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Vincolo di esclusività? Vittoria di Pirro... PDF Stampa E-mail
Scritto da Direttivo Nazionale AIILF   
Lunedì 22 Febbraio 2021 22:54


"Una sentenza​ storica emessa dal tribunale di Salerno è storica libera la professione infermieristica dal vincolo di esclusività. A riportare la notizia è la Federazione Italiana Sindacati Intercategoriali."

Questo l'incipit di molti articoli usciti tra ieri ed oggi a commento della sentenza della Corte di Appello della città campana che sembra, appunto, eliminare il vincolo di esclusività.

Ma la sentenza in realtà dice l'esatto opposto. O perlomeno conferma quanto accade tutt'ora, senza riconoscere nessun diritto agli infermieri.

 

Ripercorriamo velocemente quanto accaduto in questo campo finora.

La causa pilota di tutto fu promossa dagli psicologi dell'INAIL, gli unici dirigenti che avevano il vincolo di esclusività, nel 2011. La Corte dei Conti si espresse a favore, sentenziando che:

"quando sussista il vincolo di esclusività, l’iscrizione all’Albo è funzionale allo svolgimento di un’attività professionale svolta nell’ambito di una prestazione di lavoro dipendente, e la relativa tassa deve gravare sull’Ente che beneficia in via esclusiva dei risultati di detta attività".


Tale processo arrivò anche in Cassazione, che con la sentenza n. 7776 del 16.4.2015 conferma come l’Amministrazione deve rimborsare al proprio dipendente il contributo di iscrizione annuale all’Albo.


Dalla sentenza, anche se emessa a favore di una categoria specifica, emerge il generale principio che se l’esercizio della professione è svolto nell’interesse esclusivo dell’Ente datore di lavoro, il pagamento della tassa di iscrizione all’Albo del dipendente ivi iscritto è a carico dell’Ente datore di lavoro, rientra tra i costi per lo svolgimento di attività che deve gravare sull’Ente stesso, e se tale pagamento viene anticipato dal dipendente deve essere rimborsato dall’Ente medesimo.


Nel corso degli anni altri sindacati, in particolare quelli infermieristici, Nursind e Nursing Up, hanno iniziato cause pilota in tutta Italia, con risultati altalenanti, ma una preziosa conferma da parte della Corte di Appello di Trieste, che dovendo giudicare una sentenza del Tribunale Ordinario di Pordenone, nel maggio 2020 dichiarò quanto già stabilito dalla Cassazione anni prima.


Laddove esista un vincolo di esclusività, la tassa di iscrizione al relativo ordine deve essere pagata dall'azienda.


Questo comporta 2 dati oggettivi ben precisi.


Primo, l'infermiere risparmia quei soldi, inutilmente versati visto che il proprio essere professionista è "castrato" dal vincolo di esclusività.

Secondo, visto l'immobilismo dei sindacati generalisti in questo ambito (ed in qualsiasi altro ambito riguardi gli infermieri ed in generale i professionisti laureati che ancora permangono nel comparto sanità), consente ai sindacati infermieristici di avere una carta importante in sede contrattuale.

Far gravare le aziende di un costo decisamente alto potrebbe convincere la controparte al tavolo contrattuale a rimuovere dal CCNL direttamente il vincolo di esclusività.


La decantata sentenza della Corte di Appello di Salerno non ottiene nessuno degli obiettivi succitati.

L'azienda non pagherà le quote di iscrizione agli OPI, che rimangono in capo agli infermieri, e non toglie il vincolo di esclusività, confermando quando affermato nel CCNL, che è estremamente limitato e penalizzante.


In primo luogo, per chi vuole avere un doppio lavoro è necessario ottenere l’autorizzazione da parte del proprio dirigente amministrativo per chi svolge la professione sulla base di un contratto a tempo pieno o un part-time con orario superiore al 50%.

In base alla legge italiana, il D.Lgs 165/2001 “ai fini dell’autorizzazione, l’amministrazione verifica l’insussistenza di situazioni, anche potenziali, di conflitto di interessi”.

La valutazione del dirigente amministrativo preposto ha carattere discrezionale e si basa su una valutazione della domanda fatta sul singolo caso. Lo stesso dirigente rigetterà, quindi, la richiesta di autorizzazione ogni qual volta avrà anche solo il sentore che la vostra attività lavorativa collaterale possa avere un carattere abituale, professionale o possa porsi in conflitto di interessi con la P.A di riferimento.


Tutto questo avviene in Italia sulla base del dettato Costituzionale (art.97, buon andamento e imparzialità della pubblica amministrazione), principio che è stato recepito in varie disposizioni nazionali per le quali: l’autorizzazione per l’esercizio di attività in una P.A diversa dalla propria o per l’esercizio di attività d’impresa o commerciale, può avvenire sempre e solo escludendo casi di incompatibilità, sia di diritto che di fatto.


È mentalità diffusa tra i dirigenti e tra i sindacati generalisti che l’infermiere che eventualmente svolga un doppio lavoro, non sia in grado, per la ragione del cumulo di impieghi, di mantenere elevati o quantomeno sufficienti standard di performance lavorative.

