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«Che indossavi quando ti hanno stuprato?» PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Sabato 30 Settembre 2017 10:20


«Che indossavi quando ti hanno stuprato?» non è più soltanto la domanda più inutile in caso di violenza (l'abbigliamento ai fini dello stupro è totalmente indifferente, nonostante qualche giudice la pensi diversamente).

Nelle prime 2 settimane di settembre è stata anche il titolo di una interessantissima ed illuminate mostra organizzata da Jen Brockman, direttrice del Centro per la prevenzione e formazione sessuale del Kansas, che si pone un obiettivo semplice ma non per questo scontato: annullare il senso di colpa dei superstiti e far capire che non può esserci nessuna giustificazione di fronte a una violenza.

L'esibizione ha permesso di raccontare le storie di violenza sulle donne semplicemente esponendo i vestiti che indossavano al momento dello stupro.

Una rappresentazione cruda ed efficace per smontare uno degli stereotipi più diffusi: "se l'è cercata", soltanto perchè la vittima aveva "osato" indossare una minigonna od un vestito sexy.

Nella realtà mostrata al quarto piano dell'Università i visitatori si sono trovati ad aggirarsi tra un maglione rosso e una gonna nera, tra un costume da bagno e una polo sportiva. Indumenti abituali, di uso quotidiano, esibiti con l’obiettivo di parlare proprio di questo. Della normalità.

18 indumenti esposti alle pareti che non hanno nulla a che fare con vestiti all’ultima moda o di tendenza, ma che si prestano a un fine sociale più grande: dimostrare che una violenza non è mai causata dal guardaroba di chi la subisce.

"Cosa indossavi" demolisce tutti i pregiudizi nel modo più potente possibile: offrendo ai visitatori la risposta, facendoli specchiare in quegli indumenti di uso comune, rendendo tutte quelle storie un po’ più vicine.

“Vogliamo che le persone possano vedere se stesse riflesse nelle storie, negli abiti” ha raccontato Jen Brockman, che insieme alla dottoressa Mary Wyandt-Hiebert ha ideato la mostra nel 2013, presentandola poi di università in università, per lanciare un messaggio forte e chiaro. “Speriamo che gli studenti possano capire che questa credenza così diffusa è in realtà falsa”.

Accanto a ciascuno dei 18 indumenti era presente una targa per raccontare la violenza associata all’abito.

Accanto al maglione rosso ed alla gonna nera si può leggere: “Erano della mia compagna di stanza; me li ha prestati per il mio appuntamento. Ero così eccitata. Lui mi piaceva molto. Pensavo fosse un ragazzo gentile. Ma quando ho detto di rallentare e ho pianto, non si è fermato"

Erano presenti anche storie di uomini. Al lato di un semplice completo sportivo, pantaloncini e maglietta, il commento del proprietario è laconico. "Mi chiedono se l’essere stato violentato significhi che sono gay, o se mi sono opposto o come ho potuto permettere che succedesse."

Poche frasi, tutte d’impatto.

Il commento di Jen Brockman: “Molte vittime grazie alla mostra si sono ritrovate negli abiti esposti e hanno capito che non è stata colpa loro.” Ma il messaggio è arrivato diretto anche a tutti coloro che quella domanda, “Cosa indossavi?”, almeno una volta nella vita se la sono posta. Perché come ha ricordato Brockman “Non è l'abbigliamento che provoca una violenza sessuale, è la persona che fa del male”.

 
L'iscrizione all'IPASVI è obbligatoria? PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Venerdì 29 Settembre 2017 09:15

NOTA PRELIMINARE.

Sulla scarsa filiazione tra infermieri e FNC avevamo già scritto un articolo illustrativo per chiarire alcune inesattezze e falsi miti che circolano tra i colleghi. L'articolo, sulle reale funzione della Federazione Nazionale Collegi IPASVI lo trovate a questo link

Sul vincolo di esclusività, che ovviamente è il vulnus della critica all'iscrizione al Collegio, oltre a ribadire che è un problema sindacale su cui l'IPASVI non ha voce in capitolo, riportiamo questo articolo sulla "vittoria" giuridica degli psicologi INAIL che si sono visti riconoscere il diritto a che il pagamento della quota ordinistica fosse a carico dell'ente per il vincolo di esclusività.



L'iscrizione all'IPASVI è obbligatoria per svolgere la professione infermieristica?

Per la legge si.

Ma vediamo nel dettaglio come si giunge a questa conclusione.

Il riferimento è la legge 43/06 “Disposizioni in materia di professioni sanitarie e infermieristiche, ostetrica, riabilitative, tecnico-sanitarie e della prevenzione  e  delega al Governo per l’istituzione dei relativi ordini professionali”.

All'articolo 2, comma 3, si legge infatti:

"L'iscrizione all'albo professionale è obbligatoria anche per i pubblici dipendenti ed è subordinata al conseguimento del titolo universitario abilitante di cui al comma 1, salvaguardando comunque il valore abilitante dei titoli già riconosciuti come tali alla data di entrata in vigore della presente legge."

Dalla lettura di questa norma pare non esserci dubbi, l'iscrizione è obbligatoria. Punto.

In molti peò criticano questa lettura, sostenendo la non applicabilità di quel comma in quanto il Governo ha disatteso l'art. 4 comma 1, paragrafo A: "

1. Il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi al fine di istituire, per le professioni sanitarie di cui all'articolo 1, comma 1, i relativi ordini professionali, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, nel rispetto delle competenze delle regioni e sulla base dei seguenti princípi e criteri direttivi:

a) trasformare i collegi professionali esistenti in ordini professionali, salvo quanto previsto alla lettera b) e ferma restando, ai sensi della legge 10 agosto 2000, n. 251, e del citato decreto del Ministro della sanità 29 marzo 2001, l'assegnazione della professione dell'assistente sanitario all'ordine della prevenzione, prevedendo l'istituzione di un ordine specifico, con albi separati per ognuna delle professioni previste dalla legge n. 251 del 2000, per ciascuna delle seguenti aree di professioni sanitarie: area delle professioni infermieristiche; area della professione ostetrica; area delle professioni della riabilitazione; area delle professioni tecnico-sanitarie; area delle professioni tecniche della prevenzione;"

Il ragionamento alla base di questa interpretazione è questo: considerando che il Governo non ha provveduto alla trasformazione della Federazione Nazionale Collegi IPASVI in Ordine degli Infermieri, non è possibile obbligare gli infermieri all'iscrizione ad un albo che non dovrebbe più esistere.

