocollo, come sempre AIILF e’ disponibile a collaborare con chiunque ed in qualunque modo per migliorare e perfezionare la professione e la professionalità.

 

Il Direttivo Nazionale AIILF

Ultimo aggiornamento Sabato 22 Settembre 2018 10:40
 
La difesa degli stupratori si basa ancora sullo screditare le vittime PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Martedì 27 Marzo 2018 11:18

 

La prima lezione che apprende chi sceglie di dedicarsi al sacerdozio del diritto è banale quanto destabilizzante: la giustizia si basa sull’ingiustizia. “Giustizia” intesa non come il sistema giurisdizionale (ovvero l’insieme di regole e strutture deputato ad applicare le norme), bensì il funzionamento di quel sistema in conformità a certi imperativi morali; insomma: la “giustizia della giustizia”. Per arrivare al punto che qui interessa  – una delle storture che avvertiamo quando vediamo dispiegarsi un processo per stupro, il “terzo grado” cui sono spesso sottoposte le vittime – bisogna prendere a riferimento l’imperativo più semplice: un innocente accusato ingiustamente deve essere assolto.

Questa “giustizia della giustizia” è garantita a sua volta da una profonda ingiustizia: la possibilità che per ogni innocente assolto vengano “rimessi in libertà” mille colpevoli. Bene e male si intrecciano così nella cosiddetta “presunzione di innocenza”, e nel conseguente diritto di ogni accusato a vedersi applicate le medesime regole processuali – prima fra tutte, il diritto a un’equa difesa.

Di base, il colpevole ha le stesse chance dell’innocente, a prescindere dalla gravità dell’accusa. Un uomo colpevole di stupro riceve lo stesso trattamento processuale di uno finito al banco degli imputati per un errore di persona (caso improbabile ma non impossibile); col rischio che il primo venga assolto e il secondo condannato. La costruzione del sistema processuale si basa sulla tutela di un interesse individuale e prescinde da considerazioni statistiche: per quanto gli innocenti possano essere pochi e i colpevoli molti, la regola è indifferente al dato probabilistico. Si tratta di un sistema imperfetto e fallibile, che tuttavia presuppone una delle prime acquisizioni degli stati democratici: l’uguaglianza di ciascuno di fronte alla legge.

La giustizia si basa sull’ingiustizia. Sarebbe un’affermazione banale se riguardasse solo la sfera ideale; tuttavia il rapporto che intercorre fra le due è anche pratico. Il sistema giurisdizionale si pone alla base di entrambe, facendo della seconda il fondamento della prima. Il bispensiero va abbracciato e la contraddizione si risolve solo accettando i limiti imposti da causalità e spazio-tempo: privi come siamo di strumenti attraverso cui conoscere in via incontrovertibile la verità storica, possiamo solo armarci di lanterna e cercarla nel buio di quel che è già accaduto. Anche se alla fine ci ritroveremo sempre con un risultato piuttosto dubbio, la verità processuale.

Premessa lunga ma necessaria: se la giustizia si regge sull’ingiustizia, tutto quel che concorre a quest’ultima è orripilante ma fondamentale. Sono fondamentali i Maurice Levy (The Wire), gli Al Pacino (L’avvocato del Diavolo), i Kleinfield (Carlito’s Way): quello stuolo di avvocatucoli senza remore che ogni giorno si immolano sul rogo del nostro disprezzo per l’assoluzione di chissà chi, chissà quando, chissà dove. Un inconsapevole esercito del male che – come ogni cattivo che si rispetti – oscilla fra l’algido disinteresse per la verità e la sincera convinzione di far del bene.


Perché al netto dei giudizi su quanto sia brutto e sbagliato difendere un mostro, i mostri continuano a essere difesi – una stortura inevitabile, figlia della già citata presunzione di innocenza.


Tra le fila dei cattivi, un posto d’onore spetta all’avvocato penalista, e a una sottocategoria in particolare: il difendi-stupratore. Un essere incomprensibile, davanti al quale ci si chiede sempre come faccia, come dorma la notte, per poi maledirlo e non pensarci più. Il riflesso del disinteresse, del desiderio di sostituire l’approfondimento col disprezzo, è il secondo (vero e molto più grave) martirio – quello delle vittime.

Perché al netto dei giudizi su quanto sia brutto e sbagliato difendere un mostro, i mostri continuano a essere difesi – una stortura inevitabile, figlia della già citata presunzione di innocenza. E questo, nella pratica dei processi per stupro, significa che le vittime continueranno a essere interrogate, buttate nel tritacarne di un meccanismo che non ha ancora saputo sviluppare delle pratiche idonee alla loro tutela. Un sistema che rende tuttora possibili casi come quello avvenuto di recente a Firenze, in cui  gli accusati erano due carabinieri in servizio la sera dei fatti. Alle due vittime sono stati posti da parte della difesa quesiti come questi:

Avvocato [rivolto alle ragazze che hanno denunciato lo stupro]: «Lei trova affascinanti, sexy gli uomini che indossano una divisa?».

Giudice: «Inammissibile, le abitudini personali, gli orientamenti sessuali non possono essere oggetto di deposizione».

Avvocato: «Lei indossava solo i pantaloni quella sera? Aveva la biancheria intima?».