E' però interessante notare che gli stessi sindacati hanno una posizione decisamente diversa sui medici che possono, anche se con le dovute precauzioni e nel rispetto dei parametri di legge, avere uno studio privato e svolgere in sostanza, sia dentro che fuori le mura della P.A di riferimento, il proprio secondo lavoro senza che questo sollevi dubbi circa le loro capacità psico-attitudinali.

La scusa addotta?

Il doppio lavoro per la classe medica rappresenta una modalità di aggiornamento scientifico e conoscitivo, non per gli infermieri; come se a questi ultimi non fosse richiesta la stessa cura e professionalità pur essendo a strettissimo rapporto con i pazienti.


Riassumendo:

Ai dipendenti della P.A è consentito, mediante autorizzazione da parte dei propri dirigenti o comunicazione, di poter avere un secondo lavoro se si tratta di:

a) collaborazione a giornali, riviste, enciclopedie e simili;

b) utilizzazione economica da parte dell’autore o inventore di opere dell’ingegno e di invenzioni industriali;

c) partecipazione a convegni e seminari;

d) incarichi per i quali è corrisposto solo il rimborso delle spese documentate;

e) incarichi per lo svolgimento dei quali il dipendente è posto in posizione di aspettativa, di comando o di fuori ruolo;

f) incarichi conferiti dalle organizzazioni sindacali a dipendenti presso le stesse distaccati o in aspettativa non retribuita;

f-bis) attività di formazione diretta ai dipendenti della pubblica amministrazione nonché di docenza e di ricerca scientifica.


Oltre a tutto questo si devono però fare i conti anche coi regolamenti aziendali.

Spesso molto più restrittivi.


Cosa ha ottenuto quindi l'infermiere dalla sentenza della Corte di Appello di Salerno?

1) La tassa di iscrizione all'OPI deve continuare a pagarla.

2) Per superare il vincolo di esclusività esistono già le norme per svolgere un altro lavoro. Impossibili da superare.


Vittoria di Pirro, appunto.

 

"Una sentenza​ storica emessa dal tribunale di Salerno è storica libera la professione infermieristica dal vincolo di esclusività. A riportare la notizia è la Federazione Italiana Sindacati Intercategoriali."



Questo l'incipit di molti articoli usciti tra ieri ed oggi a commento della sentenza della Corte di Appello della città campana che sembra, appunto, eliminare il vincolo di esclusività.



Ma la sentenza in realtà dice l'esatto opposto. O perlomeno conferma quanto accade tutt'ora, senza riconoscere nessun diritto agli infermieri.

Ripercorriamo velocemente quanto accaduto in questo campo finora.

La causa pilota di tutto fu promossa dagli psicologi dell'INAIL, gli unici dirigenti che avevano il vincolo di esclusività, nel 2011. La Corte dei Conti si espresse a favore, sentenziando che:

quando sussista il vincolo di esclusività, l’iscrizione all’Albo è funzionale allo svolgimento di un’attività professionale svolta nell’ambito di una prestazione di lavoro dipendente, e la relativa tassa deve gravare sull’Ente che beneficia in via esclusiva dei risultati di detta attività

Tale processo arrivò anche in Cassazione, che con la sentenza n. 7776 del 16.4.2015 conferma:

l’Amministrazione deve rimborsare al proprio dipendente:

il contributo di iscrizione annuale all’Albo.

Dalla sentenza, anche se emessa a favore di una categoria specifica,  emerge il generale principio che se l’esercizio della professione è svolto nell’interesse esclusivo dell’Ente datore di lavoro, il pagamento della tassa di iscrizione all’Albo del dipendente ivi iscritto è a carico dell’Ente datore di lavoro, rientra tra i costi per lo svolgimento di attività che deve gravare sull’Ente stesso, e se tale pagamento viene anticipato dal dipendente deve essere rimborsato dall’Ente medesimo.

Nel corso degli anni altri sindacati, in particolare quelli infermieristici, Nursind e Nursing Up, hanno iniziato cause pilota in tutta Italia, conb risultati altalenanti, ma una preziosa conferma da parte della Corte di Appello di Trieste, che dovendo giudicare una sentenza del Tribunale Ordinario di Pordenone, nel maggio 2020 dichiarò quanro già stabilito dalla Cassazione anni prima.

Laddove esista un vincolo di esclusività, la tassa di iscrizione al relativo ordine deve essere pagata dall'azienda.

Questo comporta 2 dati oggettivi ben precisi.

Primo, l'infermiere risparmia quei soldi, inutilmente versati visto che il proprio essere professionista è "castrato" dal vincolo di esclusività.

Secondo, visto l'immobilismo dei sindacati generalisti in questo ambito (ed in qualsiasi altro ambito riguardi gli infermieri ed in generale i professionisti laureati che ancora permangono nel comparto sanità), consente ai sindacati infermieristici di avere una carta importante in sede contrattuale.

far gravare le aziende di un costo decisamente alto potrebbe convincere la controparte al tavolo contrattuale a rimuovere dal CCNL direttamente il vincolo di esclusività.