Nella legge però non esiste nessuna correlazione tra l'obbligo di iscrizione e la trasformazione in ordine. Non esistono legami obbligazionari tra l'art.2 e l'art.4.

Ovvero esistono ognuno indipendentemente dall'altro.

Già nel 2014 l’allora sottosegretario alla Salute Paolo Fadda ha spiegato che “la recente legge n.  43 del 2006,  al comma 3 dell'articolo 2, prevede l'obbligatorietà dell'iscrizione all'albo professionale per gli esercenti le professioni sanitarie, estesa anche ai pubblici dipendenti, quale requisito essenziale ed indispensabile per poter svolgere senza condizioni l'attività sanitaria sia come libero professionista sia nell'ambito del rapporto di servizio in regime di lavoratore dipendente. Pertanto permane valido, allo stato attuale, quanto previsto dalla citata legge n.  43 del 2006.  Per quanto attiene alla operatività della stessa legge n.  43 del 2006 e, di conseguenza, alla possibilità di attuazione dei principi ivi contenuti, si osserva che soltanto l'articolo 4, concernente la concessione della delega al Governo per l'istituzione degli ordini e degli albi professionali, risulta essere inapplicabile, in quanto il termine temporale per la presentazione del relativo decreto legislativo è scaduto.  I restanti articoli della legge n.  43 del 2006, e quindi anche l'articolo 1, sono vigenti”.

Il Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali in una nota, inviata alla Federazione Ipasvi nel gennaio 2009 aveva già sottolineato che: “alla luce di quanto previsto dal dettato normativo della legge 1° febbraio 2006, n. 43, l’obbligatorietà dell’iscrizione all’albo professionale sancita dall’art. 2 gennaio comma 3, estesa anche ai pubblici dipendenti, è requisito essenziale ed indispensabile per poter svolgere senza condizioni l’attività sanitaria sia come libero professionista, sia nell’ambito del rapporto di servizio in regime di lavoratore dipendente”.
E ancora in tal senso si era espressa fin dal 2002 (ancor prima della legge 43/2006, quindi), la Commissione Centrale per gli Esercenti le Professioni Sanitarie, affermando che “ nel vigente ordinamento l’esercizio di una professione sanitaria, quale è anche, e senza ombra di dubbio alcuno, quella dell’infermiere, presuppone l’iscrizione al rispettivo (Albo o Collegio professionale), competente per territorio; e questo sia come libera professione che come lavoro dipendente nell’ambito del Servizio sanitario nazionale (decisione C.C.E.P.S. n. 178/2001).
Il Ministero della Salute ha inoltre diffuso una nota con l'interpretazione autentica della legge.
[...omissis] si osserva che, alla luce di quanto previsto dal dettato normativo della legge 1° febbraio 2006, n.43, l'obbligatorietà dell'iscrizione all'albo in conseguenza del mancato esercizio della delega, la norma di cui all'art. 2, comma 3, estesa anche ai pubblici dipendenti, è requisito essenziale ed indispensabile per poter svolgere senza condizione l'attività sanitaria sia come libero professionista, sia nell'ambito del rapporto di servizio in regime di lavoratore dipendente.

Se torniamo poi alla nota iniziale troviamo il link ad un articolo del 2015, nel quale veniva riportata una sentenza della Cassazione a favore degli psicologi INAIL, i quali avendo l'obbligo di esclusività, hanno costretto l'ente a pagare la quota di iscrizione all'ordine. La Suprema Corte non ha sentenziato che laddove vi sia obbligo di esclusività non sussiste l'obbligo di iscrizione, ma al contrario lo ha sottolineato, modificando soltanto il soggetto destinatario dell'obbligo.


Gli ordini non esistono (speriamo per poco ancora) ma i Collegi IPASVI si.

I Collegi provinciali sono enti di diritto pubblico non economico, istituiti e regolamentati da apposite leggi (Legge 29 ottobre 1954, n. 1049, Dlcps 233/46 e Dpr 221/50).

La norma affida ai Collegi una finalità esterna e una finalità interna. La prima è la tutela del cittadino/utente che ha il diritto, sancito dalla Costituzione, di ricevere prestazioni sanitarie da personale qualificato, in possesso di uno specifico titolo abilitante, senza pendenze rilevanti con la giustizia ecc.

I Collegi quindi hanno piena titolarità di legge, essendo enti di diritto pubblico, ad essere ancora il riferimento legislativo per l'esercizio della professione. E quindi a rendere pacifico e a norma di legge l'obbligo di iscrizione agli stessi.

Inoltre, se fosse cassabile l'art 2 della legge 43/06 per il non rispetto dell'art.4, resterebbe comunque in vigore il precedente ordinamento, in questo caso il D.M. 739/94, Profilo professionale dell'Infermiere, che all'art. 1, comma 1, recita:

E' individuata la figura professionale dell'infermiere con il seguente profilo:
l'infermiere è l'operatore sanitario che, in possesso del diploma universitario abilitante e dell'iscrizione all'albo professionale è responsabile dell'assistenza generale infermieristica.

Anche questa norma, come è evidente, prevede l'obbligo di iscrizione all'albo, quindi al Collegio.


