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La videosorveglianza sanitaria PDF Stampa E-mail
Scritto da Direttivo Nazionale AIILF   
Martedì 24 Settembre 2019 08:43

Sul tema della videosorveglianza avevamo già pubblicato questo articolo, descrivendo la situazione nell'ottica del lavoratore.

Riassumendo il controllo a distanza del dipendente è possibile esclusivamente dietro accordo sindacale ed in particolari casi.

Ma se parliamo di videosorveglianza sanitaria, stante le numerose proposte di legge presenti in Parlamento, non possiamo non considerare anche il punto di vista del paziente, spesso un soggetto debole, come minori, anziani, disabili e comunque malato, quindi con tutta la coda di problematiche relative al rispetto della privacy.

Fortunatamente, su questo fronte provvedimenti legislativi e sentenze negli anni hanno fatto luce sugli obblighi da rispettare. Già il provvedimento generale sulla videosorveglianza dell’8 aprile 2010 fissava con precisione alcuni paletti, stabilendo per esempio che l’eventuale controllo di ambienti sanitari e il monitoraggio di pazienti ricoverati in particolari reparti o ambienti (come unità di rianimazione o reparti di isolamento), stante la natura sensibile di molti dati che possono essere in tal modo raccolti, devono essere limitati ai casi di comprovata indispensabilità, derivante da specifiche esigenze di cura e tutela della salute degli interessati. Devono essere inoltre adottati tutti gli ulteriori accorgimenti necessari per garantire un elevato livello di tutela della riservatezza e della dignità delle persone malate, anche in attuazione di quanto prescritto dal provvedimento generale del 9 novembre 2005 adottato in attuazione dell’art. 83 del Codice della privacy.

Proprio per queste ragioni, è necessario determinare con precisione la localizzazione delle telecamere e le modalità di ripresa, nel rispetto dei principi fondamentali fissati dalla normativa, specie in ordine alla pertinenza e non eccedenza dei dati rispetto agli scopi perseguiti. Il titolare deve garantire che possano accedere alle immagini rilevate per le predette finalità solo i soggetti specificamente autorizzati (come il personale medico e infermieristico). Particolare attenzione deve essere riservata alle modalità di accesso alle riprese video da parte di terzi legittimati (familiari, parenti, conoscenti) di ricoverati in reparti dove non sia consentito agli stessi di recarsi personalmente (come la rianimazione). A essi può infatti essere consentita, con gli adeguati accorgimenti tecnici, la visione dell´immagine solo del proprio congiunto o conoscente. Le immagini idonee a rivelare lo stato di salute non devono essere comunque diffuse (art. 22, comma 8, del Codice). In tale quadro, va assolutamente evitato il rischio di diffusione delle immagini di persone malate su monitor collocati in locali liberamente accessibili al pubblico.

 

 
Impatto della WHO Surgical Safety Checklist sulla sicurezza del paziente PDF Stampa E-mail
Scritto da Direttivo Nazionale AIILF   
Lunedì 23 Settembre 2019 07:21

L'uso delle checklist in sala operatoria necessita di un alto grado di destrezza per poter incidere sul lavoro dei team operatori e sui processi di cura di ogni singolo paziente. Per avere un impatto efficace sulla sicurezza del paziente, l'uso delle checklist in anestesia e chirurgia deve inserirsi in un processo di miglioramento organizzativo e clinico delle procedure in sala operatoria.

L'incidenza delle complicanze chirurgiche è rimasta sostanzialmente invariata negli ultimi due decenni. Le complicanze chirurgiche più comuni sono legate alle tecniche chirurgiche, alle infezioni e alle emorragie post-operatorie. Per migliorare l'assistenza ai pazienti chirurgici sono stati individuati diversi obiettivi da raggiungere, organizzativi e clinici. L’uso di checklist in sala operatoria è un elemento potenzialmente utile ad aumentare la sicurezza del paziente. Tuttavia, la letteratura è ricca di evidenze sulla checklist molto incoerenti tra loro in merito ai risultati clinici che si possono ottenere con il loro uso.
Un recente articolo pubblicato su Anesthesiology riporta una sintesi dell'origine, dell'implementazione e dei possibili effetti clinici della WHO Surgical Safety Checklist (checklist di sicurezza chirurgica dell'OMS).
La checklist chirurgica dell'OMS è nata come semplice lista di controlli da fare, elencando quegli elementi che, se omessi o trascurati, possono essere ad alto rischio o mortali per i pazienti. Fin dal principio l'OMS ha affermato molto chiaramente che la checklist non fosse completa, incoraggiando modifiche e aggiunte per renderla adatta alle pratiche locali. Ulteriori sviluppi hanno incluso l'adattamento della checklist a specifiche procedure chirurgiche, specialmente a quelle con un alto grado di complessità, come la chirurgia robotica.