La decantata sentenza della Corte di Appello di Salerno non ottiene nessuno degli obiettivi succitati.

L'azienda non pagherà le quote di iscrizione agli OPI, che rimangono in capo agli infermieri, e non toglie il vincolo di esclusività, confermando quando affermato nel CCNL, che è estremamente limitato e penalizzante.

In primo luogo, per chi vuole avere un doppio lavoro è necessario ottenere l’autorizzazione da parte del proprio dirigente amministrativo per chi svolge la professione sulla base di un contratto a tempo pieno o un part-time con orario superiore al 50%,.

In base alla legge italiana: D.Lgs 165/2001 “ai fini dell’autorizzazione, l’amministrazione verifica l’insussistenza di situazioni, anche potenziali, di conflitto di interessi”.

La valutazione del dirigente amministrativo preposto ha carattere discrezionale e si basa su una valutazione della domanda fatta sul singolo caso. Lo stesso dirigente rigetterà, quindi, la richiesta di autorizzazione ogni qual volta avrà anche solo il sentore che la vostra attività lavorativa collaterale possa avere un carattere abituale, professionale o possa porsi in conflitto di interessi con la P.A di riferimento.

Tutto questo avviene in Italia sulla base del dettato Costituzionale (art.97, buon andamento e imparzialità della pubblica amministrazione), principio che è stato recepito in varie disposizioni nazionali per le quali: l’autorizzazione per l’esercizio di attività in una P.A diversa dalla propria o per l’esercizio di attività d’impresa o commerciale, può avvenire sempre e solo escludendo casi di incompatibilità, sia di diritto che di fatto.

È mentalità diffusa tra i dirigenti e tra i sindacati generalisti che l’infermiere che eventualmente svolga un doppio lavoro, non sia in grado, per la ragione del cumulo di impieghi, di mantenere elevati o quantomeno sufficienti standard di performance lavorative.

E' però interessante notare che gli stessi sindacati hanno una posizione decisamente diversa sui medici che possono, anche se con le dovute precauzioni e nel rispetto dei parametri di legge, avere uno studio privato e svolgere in sostanza, sia dentro che fuori le mura della P.A di riferimento, il proprio secondo lavoro senza che questo sollevi dubbi circa le loro capacità psico-attitudinali.
La scusa addotta?

Il doppio lavoro per la classe medica rappresenta una modalità di aggiornamento scientifico e conoscitivo, non per gli infermieri; come se a questi ultimi non fosse richiesta la stessa cura e professionalità pur essendo a strettissimo rapporto con i pazienti.

Riassumendo:

Ai dipendenti della P.A è consentito, mediante autorizzazione da parte dei propri dirigenti o comunicazione, di poter avere un secondo lavoro se si tratta di:
a) collaborazione a giornali, riviste, enciclopedie e simili;
b) utilizzazione economica da parte dell’autore o inventore di opere dell’ingegno e di invenzioni industriali;
c) partecipazione a convegni e seminari;
d) incarichi per i quali è corrisposto solo il rimborso delle spese documentate;
e) incarichi per lo svolgimento dei quali il dipendente è posto in posizione di aspettativa, di comando o di fuori ruolo;
f) incarichi conferiti dalle organizzazioni sindacali a dipendenti presso le stesse distaccati o in aspettativa non retribuita;
f-bis) attività di formazione diretta ai dipendenti della pubblica amministrazione nonché di docenza e di ricerca scientifica.

Oltre a tutto questo si devono però fare i conti anche coi regolamenti aziendali.

Spesso molto più restrittivi.

Cosa ha ottenuto quindi l'infermiere dalla sentenza della Corte di Appello di Salerno?

1) La tassa di iscrizione all'OPI deve continuare a pagarla.

2) Per superare il vincolo di esclusività esistono già le norme per svolgere un altro lavoro. Impossibili da superare.

Vittoria di Pirro, appunto.
Ultimo aggiornamento Lunedì 22 Febbraio 2021 22:59
 
IL LAVORATORE CHE RIFIUTA IL VACCINO È DAVVERO LICENZIABILE? PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza AIILF   
Sabato 16 Gennaio 2021 11:33

IL LAVORATORE CHE RIFIUTA IL VACCINO È DAVVERO LICENZIABILE?

Più no che si, sintetizzando.
Secondo l'autore dell'articolo (Giampiero Falasca, IlSole24Ore sanità), il lavoratore che avendone la possibilità non si vaccina non può essere immediatamente licenziato, come invece sostenuto da altri commentatori.
La debolezza della tesi (pro licenziamento) sta nel fatto che nessuna norma prevede, sino ad oggi, l’obbligatorietà della vaccinazione. Norma che sarebbe, invece, essenziale, e ciò, in quanto l’assunzione di qualsiasi sostanza per scopi medici non può che essere imposta da una specifica disposizione normativa (vedi articolo 32 Cost.).
Non si capisce, quindi, come il datore di lavoro possa sanzionare un dipendente per il rifiuto alla somministrazione di un trattamento quando non sia previsto come obbligatorio.
Se, quindi, un dipendente non ha accettato di vaccinarsi, il datore di lavoro dovrebbe, innanzitutto, valutare, tramite il Medico competente, se, in relazione alle attività che è chiamato a svolgere, sia ancora idoneo alla mansione.
Se questa idoneità fosse compromessa dalla mancata vaccinazione, il datore di lavoro avrebbe l’onere di assegnarlo, ove possibile, ad altre mansioni e, in difetto, collocarlo in aspettativa non retribuita, facendo leva sulla sua situazione di temporanea inidoneità al lavoro.
Se poi questa inidoneità si dovesse protrarre a lungo, trasformandosi da temporanea a definitiva, potrebbe, quindi, valutare il licenziamento.
Sarebbe auspicabile che anche le Parti sociali intervengano, valutando se e come integrare i Protocolli sanitari anti Covid per alcuni specifici settori e attività.