Ma chi non si iscrive cosa rischia?

Dando una rapida occhiata si trova il Dispositivo dell'art. 348 Codice Penale


Chiunque abusivamente esercita una professione (1), per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato [2229] (2), è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa da centotre euro a cinquec
entosedici euro.

Lo stesso legislatore ha voluto chiarire:

Note
(1) Il requisito dell'abusività richiede che la professione sia esercitata in mancanza dei requisiti richiesti dalla legge, come ad esempio il mancato conseguimento del titolo di studio o il mancato superamento dell'esame di Stato per ottenere l'abilitazione all'esercizio della professione. Integra il reato anche la mancata iscrizione presso il corrispondente albo.

Per il Codice quindi la non iscrizione al Collegio comporta l'esercizio abusivo della professione.

 

1° NOTA FINALE

Come ogni qualvolta parliamo di una norma NON esprimiamo MAI giudizi personali.

Ci limitiamo ad analizzare e cercare di spiegare nel modo più semplice possibile le leggi.

E' poi facoltà di ogni professionista adeguarvisi o meno, cercare di rispettarle o di aggirarle. La responsabilità è personale.

2° NOTA

In riferimento ad alcune assoluzioni in materia occorre fare delle puntualizzazioni. Alcuni oggettivi, altri soggettivi.
Esistono 2 precedenti favorevoli a chi non si iscrive al Collegio. Una richiesta di archiviazione, sulla quale non è possibile per questo ottenere informazioni, ed una sentenza di assoluzione.
Su quest'ultima va soltanto rilevato il fatto che è una sentenza di primo grado, in attesa del processo di appello.
Per valutare nel complesso il fatto occorre quindi arrivare a sentenza definitiva, se verrà portata in Cassazione.
Ricordiamo inoltre che le sentenze non hanno valore giuridico.

A tale rilevazione è necessario aggiungere che la legge è interpretabile dai giudici, i quali a volte, a parere nostro, eccedono con le valutazioni fantasiose ed estensive.

A tale riguardo un piccolo esempio:
LEGGE
Art. 609-bis Codice Penale:
Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni.

SENTENZA
C'è violenza solo se gridi. Diponibile qui.

A tutto questo aggiungo una mia personale valutazione soggettiva.
Conoscendo i tribunali, ed il pensiero (nonchè l'ignoranza, nel senso letterale) dei giudici, la sensazione è che la valutazione di fondo, nei casi di assoluzione, sia stata più o meno questa : "si, ok, la legge è questa, ma ci vorrà mica una laurea e l'iscrizione ad un albo per lavare culi (scusate l'espressione) e dare 2 pasticche!".

Vorrei, sull'argomento, ricordarvi questa sentenza, che è una delle purtroppo troppe che ci dipingono ancora come 40 anni fa.

Ultimo aggiornamento Sabato 30 Settembre 2017 07:40
 
Il rischio clinico? Inventato in Italia nel 1700! PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Lunedì 25 Settembre 2017 09:14

Nel 1700, fino al 1800, ricoverarsi negli ospedali era tipico delle persone più povere. I ricchi potevano permettersi di ricevere i medici più noti a casa e compravano medicine e rimedi perché potevano farlo.
Gli ospedali così erano veri e propri "ospizi", in condizioni pessime, igiene inesistente, servizi affidati alla buona volontà dei singoli, ospitavano la gente più disperata in preda a malattie terribili.

Ma non c'era altra scelta (almeno finchè non arriverà sulla scena la "signora della lampada" Florence Nightingale, che insegnerà a tutti l'importanza della cura dell'ambiente e dell'igiene).
La "malasanità" esisteva anche allora ma per un povero o per chi era l'ultimo della società, mettersi contro un potente, un medico o il nobile che gestiva l'ospedale poteva significare la fine e d'altronde non c'era nessuna speranza venisse ascoltata la lamentela di chi non aveva praticamente diritti.

Così qualcuno pensò alla possibilità di denuncia. Verso la fine del 1700, all'esterno di molti ospedali d'Italia apparvero delle cassette nelle quali si potevano depositare denunce di "malasanità". il fenomeno era particolarmente evidente nel nord est d'Italia.

Le loro antenate infatti, note con il nome di Bocche di Leone, in veneziano Boche de LeonBoche per le Denunzie Segrete, erano dei particolari contenitori, simili alle odierne cassette postali, sparse per la città di Venezia e in particolare nei pressi e all'interno del Palazzo Ducale, grazie ad i quali la Repubblica di Venezia riusciva a controllare il proprio territorio. In pratica erano dei bassorilievi di marmo bianco che raffiguravano la testa di un leone o una faccia dall'espressione cattiva. Al posto della bocca vi era una buca per inserire dei fogli di carta con le denunce segrete dei veneziani. Era un sistema semplice ed efficace per vigilare sui propri cittadini non solo dal punto di vista della fedeltà al Doge e alle istituzioni, ma soprattutto dell’onestà, dell’attaccamento alla Repubblica e servivano a raccogliere le denunce segrete destinate ai Magistrati.

Il loro nome deriva dal fatto che questi contenitori riportavano spesso scolpita la bocca di un leone o di una fiera con le fauci spalancate sopra la quale si trovava un dicitura sul tipo di denuncia che tale buca era destinata a raccogliere. Il fatto, poi, che spesso tali bocche fossero rappresentate in forma di muso leonino, servivano a ricordare proprio il Leone di San Marco, simbolo dello Stato veneziano.

Chi pensava di essere stato trattato male o di aver subìto un danno poteva finalmente sfogarsi e sperare che qualcuno rimediasse. Non dimentichiamo che le pene dell'epoca non erano certo tenere e l'impiccagione per un furto di bestiame era considerata normale.

Insomma, un esempio di risk management, o almeno di segnalazione di eventi avversi o sentinella, d'antan.