Secondo uno studio del 2009 l’introduzione della checklist chirurgica dell'OMS ha ridotto le complicanze dall'11,0 al 7,0%, con un calo della mortalità dall'1,5 allo 0,8%, in otto ospedali di otto paesi diversi. I ricercatori hanno inoltre indagato e osservato che la checklist ha avuto un impatto su alcune misure di sicurezza direttamente correlate a voci della checklist quali: valutazione oggettiva delle vie aeree prima dell'anestesia, uso del pulsossimetro, adeguata profilassi antibiotica, conferma orale dell'identità del paziente e conteggio delle garze. Un altro studio condotto in ospedali norvegesi, pubblicato nel 2015, ha evidenziato che l’introduzione della checklist chirurgica dell’OMS ha portato alla riduzione delle complicanze chirurgiche dal 19,9 al 12,4% e la durata del ricovero è stata ridotta di 0,8 giorni. Un’ulteriore analisi norvegese ha rilevato che l’uso della checklist ha portato a risultati migliori per il paziente. In particolare ha portato ad unariduzione delle infezioni, delle deiscenze delle anastomosi, delle complicazioni respiratorie, delle emorragie, delle trasfusioni di sangue e delle complicanze cardiache. L'uso della checklist ha poi portato in particolare al miglioramento dei processi di cura per contrastare l’ipotermia.
Diverse revisioni sistematiche hanno trovato prove a sostegno del fatto che l'uso delle checklist abbia effetti diretti sulle condizioni dei pazienti, riducendo le complicanze e i tassi di mortalità. L'uso della checklist ha portato ad esempio a migliorare gli esiti della chirurgia pediatrica ad alto rischio nei paesi in via di sviluppo. L’uso delle checklist, inoltre, contribuisce a migliorare il passaggio di informazioni nelle diverse fasi dell’intervento chirurgico. Pochissimi studi riportano effetti negativi delle checklist perioperatorie sui pazienti.

Non tutti gli studi però riportano risultati soddisfacenti. Chiaramente, secondo gli autori, non è possibile attendersi effetti da una checklist se questa non viene usata correttamente. Come succede per ogni altro intervento clinico, l’utilizzo della checklist necessita di destrezza perché risulti efficace.  Molti studi hanno descritto gli esiti dell’uso della checklist senza fare alcuna analisi dei processi di cura nell’ambito anestesiologico e chirurgico. La checklist, da sola, non può risolvere i problemi dei team operatori. Dove gli operatori sanitari non hanno una cultura della sicurezza e dove esistono problemi organizzativi significativi, le checklist non possono offrire alcuna soluzione.
L'implementazione delle checklist richiede tempo e perseveranza. Si tratta di un impegno a lungo termine. I responsabili di reparto devono spiegare in modo convincente al personale come utilizzare la checklist. Se i membri dello staff non vengono adeguatamente preparati, si rischia che presto subentrino frustrazione e disinteresse, che determinano poi l’abbandono della checklist. Quando poi c'è mancanza di coinvolgimento nel processo di implementazione o un utilizzo non ottimale, la checklist può avere un impatto negativo sul lavoro di squadra.

La WHO Surgical Safety Checklist, secondo gli autori dell’articolo, può essere uno strumento utile alla prevenzione delle complicanze in sala operatoria. L’uso delle checklist può ridurre il carico di lavoro critico. Se usate in modo efficace, le checklist possono migliorare la sicurezza sia in anestesia che in chirurgia, ridurre le complicanze e la mortalità, migliorare il lavoro di squadra, la comunicazione e la coerenza delle cure.


Fonte: Haugen AS, Sevdalis N, Søfteland E. Impact of the World Health Organization Surgical Safety Checklist on Patient Safety. Anesthesiology. 2019 Aug;131(2):420-425. doi: 10.1097/ALN.0000000000002674.

Ultimo aggiornamento Lunedì 23 Settembre 2019 07:21
 
Tranquilli... gli OSS continueranno a non poter somministrare farmaci. PDF Stampa E-mail
Scritto da Direttivo Nazionale AIILF   
Giovedì 19 Settembre 2019 09:53

Ha fatto molto scalpore la notizia, riportata da alcune testate di informazione infermieristica, secondo la quale il tribunale di Chieti, con la sentenza n. 142/2019, avrebbe di fatto sdoganato la possibilità per gli OSS di somministrare in modo autonomo la terapia.

Ora, a parte il fatto che, se fosse vero, sarebbe una sentenza contra legem (Contra legem facit qui id facit quod lex prohibet, in questo caso il Giudice sarebbe indagabile...) ma sopratutto la sentenza in oggetto sostiene tutt'altro.

Il modo nel quale da molti è stata riportata è, quantomeno, fantasioso, se non espressamente creato per ottenere un like su Facebook...


Andiamo per ordine, analizzando intanto la giurisprudenza in merito.

 

Come ben argomentato anche sul sito FNOPI, la legge 1 del 2002 disciplina la formazione complementare dell'OSS, attribuendogli quindi uno specifico ambito di responsabilità. Tra di esse figura la somministrazione dei farmaci, solo quelli orali, solo ed espressamente dietro attribuzione da parte dell'infermiere. Concetto questo chiarito anche in svariate interrogazioni parlamentari.

 

Facciamo una piccola digressione per chiarire, semplicisticamente, la differenza tra attribuzione e delega.

 

Si parla di attribuzione quando si incarica qualcun'altro del compito da svolgere, ma la cui responsabilità rimane in capo al titolare. (Posso chiedere all'OSS di somministrare la terapia orale, ma la responsabilità del controllo del suo operato e di quanto connesso alla somministrazione, dagli effetti collaterali alla registrazione della somministrazione, resta esclusivamente mia, come infermiere).

 

Si definisce delega invece quando l'incarico di svolgere un compito dato ad altra persona trasferisce a questa persona anche le responsabilità connesse. (E' il caso, ad esempio, dell'incarico di sostituzione del Coordinatore Infermieristico quando questi va in ferie. dalla stesura dei turni alla richiesta farmaci, la responsabilità viene trasferita in toto su chi svolge il compito).

 

Terminato questo breve preambolo torniamo alla sentenza.

Sintetizziamo il procedimento, ancora una volta in maniera semplicistica, per non rendere pesante ed inutile questa disamina.

Il procedimento era stato proposto da un infermiere che aveva chiamato in causa la propria ASL per un presunto demansionamento.

Secondo il collega da 5 anni veniva adibito a mansioni da OSS.

