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Lazio: meno primari, più reparti a gestione infermieristica PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Giovedì 23 Ottobre 2014 15:52

Meno primari, più reparti a gestione infermieristica.

Nel Lazio, il presidente della Regione Nicola Zingaretti, risponde così alla richiesta di maggiori risparmi avanzata dal premier Renzi.

L'articolo completo è disponibile sul sito IPASVI


 
Astensione dal lavoro per assenza di necessarie misure di sicurezza PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Giovedì 25 Settembre 2014 14:27


L'astensione dal lavoro indotta dall'assenza delle necessarie misure di sicurezza: il parere della Cassazione


La tutela della salute , intesa quale integrità psichica e fisica, del lavoratore dipendente sul luogo di lavoro è senz'altro necessaria affinché egli possa svolgere le proprie mansioni in piena efficienza, preservando, nel contempo, detta integrità. 
La salute d'altro lato è un «fondamentale diritto dell'individuo», nonché un «interesse della collettività» (art. 32 Cost., co. 1) , sicché essa dovrebbe essere sempre salvaguardata. 
Purtroppo la realtà talora è ben diversa, cosicché taluni lavoratori svolgono le proprie mansioni senza che tale diritto sia adeguatamente tutelato.

In relazione appunto alla tutela della sicurezza del lavoratore, può segnalarsi una recente sentenza della Cassazione riguardante una controversia tra la società Autostrade Concessioni S.p.a. ed un suo lavoratore dipendente.
Questi (secondo quanto risulta dalla sentenza 7 novembre 2005, n. 21479 della Cassazione) ha convenuto in giudizio, mediante un ricorso depositato in data 9 marzo 2001, la suddetta società, chiedendo che fosse dichiarata l'illegittimità del licenziamento intimatogli con lettera del 30 novembre 2000. 
Il lavoratore dipendente, che svolgeva le mansioni di esattore presso un casello autostradale, ha precisato, nel ricorso predetto, di aver subito, nel periodo intercorso tra giugno e luglio del 2000, tre rapine a mano armata durante il turno notturno e di aver chiesto invano, alla società datrice di lavoro, l'adozione di misure di sicurezza volte a tutelare la sicurezza dei lavoratori addetti al casello. 
Egli, inoltre, dopo aver inutilmente diffidato la società, aveva comunicato a questa che intendeva astenersi dal lavoro con diritto alla retribuzione a decorrere dal 15 ottobre del 2000. 
La società datrice di lavoro, a sua volta, aveva contestato l'assenza ingiustificata al lavoratore, indi aveva licenziato quest'ultimo.

Il giudice del lavoro presso il Tribunale di Verbania, con sentenza emessa in data 19 settembre 2001, ha rigettato la domanda del lavoratore dipendente.

La Corte d'appello di Torino ha, parimenti, rigettato l'appello proposto dal lavoratore medesimo. Secondo quanto rilevato dalla Corte anzidetta, non era necessario accertare se le misure di sicurezza affettivamente adottate dalla società datrice di lavoro garantissero o meno la sicurezza dei lavoratori ovvero se fossero individuabili altre misure di sicurezza più efficaci, giacché, quand'anche fosse stato acclarato un parziale inadempimento del datore di lavoro agli obblighi derivanti dall'art. 2087 cod.civ., sarebbe comunque mancata la proporzionalità necessaria per applicare l'art. 1460 cod.civ. e ritenere giustificata, di conseguenza, l'astensione del dipendente dall'attività lavorativa. 
Difatti, (sempre secondo la Corte d'appello di Torino) se anche la società datrice di lavoro non avesse adempiuto, in parte, agli obblighi derivanti dall'art. 2087 cod.civ., essa avrebbe posto in essere pur sempre un inadempimento parziale e, pertanto, il rifiuto totale della prestazione lavorativa, da parte del dipendente, non sarebbe stato in ogni caso proporzionato al parziale (e cronologicamente precedente) inadempimento della società suindicata. Conseguentemente, la Corte d'appello di Torino, ha ritenuto che l'art. 1460 cod.civ., e la correlata eccezione d'inadempimento, non fosse applicabile nel caso di specie. 
Per comprendere l'itinerario logico seguito dalla Corte d'appello di Torino, occorre tener presenti gli artt. 1460 e 2087 cod.civ.
Il primo articolo prevede quanto segue: «nei contratti con prestazioni corrispettive, ciascuno dei contraenti può rifiutarsi di adempiere la sua obbligazione, se l'altro non adempie o non offre di adempiere contemporaneamente la propria, salvo che termini diversi per l'adempimento siano stati stabiliti dalle parti o risultino dalla natura del contratto. 
Tuttavia non può rifiutarsi la esecuzione se, avuto riguardo alle circostanze, il rifiuto è contrario alla buona fede». 
Inoltre, secondo il disposto dell'art. 2087 cod.civ., «l'imprenditore è tenuto ad adottare nell'esercizio dell'impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro». 
La Cassazione , ricostruendo il caso in esame e riferendosi precisamente all'appello, ha effettuato una precisazione ulteriore: « la Corte territoriale aggiungeva […] che anche a volere ritenere fondato l'addebito mosso dal lavoratore alla società Autostrade di non avere adeguatamente provveduto a tutelare la sicurezza dei propri dipendenti per i rischi extralavorativi in violazione dell'art. 2087 c.c., tale inadempimento non avrebbe potuto essere considerato grave sia perché si trattava di un inadempimento relativo a uno solo dei profili di tutela della sicurezza dei lavoratori e sia perché non poteva essere addebitata alla società Autostrade la totale assenza di misure di sicurezza ma, eventualmente, soltanto la mancata adozione di misure di sicurezza più idonee e non facilmente individuabili» [Cass. sent. n. 21479/2005].

