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Tempi di attesa massimi in ospedale per visite, ricoveri ed esami. PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza AIILF   
Venerdì 18 Novembre 2016 10:08

I tempi d’attesa massimi previsti dalla normativa per visite ed esami diagnostici negli ospedali sono definiti nell’Accordo Stato Regioni dell’11 Luglio 2002. In particolare, tali tempi sono di 30 giorni per le visite specialistiche e di 60 giorni per gli esami diagnostici.

Sussiste il diritto del cittadino – superati i tempi massimi di ottenere la medesima prestazione medica ma con attività libero-professionale in intramoenia senza costi aggiuntivi rispetto al ticket già pagato.

Il modulo per inviare la richiesta all'ASL competente è disponibile a questo indirizzo.

Torniamo ora a parlare dei tempi massimi di attesa a seconda del tipo di patologia e di attività medica richiesta dal malato.

L’intesa Stato Regioni del 2002 fissa anche le classi di priorità per il ricovero e per l’ambulatoriale. Eccole qui di seguito:

Classe di priorità per il ricovero

CLASSE A

Ricovero entro 30 giorni per i casi clinici che potenzialmente possono aggravarsi rapidamente al punto da diventare emergenti, o comunque da recare grave pregiudizio alla prognosi.

CLASSE B

Ricovero entro 60 giorni per i casi clinici che presentano intenso dolore, o gravi disfunzioni, o grave disabilità ma che non manifestano la tendenza ad aggravarsi rapidamente al punto di diventare emergenti né possono per l’attesa ricevere grave pregiudizio alla prognosi.

CLASSE C

Ricovero entro 180 giorni per i casi clinici che presentano minimo dolore, disfunzione o disabilità, e non manifestano tendenza ad aggravarsi né possono per l’attesa ricevere grave pregiudizio alla prognosi.

CLASSE D

Ricovero senza attesa massima definita per i casi clinici che non causano alcun dolore, disfunzione o disabilità. Questi casi devono comunque essere effettuati almeno entro 12 mesi.

Questa categorizzazione, nata per i ricoveri chirurgici, può comunque essere di riferimento anche per i ricoveri di tipo medico.

Classe di priorità per le prestazioni ambulatoriali

Per le prestazioni ambulatoriali, in mancanza di indicazioni internazionali, si possono prendere come punto di partenza i risultati di alcune esperienze italiane e definire le seguenti classi di priorità:

CLASSE A

Prestazione la cui tempestiva esecuzione condiziona in un arco di tempo breve la prognosi a breve del paziente o influenza marcatamente il dolore, la disfunzione o la disabilità. Da eseguirsi entro 10 giorni.

CLASSE B

Prestazione la cui tempestiva esecuzione non influenza significativamente la prognosi a breve ma è richiesta sulla base della presenza di dolore o di disfunzione o disabilità. Da eseguirsi entro 30 giorni per le visite e entro 60 giorni per le prestazioni strumentali.

CLASSE C

Prestazione che può essere programmata in un maggiore arco di tempo in quanto non influenza la prognosi, il dolore, disfunzione, la disabilità. Da eseguirsi entro 180 giorni.

Le prestazioni per le quali non necessita individuare una priorità, tenendo conto che stiamo sempre parlando di primi accessi, sono da considerasi potenzialmente inappropriate e quindi da valutarne con attenzione la prescrivibilità.

Tempi di attesa massimi in ospedale su tutta Italia

Di seguito sono elencati i criteri principali per l’individuazione delle aree o delle prestazioni specialistiche sulle quali lavorare a livello regionale e nazionale:

  • tutte le prestazioni o ambiti le cui liste di prenotazione manifestano tempi di attesa superiori ad un valore limite fissato dalla Regione o ritenuto adeguato a livello nazionale;
  • tutte le prestazioni o ambiti che il livello regionale/nazionale ritiene ad alta complessità diagnostico terapeutica;
  • tutte le prestazioni o ambiti che il livello regionale/nazionale ritiene di alto valore socio sanitario;
  • tutte le prestazioni o ambiti connesse a particolari patologie per le quali il livello regionale/nazionale ha dichiarato di concentrare una particolare attenzione sulla tempestività dell’esecuzione.

Gli ambiti e le prestazioni di interesse nazionale sono:

Patologia oncologica

Questa tematica è molto sentita a livello nazionale e rappresenta un problema significativo per molte realtà regionali. La tempestività della diagnosi e della terapia oncologica, in termini di capacità di riduzione dei tempi di accesso alla diagnosi definitiva e alla conseguente terapia.