Da far notare che nessuna prova effettiva di questo demansionamento è stata portata (turni indicati come OSS, ordini di servizio, ecc.), che i colleghi dell'infermiere hanno testimoniato che i compiti "da OSS" venivano eseguiti da tutti (il famigerato art.49 del nostro Codice Deontologico...) e che il ricorrente non ha prodotto nessuna documentazione circa le conseguenze del presunto demansionamento se non lamentando un generico e non dimostrabile "danno da dequalificazione professionale".

La causa, quindi, era di per se abbastanza fallace.

Nelle motivazioni della sentenza si troverebbe, secondo alcuni, la liberalizzazione della somministrazione della terapia da parte dell'OSS.

In realtà il giudice, impegnandosi nella disamina del caso e dovendo valutare se, come e quanto il collega fosse stato demansionato, leggendo l'elenco di mansioni svolte dall'OSS ed indicate espressamente nel ricorso da parte del pool legale del collega, non ha potuto non ammettere che "la somministrazione di terapie costituisce una attività comune a questo profilo e a quello degli infermieri".

Affermazione senz'altro vera, in considerazione di quanto affermato prima sulla attribuzionalità di tale compito agli OSS e che in nessun caso può essere interpretata come "il giudice sostiene che gli OSS possono somministrare la terapia in modo autonomo".

 

In buona sostanza...

Nessuno scandalo. Solo una notizia, più spesso solo un titolo, scritto, volontariamente o meno, in modo errato.

Dietro a tutto questo, forse, una forzatura mediatica di qualcuno che sul demansionamento, problema certo grave e di cui abbiamo sempre parlato, forse prima di tutti gli altri, ha creato un business, fatto di iscrizioni a caro prezzo, perizie ben remunerate ed avvocati amici.

Ultimo aggiornamento Giovedì 19 Settembre 2019 10:00
 
Crocerossine: si continua a tollerare l’esercizio abusivo della professione! PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Lunedì 15 Aprile 2019 20:30

Sulle "infermiere volontarie" avevamo già pubblicato una nota nel 2011 su Facebook, che riproponiamo integralmente:

--------------------------------------------------

E' stato recentemente emanato in Gazzetta Ufficiale un Decreto Ministeriale sul corso di studi per Infermiere Volontarie della Croce Rossa.

L'analisi del decreto presenta molte criticità e molti punti in conflitto con quelle che sono mansioni, compiti, peculiarità e responsabilità dell'infermiere.

Sotto trovate un estratto del D.M. con riportati solo questi punti critici.

Avvertire il proprio Collegio Provinciale IPASVI, mettendolo al corrente e richiedendo un loro intervento, potrebbe essere la prima cosa da fare.

 

 

 

D.M. 9 novembre 2010

 

 

Disciplina del corso di studio delle infermiere volontarie della Croce Rossa Italiana

 

In allegato:

 

G.U. 13/01/2011

 

pag. 17

[omissis] (Il corso) ha lo scopo di preparare operatori sanitari con le conoscenze scientifiche e tecniche necessarie a svolgere le funzioni connesse con l'assistenza infermieristica generale.

 

L'assistenza è di natura tecnica, relazionale ed educativa; è rivolta all'età evolutiva, adulta, geriatrica; riguarda gli aspetti preventivi, curativi, palliativi e riabilitativi.

 

pag. 18

Al termine del Corso biennale l'Infermiera Volontaria della Croce Rossa Italiana deve essere:

[omissis]

- in grado di saper rispondere alla domanda del bisogno, in qualsiasi modo e luogo questa venga formulata;

 

pag. 19

(L'Infermiera Volontaria di Croce Rossa Italiana può:)

Insegnare e dare informazione sulla tutela della salute.

 

In assenza dell'infermiere laureato, o in collaborazione con ques'ultimo, ove presente, pianificare, gestire e valutare l'intervento assistenziale infermieristico.

 

pag. 21

(L'Infermiera Volontaria di Croce Rossa Italiana può:)

Identificare il rischio di lesioni da pressione e predisporre il piano di prevenzione e cura.

 

Su indicazione e controllo del medico ovvero, ove presente, prestando collaborazione all'infermiere laureato:

[omissis]

- somministrare terapia (preventiva e curativa) per via enterale, parenterale e topica;

[omissis]

- controllare e cambiare medicazioni semplici e complesse;

[omissis]

- collaborare all'esecuzione di punture evacuative, diagnostiche e terapeutiche;

[omissis]

- provvedere al posizionamento e controllo del cateterino venoso periferico, sondino naso gastrico, catetere vescicale;

- provvedere all'esecuzione degli esami ematochimici sia venosi che arteriosi.

 

pag. 22

L'Infermiera Volontaria [omissis] deve:

- individuare il bisogno di assistenza;

- definire gli obiettivi, pianificare gli interventi, attuare e valutare i risultati [omissis]

 

pag. 37

Al termine del 1° anno, l'Allieva Infermiera Volontaria C.R.I. deve essere in grado di identificare i bisogni [omissis], deve essere in grado di fornire prestazioni infermieristiche [omissis].

 

pag. 38

[omissis] (L'Allieva Infermiera Volontaria C.R.I. al 1° anno deve essre in grado di eseguire:)

14) applicazione dei protocolli per la contenzione fisica della persona assistita;

19) applicazione di sonda ed esecuzione di clisteri evacuanti medicamentosi e nutritivi;

20) esecuzione di lavande;

22) modalità di raccolta e rilevazione dei caratteri dei campioni di secrezioni, escrezioni, escreati e loro conservazione a scopo diagnostico;

25) inalazione e somministrazione di ossigeno;

29) preparazione e somministrazione della terapia orale, intramuscolare e sottocutanea;

 

pag. 52

Alla fine del 2° anno, l'Allieva Infermiera Volontaria C.R.I. deve essere in grado di identificare i problemi individuali che richiedono assistenza infermieristica in settori specialistici [omissis], fornire l'assistenza infermieristica rivolta a persone sane e malate sia in ospedale che nella comunità [omissis].