[Domanda non ammessa dal giudice]

Avvocato: «In casa avevate bevande alcoliche? Lei ha bevuto dopo che i carabinieri sono andati via?».

Giudice: «Non l’ammetto, non torno indietro di 50 anni».

Per quanto siano diversi gli ordinamenti, per una vittima di stupro il processo è sempre un’esperienza terrificante. Sarebbe facile ricondurre la cosa soltanto all’abiezione degli avvocati o alle infiltrazioni consolidate di una cultura maschilista, ma forse la questione nasconde un problema strutturale, ed è solo affrontandola in ogni suo aspetto che si può invertire la rotta, per poter finalmente passare dall’indignazione che proviamo davanti a interrogatori del genere, alla costruzione di un’alternativa, in modo da tutelare la parte debole, la vittima.

Gli inglesi la chiamano whack the complainant: la strategia processuale basata sul distruggere la credibilità della parte accusatrice. Una tattica utilizzata soprattutto in una certa situazione-tipo: il fatto storico (la consumazione di un rapporto) è accertato, la consensualità del rapporto no e le uniche prove a disposizione sono le testimonianze delle parti coinvolte. Nei casi peggiori questa strategia si traduce in goffi e vergognosi scivoloni concettuali assimilabili al “se l’è cercata”, in quelli “migliori” è un guazzabuglio di illazioni, misdirections e indagini su fatti non pertinenti alla situazione in sé, orientati alla soggettività della parte accusatrice: “quella sera che abiti indossava?”, “è la prima volta che è stata violentata in vita sua?”, “ha mai praticato sesso anale?”, “possiede dei giocattoli erotici?” e via discorrendo. Lo scopo è l’insinuazione di un dubbio in chi è deputato a decidere – giacché il dubbio, soprattutto in certi ordinamenti, è sufficiente a far scattare l’assoluzione.


Non è mettendo l’avvocato di fronte al proprio maschilismo o alla propria spregiudicatezza che si invertirà la rotta, perché fra gli avvocati qualcuno si piazzerà fuori da un territorio etico e qualcun altro si riterrà nel giusto. Ciò che serve è la costruzione di una regola e la sua iniezione all’interno del sistema del processo.


Per l’avvocato zelante e glaciale, da film americano anni ‘80, l’espressione whack the complainantè sinonimo di una cultura della difesa basata sulla pura efficienza, sulla neutralità etica e sullatutela ad armi spianate del proprio assistito (alla fine degli anni ‘90, un senior attorney canadese istruiva i propri adepti come segue: “Dovete essere violenti, distruggere la parte accusatrice fin dall’udienza preliminare… Di norma, se distruggete subito la sua credibilità e non ci sono ulteriori prove, è fatta”). Una strategia tanto più efficiente quanto associata a  una forma mentismaschilista, soprattutto se maschilista è chi ascolta e dovrà giudicare. In altri contesti, come quello del già citato processo fiorentino, whack the complainant diventa lo strumento impugnato dai più insospettabili sull’assunto che il proprio cliente sia innocente, l’accusatrice sia una bugiarda e che quindi, eticamente, il gioco al massacro sia perfettamente lecito. Così l’avvocato di uno dei due carabinieri accusati di stupro a Firenze dichiara: “Quando mi ha giurato che non aveva violentato quella ragazza perché lei era consenziente l’ho guardato negli occhi […] e ho capito che diceva la verità”.

Da questi due approcci è evidente che una lettura morale del problema non può bastare, non è la costruzione (o l’imposizione) di una certa etica individuale a poter garantire la tutela delle vittime. Non è mettendo l’avvocato di fronte al proprio maschilismo o alla propria spregiudicatezza che si invertirà la rotta, perché fra gli avvocati qualcuno si piazzerà fuori da un territorio etico e qualcun altro si riterrà nel giusto. Ciò che serve è la costruzione di una regola e la sua iniezione all’interno del sistema del processo.

In effetti, per quanto il processo sia un insieme di norme neutrali rispetto ai dati statistici e basato sulla presunzione di innocenza, esso coinvolge non solo l’interesse individuale dell’accusato ma vari interessi individuali in potenziale conflitto fra loro (fra cui anche quello dell’ipotetica parte lesa). Di fronte a questa pluralità di interessi confliggenti, la costruzione di un processo “giusto” si complica: il sistema insegue la chimera di una regola che protegga al massimo grado entrambe le parti (il possibile innocente e la possibile vittima), in una situazione dove la tutela di una parte va necessariamente a discapito della tutela dell’altra. Il punto di arrivo di questo processo schizofrenico è un necessario bilanciamento fra interessi. In questo senso, di fronte al conflitto fra l’interesse dell’accusato e quello della parte accusatrice, il sistema è già in un punto di equilibrio parzialmente a favore di quest’ultima: la “presunzione di consenso”, infatti, può essere annullata attraverso la semplice prova testimoniale dell’accusatrice, che si limiti a negare che il consenso ci sia stato (questo sempre qualora non ci siano ulteriori elementi probatori a favore o contro l’una o l’altra versione). Insomma, formalmente l’onere della prova è sempre a carico all’accusa, come richiede la presunzione di innocenza, ma di norma il giudice tiene conto del fatto che sarebbe iniquo, se non impossibile, esigere una dimostrazione del dissenso che vada oltre la testimonianza di chi sostiene di aver subito la violenza.