Ultimo aggiornamento Lunedì 25 Settembre 2017 09:36
 
Confessioni di un (ex) violento. PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Martedì 05 Settembre 2017 10:28

«Lei è bella, anzi bellissima. Ha un impiego di prestigio, tanti amici. E’ solare, simpatica e brillante, a differenza mia. Lei è tutto quello che vorrei essere... Ecco perché non perdo occasione per offenderla, sminuire quello che fa o farla sentire in colpa. E’ l’unico modo che ho per affermarmi su di lei: cerco di farla sentire meno per sentirmi io di più». Lorenzo racconta a fatica il rapporto di amore e odio che lo tiene legato alla sua compagna. Stanno insieme da sei anni e non riesce a capire come «possa una come lei stare con uno come me».

 

«E’ difficile anche per me – riprende – ma è l’unico modo che ho per tenerla legata». Lui ha 30 anni, è insicuro, un passato di rifiuti e si sente un po’ un fallito. Confessa con un filo di voce la sua quotidianità a patto che resti anonimo, quindi niente nome e cognome. Sono circa cento gli uomini che si rivolgono ogni anno al Cam, il centro di ascolto per uomini maltrattanti, il primo in Italia che si occupa dal 2009 della presa in carico di uomini autori di comportamenti violenti. L’adesione a questo tipo di programmi è volontaria e gli uomini possono arrivarvi di propria iniziativa oppure tramite servizi sociali o forze dell’ordine. Per la stragrande maggioranza si tratta di fiorentini tra i 35 e i 55 anni, in aumento dal 2009.

«La maggior parte quando entra dice: Cosa ho fatto? Questa è un’esagerazione. Ci troviamo di fronte a una modalità così frequente di trattare male le mogli o le fidanzate che quasi ci si abitua. Si tratta di una preoccupante legittimazione sociale e di una normalizzazione della violenza che porta i maltrattanti a minimizzare quello che stanno facendo. A questo si accompagna un’attribuzione di responsabilità in cui sono loro a sentirsi vittime scaricando tutte le colpe sulla partner» spiega Alessandra Pauncz, presidente del centro Cam.

«C’è un sottile linguaggio del privilegio maschile – prosegue – che fa sì che gli uomini pensino di essere legittimati ad essere violenti, senza mai percepire le proprie azioni come violente». Non è semplice ottenere dati scientifici sulla recuperabilità degli uomini maltrattanti. Dalle analisi emerge che la difficoltà maggiore è quella di superare le prime fasi di terapia quando il 40% dei pazienti abbandona. Per coloro che invece continuano, si osserva che dopo alcuni mesi interrompono la violenza fisica e allo stesso tempo si sviluppa una riflessione sulle motivazioni che portano alla violenza psicologica, economica, sessuale. «I maltrattanti – conclude il presidente delcentro Cam – hanno scarse capacità di riconoscere i propri stati emotivi al di fuori della rabbia. Per questo quando si sentono per esempio vulnerabili o sotto pressione rispondono con la violenza».

 

Articolo de La Nazione

 
Vaccini: quello che c'è da sapere per il ritorno a scuola PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Giovedì 07 Settembre 2017 14:53

Niente nido o materna per chi non è vaccinato, anche se i genitori pagano la multa, mentre chi vuole che il proprio figlio sia esonerato deve chiedere un certificato che attesti il pericolo dall'immunizzazione al pediatra. Una serie di circolari del ministero della Salute e del Miur fanno chiarezza sui punti dubbi della legge sull'obbligo vaccinale.

DOCUMENTI NECESSARI - Per i genitori che invece hanno fatto fare tutte le vaccinazioni obbligatorie ai propri figli per quest'anno sarà necessario portare a scuola copia del libretto di vaccinazione timbrato dalla Asl o il certificato vaccinale o un'attestazione rilasciata dalla Asl, mentre quando la riforma sarà a regime Asl e istituti scolastici dovrebbero 'parlarsi' autonomamente, scambiando le informazioni sugli iscritti.

SCADENZE - Entro il 10 settembre la documentazione va portata a nidi e materne, mentre il 31 ottobre è il termine per le altre classi della scuola dell'obbligo.

Ecco come comportarsi, cosa accade, cosa è previsto a seconda di dove si vive.

· Val d’Aosta

I genitori di bambini e ragazzi fino a 16 anni riceveranno dall’azienda sanitaria le attestazioni delle avvenute vaccinazioni da portare a scuola. Chi non è in regola verrà invece invitato a contattare la Asl di riferimento, che chiamerà la famiglia ad un incontro dove sarà spiegata l’importanza delle vaccinazioni e saranno fissati gli appuntamenti per regolarizzare la situazione

· Piemonte

La Regione ha già inviato alle famiglie di tutti i bambini non in regola delle lettere con gli appuntamenti fissati per fare i vaccini mancanti, che vanno portate a scuola. Chi li ha già tutti, invece, non riceve niente e deve limitarsi a consegnare alle scuole i documenti o l’autocertificazione utilizzando un modulo che si scarica dai siti delle Asl e della Regione. Già spedite 61mila lettere ai genitori inadempienti

· Liguria
E
Già 55mila lettere recapitate alle famiglie con figli fino a 6 anni per attestare lo “stato di adempienza vaccinale”. A quelle non in regola (circa il 10%) è stato proposto un appuntamento entro il 10 settembre. “Nessun bambino deve rimanere fuori”, dice l’assessora alla Sanità, Sonia Viale. Dopo questa fase, l’assessorato si occuperà in modo analogo dei ragazzi in età di scuola dell’obbligo

· Lombardia

La Regione ha concesso una proroga di 40 giorni per i bimbi fino a 6 anni. Dall’11 settembre, le scuole hanno 10 giorni per comunicare chi non è in regola. Ci sono poi altri 15 giorni per un incontro individuale con degli esperti. A questo punto, nell’arco di altri 15 giorni, il bambino sarà vaccinato. Se la famiglia si sottrae all’incontro con gli esperti e non lo fa vaccinare, sarà escluso da scuola