 

[omissis] (L'Allieva Infermiera Volontaria C.R.I. al 2° anno deve essere in grado di:)

2) elaborazione dei piani di assistenza infermieristica;

8) attuazione di interventi di immobilizzazione (apparecchi gessati, bendaggi, trazioni);

9) attuazione di interventi di mobilizzazione (protesi, riabilitazione);

17) preparazione ed esecuzione del posizionamento del catetere vescicale a permanenza e sua gestione;

18) cura di stomia intestinale e tracheale;

19) rimozione dei punti di sutura in ferita rimarginata;

20) medicazioni dei punti di inserzione di: catetere venoso periferico (ago cannula), catetere venoso centrale, drenaggi;

21) medicazione semplice e complessa di ferita chirurgica;

22) aggiornamento periodico della cartella infermieristica;

26) esecuzione di elettrocardiogramma;

27) preparazione e posizionamento del catetere venoso periferico e sua gestione;

33) esecuzioni di esami ematochimici;

36) modalità di carico e scarico delle sostanze stupefacenti secondo procedure in usa e loro somministrazione;

37) preparazione, esecuzione e controllo della terapia (preventiva e curativa) enterale (orale, sublinguale, rettale); parenterale (ipodermica, intramuscolare, endovenosa); topica (percutanea, transmucosa);

38) preparazione, somministrazione e controllo della terapia infusionale;

40) verifica, sorveglianza e segnalazione dell'effetto terapeutico e/o degli effetti collaterali;

46) assegnazione di codici di priorità (triage) [omissis] ;

 

pag. 55

[omissis]

L'infermiera Volontaria considera la salute come bene fondamentale dell apersona e della collettività e si impegna a tutelarla con attività di prevenzione, cura, riabilitazione, nell'ambito dei suoi compiti.

L'Infermiera Volontaria svolge servizi socio-sanitari presso unità sanitarie territoriali e mobili della Croce Rossa, delle Forze Armate, del Dipartimento della Protezione Civile e, se richiesto, del Servizio Sanitario Nazionale.

 

pag. 56

6) L'Infermiera Volontaria della Croce Rossa Italiana è tenuta ad osservare rigorosamente il segreto professionale, in quanto infermiera [omissis] .

 

 

Considerazioni generali:

- la formazione è decisamente sottodimensionata, tranne alcune particolarita della Croce Rossa, come le maxiemergenze, l'intervento in zone di guerra o il diritto internazionale, è il programma di un corso OSS con formazione complementare;

- infermiere laureato è sempre scritto in minuscolo, Infermiera Volontaria invece è sempre scritto in maiuscolo (e non è solo "forma");

- la presenza dell'infermiere laureato non è mai obbligatoria (ove presente), lasciando ampi spazi di autonomia alle volontarie C.R.I.;

- viene citato solo l'infermiere laureato, senza alcun rimando alla norma sull'equiparazione dei titoli;

- non vi è nessuna norma riguardo la responsabilità civile e/o penale;

- vengono definite "operatori sanitari", ma per la legge italiana questi ultimi sono soltanto medici ed infermieri;

- si mortifica la libera professione, consentendo alle Delegazioni C.R.I. di fornire prestazioni infermieristiche complesse in modo gratuito, tramite le Infermiere Volontarie;

- si ghettizza il sesso maschile, essendo impossibile per loro accedere ai corsi per Infermiere Volontarie della C.R.I.;

- per paradosso gli infermieri, anche Specialisti Clinici, che prestano servizio nell'Esercito Italiano sono inquadrati come Sottufficiali, mentre le Infermiere Volontarie sono Ufficiali. In caso di collaborazione quindi, gerachicamente, sono superiori.

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Nonostante le rassicurazioni dell'allora IPASVI nel tempo ci sono giunte moltissime segnalazioni, girate a chi di competenza, su ambulatori e servizi gestiti esclusivamente dalle Crocerossine, senza laurea o altro titolo abilitante.


Nel 2016, con questo articolo avevamo chiarito che le Infermiere Volontarie della Croce Rossa non potevano, in ambito civile, nemmeno esercitare come OSS.


A quanto pare però nulla è cambiato, ed ancora oggi gli abusi di professione infermieristica da parte delle Crocerossine proseguono, sotto l'occhio benevolo del Ministero della Giustizia.

Questo quanto sostiene la componente infermieristica del Sindacato dei Militari, con una lettera aperta che riportiamo integralmente:

 

Il Ministero della Difesa continua a tollerare l’esercizio abusivo delle professioni sanitarie. Dopo il caso degli infermieri militari non iscritti all’Ordine arriva quello delle Crocerossine senza titoli abilitanti.

E’ di queste ore la notizia che nel Policlinico militare ( Celio) alcune appartenenti al Corpo delle Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana effettuino attività infermieristica, anche sotto la supervisione di personale medico, senza la necessaria formazione accademica e senza la relativa iscrizione all’albo degli esercenti la professione sanitaria. Questo non vale per tutto il personale in quanto a nostra conoscenza esiste anche il fenomeno delle Crocerossine arruolate secondo la procedura dettata dall’articolo 1737 del D.Lvo n. 66 del 2010 ma anche la riserva contenuta nello stesso testo normativo, che consentiva la prestazione infermieristica al personale iscritto nei ruoli delle Infermiere Volontarie Cri purché in installazioni militari ed in situazione di emergenza deve intendersi superata dalle norme, più recenti, contenute dalla Legge numero 3 del 2018 anche detta “Legge Lorenzin”.