La Corte di Cassazione, nel caso di specie, ha statuito quanto segue: «nei contratti a prestazioni corrispettive, quando una delle parti giustifica il proprio inadempimento con l'inadempimento dell'altra, occorre procedere alla valutazione comparativa del comportamento dei contraenti non soltanto in riferimento all'elemento cronologico delle rispettive inadempienze, ma anche in relazione ai rapporti di causalità e di proporzionalità di tali inadempienze rispetto alla funzione economico-sociale del contratto al fine di stabilire se effettivamente il comportamento di una parte giustifichi il rifiuto dell'altra di eseguire la prestazione dovuta, tenendo presente che va, in primo luogo, accertata la sussistenza della gravità dell'inadempimento cronologicamente anteriore, perché quando questo non è grave, il rifiuto dell'altra parte di non adempiere non è di buona fede e, quindi, non è giustificato (v. pronunce di questa Corte 4743/1998; 10668/1999; 699/2000; 8880/2000 ecc.). Va inoltre aggiunto che il requisito della buona fede previsto dall'art. 1460 c.c. per la proposizione dell'eccezione inadimplenti non est adimplendum sussiste quando, nella comparazione tra inadempimento cronologicamente anteriore e prestazione corrispettiva rifiutata, il rifiuto sia stato determinato non solo da un inadempimento grave, ma anche da motivi corrispondenti agli obblighi di correttezza che l'art. 1175 impone alle parti in relazione alla natura del contratto e alle finalità da questo perseguite (v. pronuncia di questa corte 4743/1998)» [Cass. sent. n. 21479/2005]. 
La Corte Suprema ha altresì puntualizzato: «In particolare con riferimento al contratto di lavoro l'ipotesi del sopravvenuto venir meno in modo totale o parziale della prestazione lavorativa tale da giustificare il licenziamento ex art. 18 l . 300/1970 per giusta causa o per giustificato motivo ai sensi dell'art. 3 l . 604/1996 non è ravvisabile se il mancato o non completo adempimento del lavoratore trova giustificazione nella mancata adozione da parte del datore di lavoro delle misure di sicurezza che, pur in mancanza di norme specifiche, il datore è tenuto ad osservare a tutela dell'integrità fisica e psichica del prestatore di lavoro e se quest'ultimo prima dell'inadempimento secondo gli obblighi di correttezza informa il datore di lavoro circa le misure necessarie da adottare a tutela dell'integrità fisica e psichica del lavoratore, sempre che tale necessità sia evidente o, comunque, accertabile o accertata» [Cass. sent. n. 21479/2005]. 
Pertanto, in virtù di tale pronunzia, si può asserire che l'inadempimento (anche completo) della prestazione lavorativa , posto in essere dal lavoratore dipendente, è giustificato (e non può costituire motivo di licenziamento per giusta causa) quando il datore di lavoro non abbia adottato, pur in mancanza di norme specifiche, tutte le misure di sicurezza necessarie al fine di preservare l'integrità fisica e psichica del dipendente e costui abbia, conformemente agli obblighi di correttezza, informato tempestivamente, vale a dire prima di porre in essere l'inadempimento (derivante dall'astensione del dipendente dall'attività lavorativa), il datore di lavoro circa le misure necessarie da adottare per tutelare l'integrità predetta. E' altresì essenziale che la necessità delle misure di sicurezza sia evidente o, comunque, accertabile o accertata. 
Altre precisazioni della Corte di Cassazioni meritano di essere segnalate. Anzitutto , riguardo al rischio denunciato dal lavoratore , la Corte suddetta ha chiarito: “[…] Va, intanto, osservato che è erronea l'affermazione della corte territoriale, secondo la quale l'obbligo del datore di lavoro di assicurare al lavoratore misure di sicurezza idonee a garantirgli la integrità fisica e morale nell'adempimento della prestazione lavorativa avrebbe avuto ad oggetto un rischio di natura extra-lavorativa. Il rischio denunciato dal lavoratore, invece, era lavorativo, posto che trovava occasione nell'adempimento della sua prestazione” [Cass. sent. n. 21479/2005]. 
In secondo luogo, la Corte di Cassazione ha enucleato l'iter logico che deve orientare l'applicazione dell'art. 1460 cod.civ .: “[…] Nella specie, invece, la Corte d'appello di Torino ha esaminato la comparazione delle inadempienze in base al criterio quantitativo e non già a quello qualitativo ossia ha comparato i due contrapposti inadempimenti non già in riferimento alla loro natura e gravità, bensì alla totale o parziale mancata esecuzione delle fondamentali prestazioni corrispettive del contratto di lavoro. In riferimento alla scriminante di cui all'art. 1460 c.c. andava invece valutata la natura della complessiva obbligazione incombente sul datore di lavoro e comprendente anche l'obbligo di adozione di tutte le misure di sicurezza idonee ad assicurare la tutela dell'integrità fisica del lavoratore in relazione all'organizzazione dell'azienda. Una volta accertata l'inosservanza di tale obbligo di adozione delle misure di sicurezza, avrebbe dovuto esser cura del giudice di merito accertare, a sua volta, previo libero apprezzamento delle risultanze di tutte le circostanze evidenziate dai testi o da ritenere acquisibili al processo se non come fatti notori (successive rapine allo stesso casello in occasione delle quali sono stati feriti esattori ivi addetti e successiva adozione delle misure di sicurezza già richieste dal M.) quanto meno se e come fatti non contestati, se fosse stata o no giustificata secondo correttezza e buona fede la risposta di inadempimento del lavoratore. Pertanto, in accoglimento del proposto ricorso, la sentenza impugnata va cassata con rinvio, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte d'appello di Genova, la quale si uniformerà, nella definizione della controversia, ai principi di diritto sopra sottolineati e sorreggerà la decisione con motivazione esauriente e immune dai vizi logici e giuridici in cui è incorsa la Corte d'appello di Torino e sopra evidenziati” [Cass. sent. n. 21479/2005]. 
La Cassazione dunque, nella sentenza poc'anzi citata, precisa che il raffronto tra i due inadempimenti (cioè, nel caso di specie, quello del datore di lavoro e quello del dipendente) deve essere, in relazione all'eccezione di inadempimento prevista dall'art. 1460 cod.civ. , di carattere qualitativo e non già quantitativo, ossia il giudice deve stabilire se l'inadempimento cronologicamente successivo si può giustificare come, per così dire, risposta all'inadempimento cronologicamente anteriore secondo correttezza e buona fede. Tale giudizio (che comporta la valutazione della natura e della gravità dei due inadempimenti) deve orientare la decisione del giudice in ordine all'applicazione dell'art. 1460 cod.civ., e giammai il riferimento, di carattere quantitativo, alla totale o parziale mancata esecuzione delle fondamentali prestazioni corrispettive del contratto di lavoro.