Tratto da http://quotidianolavoro.ilsole24ore.com/art/contratti-lavoro/2021-01-07/i-dipendenti-che-non-si-vaccinano-collocabili-aspettativa-non-retribuita-200547.php?uuid=ADLujDCB

Il dibattito sulla possibilità di licenziare i dipendenti che rifiutano di sottoporsi al vaccino contro il Covid è molto delicato, in quanto le opinioni giuridiche rischiano di influenzare la campagna vaccinale appena avviata. La difesa della scienza, però, non va confusa o non deve avallare letture forzate delle norme, perché la certezza del diritto è un bene altrettanto importante.

In questa prospettiva, non convincono le tesi - proposte in queste settimane da alcuni giuristi - sulla possibilità generalizzata per un datore di lavoro di licenziare il lavoratore che dovesse rifiutare la vaccinazione.

La principale debolezza di queste tesi sta nel fatto che nessuna norma prevede, a oggi, l’obbligatorietà della vaccinazione dei lavoratori, neanche di quelli che svolgono specifiche mansioni; anche i Protocolli anti Covid, ammesso che possano essere considerate fonti idonee ad introdurre un obbligo di vaccinazione, tacciono sul punto.

L’assenza di una norma istitutiva dell’obbligo di vaccinazione anti Covid è rilevante, in quanto l’assunzione di qualsiasi sostanza per scopi medici non può essere imposta senza una specifica norma di legge (lo prevede l'articolo 32 della Costituzione): come può il datore sanzionare il dipendente per il rifiuto alla somministrazione di un trattamento che non è obbligatorio?

E nemmeno si può pensare di ricavare l’obbligo di vaccinazione in via indiretta, facendo leva sull’articolo 2087 del Codice civile. È vero che sulla base di questa norma il datore di lavoro deve preoccuparsi di garantire la salute e la sicurezza dei dipendenti, ma non si può pensare che questo dovere si estenda fino all'imposizione di un vaccino che, si ripete, ancora non è obbligatorio. Al massimo, sulla base di questa norma si potrebbe arrivare a ritenere sussistente un obbligo per il datore di integrare il sistema di sicurezza, favorendo per i propri dipendenti l’accesso alla vaccinazione.

Il licenziamento del dipendente che rifiuta il vaccino sarebbe molto difficile anche per un altro problema, sia pratico, sia giuridico: il datore di lavoro non gestisce i tempi e le modalità della somministrazione del vaccino anti Covid (è tutto in mano all’autorità sanitaria), e il lavoratore non è tenuto a informare l’azienda di aver assunto il medicinale. Come si può pensare che il datore di lavoro possa sanzionare i dipendenti non vaccinati se non ha nemmeno evidenza dell’eventuale disponibilità del trattamento?

Ma allora non si può fare nulla? Un datore di lavoro deve accettare che un dipendente rischi di infettare tutta l’azienda e gli altri soggetti che la frequentano?

Non è così: le regole e gli strumenti per evitare un incremento del rischio ci sono, basta applicarle con scrupolo e prudenza. Di fronte alla notizia che un dipendente, pur avendone avuta la concreta possibilità, non ha accettato di vaccinarsi, un datore dovrebbe innanzitutto valutare se la persona, tenuto conto delle attività che svolge, sia ancora idonea alla mansione.

Se questa idoneità fosse compromessa dalla mancata vaccinazione, il datore avrebbe l’onere di collocare in smart working il dipendente oppure cambiargli le mansioni, ove possibile. Se nessuna di queste strade fosse percorribile, il datore potrebbe collocare il lavoratore in aspettativa non retribuita, facendo leva sulla sua situazione di temporanea inidoneità al lavoro. Se poi questa inidoneità si dovesse protrarre a lungo, trasformandosi da temporanea a definitiva, si potrebbe valutare un possibile licenziamento. Sotto un diverso punto di vista, anche le parti sociali dovrebbero occuparsi della materia, valutando se e come integrare i Protocolli sanitari anti Covid per alcuni specifici settori e attività.

Agitare lo spauracchio del licenziamento come strumento facilmente accessibile è sbagliato e fuorviante. È sbagliato perché sposta in capo ai datori di lavoro il compito di imporre una vaccinazione che il legislatore non ha il coraggio o la volontà di rendere obbligatoria. Ed è fuorviante perché rischia di produrre un risultato opposto a quello voluto: la diffidenza e i timori verso la campagna vaccinale vanno rimossi con informazioni scientifiche adeguate, complete e trasparenti.