Forse è necessario prendere atto di una realtà che troviamo inaccettabile: se il fatto storico è accertato e il consenso è l’unico discrimine; se la difesa dell’accusato è un male necessario e non vi sono elementi ulteriori in grado di orientare l’istruttoria; allora l’unica “arma” a disposizione della difesa pare davvero il contro-interrogatorio.


Quanto esposto nel paragrafo precedente non è scontato, se si considera che la parte accusatrice può subire non solo la violenza psicologica della difesa, ma anche quella delle autorità e della pubblica accusa – soprattutto in contesti culturali (tipo la Russia delle denunce per stupro riportata da Human Rights Watch) profondamente maschilisti, nei quali la dichiarazione di dissenso non è una prova sufficiente, e servono morsi, graffi e tagli non solo per dar prova di quel che si dice, ma persino per veder avviate le indagini. Messa in questi termini, nella maggior parte degli ordinamenti la situazione è meno drammatica del previsto: la potenziale vittima soffre non tanto della resistenza del “sistema” ad accettare la sua versione, quanto del cortocircuito che consegue allo scontro fra il suo interesse e quello del potenziale stupratore. Questo problema, nonostante sia evidente, da Artemisia Gentileschi fino ad oggi non sembra essere migliorato granché.

Forse è necessario prendere atto di una realtà che troviamo inaccettabile: se il fatto storico è accertato e il consenso è l’unico discrimine; se la difesa dell’accusato è un male necessario e non vi sono elementi ulteriori in grado di orientare l’istruttoria; allora l’unica “arma” a disposizione della difesa pare davvero il contro-interrogatorio. L’unica strategia possibile, insomma, sarebbe smentire la parte accusatrice. Preso atto di questo, però, è necessario muoversi dal “cosa” al “come”: perché se è vero che è l’unica strategia possibile, non è necessariamente vero che questa difesa sia dispiegabile solo attraverso metodi denigratori, violenti e umilianti: la parte accusatrice può essere una bugiarda o una vittima, molto spesso è quest’ultima, e dunque contemperare gli interessi in gioco significa come minimo individuare barriere e paletti formali al dispiegarsi del contro-interrogatorio (senza però intaccare il fondamento dell’assetto odierno, e cioè la pienezza del contraddittorio fra parte accusatrice e avvocato difensore). Whack the complainant, in questa chiave di lettura, non definirebbe una strategia, un “cosa”, ma un “come”.

Detto questo, è anche possibile che il conflitto di fondo sia insanabile e che tentare di smentire una potenziale vittima di stupro sia sempre una strategia abietta. È anche possibile, insomma, che la distinzione tra “cosa” e “come” sia un espediente retorico destinato a disintegrarsi nel contraddittorio fra le parti. In questo caso tutto si riduce a una domanda relativamente semplice: qual è il miglior punto di equilibrio sulla “retta degli interessi”? E come ci si può arrivare? Forse, se non esistono strategie alternative e l’unica strategia è violenta per definizione, è tempo di mettere dei limiti alla possibilità stessa di attuarla.

In questo senso vale la pena ricordare che, nel caso di audizione di un minore, il nostro ordinamento conosce da tempo una pletora di buone pratiche che potrebbero essere prese a modello. Svolgere l’interrogatorio in un luogo “neutro” (giacché nemmeno l’aspetto rituale del processo e gli orpelli estetici che lo caratterizzano sono da sottovalutare); imporre la preventiva presentazione al giudice della lista di domande da sottoporre alla possibile vittima; garantire l’assenza dell’imputato dal luogo dell’audizione; soprattutto (ipotesi per noi di maggior interesse) offrire la mediazione di una terza parte qualificata come “bocca” dell’interrogatorio, togliendo il palco all’avvocato difensore; sono tutte cautele che ridimensionano la pienezza del contraddittorio e che l’ordinamento ritiene legittime. Strumenti con cui riportare al centro del processo quell’obiettivo di fondo a cui l’intero sistema dovrebbe tendere (la ricerca della verità storica) e che rischia di essere travolto dallo zelo della tutela di parte.

Non è questa la sede per un discorso prescrittivo approfondito, che comunque si scontra con la necessità di calare eventuali proposte nella concretezza di ciascun ordinamento. Quel che è certo è che, se si assume l’equivalenza fra “cosa” e “come”, e si prende atto dell’intrinseca violenza di un contro-interrogatorio difensivo nella situazione-tipo descritta, o si introduce un assetto radicalmente diverso (maggiormente a favore della potenziale vittima) o ci si arrende al bispensiero di una giustizia che assomiglia inevitabilmente – e sempre più spesso – al proprio contrario.


Luca Pappalardo nasce a Bergamo nel 1989 e in realtà si chiama Luca Marco. Dottore di ricerca in Scienze Giuridiche, scrive di diritto col suo nome esteso e di altre cose con quello ridotto. Ha scritto per Prismo, Not, The Towner e altri.