· Trentino-Alto Adige

In Trentino, i genitori scaricano i documenti sulle vaccinazioni da portare a scuola dal sito del sistema sanitario “FastTreC”. Se hanno problemi si rivolgono alla Asl. In Alto Adige, le Asl inviano alle famiglie l’elenco dei vaccini mancanti e la conferma di quelli eseguiti. Tutti i bambini hanno comunque diritto di frequenza per un anno in via transitoria per l’anno 2017-2018

· Veneto

Le Asl del Veneto hanno già iniziato a scrivere alle famiglie dei bambini e ragazzi fino a 16 anni di età, ma solo per invitarle a presentare a scuola l’autocertificazione oppure a passare a prendere i certificati vaccinali alla Asl. In pratica inviano un vademecum della legge. La Regione ha ritirato il ricorso contro la norma Lorenzin sull’obbligo vaccinale.

· Friuli Venezia Giulia

La Regione segue sostanzialmente la procedura prevista dalla legge. Una modifica riguarda l’autocertificazione, dove è inserita l’autorizzazione delle comunicazioni tra scuola e azienda sanitaria. Poi basterà telefonare alla Asl e dire che si vogliono prenotare i vaccini mancanti per essere in regola e iscriversi a scuola.
Circa 20mila bambini sono senza la l’anti morbillo, parotite, rosolia

· Emilia Romagna

Per i bimbi 0-3 anni tutto pronto perché c’è una legge regionale dal 2016. Le Asl, già in possesso degli elenchi degli iscritti, mandano lo stato vaccinale agli asili o convocano i non vaccinati. Per le materne, invece, la
Regione invia a casa lo stato vaccinale, che va portato a scuola, o fissa un appuntamento se necessario: così si evita la fase della presentazione di un’autocertificazione

· Toscana

Nei giorni scorsi in Toscana è stato siglato un accordo con l’Ufficio scolastico regionale e l’Anci in cui si prevede che gli istituti invieranno entro il 31 agosto alle aziende sanitarie i dati dei propri iscritti, e queste ultime contatteranno solo chi non è in regola. Le famiglie di chi è già vaccinato non dovranno fare nulla.

· Marche

Qui è direttamente la Regione (senza bisogno di ricevere l’elenco degli iscritti alle singole scuole) a scrivere alle famiglie di bambini e ragazzi non in regola per invitare i genitori a prenotare le vaccinazioni mancanti. Chi è già in regola, invece, può limitarsi a scaricare dal sito della Regione Marche il modulo per l’autocertificazione e consegnarlo a scuola entro le scadenze previste

· Umbria

In Umbria, sono direttamente le Asl che inviano a casa alle famiglie dei ragazzi fino a 16 anni i certificati con lo “stato di adempienza vaccinale”, che vanno portati a scuola per essere in regola con le previsioni della nuova legge. Saranno inviate 120mila missive, entro il 10 settembre quelle per i bambini fino a 6 anni e entro il 31 ottobre quelle per gli alunni della scuola dell’obbligo

· Lazio

Saranno i dirigenti scolastici tramite Pec a inviare l’elenco degli iscritti alle Asl, che comunicheranno alle scuole stesse chi è in regola con le vaccinazioni le relative certificazioni. Pronto anche un sito web dal quale scaricare l’autocertificazione necessaria solo a chi deve ancora mettersi in regola. Oggi una riunione con i dg delle Asl per risolvere le criticità, a cominciare dai tempi lunghi per le prenotazioni

· Abruzzo

Per ora in Abruzzo si segue quanto previsto dalla legge, perché l’Ufficio scolastico regionale, dopo una serie di incontri, non ha accettato la proposta di inviare alle Asl i nominativi degli iscritti in ciascuna scuola perché si potessero fare le verifiche direttamente, senza coinvolgere i genitori. Ma la decisione del garante privacy potrebbe sbloccare la situazione.

· Molise

La Regione Molise per ora non ha preso provvedimenti per semplificare, si limita a seguire le
procedure previste dalla legge. Si sta per pubblicare un vademecum per le famiglie nel quale verrà spiegato quali sono gli obblighi e i tempi previsti per la frequenza dei diversi cicli scolastici. La Cgil regionale ha chiesto alla Regione di impegnarsi a semplificare le procedure

· Campania

Le aziende sanitarie della Campania metteranno a disposizione delle scuole il database dell’anagrafe vaccinale e gli istituti potranno fare direttamente i controlli sulla situazione degli alunni. In Campania si stima che siano 90 mila gli alunni che dovranno sottoporsi alle vaccinazioni nei prossimi mesi

· Puglia

Le scuole inviano i nomi degli iscritti alla Regione Puglia, che incrocia questi dati con quelli dell’anagrafe vaccinale delle Asl e rimanda agli istituti gli elenchi dei bambini con dei codici colore: verde per chi è in regola, giallo per chi deve completare i cicli dei richiami, rosso per chi non le ha effettuate mai. Sarà la Regione a inviare alle famiglie inadempienti le lettere di sollecito

· Basilicata

La Basilicata scrive alle famiglie inadempienti invitandole a mettersi in regola, e quindi a presentarsi spontaneamente alle Asl per prenotare le vaccinazioni. Ai genitori dei bambini che invece hanno fatto tutte le iniezioni previste dalla legge, si suggerisce di compilare un modulo in cui dichiarano di essere in regola.
Devono presentarlo alla materna e al nido perché i figli siano ammessi

· Calabria

Per ora in Calabria si segue lo schema previsto dalla legge Lorenzin, ma si sta progettando un accordo con l’Ufficio scolastico regionale per avere i nomi degli alunni che frequenteranno in questo anno scolastico ciascun istituto e far lavorare le aziende sanitarie su quelli. L’idea quindi sarebbe quella di seguire quanto stanno facendo Regioni come Toscana e Sicilia