 

Ultimo aggiornamento Sabato 16 Gennaio 2021 11:34
 
Cocci di Covid. Non è andato tutto bene. PDF Stampa E-mail
Scritto da Direttivo Nazionale AIILF   
Lunedì 29 Giugno 2020 08:30

Angela Chiodi e Michela Spagnoli sono due colleghe bresciane che operano in un servizio COVID.

In questi mesi di emergenza, come migliaia di altri colleghi, hanno sempre avuto un sorriso per i pazienti.

Sul loro volto, davanti al paziente.

Dietro, invece, si accumulavano ansie, paure, drammi, stress, dolore e la sensazione di non poter tornare più come prima.

Finita l'emergenza hanno deciso di prendere in mano una macchina fotografica e coinvolgere le colleghe (i due colleghi maschi il giorno dello stage erano di turno) in un progetto grafico-artistico che raccontasse questo dualismo.

Ne è nata una serie di scatti iconici, basati su 2 concetti fondamentali, tutto quello che è negativo, dolore, paura, noi infermieri lo teniamo dietro, nascosto al paziente e quando ci "rompiamo" utilizziamo la tecnica giapponese del Kintsugi, che consiste nell'utilizzo di oro o argento liquido o lacca con polvere d'oro per la riparazione di oggetti in ceramica (in genere vasellame), usando il prezioso metallo per saldare assieme i frammenti. La tecnica permette di ottenere degli oggetti preziosi sia dal punto di vista economico (per via della presenza di metalli preziosi) sia da quello artistico: ogni ceramica riparata presenta un diverso intreccio di linee dorate unico ed irripetibile per via della casualità con cui la ceramica può frantumarsi. La pratica nasce dall'idea che dall'imperfezione e da una ferita possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica e interiore.


Lasciamo però adesso che siano loro stesse a raccontare la loro emozionante opera.

"In questi mesi abbiamo visto i social e le città piene di “andrà tutto bene”. Parole che danno conforto, certo.
Ma è andato davvero tutto bene?
Abbiamo voluto, attraverso la fotografia, mostrare vicinanza e rispetto per tutti coloro che hanno perso qualcuno a causa del Covid-19.
Perché per queste persone no, non è andato tutto bene.
Qualcuno ha perso i genitori, i nonni, un amico, un collega, il/la compagno/a di una vita.
Qualcuno ha perso un pezzo di cuore che non gli verrà più restituito.
Anche molti infermieri non ce l'hanno fatta e sono diventati vittime di quello che hanno cercato di curare.
Alcuni di noi si sono ammalati e sono dovuti rimanere lontani dalle proprie famiglie e dal lavoro, altri invece, seppur non avessero contratto il Covid-19, hanno preso la decisione di allontanarsi dai propri affetti per proteggerli.
Ogni tanto, per tutto questo ed altro, noi infermieri ci siamo sentiti a pezzi.
Solitamente quando qualcosa si rompe, cerchiamo di aggiustarlo facendo in modo che il danno sia invisibile.
Invece noi, come l'arte del Kintsugi, abbiamo cercato di riparare le crepe con l'oro, evidenziando le nostre ferite impreziosendole.
E se da ogni ferita c'è luce che entra, per tutti coloro che non possono più combattere, per tutti quelli che hanno perso qualcuno, a tutti voi, la nostra vicinanza.

Il nostro #nonèandatotuttobene, i nostri #coccidicovid.
Angela e Michela."

 

 


Ultimo aggiornamento Sabato 16 Gennaio 2021 11:21
 
Comunicato AIILF su DM 82 del 14/05/2020 (Decreto Manfredi). PDF Stampa E-mail
Scritto da Direttivo Nazionale AIILF   
Lunedì 18 Maggio 2020 17:05

I meno giovani ricorderanno la primavera del 1994.

Sotto l’egida dell’allora IPASVI tutti gli infermieri scesero in piazza a rivendicare una posizione professionale ormai conquistata sul campo ed una evoluzione legislativa che sancisse quella realtà.

Alla fine dello stesso anno assistemmo all’uscita del Profilo Professionale e da allora, con sempre maggiore rapidità, la legislazione ha seguito, a volte perfino anticipato, la crescita, la specializzazione e la responsabilizzazione della nostra professione.

Almeno fino al 14 maggio 2020.

Appena due giorni dopo aver “festeggiato” il 200° anniversario della nascita della nostra fondatrice, nell’anno Internazionale degli Infermieri, in piena emergenza sanitaria, durante la quale ogni singolo infermiere, con le proprie specifiche competenze e funzioni si è speso ben oltre il limite, con almeno 40 decessi di colleghi per COVID-19, quando il Paese, ed il mondo intero, hanno finalmente iniziato ad avere la percezione della profondità e complessità della professione infermieristica, in perfetta concomitanza con un Decreto del Governo che niente stanzia di quanto promesso per valorizzare almeno economicamente i nostri sacrifici, il 14 maggio (pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del 17/05/2020) il Ministro Manfredi, cieco a tutto questo, pubblica un Decreto anacronistico, offensivo, degradante e fuori da qualsiasi logica economica, culturale, professionale ed educativa.