Le prestazioni di quest’area dove individuare obiettivi comuni sono le seguenti:

  • Effettuazione della prima visita specialistica per sospetta neoplasia entro 2 settimane dalla richiesta di prenotazione;
  • Effettuazione dell’intervento chirurgico di asportazione di neoplasia maligna, entro 30 giorni dal momento in cui è stata posta l’indicazione all’intervento da parte dello specialista;
  • Inizio del trattamento chemioterapico e/o radioterapico per neoplasia e, comunque, in accordo alle indicazioni previste nel singolo caso, entro 30 giorni dal momento indicato da parte dello specialista.

tempi appena esposti sono massimi da garantire su tutto il territorio nazionale.

 

Prestazioni ambulatoriali

Le prestazioni selezionate sono le seguenti:

  • RMN della colonna = tempo massimo di attesa 60 giorni
  • TAC cerebrale = tempo massimo di attesa 60 giorni
  • Ecodoppler dei tronchi sovraortici e dei vasi periferici = tempo massimo di attesa 60 giorni
  • Visita cardiologica = tempo massimo di attesa 30 giorni
  • Visita oculistica = tempo massimo di attesa 30 giorni
  • Esofagogastroduodenoscopia = tempo massimo di attesa 60 giorni
  • Ecografia addome = tempo massimo di attesa 60 giorni

 

Prestazioni di ricovero

Si ritiene che il tempo di attesa massimo nazionale si debba concentrare su poche prestazioni di ricovero che, per la loro rilevanza clinica e sociale siano particolarmente garantite (fatti salvi specifici casi con caratteri di emergenza/urgenza clinica o con criteri di priorità elevata che prevedono attese inferiori).

Ultimo aggiornamento Venerdì 18 Novembre 2016 10:10
 
Mastrogiovanni: una sentenza di dignità, anche professionale. PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza AIILF   
Giovedì 17 Novembre 2016 17:32

Più volte abbiamo stigmatizzato alcune sentenze, giudicandole troppo severe nei confronti degli infermieri, non preparati e sopratutto non competenti, per legge, a conoscere in maniera approfondita la terapia.

D'altro canto siamo sempre stati convinti, essendo la realtà, che l'infermiere sia un professionista autonomo, dotato di un proprio corpo di conoscenze e responsabilità.

La sentenza di appello che ha condannato gli 11 colleghi coinvolti nel caso di Franco Mastrogiovanni rientrano senz'altro nelle seconde valutazioni espresse.

Al processo di primo grado è stata sostenuta la tesi che gli infermieri non avevano il coraggio di disobbedire, anzi applicavano alla lettera le prescrizioni. In dodici saranno assolti perché hanno ritenuto di “obbedire a un ordine legittimo” e “non potevano prendere l’iniziativa” di sciogliere i lacci della contenzione, “tenuto conto della totale impreparazione scientifica, non avendo seguito corsi di aggiornamento”.

Questa tesi è stata giustamente contestata nel processo di secondo grado, dove il Giudice ha sostenuto, condannandoli, che gli infermieri “non sono meri esecutori di ordini dei medici, ma professionisti autonomi che avevano il dovere di rendersi conto delle condizioni del paziente”.

Il processo Mastrogiovanni, quindi, è un processo di dignità.

Dignità per una persona uccisa dall'incuria, dalla paura e dall'ignoranza (professionale), ma anche un riconoscimento, ancora una volta, della professionalità e del corpo di competenze degli infermieri.

La contenzione, già citata in nostri diversi articoli "Contenzione o protezione?", "Il consenso informato e le misure di contenzione", "Strategie di coinvolgimento di utenti e familiari nei servizi psichiatrici a porte aperte", "Legge Basaglia: l'infermiere, il TSO e la contenzione fisica.", NON è un atto medico (che peraltro NON esiste), ma una decisione da prendere in equipe, con il coinvolgimento dell'utente e dei familiari, di cui TUTTI i sanitari sono responsabili.

Ultimo aggiornamento Giovedì 17 Novembre 2016 17:32
 
Franca Viola: una ribellione di 35 anni fa. PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza AIILF   
Martedì 08 Novembre 2016 08:42

Il coraggio della diciassettenne Franca Viola nel 1966, esattamente 50 anni fa, che disse no al matrimonio con il suo stupratore, per la prima volta e pubblicamente, facendo condannare l’uomo a Trapani, in Sicilia. E poi le lotte in Parlamento, a Roma, per l’abrogazione della norme del codice penale vigente che portarono alla legge 442, promulgata nell’agosto del 1981, 35 anni fa.