Al Sindacato dei Militari interessa principalmente tutelare la sicurezza del personale sottoposto alle cure di chi non sia formalmente titolato a farlo ma anche garantire il personale militare ed ausiliario da possibili abusi e condizioni di illegalità che, oltre ad un eventuale sanzione amministrativa ed al risarcimento dei danni, possono comportare una pesante responsabilità penale, come noto assolutamente personale.

Ci stiamo adoperando fin dalla nostra costituzione per garantire il rispetto e l’osservanza delle Leggi dello Stato che in quanto Militari ci siamo obbligati ad osservare. Per questa ragione abbiamo già provveduto a segnalare alle Procure competenti le anomalie riscontrate e conseguentemente, visto il perdurante silenzio della Ministra Elisabetta Trenta, invitiamo il Ministro della Salute Giulia Grillo ad intervenire con la massima urgenza per quanto di sua competenza e chiunque non sia in possesso delle prescritte abilitazioni professionali ad astenersi con effetto immediato da pratiche di tipo sanitario ed infermieristico.

Ultimo aggiornamento Lunedì 15 Aprile 2019 20:31
 
Si può sempre registrare una conversazione? PDF Stampa E-mail
Scritto da Direttivo Nazionale AIILF   
Lunedì 13 Maggio 2019 10:53

Sulla possibilità di registrare le proprie conversazioni, anche all'insaputa dell'altro interlocutore, ci siamo già espressi in passato.

Ora però la legislazione restringe il campo di applicazione e mette dei paletti ben precisi.

Partiamo dalla regola generale: è possibile registrare quello che dice una persona a sua insaputa? Sì, a condizione che si sia presenti e partecipi alla discussione.

Di conseguenza è illegittimo lasciare un registratore in una camera e andare altrove al fine di sapere ciò che, in propria assenza, viene detto.

La condizione per non violare la legge quando si registrano le dichiarazioni di una persona a sua insaputa, riguarda il luogo: non si può trattare della dimora del soggetto “registrato”. La dimora non è necessariamente e soltanto il luogo di residenza ma quello ove la persona svolge gli atti quotidiani contando in una maggiore riservatezza. Essa quindi non è soltanto l’abitazione, ma anche il luogo di lavoro purché non accessibile al pubblico. Lo è l’ufficio privato, non lo è il negozio ove entrano i clienti. La Cassazione ha ritenuto che l’automobile non è un luogo di privata dimora: per cui, se una persona dà un passaggio a un’altra, quest’ultima può azionare lo smartphone e registrare tutta la conversazione senza commettere reato.

Sempre secondo la Cassazione, lo studio professionale, o l'ufficio, deve essere equiparato alla privata dimora proprio perché, al contrario di un negozio, non è un luogo aperto al pubblico dove chiunque possa entrare. Pertanto è vietato registrare una conversazione avvenuta, sia pure tra persone presenti, all’interno di questi luoghi; l’eventuale file non è di conseguenza utilizzabile come prova in una causa in tribunale perché formato in maniera illegittima, in violazione del Codice della Privacy nonché dei diritti di difesa e all’inviolabilità del domicilio, tutelati dalla Costituzione.

Registrare una conversazione nei luoghi di privata dimora, tra cui abbiamo detto rientra lo studio professionale, costituisce reato di interferenze nella vita privata per il quale la punizione è la reclusione da sei mesi a quattro anni. Tale condotta, infatti, oltre a violare le disposizioni in materia di trattamento di dati personali, rappresenta una inammissibile intromissione in ambienti costituzionalmente tutelati e costituisce una grave violazione del diritto di difesa e alla riservatezza del cliente.

il principio di inviolabilità del domicilio si estende quindi «anche ai locali ove si svolge il lavoro dei privati, in quanto la facoltà di accesso da parte del pubblico non fa venire meno nel titolare il diritto di escludere singoli individui non autorizzati ad entrare o a rimanere».

occorre notare come la stessa Cassazione specifichi "privati" nel definire i luoghi ove è tutelata la privacy e quindi diventi reato registrare la conversazione.

La domanda a questo punto è: l'ufficio del Dirigente Infermieristico o del Coordinatore sono "inviolabili"?

Secondo le scriminanti dettate dalla stessa Cassazione NO.

L'ufficio non è "privato", ovvero di proprietà del Dirigente o del Coordinatore.

Pertanto, in questi luoghi, secondo i dettami di legge, la registrazione della conversazione, purchè si sia presenti e si partecipi, è sempre possibile, anche tenendola nascosta all'interessato.

Ultimo aggiornamento Lunedì 13 Maggio 2019 10:55
 
L'IBOGAINA NEL TRATTAMENTO DELLE DIPENDENZE PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Mercoledì 27 Febbraio 2019 11:52

L'IBOGAINA NEL TRATTAMENTO DEI DISTURBI DA ABUSO DI

SOSTANZE.

Le proprietà dell'Ibogaina e i potenziali benefici non hanno trovato un posto nel trattamento dei disturbi da abuso di sostanze, nonostante le sostanziali prove basate sulla pratica a sostenerli.

Eppure nel mondo scientifico si sta riaccendendo un certo interesse per questa radice naturale e, allo stesso tempo, aumenta la consapevolezza nei confronti dei trattamenti alternativi per i disturbi da abuso di sostanze, che sono spesso ignorati dalla scienza ufficiale.

L'uso di Ibogaina, un alcaloide trovato in una radice africana, ha avuto origine in alcune culture africane indigene come un potente strumento di guarigione per diversi tipi di disagio fisico ed emotivo.

Negli ultimi tre decenni, ha guadagnato popolarità nel mondo occidentale grazie ai suoi potenziali benefici nel trattamento di problemi di abuso di sostanze.