Il Ministro dell’Università e della Ricerca Scientifica modifica con un atto unilaterale le norme per le classi di Laurea Infermieristica abbassando gli standard per l’accreditamento dei Corsi di Laurea per i prossimi 2 anni accademici, affermando quindi che si deve “fare di più” con “meno”.

Il numero minimo di docenti di riferimento, sia ordinari che a contratto, per tale accreditamento passa infatti da 5 a 3 unità.

Vengono inoltre inseriti, tra i docenti di riferimento, “almeno 2 medici ospedalieri”, senza nemmeno considerare la possibile e logica alternativa che tali docenti di riferimento possano essere invece infermieri.

Un “attacco” ed un danno non solo ai tanti docenti Infermieri che già meriterebbero maggiore spazio, ma anche a tutta la professione infermieristica.

Solo un anno fa, col DM del 7 gennaio, venivano stabilite le regole del gioco nella formazione universitaria degli infermieri.

L’attuale DM riporta l’orologio della professione a quell’iniziale 1994.

Forse anche più indietro.

Gli infermieri devono essere formati da infermieri.

E’ evidente e dovrebbe essere scontato.

Non esiste altro corso universitario dove i docenti di riferimento appartengano ad altre professioni che, per quanto operanti nello stesso ambito, sono evidentemente diverse.

Nessuno ha mai sentito di ingegneri civili che dirigano il corso di laurea in architettura!

Non dimentichi il MIUR che il Governo di cui fa parte il Ministro Manfredi ha previsto, solo nella fase iniziale del riordino ed espansione del SSN, l’assunzione di almeno 9600 colleghi per la neo-normata figura dell’infermiere di famiglia; risulta quindi evidente che per formare l’accresciuta necessità di infermieri servano ovviamente più docenti.

Infermieri, ovviamente.

La scrivente Associazione, sulla base di quanto esposto, chiede l’immediata revisione del DM in oggetto, alla luce della legislazione vigente e di concerto con il Ministero della Salute, gli Ordini professionali degli Infermieri, le Società Scientifiche e le Associazioni Infermieristiche.


Poggibonsi (Si), 18 maggio 2020


Il Presidente AIILF, per il Direttivo Nazionale

Eugenio Cortigiano


 
COVID-19 e spagnola. Davvero sono simili? PDF Stampa E-mail
Scritto da Direttivo Nazionale AIILF   
Martedì 16 Giugno 2020 08:30

Spesso durante questa pandemia di CoViD-19, il coronavirus è stato paragonato all'influenza spagnola, che uccise milioni di persone (tra i 50 ed i 100) tra il 1918 e il 1920.

Un articolo pubblicato sullo Smithsonian Magazine analizza i due fenomeni, e ne deduce che questo confronto non è del tutto corretto e, soprattutto, non si può utilizzare la spagnola come metro di paragone per capire come andrà a finire la pandemia attuale.

Ci sono infatti importanti differenze biologiche tra il SARS-CoV-2 e il ceppo di H1N1 alla base dell'epidemia di influenza spagnola.

A questo vanno aggiunte sostanziali differenze tra il contesto abitativo, igienico e sociopolitico attuale e quello dell'epoca (il primo dopoguerra).

LA GRANDE GUERRA.

La diffusione della spagnola venne certamente favorita dalla situazione dell'epoca.

Durante la I° guerra mondiale molti giovani lasciarono le proprie case per andare a combattere su fronti di battaglia che spaziavano dalle Ardenne alle porte di Mosca.

Questa spostamento di truppe permise al virus di circolare e contagiare i soldati, causando la prima ondata dell'epidemia nella primavera del 1918.

Nell'autunno dello stesso anno arrivò una seconda ondata pandemica: si diffuse grazie ai commerci con le rotte marittime e ferroviarie in tutto il mondo.

MUTAZIONI GENICHE

Si stima che tra il 1918 e il 1920 la spagnola uccise tra i 50 ed i 100 milioni di persone nel mondo: quel ceppo del virus poi scomparve da solo, probabilmente a causa del fatto che in molti l'avevano contratto e si era quindi creata un'immunità di gregge, oppure a causa delle mutazioni del virus stesso.

Gli studi fin qui condotti fanno ipotizzare che il SARS-CoV-2 sia relativamente stabile: il virus della spagnola, al contrario, mutò rapidamente, così come accade a quello dell'influenza stagionale, per proteggersi dalla quale è necessario vaccinarsi ogni anno.

LA STAGIONALITÀ.

Un altro fattore che rende difficile fare previsioni sul futuro della pandemia attuale da SARS-CoV-2 è il fatto che il nuovo coronavirus, al contrario di quello dell'influenza, non sembra condizionato dalla stagionalità. In realtà ancora non sappiamo se lo è.

(Le indagini satellitari fatte dall'Università di Harvard ed analizzate anche dal Mossad israeliano, che dimostrerebbero un notevole aumento del traffico e delle auto parcheggiate intorno agli ospedali cinesi già da agosto 2019, farebbero ipotizzare che non lo sia affatto, se ha superato sia il caldo estivo che il freddo invernale delle province cinesi).