 

 
Non è richiedibile il danno catastrofale in caso di coma PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Giovedì 25 Settembre 2014 14:20

Nota introduttiva:

Il danno catastrofale è il danno non patrimoniale conseguente alla sofferenza patita dalla persona che, a causa delle lesioni sofferte nel lasso di tempo compreso tra l'evento che le ha provocate e la morte, assiste alla perdita della propria vita. Tale danno è distinto dal danno biologico e terminale o tanatologico che è il danno connesso alla perdita della vita come massima espressione del bene salute.

Il danno catastrofale può essere risarcito a condizione che la vittima, compatibilmente con la situazione del momento, abbia avuto la lucida consapevolezza della fine. Tale consapevolezza - che non è affatto esclusa per la tenera età della vittima - è comunque da escludere a partire dal momento in cui la vittima è entrata in coma, perchè il sicuro stato di incoscienza esclude l'esistenza di una sofferenza giuridicamente rilevante, sicchè correttamente la Corte veneziana ha escluso ogni risarcimento in relazione a quella fase.

 

Cassazione civile, sezione terza, sentenza del 11.7.2014, n. 15909

...omissis...

1.1. Il motivo non è fondato.

La giurisprudenza di questa Corte ha in più occasioni affermato che i genitori di un minore che sia morto in conseguenza di un fatto illecito sono potenzialmente titolari di un diritto al risarcimento del danno che deriva dalla lesione di un'aspettativa alla produzione di un reddito futuro; ciò in quanto può ritenersi, ragionando in astratto, che il minore, una volta divenuto maggiorenne, avrebbe in qualche misura contribuito ai redditi della famiglia.

Trattandosi, però, di un diritto non automatico, si è detto che i genitori, per dare prova della frustrazione di quell'aspettativa, hanno l'onere di allegare e dimostrare che il figlio deceduto avrebbe verosimilmente contribuito ai bisogni della famiglia. A tal fine la previsione va operata sulla base di criteri ragionevolmente probabilistici, non già in via astrattamente ipotetica, ma alla luce delle circostanze del caso concreto, conferendo rilievo alla condizione economica dei genitori sopravvissuti, alla età loro e del defunto, alla prevedibile entità del reddito di costui, dovendosi escludere che sia sufficiente la sola circostanza che il figlio deceduto avrebbe goduto di un reddito proprio (sentenze 3 maggio 2004, n. 8333, 28 agosto 2007, n. 18177, 27 aprile 2010, n. 10074, 11 maggio 2012, n. 7272); la relativa prova può essere data anche tramite presunzioni (sentenza 14 febbraio 2007, n. 3260).

Nel caso specifico la Corte d'appello, con una valutazione di merito correttamente argomentata e priva di vizi logici, ha ritenuto che, in considerazione della giovanissima età della vittima (tre anni), non fosse possibile compiere alcuna valutazione presuntiva che non corresse il rischio di essere arbitraria. Ha motivato tale decisione, ricordando che non era possibile prevedere nè quali sarebbero state le inclinazioni del figlio, nè la sua disponibilità ad aiutare i genitori, nè, tantomeno, quale sarebbe stata la situazione di questi ultimi una volta che il figlio fosse divenuto adulto. Si tratta - come facilmente si coglie - di una valutazione squisitamente di merito sulla quale questa Corte non ha motivo di intervenire, trattandosi, appunto, di decisione argomentata correttamente.

E' vero che i genitori hanno sempre dichiarato di svolgere un'attività di ristorazione (pizzeria), sostenendo che ciò poteva da solo essere sufficiente a dimostrare che il piccolo, una volta divenuto adulto, avrebbe aiutato tale attività, collaborando al menage domestico. Ma ciò non può essere sufficiente, perchè la valutazione prognostica che si chiede al giudice rischierebbe davvero di diventare, in una simile ipotesi, piuttosto una profezia che non una ragionevole previsione; nè si può dire che il figlio di un ristoratore sarà, per ciò stesso, ristoratore anch'egli.

2. Con il secondo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all'art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3), 4) e 5), violazione degli artt. 1223, 2056 e 2059 c.c., oltre a motivazione contraddittoria su più punti i decisivi e motivazione assente.

Osservano i ricorrenti che la sentenza conterrebbe due errori in ordine all'entità del risarcimento del danno relativo alla sofferenza patita dalla piccola vittima nei giorni precedenti la morte. La censura si appunta da un lato sull'omesso riconoscimento di un qualsiasi risarcimento per il periodo in cui il bambino è stato in coma, negando quindi la conseguente sofferenza; e, per il periodo antecedente il coma, il ricorso censura l'esiguità del risarcimento di Euro 9.000, stabilita senza alcuna adeguata motivazione e senza tenere conto dell'esigenza di un giusto riconoscimento anche sulla base delle tabelle prescelte, tanto più importante in quanto relativa ad una fine terribile (morte per soffocamento).