· Sicilia

Le scuole hanno avuto tempo fino al 5 settembre per inviare i loro elenchi alle Asl, che si sono attivate per le verifiche e contatteranno le famiglie dei bambini non in regola. La procedura di recupero consiste in una convocazione: solo per chi non si presenta, scatta la visita domiciliare prima delle sanzioni amministrative. Si calcola che siano i 191.136 gli under 16 non immuni e nei centri vaccinali è già ressa

· Sardegna

La Regione ha preparato le linee guida per l’applicazione della nuova legge. In Sardegna verrà promossa
l’autocertificazione da parte delle famiglie che sono in regola e entro marzo dell’anno prossimo saranno fatte le verifiche sulle dichiarazioni dei genitori. La Regione ha una copertura piuttosto alta: si stima che i bambini senza vaccini obbligatori siano circa 10mila

 

AUTOCERTIFICAZIONE - Se non si trova il libretto vaccinale si può presentare un'autocertificazione per dichiarare le vaccinazioni effettuate. Sempre entro il 10 settembre per nidi e materne, mentre il 31 ottobre è il termine per le altre classi della scuola dell'obbligo. Per chi opterà per l'autocertificazione c'è tempo poi fino al 10 marzo per portare i documenti ufficiali.

PRENOTAZIONE - Se un bambino (0-6 anni) non ha effettuato una vaccinazione obbligatoria entro il 10 settembre, può frequentare la scuola a patto che dimostri la prenotazione alla Asl. Se un figlio ha tra 6 e 16 anni e non ha effettuato uno dei vaccini potrà frequentare la scuola ma il genitore sarà contattato dalla Asl per un colloquio informativo. Qualora non si provveda verrà applicata una sanzione pecuniaria.

Contrariamente alle speranze di qualche genitore 'no vax' il semplice pagamento della multa non basterà a iscrivere ai servizi per l'infanzia il bambino, mentre per la scuola dell'obbligo l'iscrizione resta possibile.

"La sanzione estingue l'obbligo della vaccinazione - si legge in una delle circolari del ministero della Salute - ma non permette comunque la frequenza, da parte del minore, dei servizi educativi dell'infanzia, sia pubblici sia privati, non solo per l'anno di accertamento dell'inadempimento, ma anche per quelli successivi, salvo che il genitore non provveda all'adempimento dell'obbligo vaccinale".

MALATTIE GIA' CONTRATTE - Se un bambino ha già avuto una delle malattie è sufficiente che il pediatra o il medico di base lo attesti.

LIBRETTO VACCINALE - Se alcune vaccinazioni sono state effettuate privatamente, bisogna recarsi alla Asl per la convalida delle stesse sul libretto.

MALATTIA - In caso di impossibilità definitiva a vaccinare un figlio a causa di una malattia, serve l'attestazione del pediatra. Se è malato in modo temporaneo basterà presentare sempre un'attestazione del pediatra e posticipare la vaccinazione.

Per maggiori informazioni visita il sito www.salute.gov.it/vaccini o telefona al numero verde 1500.

Ultimo aggiornamento Giovedì 07 Settembre 2017 14:59
 
Infermieri: le sfide che la professione deve vincere PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Martedì 29 Agosto 2017 09:51

Le priorità a livello parlamentare ma anche nella gestione del lavoro e nella formazione. La presidente della Federazione nazionale Collegi Ipasvi illustra le aspettative e i fronti aperti della categoria fino a fine 2017 e comunque per i prossimi mesi

Il tempo stringe: alla ripresa dell’attività parlamentare dopo la pausa estiva le tappe possibili da raggiungere a livello parlamentare si contano davvero sulle dita di una mano. A ottobre infatti partirà la sessione di bilancio e quel che è stato fatto è fatto, il resto potrebbe dover attendere la prossima legislatura perché a fine anno partirà il semestre bianco pre-elettorale.

Tre i fronti ancora aperti per gli infermieri che potrebbero avere soluzione con un forte impegno del Parlamento.

I primi due sono uno al Senato e uno alla Camera, ma per farcela e convertire in legge i rispettivi Ddl si dovrà avere un accordo forte tra le due Camere.

Sono il Ddl Lorenzin che per gli infermieri significa prioritariamente la trasformazione dei Collegi in Ordini e il biotestamento, rispetto al quale la nostra Federazione ha avanzato precise istanze di coinvolgimento nella Dat e nell’assistenza h24 ai pazienti coinvolti.

Per noi la trasformazione dei Collegi in Ordini professionali è la priorità assoluta. È un passaggio che sarebbe già dovuto avvenire quasi automaticamente nel momento stesso in cui a partire dal decreto legislativo 502/1992 la formazione degli infermieri è entrata a pieno titolo in Università e la legge 42 del 1999 ha riconosciuto il carattere intellettuale della nostra professione.

Oggi gli infermieri sono professionisti laureati; non ha più senso pertanto mantenere l’obsoleta e anacronistica separazione tra collegi e ordini per delineare forme di rappresentanza professionale e di iscrizione agli albi di appartenenza: gli infermieri, al pari di tutte le altre professioni intellettuali, vogliono una tutela ordinistica.