In definitiva «le oscillazioni nei casi di COVID-19», si legge sullo Smithsonian Magazine, «non sembrano comparabili con le "ondate" di influenza del 1918 e 1919».


Paragonare quindi la CoViD-19 con la spagnola potrebbe avere solo una ragione di fondo in effetti.

L'influenza spagnola si è conclusa.

Ed è quello che possiamo sperare della COVID-19

 
Mutilazioni Genitali Femminili PDF Stampa E-mail
Scritto da Direttivo Nazionale AIILF   
Venerdì 07 Febbraio 2020 09:21

Per mutilazioni genitali femminili si intendono tutte quelle pratiche volte alla parziale o totale rimozione della parte esteriore dei genitali femminili. Esse sono praticate per ragioni culturali, religiose o di altra natura, che non siano però di carattere terapeutico.

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha diviso questo genere di pratiche in quattro diversi tipi, classificandoli a seconda del livello di gravità. Essi sono la clitoridectomia (tipo I), l’asportazione (tipo II), l’infibulazione (tipo III) e, infine, altre pratiche di mutilazione genitale non classificate come l’uso di piercing, la cauterizzazione e taglio della vulva e l’uso di acidi, le quali rientrano tutte nel tipo IV.

Le mutilazioni genitali sono generalmente praticate attraverso l’uso di oggetti rudimentali, quali coltelli, forbici, lamette da barba e, di solito, senza l’uso di alcun tipo di anestetico. La maggior parte delle volte, le mutilazioni sono effettuate senza prendere in considerazione le basilari norme di igiene.


Le conseguenze su donne e bambine

Per questi motivi, le donne, le ragazze e, purtroppo, le bambine che sono sottoposte a mutilazioni riscontrano gravi problemi di salute e psicologici. Esse hanno un tasso di mortalità più alto e possono avere gravi problemi durante il parto.

Inoltre, queste pratiche risultano in contrasto con i diritti basilari delle donne, sanciti nei vari trattati internazionali, e attentano all’integrità fisica e alla salute mentale e fisica delle donne. Contrastano anche con il principio fondamentale di non-discriminazione sancito nella Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (Cedaw) e nella Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia (Crc).

Tra le maggiori conseguenzenegative connesse alla pratica della circoncisione femminile, come accennato, ci sono le alte probabilità di riscontrarecomplicazioni durante il partoche, in casi estremi, possono portare alla morte sia della madre sia del bambino/a.

Tra le conseguenze a breve termine si possono riscontrare emorragie ed infezioni, mentre tra quelle a lungo termine è importante menzionare sterilitàdanni agli organi interni e in casi estremi, morte.


Dati Oms e paesi delle mutilazioni genitali femminili

I dati riguardanti la diffusione di queste pratiche sono allarmanti. L’Organizzazione mondiale della sanità stima che più di 125 milioni di donne attualmente in vita hanno subito una qualche forma di mutilazione genitale.

Le percentuali più ampie di mutilazioni genitali si possono riscontrare nell’Africa Subsahariana e nella Penisola Arabica. Alcune statistiche dimostrano che più del 90% delle donne tra i 15 e i 49 anni che vivono in queste due zone hanno subito una qualche forma di mutilazione.


Mgf nel mondo: Somalia, Egitto, Sudan. Ma anche Nigeria e Kenya. E pure Asia, America Latina, Europa

Inoltre, diversi studi documentano l’esistenza di queste pratiche in più di 29 paesi. In alcuni, come la Somalia, l’Egitto e il Sudan, la percentuale di donne, ragazze e bambine mutilate supera l’80 per cento. In Kenya e Nigeria siamo tra il 26% e il 50%, mentre in CamerunNiger e Iraq i numeri scendono fino al 10 per cento.

Le mutilazioni genitali femminili sono praticate anche da alcuni gruppi etnici in Asia e America Latina e, a causa dell’elevato numero di immigrati che si spostano verso l’Europa e il Nord America, anche in queste zone sono stati riscontrati casi di mutilazioni genitali. Nella sola zona dell’Unione europea si stima che circa 500.000 donne abbiano subito mutilazioni genitali.

Mgf: perché si praticano

Purtroppo esiste ancora molta ignoranza nei confronti di queste pratiche, che generalmente sono associate a motivi di carattere religiosoLe ragioni che stanno dietro alla perpetuazione delle mutilazioni, invece,possono essere varie e non necessariamente legate alla religione.

Esse, infatti, sono spesso giustificate da motivi di carattere culturale, come il mantenimento delle tradizioni, il miglioramento della fertilità, la promozione di una coesione sociale e culturale all’interno delle comunità, la prevenzione della promiscuità, la promozione dell’igiene femminile e la preservazione della verginità.

Infine, a volte, anche il movente religioso e l’adempimento di obblighi relativi alla propria religione possono essere motivi alla base della diffusione di queste pratiche. Nella religione musulmana, in particolare, è usanza etichettare le donne non circoncise come “cattive musulmane”, mentre quelle che accettano la pratica vengono ammirate e lodate all’interno della loro comunità (Little, C.M. “Female Genital Circumcision: Medical and Cultural Considerations“, Journal of Cultural Diversity 10.1 (2003): 30-4. Print).