2.1. Il motivo non è fondato.

La censura, come si è visto, si articola in due diversi profili: da un lato concerne l'omessa liquidazione di una qualsiasi somma per il periodo nel quale il bambino fu in coma; dall'altro, contesta l'esiguità della somma liquidata dalla Corte d'appello per il periodo che precedette il coma.

Quanto al primo profilo, la sentenza non merita alcuna censura, avendo deciso la questione in armonia alla giurisprudenza di questa Corte secondo cui il c.d. danno catastrofale, che è diverso dal danno tanatologico, può essere risarcito a condizione che la vittima, compatibilmente con la situazione del momento, abbia avuto la lucida consapevolezza della fine (v. sentenze 24 marzo 2011, n. 6754, e 21 marzo 2013, n. 7126). Tale consapevolezza - che non è affatto esclusa per la tenera età della vittima, come la stessa Corte d'appello ha riconosciuto, riformando in parte la sentenza di primo grado - è comunque da escludere a partire dal momento in cui la vittima è entrata in coma, perchè il sicuro stato di incoscienza esclude l'esistenza di una sofferenza giuridicamente rilevante, sicchè correttamente la Corte veneziana ha escluso ogni risarcimento in relazione a quella fase.

 

Più delicata è, all'evidenza, l'altra questione, relativa alla concreta determinazione del quantum in relazione al periodo precedente il coma. La Corte di merito, riformando sul punto la sentenza del Tribunale, ha riconosciuto a questo titolo la somma di Euro 9.000; la difesa dei ricorrenti ha particolarmente insistito sull'esiguità di tale somma alla luce della terribile sofferenza patita dal piccolo, così come è stata descritta dalla Corte d'appello, ed ha richiamato la sentenza delle Sezioni Unite 11 novembre 2008, n. 26973, nella quale una liquidazione di danno disposta ad analogo titolo è stata ritenuta "palesemente inadeguata".

Rileva questa Corte, però, che la sentenza impugnata resiste alle censure che le vengono mosse. Ed invero, è evidente che una valutazione di questo genere - che riguarda la liquidazione di un danno morale - è per sua stessa natura rimessa alla prudente valutazione del giudice di merito; ciò non significa che questi diventi padrone assoluto ed arbitrario di simile decisione, ma soltanto che la Corte di legittimità è ammessa a sindacarla in caso di evidente inadeguatezza. Ora, il confronto con la fattispecie di cui alla citata sentenza delle Sezioni Unite non è calzante; in quella occasione, infatti, fu ritenuta incongrua una liquidazione di Euro 5.000 per la morte di un ragazzo di diciassette anni che era rimasto per circa undici ore in attesa consapevole della fine, tanto lucido da rispondere addirittura alle domande. Diverso è il caso in esame, in cui un bambino di quasi tre anni rimase per circa due ore in progressiva carenza di aria.

Questa Corte è perfettamente consapevole del fatto che non è possibile compiere una sorta di graduazione del dolore secondo una scala misurabile con criteri oggettivi; ed inorridisce alla sola idea che un dolore così tragico quale quello della perdita di un figlio possa essere al centro di una discussione economica, poichè è evidente l'incommensurabile distanza che esiste tra la sofferenza ed il risarcimento. E tuttavia i giudici sono chiamati anche a questo difficile compito, che impone loro di assumere una decisione, liquidando una somma di denaro; e, nella specie, non si ritiene che la sentenza impugnata meriti di essere cassata sotto questo profilo.

3. Con il terzo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), motivazione contraddittoria su più punti decisivi e mancata adeguata considerazione delle cause della morte e dell'entità del dolore dei superstiti.

Le doglianze prospettate sono sostanzialmente due.

Da un lato si osserva che la sentenza non avrebbe tenuto conto del fatto che la morte del bambino poteva, nel caso in esame, essere evitata, sicchè la sofferenza e la rabbia dei familiari per questa fine avrebbe meritato un accresciuto risarcimento, non potendo accettarsi la motivazione della Corte d'appello secondo la quale il decesso per malasanità non comporta per questo una sofferenza maggiore. Da un altro lato, poi, si censura la liquidazione del danno morale, osservando che anche il padre avrebbe avuto diritto allo stesso (accresciuto) risarcimento riconosciuto alla madre, avendo anch'egli costantemente partecipato alla sofferenza del figlio, e lamentando il carattere "irrisorio" del danno liquidato in favore della sorella.

3.1. Il motivo non è fondato.

La prima parte della censura è evidentemente da respingere. Pur con tutta la comprensibile difficoltà di accettare che la morte di un bambino di tre anni avvenga, all'interno di una struttura ospedaliera, per evidenti e provate negligenze dei sanitari della medesima, questa Corte non può avallare la pretesa dei ricorrenti secondo cui, in sostanza, la morte per malasanità meriterebbe un risarcimento maggiore. La morte è la morte, comunque la si debba affrontare; e la morte di un figlio, per di più così piccolo, si connota per l'evidente tragicità; ma non per questo può sostenersi che vada riconosciuto eo ipso un danno maggiore.

3.2. Quanto alla seconda parte della censura, non sussiste alcun vizio di motivazione nella sentenza in esame. Essa, anzi, ha fornito un'ampia e dettagliata motivazione delle ragioni per le quali ha ritenuto di liquidare alla mamma del piccolo M. una somma più alta di quella riconosciuta dalle tabelle applicate, senza che si potesse ammettere analogo risarcimento anche per il padre; ed ha dato conto anche delle ragioni per cui ha considerato corretta la liquidazione in favore della sorella, siccome rientrante nelle medie tabellari. Ha osservato la Corte d'appello che la madre "seguì costantemente la situazione e fu presente nelle poche ore in cui il bambino andò aggravandosi respirando sempre più a fatica", sicchè "il calvario del figlio divenne, con crescente progressione, ancor più doloroso per la madre". Non si tratta, quindi, di affermare - come qualcuno potrebbe obiettare - che la madre soffre di più del padre; ma si tratta di riconoscere che il giudice di merito, con una valutazione tipicamente di sua competenza, ha ritenuto di liquidare una somma maggiore alla sola madre, dando conto con adeguata motivazione di siffatta decisione. E tale differenziazione è stata utilizzata dalla Corte d'appello, tra l'altro, per consentire di incrementare il risarcimento oltre i limiti delle tabelle assunte a parametro.