Articolo tratta da indiscreto.org

La prima lezione che apprende chi sceglie di dedicarsi al sacerdozio del diritto è banale quanto destabilizzante: la giustizia si basa sull’ingiustizia. “Giustizia” intesa non come il sistema giurisdizionale (ovvero l’insieme di regole e strutture deputato ad applicare le norme), bensì il funzionamento di quel sistema in conformità a certi imperativi morali; insomma: la “giustizia della giustizia”. Per arrivare al punto che qui interessa  – una delle storture che avvertiamo quando vediamo dispiegarsi un processo per stupro, il “terzo grado” cui sono spesso sottoposte le vittime – bisogna prendere a riferimento l’imperativo più semplice: un innocente accusato ingiustamente deve essere assolto.

Questa “giustizia della giustizia” è garantita a sua volta da una profonda ingiustizia: la possibilità che per ogni innocente assolto vengano “rimessi in libertà” mille colpevoli. Bene e male si intrecciano così nella cosiddetta “presunzione di innocenza”, e nel conseguente diritto di ogni accusato a vedersi applicate le medesime regole processuali – prima fra tutte, il diritto a un’equa difesa.

Di base, il colpevole ha le stesse chance dell’innocente, a prescindere dalla gravità dell’accusa. Un uomo colpevole di stupro riceve lo stesso trattamento processuale di uno finito al banco degli imputati per un errore di persona (caso improbabile ma non impossibile); col rischio che il primo venga assolto e il secondo condannato. La costruzione del sistema processuale si basa sulla tutela di un interesse individuale e prescinde da considerazioni statistiche: per quanto gli innocenti possano essere pochi e i colpevoli molti, la regola è indifferente al dato probabilistico. Si tratta di un sistema imperfetto e fallibile, che tuttavia presuppone una delle prime acquisizioni degli stati democratici: l’uguaglianza di ciascuno di fronte alla legge.

La giustizia si basa sull’ingiustizia. Sarebbe un’affermazione banale se riguardasse solo la sfera ideale; tuttavia il rapporto che intercorre fra le due è anche pratico. Il sistema giurisdizionale si pone alla base di entrambe, facendo della seconda il fondamento della prima. Il bispensiero va abbracciato e la contraddizione si risolve solo accettando i limiti imposti da causalità e spazio-tempo: privi come siamo di strumenti attraverso cui conoscere in via incontrovertibile la verità storica, possiamo solo armarci di lanterna e cercarla nel buio di quel che è già accaduto. Anche se alla fine ci ritroveremo sempre con un risultato piuttosto dubbio, la verità processuale.

Premessa lunga ma necessaria: se la giustizia si regge sull’ingiustizia, tutto quel che concorre a quest’ultima è orripilante ma fondamentale. Sono fondamentali i Maurice Levy (The Wire), gli Al Pacino (L’avvocato del Diavolo), i Kleinfield (Carlito’s Way): quello stuolo di avvocatucoli senza remore che ogni giorno si immolano sul rogo del nostro disprezzo per l’assoluzione di chissà chi, chissà quando, chissà dove. Un inconsapevole esercito del male che – come ogni cattivo che si rispetti – oscilla fra l’algido disinteresse per la verità e la sincera convinzione di far del bene.


Perché al netto dei giudizi su quanto sia brutto e sbagliato difendere un mostro, i mostri continuano a essere difesi – una stortura inevitabile, figlia della già citata presunzione di innocenza.


Tra le fila dei cattivi, un posto d’onore spetta all’avvocato penalista, e a una sottocategoria in particolare: il difendi-stupratore. Un essere incomprensibile, davanti al quale ci si chiede sempre come faccia, come dorma la notte, per poi maledirlo e non pensarci più. Il riflesso del disinteresse, del desiderio di sostituire l’approfondimento col disprezzo, è il secondo (vero e molto più grave) martirio – quello delle vittime.

Perché al netto dei giudizi su quanto sia brutto e sbagliato difendere un mostro, i mostri continuano a essere difesi – una stortura inevitabile, figlia della già citata presunzione di innocenza. E questo, nella pratica dei processi per stupro, significa che le vittime continueranno a essere interrogate, buttate nel tritacarne di un meccanismo che non ha ancora saputo sviluppare delle pratiche idonee alla loro tutela. Un sistema che rende tuttora possibili casi come quello avvenuto di recente a Firenze, in cui  gli accusati erano due carabinieri in servizio la sera dei fatti. Alle due vittime sono stati posti da parte della difesa quesiti come questi:

Avvocato [rivolto alle ragazze che hanno denunciato lo stupro]: «Lei trova affascinanti, sexy gli uomini che indossano una divisa?».

Giudice: «Inammissibile, le abitudini personali, gli orientamenti sessuali non possono essere oggetto di deposizione».

Avvocato: «Lei indossava solo i pantaloni quella sera? Aveva la biancheria intima?».

[Domanda non ammessa dal giudice]

Avvocato: «In casa avevate bevande alcoliche? Lei ha bevuto dopo che i carabinieri sono andati via?».

Giudice: «Non l’ammetto, non torno indietro di 50 anni».

Per quanto siano diversi gli ordinamenti, per una vittima di stupro il processo è sempre un’esperienza terrificante. Sarebbe facile ricondurre la cosa soltanto all’abiezione degli avvocati o alle infiltrazioni consolidate di una cultura maschilista, ma forse la questione nasconde un problema strutturale, ed è solo affrontandola in ogni suo aspetto che si può invertire la rotta, per poter finalmente passare dall’indignazione che proviamo davanti a interrogatori del genere, alla costruzione di un’alternativa, in modo da tutelare la parte debole, la vittima.