Sia il lavoro clinico che quello di ricerca hanno dimostrato i benefici dell'ibogaina nel trattamento della dipendenza da oppioidi e, in una certa misura, nel controllo sull'abuso di cocaina e alcol.

Questo articolo offre una recensione degli aspetti più salienti della storia di questo rimedio naturale e una sintesi delle difficoltà sperimentate dai suoi sostenitori, che hanno affrontato conflitti ideologici, problemi economici e sociali nel proporre l'Ibogaina come trattamento legittimo per i problemi di abuso di sostanze.

L'obiettivo di questo scritto è di aumentare il livello di curiosità sul trattamento con l'Ibogaina nel professionista sanitario e stimolare la discussione fuori dai trattamenti “tradizionali”.

Storia

Ibogaina è il nome dato all'alcaloide trovato nella corteccia delle radici della pianta africana Tabernanthe Iboga, ben nota ad alcune popolazioni indigene da molto tempo.

Le popolazioni del Bwiti sono probabilmente i custodi più gelosi della tradizione dei rituali a base di Ibogaina.

Il loro rapporto con la pianta è stato multidimensionale, comprendente spirituale, politico e medicinale.

Molti altri gruppi in terra africana hanno utilizzato la pianta per cerimoniali e

usi terapeutici, portando il numero di utilizzatori abituali a circa tre milioni di

indigeni.

La produzione tradizionale di Ibogaina (essenzialmente la stessa nel corso dei secoli), consiste nel macinare la corteccia delle radici delle piante e masticarla.

(Alpert .et al 2001; Fernadez, 1972; Fernandez, 1982).

Questa cerimonia segna il passaggio dall'adolescenza a età adulta promuovendo una più profonda identificazione con la cultura tribale e lo sviluppo dell '"adulto"

(Fernadez, 1972, Fernandez, 1982).

In altri rituali, l'Ibogaina facilita il risveglio dello spirito tradizionale e lo sviluppo di un rinnovamento personale che porta a un senso di continuità con la Comunità.

Sebbene i rituali abbiano assunto diversi significati antropologici, uno dei loro ruoli essenziali è il raggiungimento di un'identità tribale in cui gli aspetti maschile e femminile si fondono in una sorta di "primordiale" essenza e riemergono come una nuova identità. Di solito, un guaritore esperto guida la cerimonia e, allo stesso tempo, aiuta a prevenire il verificarsi di possibili problemi fisici, effetti collaterali e spiacevoli esperienze psicologiche (Fernandez, 1982, Naranjio, 1974, Pope, 1969).

Sebbene non ci sia documentazione che i Bwiti abbiano trattato problemi di abuso di sostanze, clinici e ricercatori nel mondo occidentale hanno sviluppato un vivo interesse per il suo potenziale utilizzo nel trattamento di abuso di sostanze.

(Alpert .et al, 2001, Alper et al., 2008).

La sottocultura delle droghe degli Stati Uniti negli anni '60 e '70 è stata fondamentale nel riconoscere gli effetti positivi dell'Ibogaina su problemi di abuso di sostanze.

Ibogaina: America e Olanda

Howard Lotsof, anch'egli tossicodipendente, è considerato il padre del trattamento con l'Ibogaina nel mondo occidentale, dopo aver sperimentato i suoi benefici benefici per il suo abuso di oppioidi. I suoi amici tossicodipendenti, dopo il trattamento con l'Ibogaina, confermarono le sue tesi sugli effetti benefici nel trattamento della dipendenza da eroina.

Tuttavia, ci sono voluti circa venti anni per sviluppare un piano praticabile per

studiare il beneficio del farmaco.

Durante questo lungo periodo, l'Ibogaina inoltre era stata dichiarata illegale negli Stati Uniti, ma Lotsof non si arrese e decise di condurre le sue ricerche all'estero.

Negli anni '90, Lotsof ha iniziato una sperimentazione clinica in Olanda, dove, con l'aiuto di medici locali, ha trattato circa trenta tossicodipendenti, alcuni di loro con problemi di abuso di sostanze miste (ad esempio, eroina, cocaina) (Alpert, 2001; Alpert.et al, 2001).

Sfortunatamente, il verificarsi di una morte durante il progetto di ricerca ha causato la fine dell'esperienza olandese.

La conseguente propaganda negativa proveniente dai settori più burocratici e

conservatori della società olandese ha contribuito a dipingere un'immagine oscura e sinistra degli effetti di Ibogaine (Alpert .et al, 2001).

Vale la pena affermare che la causa della morte nello studio di Lotsof non era chiara e lo era probabilmente a causa di una varietà di fattori, tra cui problemi fisici nascosti e abuso di droghe concomitante.

Nella realtà l'esito terapeutico dei trial olandesi ha mostrato, nel complesso, effetti positivi sulla brama ed astinenza principalmente per abuso di eroina e cocaina (Alpert .et al, 2001; Alpert et al., 2008; Bastians, 2004).

Nel frattempo l'Istituto nazionale statunitense per l'abuso di droghe (NIDA) che aveva mostrato un certo interesse ad essere coinvolto in prove di Ibogaina con Lotsof, ha deciso di ritirarsi dal processo, in parte a causa della pubblicità negativa sulla sua presunta mancanza di sicurezza.

Come dimostrato dalla storia, quando la scienza ufficiale marca una modalità terapeutica come inefficace e insicura, la probabilità che possa riacquistare popolarità e status è, nel migliore dei casi, minima.

(Alpert, 2001; Alpert .et al, 2001; Brother Shine et al., 1995).

 

Ibogaina e l'industria farmaceutica.

Come affermato, la controversia in corso con Ibogaina ha allontanato gli interessi dei funzionari del NIDA dallo sviluppo di indagini scientifiche e studi clinici su questo farmaco.