4. Con il quarto motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all'art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5), violazione degli artt. 1223, 2056 e 2059 c.c., e degli artt. 2, 29 e 30 Cost., per lesione del diritto al vincolo dell'unità familiare, nonchè ulteriore violazione degli artt. 2727 e 2729 c.c., degli artt. 115 e 116 c.p.c., oltre a motivazione contraddittoria su più punti decisivi della controversia.

Il ricorso - trascrivendo ampie parti del motivo di appello che aveva interessato lo stesso profilo - lamenta che l'impugnata sentenza non abbia riconosciuto alcunchè a titolo di lesione del c.d. danno esistenziale. Si rammenta, al riguardo, che la lesione del danno non patrimoniale derivante dalla perdita del rapporto parentale ha sicura copertura costituzionale, sicchè non riconoscere un ulteriore risarcimento, in aggiunta a quello liquidato per il danno morale, rappresenterebbe una lesione di tutte le disposizioni sopra richiamate. L'allegazione dell'esistenza di tale vincolo, unito ai criteri presuntivi ed alle massime di comune esperienza, avrebbe dovuto indurre alla liquidazione anche di detta voce di danno.

4.1. Il motivo non è fondato.

4.2. La sentenza impugnata, infatti, con una motivazione bene argomentata e, in un certo senso, anticipatrice di quelli che sarebbero stati i successivi sviluppi della giurisprudenza di questa Corte, ha affermato che non è escluso che si debba risarcire un danno ulteriore rispetto a quello morale e a quello biologico, ma ha chiarito che ciò implica la determinazione di un danno che superi la normale sofferenza derivante da un evento come quello di cui si discute nell'odierno giudizio. Ha osservato la Corte d'appello che non è sufficiente "l'affermazione che il decesso di un congiunto abbia determinato uno sconvolgimento nella vita familiare, che costituisce normale conseguenza dolorosa e concreta di simile evento luttuoso"; è invece necessario "che dall'evento sia sorto un pregiudizio diverso e per c.d. maggiore rispetto alla normalità e soprattutto che dello stesso non ci si limiti a darne generica qualificazione, ma se indichi la natura e se ne dia la prova"; prova che, nella specie, non era stata data.

4.3. E' singolare osservare come questa motivazione, benchè precedente, si ponga in linea non solo con la nota sentenza delle Sezioni Unite 11 novembre 2008, n. 26972, ma anche con i successivi e più recenti sviluppi della giurisprudenza di questa Corte sull'argomento (v. le sentenze 20 novembre 2012, n. 20292, 22 agosto 2013, n. 19402, e 23 gennaio 2014, n. 1361). Nelle pronunce in ultimo richiamate - alle quali la sentenza odierna intende dare continuità - si è ribadito che il danno biologico , il danno morale ed il danno alla vita di relazione rispondono a prospettive diverse di valutazione del medesimo evento lesivo, che può causare, nella vittima e nei suoi familiari, un danno medicalmente accertato, un dolore (interiore e un'alterazione della vita quotidiana, sicchè il giudice di merito deve valutare tutti gli aspetti della fattispecie dannosa, evitando duplicazioni, ma anche "vuoti" risarcitori e, in particolare, per il danno da lesione del rapporto parentale, deve accertare, con onere della prova a carico dei familiari della persona deceduta, se, a seguito del fatto lesivo, si sia determinato nei superstiti uno sconvolgimento delle normali abitudini tale da imporre scelte di vita radicalmente diverse.

La sentenza impugnata ha fatto buon governo di questi principi, precisando, come si è detto, che era mancata la prova di simile sconvolgimento della vita familiare. Ed anche il ricorso, in definitiva, pone critiche che, su questo punto, non superano la soglia di una generica contestazione.

Nessuna delle prospettate violazioni di legge, dunque, è ravvisabile nella sentenza in esame in ordine al danno da rottura delle relazioni familiari.

5. Con il quinto motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), insufficiente motivazione sul punto decisivo della controversia costituito dalla individuazione della tabella per la liquidazione dei danni morali.

 

Rilevano i ricorrenti che la liquidazione del danno morale sulla base delle tabelle in uso nel Triveneto, senza fornire alcuna motivazione circa le tabelle adottate dal Tribunale di Milano e dal Tribunale di Roma, rappresenta un vizio di motivazione, non essendo tollerabile che "la stessa morte a Milano venga pagata 200.000 Euro ed a Venezia 100.000". Ciò avrebbe dovuto imporre alla Corte di dare conto con maggiore ampiezza delle tabelle prescelte, compiendo anche i dovuti confronti con le altre tabelle sopra indicate, alle quali viene ormai riconosciuta una valenza generale.

5.1. Il motivo non è fondato.

Si rileva, innanzitutto, che la censura è posta in termini alquanto generici - non è tollerabile, si dice, che "la stessa morte a Milano venga pagata 200.000 Euro ed a Venezia 100.000" - poichè non specifica in modo adeguato quale sia la vera differenza di valore tra le tabelle e non indica, neppure in via approssimativa, quale sarebbe stata la liquidazione congrua secondo le tabelle in uso presso il Tribunale di Milano. Il che è tanto più significativo ove si pensi che la Corte d'appello ha liquidato in favore della ricorrente S.I. una somma volutamente maggiore rispetto ai massimi previsti dalle tabelle del Triveneto che i giudici veneziani hanno dichiarato di applicare.