La trasformazione dei Collegi in Ordini è alla ribalta del dibattito parlamentare ormai da oltre dieci anni, da quando cioè era stata prevista come delega al Governo nella legge 43/2006; basta con le attese. Si acceleri l’iter perché possa davvero giungere a conclusione subito a inizio autunno. Anche perché si  possa, aumentando le potenzialità con la costituzione degli ordini, affrontare con la massima decisione e trasparenza problemi come ad esempio quello dell’abusivismo in cui gli infermieri sono la professione più coinvolta, dati anche i loro numeri che fanno ipotizzare almeno 5.500 abusivi, su cui si deve tirare il freno e, oltre a effettuare controlli più serrati, devono anche poter denunciare chi abusa della nostra professione. Chiediamo sblocchi del turn over e assunzioni, abbiamo circa 16mila infermieri disoccupati e non possiamo, non dobbiamo e non vogliamo accettare che posti possibili siano occupati da chi infermiere non è. La Federazione in questo senso ha sempre sollecitato le autorità competenti, ma probabilmente è il caso di intensificare l’azione contro l’abusivismo dilagante.

Per quanto riguarda il biotestamento, abbiamo sottolineato la necessità che gli infermieri vengano coinvolti maggiormente per il loro ruolo di vicinanza coi pazienti nei momenti più difficili.

E abbiamo chiesto che la figura dell'infermiere abbia un ruolo maggiore proprio nel momento in cui si devono prendere decisioni difficili, magari senza che il paziente possa confermare o meno le sue volontà.

Dare appropriatezza al percorso assistenziale che l’infermiere compie di fronte a questi malati è non solo la manifestazione più evidente del suo dovere professionale, ma anche di quello morale che ha deciso di fare proprio nel momento stesso in cui ha scelto la professione: rendere testimonianza e partecipare a scelte importanti come quelle previste nel Ddl è la naturale evoluzione della professione.

C’è anche un altro provvedimento che vorremmo facesse passi avanti e accogliesse le nostre richieste: quello sull’equo compenso in cui abbiamo chiesto di inserire la professione infermieristica per fermare grazie alla tariffa minima quel  mercato di intermediari che, non essendo gestiti e costituiti da soggetti che esercitano la professione, ragionano in un’ottica di mero profitto, adottando strategie che contribuiscono alla dequalificazione della professione infermieristica: l’abolizione delle tariffe minime professionali, con la complicità della crisi economica, ha senz’altro agevolato negli ultimi anni la contrattazione dei compensi al ribasso, determinando una sensibile diminuzione dei redditi professionali.

Ddl Lorenzin e biotestamento potrebbero sicuramente farcela con un accordo tra Camere e l’equo indennizzo dopo l’approvazione stiva del Ddl che riguarda gli avvocati da parte del Consiglio dei ministri, potrebbe comunque trovare un percorso preferenziale già in questa legislatura, ma anche, sicuramente, all’avvio della prossima.

C’è un altro tassello fondamentale che, a prescindere dal semestre bianco, può e deve essere messo al suo posto: il contratto.

È vero, serve la legge di Bilancio per stanziare le risorse aggiuntive promesse e già la nota di aggiornamento al Def potrebbe essere un primo segnale positivo in questo senso. Ma il lavoro può iniziare.

Il presidente del Comitato di settore, Massimo Garavaglia, ha affermato che avendo ricevuto il via libera del Governo all’atto di indirizzo, già a settembre la contrattazione può partire. E nella contrattazione c’è una previsione fondamentale per gli infermieri e per le professioni sanitarie: si conferma la nascita del “professionista specialista” e il contratto descriverà, analogamente a quanto già fatto per l’insieme dei profili, le declaratorie delle competenze proprie delle posizioni di “professionista specialista” e di “professionista esperto” delle professioni sanitarie infermieristica - ostetrica, tecnica, della riabilitazione e della prevenzione, nel rispetto di quanto previsto dal profilo professionale, dal percorso formativo e dal codice deontologico, salvaguardando le specifiche competenze professionali degli altri professionisti.

Una novità forte, un passo fondamentale per il riconoscimento di quelle competenze avanzate che ormai da anni chiediamo siano una realtà non solo nelle Regioni virtuose che già in qualche modo le hanno adottate, ma che diventino un presupposto omogeneo in tutto il Paese.

Certo, approvato questo passo importante sarà poi la volta del ministero dell’Università disegnare – assieme alla nostra professione, questo è anche prioritario – i percorsi universitari necessari alla nuova figura. E le declaratorie di base potrebbero essere già disegnate anche nel contratto proprio grazie a quella bozza di accordo Stato-Regioni sulle competenze avanzate, già approvata dai governatori, ma che non ha mai raggiunto il tavolo della Conferenza per l’ostruzionismo di vecchie posizioni di altre professioni e di una sacca di figure legate a retaggi del passato ormai obsoleti e che non trovano più riscontri nella realtà dell’assistenza di tutti i giorni.

D’altra parte e a conferma della crescita professionale degli infermieri, sempre a settembre e sempre in tema di formazione decollano i corsi di alta formazione per gli infermieri organizzati da Federazione e Agenas  e che riguarderanno gli scenari e fabbisogni di cambiamento (dai sistemi sanitari in Europa al Ssn), il ruolo di coordinamento e/o di gestione delle organizzazioni sanitarie per il profilo manageriale (predisposizione alla leadership ) e per quello di responsabilità (responsabilità dirette e delegate al management infermieristico verso i pazienti, i collaboratori e l’azienda), la gestione dei fattori produttivi in una logica di benessere organizzativo (risorse umane e professionali, economiche, tecnologiche strumenti metodologici per la misurazione, la valutazione e il miglioramento delle performance), le relazioni con gli stakeholder (azienda, professionisti e loro rappresentanti scientifici, professionali  e sindacali, cittadini).