Così l’Italia si sbarazzò in un sol colpo di ‘nozze riparatrici’ e di ‘delitto d’onore’, risvegliandosi, finalmente, un paese più moderno, grazie alla nuova legge del 5 agosto del 1981 (“Gli articoli 544, 587 e 592 del codice penale sono abrogati”, recita l’articolo 1 della legge 5 agosto 1981, n. 442, “Abrogazione della rilevanza penale della causa d’onore”).

Il legislatore cancellò quanto previsto dal codice Rocco, eredità del Ventennio, che in due articoli del c.p., il 544 e il 587, normava su “matrimonio riparatorio” e “delitto d’onore”, prevedendo l’estinzione della pena per la violenza sessuale, se seguita da nozze ‘salva-onore’ e pene ridotte, invece, per chi commettesse omicidio, ‘in stato d’ira’, nei confronti del coniuge, figlia e sorella, a seguito di ‘illegittima relazione carnale’. Il via libera alla 442, con l’abrogazione degli articoli del codice Rocco, fu la fine di un percorso lungo, con tutti i precedenti tentativi andati a vuoto, a partire da quello in pieno ’68, con il ministro della Giustizia, il repubblicano Oronzo Reale, che insieme al socialista Giuliano Vassalli avevano tentato di abrogare le norme, senza riuscirci a causa della caduta del governo Moro.

Un passo che arrivava dopo il referendum sul divorzio (1974), dopo la riforma del diritto di famiglia (legge 151/1975), e dopo il referendum sull’aborto, quando il Paese stava profondamente cambiando, sull’onda del rinnovamento politico e sociale che caratterizzerà gli anni ’60 e ’70.

Per arrivare, infine, a considerare per legge lo stupro non più come un reato ‘contro la morale’, bensì come un reato ‘contro la persona’, si dovrà attendere il 1996.

“Io non sono proprietà di nessuno, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce”. Furono queste le parole di Franca Viola durante il processo a carico del suo rapitore e stupratore, che diedero grande forza al cambiamento di quelle norme, mentre l’aggressore, membro di una famiglia mafiosa del trapanese, cercava di avvalersi dell’articolo 544 del codice.

Un articolo che prevedeva che “per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530 (violenza sessuale, ndr), il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali”.

La giovane Franca non ci sta e l’uomo viene condannato a 11 anni di carcere. La donna, per anni lontana dai riflettori, è stata insignita al Quirinale dell’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel 2014 “per il coraggioso gesto di rifiuto del matrimonio riparatore che ha segnato una tappa fondamentale nella storia dell’emancipazione delle donne nel nostro Paese”. Con la ribellione di Franca Viola si metterà in moto un processo che porterà anche alla abolizione dell’articolo 544 e del 587, sul cosiddetto delitto d’onore, nato nello stesso humus della norma precedente, quella sulle nozze riparatrici, che prevedeva invece come “chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella”.

 
Il medico non risponde alla chiamata d'urgenza di notte? Licenziato! PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Lunedì 24 Ottobre 2016 06:41

Un medico chirurgo, in servizio presso l’ospedale all’Angelo, a Mestre, è stato licenziato dall’Ulss 12. A darne notizia è stato lo stesso medico – come riporta il Gazzettino – con una mail inviata ai colleghi, senza entrare nel merito delle ragioni che avrebbero portato al provvedimento di rescissione del rapporto di lavoro.

Secondo alcune ipotesi, all’origine della decisione dell’Ulss veneziana ci sarebbero stati più motivi nel tempo relativi al comportamento del medico, non ultimo pare una chiamata d’urgenza al pronto soccorso alla quale non avrebbe dato risposta.

L’Azienda sanitaria veneziana sulla vicenda non ha voluto comunque fare commenti.

 
Tar Lazio: boccia l’Omceo e apre agli ambulatori “See&treat” PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Martedì 25 Ottobre 2016 09:49

Il Tar del Lazio, con la sentenza 10411/2016 pubblicata il 19 ottobre, ha respinto il ricorso dell'Ordine dei medici di Roma che nel 2015 aveva chiesto l'annullamento della determinazione n. 384 del 20 marzo 2015 con cui l'Asl RmC ha disposto l'attivazione degli ambulatori infermieristici “See&treat”.