Ma non è tutto. Secondo la nota sentenza 7 giugno 2011, n. 12408, di questa Corte, peraltro pronunciata in epoca successiva rispetto alla sentenza oggi in esame, il criterio di liquidazione predisposto dal Tribunale di Milano, essendo già ampiamente diffuso sul territorio nazionale, garantisce quell'uniformità di trattamento che è un indubbio obiettivo di uguaglianza sostanziale alla quale si deve mirare in sede di liquidazione del danno alla persona. In quella pronuncia, peraltro, si è anche riconosciuto che l'applicazione di diverse tabelle, ancorchè comportante liquidazione di entità inferiore a quella che sarebbe risultata sulla base dell'applicazione delle tabelle di Milano, può essere fatta valere, in sede di legittimità, come vizio di violazione di legge, solo in quanto la questione sia stata già posta nel giudizio di merito.

L'odierno ricorso, oltre a proporre sul punto una censura di vizio di motivazione, neppure prospetta che la questione circa l'applicazione delle tabelle sia stata avanzata davanti al giudice di merito e dal medesimo disattesa. Ne consegue, quindi, che la censura non può trovare spazio per la prima volta in sede di legittimità.

6. Il ricorso, pertanto, è rigettato.

In considerazione, peraltro, della tragicità dell'evento e della complessità e delicatezza delle questioni giuridiche trattate, la Corte stima equo disporre l'integrale compensazione delle spese del giudizio di cassazione tra tutte le parti.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa integralmente le spese del giudizio di cassazione tra tutte le parti.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Terza Civile, il 14 maggio 2014.

Depositato in Cancelleria il 11 luglio 2014

 
Sappiamo davvero compilare una cartella? PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Venerdì 19 Settembre 2014 06:33

Per chiarirsi le idee su come debba veramente essere compilata una cartella è d'aiuto conoscere alcune sentenze in merito.

 

Cartella clinica aggiornata ad intermittenza? E' falso in atto pubblico

Cassazione penale sez. V, sentenza 11.09.2013 n° 37314

Integra il reato di falso in atto pubblico l'annotazione «ora per allora» apposta sulla cartella clinica del paziente, essendo del tutto irrilevante la veridicità del contenuto della modifica. Precisato che la cartella clinica rappresenta un vero e proprio "diario" contenente tutti i fatti clinici correlati alla malattia del paziente, la falsità punibile si estende anche alle annotatazioni effettuate in un momento successivo senza una valida ragione. E' quanto emerge dalla sentenza 11 settembre 2013, n. 37314 della Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione.

 

Nel caso di specie una dipendente ospedaliera è stata sottoposta a procedimento penale per il reato di falso materiale in atto pubblico (art. 476, c.p.), per aver apposto, a distanza di molto tempo, una dicitura specificativa su una cartella clinica relativa all'esito di un esame della quale il paziente non era stato notiziato. All'esito del giudizio di primo grado il Gip assolveva l'imputata, ritenendo assente l'elemento soggettivo del reato, sul presupposto della natura sostanzialmente veritiera della aggiunta apposta sulla cartella clinica, a nulla rilevando la ritardata comunicazione al paziente di quanto rettificato.

I giudici di appello ritenevano, invece, che l'aggiunta incriminata dovesse considerarsi penalmente rilevante, non potendosi ammettere integrazioni della cartella clinica dei pazienti con efficacia «ora per allora», se si considera come la funzione tipica della cartella sia quella di rappresentare, sottoforma di «diario», l'esatto decorso dello stato di salute dell'interessato.

Secondo gli ermellini, in primo luogo, non può dubitarsi della natura di atto pubblico della cartella clinica redatta dal medico di una struttura sanitaria pubblica, in ogni parte di essa, avendo natura di atto pubblico munito di fede privilegiata, con riferimento alla sua provenienza dal pubblico ufficiale e ai fatti da questi attestati come avvenuti in sua presenza; l'atto adempie alla funzione di diario della malattia e di altri fatti clinici rilevanti.

Sulla basi di tali considerazioni, a parere dei giudici della Quinta Sezione Penale, "sussiste il reato di falso ogni qual volta si intervenga con modifiche su di un atto già definitivamente formato, pur quando l'intento dell'agente sia quello di renderne il contenuto conforme al vero. Se così è, ne deriva che la coscienza e la volontà di operare un tale intervento non può non equivalere a quella di realizzare una diretta, effettiva e riconoscibile lesione proprio del bene giuridico protetto dalla norma, a nulla rilevando che, per mero errore di diritto circa la effettiva portata della norma medesima, di detta lesione il soggetto possa non avere piena consapevolezza".

I dati del paziente oltre che corrispondenti al vero, devono essere annotati nello specifico momento in cui rilevano; la cartella, infatti, acquisisce carattere definitivo in relazione ad ogni singola annotazione "ed esce dalla sfera di disponibilità del suo autore nel momento stesso in cui la singola annotazione viene registrata".

 

 

Cartella clinica, atto pubblico, sanitario, pubblico ufficiale, aggiunta, falso materiale
Cassazione penale , sez. V, sentenza 21.11.2011 n° 42917

La cartella clinica, redatta da un sanitario di un ospedale pubblico, è caratterizzata dalla produttività di effetti incidenti su situazioni giuridiche soggettive di rilevanza pubblicistica, nonché dalla funzione della documentazione di attività compiute (o non compiute) dal pubblico ufficiale che ne assume la paternità. Ne deriva che le modifiche, le aggiunte, le alterazioni e le cancellazioni integrano falsità in atto pubblico, punibili in quanto tali. Nessun rilievo può essere riconosciuto all'intento dell'autore, posto che la fattispecie è caratterizzata da dolo generico e non da dolo specifico. (Fattispecie in cui è risultato accertato che successivamente alla data indicata nel diario giornaliero erano stati indicati fatti non contestualmente al loro verificarsi. In tal modo, il diario clinico, dopo la sua definitiva formazione, la contestuale fine dell'analisi clinica e delle disposizioni terapeutiche del medico, dopo l’uscita del documento dalla disponibilità integrativa del suo autore, ha subito successivamente un'aggiunta, che ne ha alterato il contenuto e conseguentemente la funzione. E' stato pertanto ritenuto sussistente il falso materiale ex art. 476 c.p.)