Gli inglesi la chiamano whack the complainant: la strategia processuale basata sul distruggere la credibilità della parte accusatrice. Una tattica utilizzata soprattutto in una certa situazione-tipo: il fatto storico (la consumazione di un rapporto) è accertato, la consensualità del rapporto no e le uniche prove a disposizione sono le testimonianze delle parti coinvolte. Nei casi peggiori questa strategia si traduce in goffi e vergognosi scivoloni concettuali assimilabili al “se l’è cercata”, in quelli “migliori” è un guazzabuglio di illazioni, misdirections e indagini su fatti non pertinenti alla situazione in sé, orientati alla soggettività della parte accusatrice: “quella sera che abiti indossava?”, “è la prima volta che è stata violentata in vita sua?”, “ha mai praticato sesso anale?”, “possiede dei giocattoli erotici?” e via discorrendo. Lo scopo è l’insinuazione di un dubbio in chi è deputato a decidere – giacché il dubbio, soprattutto in certi ordinamenti, è sufficiente a far scattare l’assoluzione.


Non è mettendo l’avvocato di fronte al proprio maschilismo o alla propria spregiudicatezza che si invertirà la rotta, perché fra gli avvocati qualcuno si piazzerà fuori da un territorio etico e qualcun altro si riterrà nel giusto. Ciò che serve è la costruzione di una regola e la sua iniezione all’interno del sistema del processo.


Per l’avvocato zelante e glaciale, da film americano anni ‘80, l’espressione whack the complainantè sinonimo di una cultura della difesa basata sulla pura efficienza, sulla neutralità etica e sullatutela ad armi spianate del proprio assistito (alla fine degli anni ‘90, un senior attorney canadese istruiva i propri adepti come segue: “Dovete essere violenti, distruggere la parte accusatrice fin dall’udienza preliminare… Di norma, se distruggete subito la sua credibilità e non ci sono ulteriori prove, è fatta”). Una strategia tanto più efficiente quanto associata a  una forma mentismaschilista, soprattutto se maschilista è chi ascolta e dovrà giudicare. In altri contesti, come quello del già citato processo fiorentino, whack the complainant diventa lo strumento impugnato dai più insospettabili sull’assunto che il proprio cliente sia innocente, l’accusatrice sia una bugiarda e che quindi, eticamente, il gioco al massacro sia perfettamente lecito. Così l’avvocato di uno dei due carabinieri accusati di stupro a Firenze dichiara: “Quando mi ha giurato che non aveva violentato quella ragazza perché lei era consenziente l’ho guardato negli occhi […] e ho capito che diceva la verità”.

Da questi due approcci è evidente che una lettura morale del problema non può bastare, non è la costruzione (o l’imposizione) di una certa etica individuale a poter garantire la tutela delle vittime. Non è mettendo l’avvocato di fronte al proprio maschilismo o alla propria spregiudicatezza che si invertirà la rotta, perché fra gli avvocati qualcuno si piazzerà fuori da un territorio etico e qualcun altro si riterrà nel giusto. Ciò che serve è la costruzione di una regola e la sua iniezione all’interno del sistema del processo.

In effetti, per quanto il processo sia un insieme di norme neutrali rispetto ai dati statistici e basato sulla presunzione di innocenza, esso coinvolge non solo l’interesse individuale dell’accusato ma vari interessi individuali in potenziale conflitto fra loro (fra cui anche quello dell’ipotetica parte lesa). Di fronte a questa pluralità di interessi confliggenti, la costruzione di un processo “giusto” si complica: il sistema insegue la chimera di una regola che protegga al massimo grado entrambe le parti (il possibile innocente e la possibile vittima), in una situazione dove la tutela di una parte va necessariamente a discapito della tutela dell’altra. Il punto di arrivo di questo processo schizofrenico è un necessario bilanciamento fra interessi. In questo senso, di fronte al conflitto fra l’interesse dell’accusato e quello della parte accusatrice, il sistema è già in un punto di equilibrio parzialmente a favore di quest’ultima: la “presunzione di consenso”, infatti, può essere annullata attraverso la semplice prova testimoniale dell’accusatrice, che si limiti a negare che il consenso ci sia stato (questo sempre qualora non ci siano ulteriori elementi probatori a favore o contro l’una o l’altra versione). Insomma, formalmente l’onere della prova è sempre a carico all’accusa, come richiede la presunzione di innocenza, ma di norma il giudice tiene conto del fatto che sarebbe iniquo, se non impossibile, esigere una dimostrazione del dissenso che vada oltre la testimonianza di chi sostiene di aver subito la violenza.


Forse è necessario prendere atto di una realtà che troviamo inaccettabile: se il fatto storico è accertato e il consenso è l’unico discrimine; se la difesa dell’accusato è un male necessario e non vi sono elementi ulteriori in grado di orientare l’istruttoria; allora l’unica “arma” a disposizione della difesa pare davvero il contro-interrogatorio.