E con il Miur c’è un altro percorso importante da seguire: lo sviluppo della formazione. In tutta Italia abbiamo solo tre Professori ordinari di infermieristica, e trenta tra associati e ricercatori, con numeri di immatricolazione in realtà pari se non superiori a quelli di medicina: è necessario che questa situazione trovi un suo riequilibrio. In questo senso la Consulta permanente della formazione universitaria, formalizzata a giugno dalla Federazione, è il veicolo migliore per analizzare i percorsi, disegnando anche quelli che possono essere fonte di nuovi indirizzi per i giovani che intendo dedicarsi alla professione. La Consulta è un luogo di confronto, comunicazione e studio tra Ipasvi e mondo universitario, i cui rappresentanti hanno accolto appieno la proposta di lavorare in sintonia e sinergia con la Federazione

Un altro momento essenziale da analizzare per trovare le giuste collocazioni degli infermieri è quello della partecipazione alla nuova legge sulla responsabilità professionale. Le associazioni infermieristiche devono fare quadrato per garantire i requisiti previsti dall’ultimo decreto attuativo firmato dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin: il decreto che istituisce e regolamenta l’elenco delle società scientifiche e delle associazioni tecnico scientifiche delle professioni sanitarie, che avranno il compito di elaborare le linee guida cui gli esercenti le professioni sanitarie si devono attenere nell'esecuzione delle prestazioni sanitarie.

Gli infermieri devono esserci con le loro associazioni. Devono avere un ruolo di primo piano nella definizione di quelle linee guida che saranno poi l’ago della bilancia della responsabilità professionale di tutti i nostri professionisti. Abbiamo da poco istituito la Consulta delle associazioni infermieristiche che può essere il luogo di sintesi dei passi da compiere, ma tutto questo va fatto in fretta e, soprattutto, tenendo presente che l’unica identità da tutelare è quella dell’infermiere e non delle singole peculiarità nel momento di questo tipo di scelte: il decreto dà 90 giorni di tempo dalla sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale – entro l’8 novembre quindi - per l’iscrizione delle associazioni agli elenchi.

Il problema delle società scientifiche è un problema culturale su cui la Federazione deve recuperare anche il tempo passato. Sia per impostare le specializzazioni infermieristiche in una logica di infungibilità che oggi non è presente, sia ragionare con le nostre associazioni infermieristiche, a cui daremo tutto il contributo, anche attraverso la Consulta costituita a luglio, perché possano acquisire tutte le caratteristiche richieste. Non è un problema solo di percentuali, ma anche di necessità di incrementare le pubblicazioni da parte degli infermieri e la loro attività di ricerca in modo sufficiente secondo i parametri richiesti. Provvederemo anche a quello. C’è poi comunque un canale aperto tra Federazione, ministero della Salute e Istituto superiore di Sanità perché alle linee guida gli infermieri devono partecipare.

Ma una cosa deve essere chiara e soprattutto deve rappresentare il faro che illumina la professione: tutto questo si fa in funzione dei bisogni dei pazienti e con loro e per loro si devono analizzare le strade della crescita e del continuo miglioramento.

La terza Consulta istituita dalla Federazione, quella con le associazioni dei malati e dei cittadini, ha questo come scopo: il rapporto coi pazienti. È per noi un elemento valoriale importante della professione e del suo ‘patto col cittadino’ che da anni la caratterizza. Per noi è essenziale avere una relazione privilegiata con loro, per comprendere come ci vedono e come possiamo soddisfare nel modo migliore i loro bisogni di salute. In questo senso abbiamo attivato – e lo presenteremo a settembre in via ufficiale - anche un Osservatorio civico con Cittadinanzattiva. Gli Osservatori civici di Cittadinanzattiva hanno il significato di vedere con gli occhi delle persone le situazioni che caratterizzano i loro bisogni – in questo caso di salute e legati alla professione infermieristica – per promuovere politiche sanitarie che garantiscano equità di accesso, qualità e tutela dei diritti dei cittadini.

Il Servizio sanitario è ancora troppo centrato sull’acuzie, ma i bisogni di salute stanno rapidamente cambiando e già si sono modificati. Sono aumentati gli anni di vita, ma non in buona salute purtroppo e lavorare sulle competenze e sulle capacità degli infermieri rappresenta un modo proattivo di vedere la professione secondo l’alleanza che oggi abbiamo stretto con voi per conoscere e soddisfare i vostri bisogni.

Tra gli appuntamenti importanti che riguardano la nostra professione, nei prossimi mesi c’è il nuovo Codice deontologico, dopo aver registrato le richieste e le osservazioni degli infermieri tramite i Collegi grazie alla consultazione on line voluta dal Comitato centrale per dare la massima diffusione e trasparenza a quello che è la guida dell’etica e della deontologia degli infermieri. E il Comitato centrale ha già fatto un primo incontro, perché a questo punto il lavoro da fare non è solo tecnico ma anche politico e ci vorrà il tempo necessario a far quadrare tutte le richieste e le esigenze degli infermieri. Un Codice davvero di tutti e che dovrà rispecchiare le idee e le istanze di tutti perché la professione è di tutti gli infermieri e non di gruppi ristretti di questa, per quanto autorevoli e preparati possano essere.

C’è poi il Congresso triennale che questa volta è in programma all’Auditorium di Roma a marzo e che come sempre sarà il momento in cui gli infermieri daranno la massima risonanza all’attività degli infermieri. Anche per questo abbiamo fatto in modo che il Congresso 2018 sia costruito dai Collegi, dagli infermieri e dalle bestpractice infermieristiche e non solo da chi come sempre organizza gli eventi.

Passi avanti li abbiamo già fatti in questi tre anni, non c’è dubbio, e di notevole entità. Ma si tratta spesso di situazioni gestite in singole Regioni che affidano agli infermieri quel ruolo di case manager rispetto alla cronicità, alla non autosufficienza e all’assistenza sul territorio e così via. Patto per la salute e nuovi Lea lo prevedono: ora va applicato ovunque, in modo uniforme e secondo le vere esigenze dei cittadini, che per primi lo chiedono, non solo in ospedale, ma anche e soprattutto sul territorio. E per questo ci batteremo: per il riconoscimento, progresso e l’omogeneità della professione.

Barbara Mangiacavalli

Presidente Federazione nazionale Collegi Ipasvi

 
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