 

Sanitario altera la cartella clinica? Condannato per falso in atto pubblico

Cassazione penale , sez. V, sentenza 21.11.2011 n° 42917

La sentenza 21 novembre 2011, n. 42917 della Cassazione contribuisce a puntualizzare le modalità di tenuta della cartella clinica da parte del medico ospedaliero, individuando i profili di responsabilità penale in ordine alla sua compilazione.

La cartella clinica può essere definita come “documento che contiene, oltre ai dati anagrafici, tutti gli atti e le annotazioni concernenti le prestazioni sanitarie effettuate sulla persona ricoverata; quindi consiste nella registrazione dei rilievi clinici, degli indirizzi diagnostici e dei dispositivi terapeutici: è una costante certificazione di ciò che si rileva e ciò che si fa”. (1)

La cartella clinica, che va annoverata nella categoria degli atti pubblici, e dalla dottrina giuridica considerata di composita natura (atto giuridico dovuto, atto ricognitivo consistente in una dichiarazione di scienza, verbalizzazione), trova del DPR n. 128 del 27 marzo 1969 un importante riferimento normativo. L'art. 7 di detto decreto attribuisce al direttore dell'U.O.  la responsabilità della regolare compilazione delle cartelle cliniche, dei registri nosologici e della loro conservazione.

Nel caso venuto all'esame della corte di Cassazione si è accertato che il medico, successivamente alla data indicata nel diario giornaliero, ha indicato dei fatti non contestualmente al loro verificarsi: da ciò la condanna ad otto mesi di reclusione per il reato di cui all'art. 476 c.p, che punisce il pubblico ufficiale che, nell'esercizio delle sue funzioni, forma, in tutto od in parte, un atto falso o altera un atto vero. Se la falsità concerne un atto o parte di un atto, che faccia fede sino a querela di falso, la reclusione è da tre a dieci anni.

 

 

I dati personali contenuti nella cartella clinica debbono essere leggibili
Garante Privacy , newsletter 31.03.2003

Se la cartella clinica è illeggibile per la grafia di chi l’ha redatta, deve essere trascritta in modo che le informazioni in essa contenute risultino chiare per il malato. La leggibilità delle informazioni è la prima condizione per la loro piena comprensione.

Lo ha precisato l’Autorità Garante accogliendo il ricorso di un paziente che lamentava un riscontro inadeguato da parte dell’azienda ospedaliera cui si era rivolto chiedendo la comunicazione in forma intelligibile dei dati personali contenuti nella sua cartella clinica. In risposta aveva ricevuto copia della cartella che, però, a suo parere, risultava illeggibile per la pessima grafia degli autori e quindi incomprensibile.

 

Falsità ideologica del sanitario che non menziona un evento nella cartella clinica

Cassazione penale , sez. V, sentenza 16.06.2005 n° 22694

La Suprema Corte affronta il problema della falsità ideologica in atti, nei quali si tace su un evento, che è invece regolarmente attestato; in virtù dell'ipotesi delittuosa prevista dall'art. 479 c.p. nel caso specifico si è condannato un medico che nel descrivere nella cartella clinica l'intervento di amniocentesi aveva omesso di menzionare l'effettuazione di un primo prelievo ematico.

Difatti la Corte sottolinea la valenza dela cartella clinica, la quale "redatta da un medico di un ospedale pubblico è caratterizzata dalla produttività di effetti incidenti su situazione soggettive di rilevanza pubblicistica, nonché dalla documentazione di attività compiute dal pubblico ufficiale che ne assume la paternità: trattasi di atto pubblico che esplica la funzione di diario dell'intervento medico e dei relativi fatti clinici rilevanti, sicchè i fatti devono essere annotati conformemente al loro verificarsi".

 

 

 

 

 
IL RUOLO DELLA VALUTAZIONE E DELL’ANALISI DI USABILITÀ NELLA RIDUZIONE DEL RISCHIO CLINICO PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Mercoledì 24 Settembre 2014 13:56

WORKSHOP

Come migliorare la sicurezza di pazienti e operatori nell’uso dei dispositivi medicali

31 Ottobre 2014

Firenze, Via Giulio Cesare Vanini, 15

Sede dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Firenze

Comitato organizzatore: Giovanni Barbagli, Sergio Boncinelli, Eugenio Cortigiano, Maurizio Filice, Antonio Panti, Riccardo Tartaglia

 

Presentazione del workshop

Dal 1/06/2012 in Europa e in Canada e dal 1/07/2013 negli Stati Uniti è stata recepita la Terza Edizione della norma IEC 60601-1 “Medical Electrical Equipment - Part 1: General requirements for basic safety and essential performance” ed, in particolare, lo standard collaterale IEC 60601-1-6 relativo all’Usabilità delle Apparecchiature Elettromedicali.

Il tema dell’usabilità si inserisce in quello della sicurezza in ambito sanitario ed, in particolare, in quello della riduzione del rischio clinico relativo all’uso dei dispositivi elettromedicali, in quanto un maggiore livello di usabilità determina una riduzione di tale rischio. I sistemi di risk management sono infatti sempre più attenti all’ individuazione dei livelli di sicurezza ed alla possibilità di ridurre sempre di più i rischi legati all’impatto tecnologico su pazienti ed operatori.