Quanto esposto nel paragrafo precedente non è scontato, se si considera che la parte accusatrice può subire non solo la violenza psicologica della difesa, ma anche quella delle autorità e della pubblica accusa – soprattutto in contesti culturali (tipo la Russia delle denunce per stupro riportata da Human Rights Watch) profondamente maschilisti, nei quali la dichiarazione di dissenso non è una prova sufficiente, e servono morsi, graffi e tagli non solo per dar prova di quel che si dice, ma persino per veder avviate le indagini. Messa in questi termini, nella maggior parte degli ordinamenti la situazione è meno drammatica del previsto: la potenziale vittima soffre non tanto della resistenza del “sistema” ad accettare la sua versione, quanto del cortocircuito che consegue allo scontro fra il suo interesse e quello del potenziale stupratore. Questo problema, nonostante sia evidente, da Artemisia Gentileschi fino ad oggi non sembra essere migliorato granché.

Forse è necessario prendere atto di una realtà che troviamo inaccettabile: se il fatto storico è accertato e il consenso è l’unico discrimine; se la difesa dell’accusato è un male necessario e non vi sono elementi ulteriori in grado di orientare l’istruttoria; allora l’unica “arma” a disposizione della difesa pare davvero il contro-interrogatorio. L’unica strategia possibile, insomma, sarebbe smentire la parte accusatrice. Preso atto di questo, però, è necessario muoversi dal “cosa” al “come”: perché se è vero che è l’unica strategia possibile, non è necessariamente vero che questa difesa sia dispiegabile solo attraverso metodi denigratori, violenti e umilianti: la parte accusatrice può essere una bugiarda o una vittima, molto spesso è quest’ultima, e dunque contemperare gli interessi in gioco significa come minimo individuare barriere e paletti formali al dispiegarsi del contro-interrogatorio (senza però intaccare il fondamento dell’assetto odierno, e cioè la pienezza del contraddittorio fra parte accusatrice e avvocato difensore). Whack the complainant, in questa chiave di lettura, non definirebbe una strategia, un “cosa”, ma un “come”.

Detto questo, è anche possibile che il conflitto di fondo sia insanabile e che tentare di smentire una potenziale vittima di stupro sia sempre una strategia abietta. È anche possibile, insomma, che la distinzione tra “cosa” e “come” sia un espediente retorico destinato a disintegrarsi nel contraddittorio fra le parti. In questo caso tutto si riduce a una domanda relativamente semplice: qual è il miglior punto di equilibrio sulla “retta degli interessi”? E come ci si può arrivare? Forse, se non esistono strategie alternative e l’unica strategia è violenta per definizione, è tempo di mettere dei limiti alla possibilità stessa di attuarla.

In questo senso vale la pena ricordare che, nel caso di audizione di un minore, il nostro ordinamento conosce da tempo una pletora di buone pratiche che potrebbero essere prese a modello. Svolgere l’interrogatorio in un luogo “neutro” (giacché nemmeno l’aspetto rituale del processo e gli orpelli estetici che lo caratterizzano sono da sottovalutare); imporre la preventiva presentazione al giudice della lista di domande da sottoporre alla possibile vittima; garantire l’assenza dell’imputato dal luogo dell’audizione; soprattutto (ipotesi per noi di maggior interesse) offrire la mediazione di una terza parte qualificata come “bocca” dell’interrogatorio, togliendo il palco all’avvocato difensore; sono tutte cautele che ridimensionano la pienezza del contraddittorio e che l’ordinamento ritiene legittime. Strumenti con cui riportare al centro del processo quell’obiettivo di fondo a cui l’intero sistema dovrebbe tendere (la ricerca della verità storica) e che rischia di essere travolto dallo zelo della tutela di parte.

Non è questa la sede per un discorso prescrittivo approfondito, che comunque si scontra con la necessità di calare eventuali proposte nella concretezza di ciascun ordinamento. Quel che è certo è che, se si assume l’equivalenza fra “cosa” e “come”, e si prende atto dell’intrinseca violenza di un contro-interrogatorio difensivo nella situazione-tipo descritta, o si introduce un assetto radicalmente diverso (maggiormente a favore della potenziale vittima) o ci si arrende al bispensiero di una giustizia che assomiglia inevitabilmente – e sempre più spesso – al proprio contrario.


Luca Pappalardo nasce a Bergamo nel 1989 e in realtà si chiama Luca Marco. Dottore di ricerca in Scienze Giuridiche, scrive di diritto col suo nome esteso e di altre cose con quello ridotto. Ha scritto per Prismo, Not, The Towner e altri.
Ultimo aggiornamento Martedì 27 Marzo 2018 11:21
 
Come scegliere il responsabile della protezione dei dati PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Lunedì 09 Aprile 2018 12:28

A distanza di quasi 2 anni dall’emanazione del nuovo GDPR, avvenuta il 26 maggio 2016 e a meno di un anno dalla sua entrata in vigore, prevista per il 25 maggio 2018, finalmente il Garante per la privacy esprime la sua opinione circa i requisiti che deve rivestire il Responsabile della protezione dei dati (acronimizzato in DPO) e stupisce tutti stabilendo che non ci sarà mai certificazione sufficiente a valutarne l’adeguatezza ma occorre che l’Impresa tenuta a nominarlo – sia essa pubblica o privata – abbia ben valutato sia la sua formazione (comprese eventuali certificazioni) sia la sua esperienza nel settore specifico in cui opera l’Impresa.