Il See&treat è un modello ampiamente sperimentato dal 2010 in molte Asl della Toscana e in altre Regioni italiane e da quasi 40 anni in Gran Bretagna e Stati Uniti.

Per la presidente del Collegio Ipasvi di Roma, Ausilia Pulimeno, questo modello «ha dato ottimi risultati fornendo una risposta efficace ai bisogni dei cittadini, garantendo una maggiore rapidità dell'intervento, la sua sicurezza e un minor costo per le aziende sanitarie, tutte cose che ora sono riconosciute anche a livello di giurisprudenza. I medici non abbiano paura di perdere potere e siano più collaborativi nel processo di cambiamento di cui la nostra sanità ha un gran bisogno».
La presidente nazionale Ipasvi, Barbara Mangiacavalli, ha aggiunto: «Le guerre di posizione tra professioni, le minacce giuridiche e gli attacchi mediatici non servono a nessuno, né ai professionisti né ai pazienti e alla migliore organizzazione dei servizi. Meglio sarebbe sedersi a un tavolo e concordare le soluzioni migliori salvaguardando e, anzi valorizzando, le peculiarità di entrambi le professioni. Il See and Treat è un percorso chiaro e senza equivoci, che non può generare rischi per i pazienti, ma al contrario abbatte interventi impropri, liste di attesa, code ai pronto soccorso (evitando l'afflusso di circa il 70% dei codici bianchi inappropriati). È un tassello del nuovo modello che dovrà caratterizzare il Servizio sanitario nazionale».

 
CNR: Ecco perché il succo di mela è un antitumorale PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Giovedì 20 Ottobre 2016 08:35

Che la mela sia un concentrato di antiossidanti utili alla salute è noto e da qualche tempo sappiamo che alcune molecole del frutto hanno anche proprietà antitumorali. Oggi, grazie a una nuova ricerca, conosciamo in che modo agiscono sulle cellule malate. A firmare la scoperta, su Scientific Reports, un gruppo di ricerca coordinato dall’Istituto di scienze dell’alimentazione del Consiglio nazionale delle ricerche (Isa-Cnr) in collaborazione con il Dipartimento di chimica e biologia dell’Università di Salerno.

“Da diversi anni è riportato in letteratura che il succo di mela ha effetti di prevenzione sul cancro al colon retto, ma non è chiaro il meccanismo molecolare, ossia il modo in cui i polifenoli presenti nel succo operano in funzione antitumorale”, spiega Angelo Facchiano, ricercatore Isa-Cnr e tra gli autori del lavoro. “Noi abbiamo studiato per la prima volta in modo specifico proprio quali molecole antiossidanti vanno ad agire e su quali specifiche proteine della cellula”.

I ricercatori hanno analizzato tre tipi di mela - Annurca, Red Delicious, Golden Delicious - per identificare e quantificare i principali composti antiossidanti: “I polifenoli della mela ostacolano in particolare la replicazione ed espressione del DNA nelle cellule cancerose del colon, in particolare questo impedisce loro di duplicarsi e far crescere la massa tumorale”, prosegue Facchiano. “Inoltre, abbiamo scoperto che le proteine su cui i polifenoli potrebbero agire sono le stesse su cui agiscono alcuni farmaci antitumorali recentemente sviluppati. L’ipotesi, su cui sarà necessario effettuare ulteriori studi, è quindi che alcuni composti presenti nelle mele abbiano un effetto preventivo agendo proprio sugli stessi meccanismi che vengono colpiti dai farmaci”.

Sapere che un certo tipo di cellula è il bersaglio

a cui mirare “è importante, ma non è sufficiente. Per avere una visione completa e mettere a punto eventuali terapie è necessario conoscere quali sono i meccanismi molecolari e quali proteine sono coinvolte”, conclude il ricercatore dell’Isa-Cnr. “Oltre che di tecniche di chimica analitica, ci siamo avvalsi di bioinformatica e simulazioni molecolari. È stato possibile riprodurre al computer un gran numero di 'esperimenti' per individuare quali interazioni avvengano tra i composti antiossidanti presenti nelle mele e le proteine dell’uomo: una metodologia che offre grandi potenzialità e opportunità, tra cui quella di limitare la necessità di esperimenti di laboratorio che richiederebbero l’uso di reagenti costosi e strumentazioni complesse”.

 

 
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