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 24 Settembre 2014 13:57
 
Privacy: le regole per il trattamento dei dati nelle strutture sanitarie PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Giovedì 11 Settembre 2014 16:22

Le strutture sanitarie, le case di cura, gli ambulatori medici, le case di riposo sono luoghi dove sono contenute e gestite molte informazioni relative ai pazienti: dai semplici dati anagrafici ai dati relativi allo stato di salute (dati sensibili). 
Questi dati sensibili possono essere molteplici: analisi mediche, referti, cartelle dei pazienti, ricette, immagini riprese con sistemi di videosorveglianza, informazioni relative a patologie specifiche.
Viene da chiedersi se le strutture sanitarie nella gestione di tutti questi dati e informazioni sono in regola con quanto previsto dal Codice della Privacy e dal Garante per la protezione dei dati.
Gli adempimenti sono numerosi e coinvolgono un certo numero di persone: dal personale amministrativo ai medici, dagli infermieri agli ausiliari, non dimenticando tutto quel personale volontario che entra nella struttura sanitaria. 
A tal proposito il Garante a richiamato “le strutture ad assicurare l'adozione di interventi finalizzati ad offrire un servizio più rispettoso dei diritti e della dignità del malato per garantire una maggiore tutela della riservatezza dei malati”.
L' intervenuto del Garante è scaturito da vari casi in cui alcuni pazienti si erano lamentati che nelle strutture sanitarie, dove erano degenti, gli operatori, dopo aver fatto compilare i moduli ai pazienti, chiedevano  la conferma delle malattie ivi indicate dinanzi ad altre persone. Così come altri pazienti avevano lamentato il recapito a casa dall’ospedale pediatrico del referto medico del figlio in busta chiusa, sulla quale era però apposto un timbro con il nome del reparto, il tipo di esame effettuato, nonché la patologia. Su questo punto il Garante ha precisato che “per una migliore tutela della privacy, la consegna dei referti deve avvenire in una busta chiusa senza alcuna indicazione esterna che permetta l’associazione tra malato e patologia”.
Ma perché succedono questi errori all’interno delle strutture sanitarie?
La risposta è semplice. Perché le strutture sanitarie negli ultimi anni hanno prodotto tutta una serie di documentazione che però è molto spesso rimasta lettera morta cioè non è stata diffusa e spiegata al personale.
Risulta necessaria oltre che obbligatoria per legge (allegato B del D.Lgs.196/2003) la formazione per tutto il personale soprattutto in merito alle disposizioni del Garante 
Il Garante ha ribadito (Provvedimento 9 novembre 2005) che al cittadino che entra in contatto con le strutture sanitarie per diagnosi, cure, prestazioni mediche, operazioni amministrative deve essere garantita la più assoluta riservatezza e il più ampio rispetto dei suoi diritti fondamentali e della sua dignità.
Il garante ha inoltre chiarito ed esplicitato che organismi sanitari pubblici e privati (aziende sanitarie  territoriali, aziende ospedaliere, case di cura, osservatori epidemiologici regionali, servizi di prevenzione e sicurezza sul lavoro) una serie di misure da adottare per adeguare il funzionamento e l'organizzazione delle
strutture sanitarie a quanto stabilito nel Codice sulla privacy e per assicurare il massimo livello di tutela delle persone.
Di seguito una sintesi delle misure da rispettare:

  1. Tutela della dignità che deve sempre essere garantita soprattutto per le  fasce deboli (disabili, minori, anziani) e pazienti sottoposti a trattamenti medici invasivi.
  2. Riservatezza nei colloqui tra personale sanitario e paziente (prescrizione di medicine, o rilascio di certificati, consegna analisi, cartelle cliniche, prescrizioni) al fine di evitare che le informazioni sulla salute del paziente possano essere conosciute da terze persone.
  3. Distanze di cortesia devono essere predisposte operazioni amministrative allo sportello (prenotazioni) o al momento dell'acquisizione di informazioni sullo stato di salute.
  4. Le strutture sanitarie possono dare informazioni sulla presenza dei degenti nei reparti, ma solo a terzi legittimati (familiari, conoscenti, personale volontario) e previo consenso informato del paziente, se cosciente e capace, al momento del ricovero che può decidere quali soggetti possono venire a conoscenza del ricovero e del reparto di degenza.
  5. I pazienti, in attesa di una prestazione o di documentazione (es. analisi cliniche), non devono essere chiamati per nome. Risulta utile per svolgere l’attività di chiamata del paziente attribuire un codice numerico al momento della prenotazione o dell’accettazione.
  6. Non possono essere visibili al pubblico liste di pazienti in attesa di intervento e i documenti sulle condizioni cliniche del paziente ad esempio le cartelle infermieristiche poste vicino al letto di degenza.
  7. Le strutture sanitarie per dare informazioni sullo stato di salute a parenti o comunque persone diverse dal paziente hanno bisogni di avere uno specifico consenso del paziente.
  8. I soggetti terzi che hanno accesso alle strutture sanitarie (es. associazioni di volontariato), per poter conoscere informazioni sulle persone in relazione a prestazioni e cure devono rispettare tutte le regole e le garanzie previste dalle strutture sanitarie per il proprio personale, come ad esempio vincoli di riservatezza, possibilità e modalità di approccio ai degenti.
  9. I referti diagnostici, i risultati delle analisi e i certificati rilasciati dai laboratori di analisi o dagli altri organismi sanitari possono essere ritirati anche da persone diverse dai diretti interessati purché munite di delega scritta e con consegna in busta chiusa.
  10. Può essere data l’informazione relativa al passaggio o alla presenza di una persona al pronto soccorso, anche telefonicamente, ma solo ai terzi legittimati, previo consenso informato del paziente (cosciente e capace).
 
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