A nulla valgono pertanto i tanti corsi presenti sul web che in una sola giornata hanno la pretesa di formare la figura del Responsabile della protezione dei dati (DPO) giacché, da come ci dice proprio il Garante nella sua news letter del 15 settembre scorso, solo tanta esperienza sul campo e tanti anni di studi e di utilizzo della normativa privacy, posso garantire che il soggetto prescelto a rivestire quel ruolo, sia davvero adeguatamente selezionato.

 

Le pubbliche amministrazioni, così come i soggetti privati, dovranno scegliere il Responsabile della protezione dei dati personali (RPD) con particolare attenzione, verificando la presenza di competenze ed esperienze specifiche. Non sono richieste attestazioni formali sul possesso delle conoscenze o l'iscrizione ad appositi albi professionali. Queste sono alcune delle indicazioni fornite dal Garante della privacy alle prime richieste di chiarimento in merito alla nomina di questa nuova  importante figura  - introdotta dal Regolamento UE 2016/679 -  che tutti gli enti pubblici e anche molteplici soggetti privati dovranno designare non più tardi del prossimo maggio 2018.

Nella nota inviata a un'azienda ospedaliera l'Ufficio del Garante ricorda che i Responsabili della protezione dei dati personali - spesso indicati con l'acronimo inglese DPO (Data Protection Officer) – dovranno avere un'approfondita conoscenza della normativa e delle prassi in materia di privacy, nonché delle norme e delle procedure amministrative che caratterizzano lo specifico settore di riferimento. Nella selezione sarà poi opportuno privilegiare soggetti che possano dimostrare qualità professionali adeguate alla complessità del compito da svolgere, magari documentando le esperienze fatte, la partecipazione a master e corsi di studio/professionali (in particolare se risulta documentato il livello raggiunto). Gli esperti individuati dalle aziende ospedaliere, ad esempio, in considerazione della delicatezza dei trattamenti di dati effettuati (come quelli sulla salute o quelli genetici) dovranno preferibilmente vantare una specifica esperienza al riguardo e assicurare un impegno pressoché esclusivo nella gestione di tali compiti.

L'Autorità ha inoltre chiarito che la normativa attuale non prevede l'obbligo per i candidati di possedere attestati formali delle competenze professionali. Tali attestati, rilasciati anche all'esito di verifiche al termine di un ciclo di formazione, possono rappresentare un utile strumento per valutare il possesso di un livello adeguato di conoscenza  della disciplina ma, tuttavia, non equivalgono a una "abilitazione" allo svolgimento del ruolo del RPD. La normativa attuale, tra l'altro, non prevede l'istituzione di un albo dei "Responsabili della protezione dei dati" che possa attestare i requisiti e le caratteristiche di conoscenza, abilità e competenza di chi vi è iscritto. Enti pubblici e società private dovranno quindi comunque procedere alla selezione del RPD, valutando autonomamente il possesso dei requisiti necessari per svolgere i compiti da assegnati.

Il Garante si riserva di fornire ulteriori orientamenti, che saranno pubblicati sul sito istituzionale, anche all'esito dei quesiti e delle richieste di approfondimento sul Regolamento privacy, raccolti nell'ambito di specifici incontri che l'Autorità ha in corso con imprese e Pubblica Amministrazione.

 
Un ottimo contratto. Tranne per gli infermieri. PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Lunedì 26 Febbraio 2018 23:08

Venerdì 23 febbraio a Roma erano previsti 2 eventi.

Entrambi di enorme portata.

Il primo era un incontro tra ARAN e sindacati rappresentativi per la definizione del preaccordo sul rinnovo del CCNL del comparto sanità, scaduto ormai da 9 anni.

L'altro era la prima manifestazione unitaria dei sindacati infermieristici Nursind e Nursing Up, in supporto allo sciopero indetto dalle 2 compagini sindacali ed al quale pare abbia aderito l'80% degli infermieri italiani.

Contrariamente a quanto sempre successo, dopo quasi 2 giorni di trattativa continuata, durante lo sciopero si è arrivati alla firma della preintesa contrattuale.

Il documento che andremo ad analizzare criticamente è stato sottoscritto da CGIL, CISL, UIL ed FSI.

Nursind e Nursing Up si sono ovviamente rifiutati di firmare, mentre FIALS, pur non firmando, non ha espresso una posizione ufficiale.


Per una volta, anche supportati dalla dura presa di posizione della FNOPI (ex FNC IPASVI), esprimiamo un giudizio netto e preciso.

Quelle firme sono state messe su un contratto indegno, offensivo, degradante, quasi PUNITIVO per la categoria infermieristica.


Andiamo ad analizzarlo punto per punto, partendo dalla parte che, per la nostra specializzazione, è meno importante, quella economica.


Era ovviamente quella più attesa, ma per le risorse governative messe a disposizione in finanziaria quella su cui si sapeva già di non poter intervenire. Gli stanziamenti quelli erano e quelli sono rimasti.