Questa mancanza di interesse corrispondeva a un'analoga negligenza da parte dell'industria farmaceutica, che si esprimeva negativamente sul trattamento con Ibogaina nei disturbi da abuso di sostanze.

In realtà, l'industria stava probabilmente contrastando il fatto che l'Ibogaina sia un composto naturale e quindi, come tale, non brevettabile.

Inoltre, il suo sviluppo sarebbe stato in concorrenza con altri trattamenti farmacologici riconosciuti, fonte sicura di profitto per l'industria farmaceutica.

(Alpert .et al, 2001; Alpert et al., 2008; Brother Shine et al, 1995).

Inoltre le controversie attorno l'Ibogaina costituivano un potenziale " danno di

immagine" per l'industria farmaceutica, che avrebbe potuto essere accusata di

promuovere un esoterico e potenzialmente pericoloso prodotto.

Preoccupazioni simili hanno contaminato il potenziale terapeutico di altri

allucinogeni (es il peyote), che potrebbe avere avuto un ruolo specifico nel

trattamento dei problemi di abuso di sostanze.

Tuttavia, sarebbe errato caratterizzare la controversia che circonda l'uso di Ibogaina proprio in termini di profitti o sicurezza.

Inoltre, anche se un periodo di attivismo politico a favore dell'Ibogaina ha suscitato interesse nel suo uso clinico, tale movimento non ha mai raggiunto un punto critico di massa in grado di suscitare seri interessi da parte di enti pubblici, università e industria farmaceutica.

La classificazione del farmaco come Classe I, e quindi illegale per qualsiasi uso terapeutico, ha relegato ad uno status marginale il suo studio nel campo dell'abuso di sostanze.

Eppure esistono molte cliniche private in tutto il mondo (ad es. il Sud America), che offrono trattamenti con Ibogaina, ma operano con il solo supporto di una sottocultura molto limitata e sono quindi emarginati dalle cure sanitarie tradizionali.


Meccanismo d'azione dell'Ibogaina

Come già affermato, l'Ibogaina è un alcaloide presente in quantità rilevanti nella radice dell'Aboga africana.

Ibogaina HCL, il suo derivato farmacologico, ha suscitato l'interesse di ricercatori e medici.

Nessun ricercatore, clinico o paziente ha mai segnalato problemi tipicamente presenti con altre droghe di sintesi utilizzate come farmaci sostitutivi.

Inoltre, come notato, ci sono risultati incoraggianti sulle sue proprietà terapeutiche.

Come per molti allucinogeni il meccanismo di azione dell'Ibogaina è ancora poco chiara, anche se gli studi sugli animali indicano che il farmaco colpisce diversi neurotrasmettitori .

Gli studi suppongono che i sintomi siano correlati al blocco attraverso l'azione sul sistema NMDA (N-metilD-aspartato); l'effetto positivo sull'astinenza da eroina viene modulato dalla sua influenza sul sistema dopaminergico e dalle proprietà serotoninergiche

(Ali, 2000; Alper; 2001; Glick, et al., 1996; Lieberman, 1999; Mash, et al., 1995; Sershen, et.al, 1997; Popik, et.al., 1995).

Questi meccanismi sembrano essere responsabili della sua efficacia sulla dipendenza da oppioidi, da cocaina e perfino da alcol .

Il “pensiero favolistico” e lo stato di benessere per le visioni è uno degli effetti collaterali più apprezzati per affrontare altre questioni psicologiche frequentemente associate a problemi di dipendenza, ad esempio la depressione.

In passato queste proprietà hanno spinto l'uso di Ibogaina anche come strumento accessorio per la psicoterapia.

A questo proposito, lo psichiatra cileno Claudio Naranjo descrive il ruolo dell'Ibogaina nello sviluppo della consapevolezza dell'inconscio e nella rimozione degli ostacoli che impediscono la crescita psicologica dell'individuo.

(Naranjo, 1969; Naranjo, 1974).

Una revisione della letteratura indica che l'uso di l'Ibogaina potrebbe non essere sufficiente per realizzare un processo di profonda trasformazione personale.

Tuttavia il farmaco può fornire le basi biologiche per lo sviluppo di intuizioni fondamentali per i cambiamenti comportamentali.


Panoramica delle linee guida sul trattamento

Lo scopo di questo articolo non è quello di chiarire in dettaglio gli aspetti tecnici-clinici del trattamento con Ibogaina, ma illustrandone i principali aspetti trasmettere una conoscenza ed una visione più completa delle sue proprietà biologiche e psicologiche

Sebbene l'esperienza clinica con l'Ibogaina sia abbastanza consistente, la definizione delle sue modalità di utilizzo terapeutico è ancora in divenire.

L'Ibogaina è disponibile in capsule come Ibogaine HCL e, come già detto, il trattamento sembra essere efficace, sicuro e non crea dipendenza.

Gli effetti benefici del farmaco possono manifestarsi subito dopo una dose, con una diminuzione dei sintomi da astinenza, brama e l'attivazione di immagini e intuizioni con uno stato di benessere psico-fisico.

E' incentivata l'astinenza per almeno 24 ore prima di iniziare il trattamento.

Potrebbe essere necessario un tempo aggiuntivo per i farmaci con un'emivita più lunga, ad esempio il metadone.

(Alper et. al., 1999; Lotsof, 1985; Lotsof1986; Lotsof, 1989; Lotsof, 1992; Lotsof, 1995).

L'inizio del trattamento deve essere estremamente cauto, nella eventualità che si debbano ancora metabolizzare eventuali farmaci psicotropi.

Nel dosaggio dellIbogaina l'esperienza mostra che le dosi hanno una gamma di 10-20 mg / kg. Anche se le pazienti di sesso femminile di solito richiedono una riduzione di questo dosaggio.

Per esperienza, è consigliabile l'induzione con una dose moderata di Ibogaina prima di iniziare il trattamento vero e proprio.

Questa procedura mostrerà evidenza clinica di maggiore sensibilità al trattamento e quindi può essere utile per evitare effetti collaterali (es. sedazione, instabilità).

Dopo aver stabilito un regime efficace e sicuro, il clinico può iniziare il trattamento in sicurezza.

Sebbene sia possibile somministrare dosi aggiuntive durante il trattamento, ciò richiede un'estrema cautela poiché i dati sul dosaggio multiplo sono piuttosto scarsi.

La presenza di personale sanitario esperto è fondamentale per evitare o diminuire gli effetti indesiderati.

(Lotsof, 1995; Lotsof et al., 2003; Lotsof, 2007; Luciano, 1998).

 

Risposta clinica

Di solito, gli effetti sono visibili dopo trenta minuti dalla somministrazione, anche se in alcuni casi potrebbero essere necessarie fino a due ore.

Il più comune tra gli effetti collaterali sembrano essere atassia, ansia, esperienze acustiche particolari e sensibilità estrema e reattività alla luce.

Alcuni soggetti possono anche mostrare nausea e vomito che, in alcuni casi, possono interferire con l'assorbimento del farmaco.

Inoltre, un leggero aumento della pressione sanguigna è comune, in particolare durante le prime ore dopo la somministrazione.

Questi segni e i sintomi possono essere potenzialmente confusi con un processo di astinenza, per questo la presenza di sanitari con esperienza nel campo dell'abuso di sostanze può essere utile per distinguere i segni di tossicità da Ibogaina.

(Lotsof et al., 2003; Lotsof, 2007; Luciano, 1998).

Gli effetti psicologici ed emotivi diventano visibili in due fasi principali: la prima che svela visioni di natura complessa e contenuti che attraversano la mente.

Gli individui lo descrivono come un film di precedenti esperienze.

Durante questa fase possono sperimentare intense emozioni, che richiedono, a volte, un intervento di supporto da parte dei sanitari.

Lo stadio successivo è caratterizzato da un calo delle immagini vivide e lo sviluppo di uno stato cognitivo che può durare più di dieci ore, caratterizzato da momenti di intuizione sulle abitudini della droga personale e mescolati con temi mistici, contribuendo allo sviluppo di una narrativa sulla propria dipendenza.

(Lotsof et al., 2003; 2007; Luciano, 1998)

 

Impatto sul trattamento dei disturbi da abuso di sostanze.

Dopo il trattamento, il tossicodipendente può sperimentare pochissimi segni e sintomi di astinenza e limitato o addirittura assente desiderio di droga per almeno diverse settimane.

La durata di questo effetto è variabile, secondo l'esperienza dei tossicodipendenti sottoposti a trattamento,

(Lotsof, 2007; Luciano, 1998; Sisko, 1993).

Non dimentichiamo inoltre che originariamente il farmaco fungeva da stimolo biologico per favorire trasformazioni psicologiche, spirituali, culturali e sociali, e quindi solo come un passo nella complessa pratica di guarigione.

(Fernandez, 1972; Fernandez, 1982; Naranjo, 1969).

Dopo la fase iniziale di trattamento l'individuo in recupero ha una finestra di opportunità per l'avvio a lungo termine di ulteriori interventi psicosociali.

Per ora non ci sono prove chiare sull'efficacia di nessun trattamento specifico nella fase di follow-up, il clinico proverà pertanto a definire il follow-up più appropriato per l'individuo prestando attenzione ai suoi aspetti cognitivi, psicologici, etnici, sociali e spirituali come dovrebbe essere fatto in qualsiasi situazione clinica.

Nel considerare la possibilità di una ri-somministrazione di Ibogaina HCL durante il periodo di follow up, vale la pena ricordare che i suoi metaboliti indugiano nel flusso sanguigno per diverse settimane, aumentando la possibilità di effetti collaterali.

Attualmente non sappiamo se un trattamento multiplo sia più efficace di una singola dose.

Inoltre non abbiamo evidenze riguardo l'eventuale miglioramento dei risultati con il passaggio a qualsiasi altro farmaco (es. naltrexone, buprenorfina).

Pur con tutte queste limitazioni delle nostre conoscenze, rimane chiaro che ci sono molte indicazioni cliniche e di ricerca per continuare a studiare questo farmaco, purtroppo attualmente ci sono pochi gruppi in tutto il mondo che cercano di istituire trial clinici.

Discussione

Esistono prove cliniche sostanziali e alcune prove basate sulla ricerca che l'Ibogaina ha proprietà che favoriscono un esito positivo nel trattamento di alcuni problemi di abuso di sostanze.

Sfortunatamente lo studio clinico di questo composto naturale è stato gravemente rallentato, se non irrimediabilmente compromesso, da preoccupazioni per la sicurezza, la propaganda ideologica negativa e la totale negligenza da parte del settore farmaceutico, non disposto ad investire in trattamenti con potenziali di profitto limitati.

L'esperienza con l'Ibogaina ha dimostrato efficacia nel trattamento dell'abuso e della dipendenza da oppioidi e di essere utile alle persone con problemi di cocaina e alcol.

Sembra facilitare il processo terapeutico promuovendo approfondimenti e ciò che si potrebbe definire come un momento di "coscienza superiore", fondamentale nella modifica dei comportamenti patologici.

Ignorare i potenziali benefici di questo farmaco potrebbe costituirebbe un errore scientifico, riconoscibile da qualsiasi professionista sanitario.

 
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