Quello che nessuno si aspettava è che, peggiorando una situazione già paradossale ed illogica, si procedesse ad una operazione di riequilibrio totale, decidendo di ignorare completamente qualsiasi valutazione su responsabilità, formazione ed impegno.

Partiamo da una precisazione. Nessun infermiere avrà un aumento  di 85€ come dichiarato alla stampa.

Gli aumenti vanno da 67 ad 82€. A cui si debbono togliere la vacanza contrattuale e le tasse ed avrete incrementi REALI dai 33 ai 42€. Mensili. Dopo 9 anni di blocco contrattuale. Un amministrativo in C3 prende più di un infermiere laureato.

Di base.

Se consideriamo poi che l'amministrativo beneficerà del bonus da 80€, che l'infermiere ha l'obbligo di iscrizione all'Ordine, l'obbligo di assicurazione e l'obbligo ECM, l'amministrativo che prende più di un infermiere laureato, col suo carico di responsabilità, è il C2. Praticamente un neoassunto.

Ridicola anche la quantificazione degli arretrati. Mediamente 450€. E solo per gli anni 2016-2017, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale reputi ILLEGALI i blocchi contrattuali dal 2013 in poi.

 


La parte normativa è e resta un mistero.

Non vi erano necessità economiche particolari.

Non c'erano soldi per far avanzare le competenze avanzate? Lo sappiamo.

Ma allora almeno lasciare tutto com'era no?

Invece si è operato abbastanza pesantemente. A parte riconoscere il diritto al tempo del cambio divisa e consegne (per un massimo di 15 minuti, comunque irrisori) si sono eliminati alcuni diritti degli infermieri, e solo di loro, inserendo limitazioni e diktat senza senso. Se non quello di fare un favore alle aziende e di conseguenza allo Stato. Che però al tavolo contrattuale rappresenta per i sindacati la controparte. O almeno dovrebbe...

 

Analizziamo punto critico per punto critico.


 

 

Dopo 10 anni da coordinatore si può perdere l'incarico, che deve essere rimesso a bando. Questo interessa particolarmente i coordinatori infermieristici. Ostetriche, fisioterapisti, TRSM o tecnici di laboratorio, avendo spesso un solo reparto nella struttura dopo 10 anni non rischiano niente.

 


 

La mensa viene tolta ai turnisti. Rimane per tutti gli altri. Assolutamente incomprensibile ed illogico.


 

Le indennità aumentano (non quelle degli infermieri comuni, delle corsie, dei turnisti. Quelle sono ferme dal 1994). Solo quelle degli incarichi più elevati. Il valore massimo passa da 9.296,23 a 12.000 (unica indennità arrotondata all'euro) con un aumento di ben 2.703 euro annui). Gli incarichi minori aumentano di 129€ all'anno.


Mentre per gli infermieri sono richiesti master o percorsi regionali per il sistema degli incarichi, per gli amministrativi bastano 5 anni di anzianità di servizio.  Ancora una volta illogico ed assolutamente non meritocratico.


La modifica probabilmente peggiore di tutta la preintesa. Non solo sparisce il limite di 180 ore di straordinario effettuabili in un anno, ma lo straordinario stesso diventa, di fatto, obbligatorio.

Con una laconica, ed irritante, postilla finale sulla possibilità di non effettuarlo per "giustificati motivi di impedimento per esigenze personali e familiari".

Chi decide se è giustificato o meno?

Su quali basi?


 

Il giudizio, confermiamo, non può che essere negativo.

Con la speranza che fino alla firma definitiva l'azione dei sindacati di categoria, o un improbabile ravvedimento di chi ha firmato la preintesa, possa cambiare e correggere questi macroscopici errori a carico sopratutto della professione infermieristica.

 

 

Era ovviamente quella più attesa, ma “grazie” alle scelte governative quella su cui si sapeva già di non poter intervenire. Gli stanziamenti quelli erano e quelli sono rimasti.

Quello che nessuno si aspettava è che, peggiorando una situazione già paradossale ed illogica, si procedesse ad una operazione di riequilibrio totale, decidendo di ignorare completamente qualsiasi valutazione su responsabilità, formazione ed impegno.

Partiamo da una precisazione. Nessun infermiere avrà un aumento a regime (dopo il 1 aprile 2018, per gli altri comparti dal 1 marzo 2018) di 85€ come dichiarato da cgilcisluil alla stampa. Basta leggere le tabelle. Gli aumenti vanno da 67 ad 82€. Togliete la vacanza contrattuale e le tasse ed avrete incrementi REALI dai 33 ai 42€. Mensili. Dopo 9 anni di blocco contrattuale. Un amministrativo passacarte in C3 prende più di un infermiere laureato.

Di base.

Se consideriamo poi che l'amministrativo beneficerà del bonus da 80€, che l'infermiere ha l'obbligo di iscrizione all'Ordine, l'obbligo di assicurazione e l'obbligo ECM, l'amministrativo passacarte che prende più di un infermiere laureato, col suo carico di responsabilità, è il C2. Praticamente un neoassunto.

Ridicola anche la quantificazione degli arretrati. Mediamente 450€. E solo per gli anni 2016-2017, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale reputi ILLEGALI i blocchi contrattuali dal 2013 in poi.

Ultimo aggiornamento Lunedì 26 Febbraio 2018 23:14
 
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