Inoltre, è usanza associare la circoncisione con la purificazione e la pulizia, due requisiti fondamentali dell’Islam, conosciuti con il nome di Tahara. Tuttavia, è importante sottolineare che all’interno del Corano non c’è alcun riferimento alla necessità di praticare la circoncisione alle bambine e ragazze.

Il soffione simbolo della campagna di Actionaid contro le mutilazioni genitali femminili

Il soffione, simbolo di ActionAid contro le Mutilazioni Genitali Femminili

È importante evidenziare che le mutilazioni genitali femminili sono praticate soprattutto in paesi prevalentemente dominati dagli uomini, dove le donne faticano a raggiungere posizioni di spicco e sono generalmente relegate in casa. In questi paesi, il movente religioso e/o culturale si associa alla pressione sociale riguardante la pratica di questa forma di circoncisione femminile. Infatti, a causa soprattutto di motivi religiosi, le donne devono arrivare vergini al matrimonio e quindi, per preservare e proteggere la verginità, sono sottoposte alle pratiche di mutilazione genitale.

In alcuni paesi, infatti, è usanza comune credere che le ragazze che non vengono sottoposte alle mutilazioni non sono in grado di contenere il loro desiderio sessuale e cerchino perciò di avere rapporti sessuali con chiunque. Il paradosso sta nel fatto che, in genere, gli uomini sanno veramente poco di questi rituali, i quali vengono incentivati e portati avanti dalle donne, le quali credono che, una volta circoncise, le loro figlie diventino più belle e rispettabili.

Escluso il motivo religioso, dunque, alcuni studiosi sono propensi a interpretare l’esistenza di queste pratiche come una forma di controllo sociale di donne e ragazze che vivono all’interno di società prevalentemente patriarcali, dove il loro ruolo si riduce a quello di mogli e madri.


Mgf in punto di legge: cosa dice il diritto internazionale

Le mutilazioni genitali femminili sono considerate una violazione dei diritti umani dal 1993, quando, durante la Conferenza mondiale sui diritti umani svoltasi a Vienna, diverse nazioni hanno preso atto dell’esistenza del problema e, di conseguenza, hanno iniziato a legiferare in merito, proibendo queste pratiche.

Prima del 1993, la risposta delle varie nazioni circa l’urgenza di far fronte al problema era stata quella di “medicalizzare” le circoncisioni facendole praticare da medici specializzati, in modo da ridurre il numero di vittime. Solo a partire dalla Conferenza di Vienna, le mutilazioni genitali femminili sono stata definite come una violazione dei diritti umani.

Esse, infatti, violano il diritto alla vita, il diritto all’uguaglianza e alla non-discriminazione sulla base del genere e sono considerate una forma di tortura e di trattamento inumanodegradante.

Durante la Conferenza di Vienna, le mutilazioni genitali femminili sono state classificate come una forma di violenza contro le donne (violence against women, Vaw), la quale, per la prima volta, veniva riconosciuta come una violazione di diritti umani da proteggere attraverso le norme di diritto internazionale.

Purtroppo, come tutte le pratiche radicate all’interno delle società, le mutilazioni genitali femminili non sono facili da abolire e la semplice creazione di norme e leggi, sia a livello nazionale che internazionale, non è sufficiente. Delle solide leggi sono necessarie per punire coloro che continuano a praticare la circoncisione femminile su bambine e ragazze, ma, allo stesso tempo, c’è urgenza di affiancare la creazione di leggi a processi educativi e a cambiamenti socio-economici e attitudinali.

Infatti, spesso queste pratiche vengono giustificate dietro il cosiddetto “relativismo culturale”, secondo il quale è sbagliato imporre idee occidentali volte all’abolizione di queste pratiche strettamente legate alla cultura e alle tradizioni delle popolazioni che le praticano e che solo dai paesi “occidentali” sono definite come violazioni di diritti umani.


Testimonianze di mutilazioni genitali: il caso Dirie Waris

Per tutti questi motivi, le leggi volte all’abolizione delle mutilazioni genitali sono necessarie ed urgenti, ma devono essere accompagnate da processi dal basso verso l’alto, che possano davvero provocare un cambiamento nelle attitudini delle popolazioni. Ciò di cui hanno urgente bisogno gli Stati sono campagne educative, volte al cambiamento di atteggiamento da parte di coloro che ne sono direttamente interessate: le donne.

Campagne informative da parte delle organizzazioni internazionali e non governative sono la chiave per permettere alle donne di esaminare le varie opzioni e le conseguenze delle scelte che andranno a fare, in modo da permettere loro di scegliere consapevolmente se essere sottoposte e/o sottoporre le loro figlie alle mutilazioni.

La buona notizia, in ogni caso, è che c’è un alto margine di miglioramento: tanti Stati hanno adottato leggi che proibiscono le mutilazioni e tanti attivisti e persone influenti si sono schierati contro queste pratiche, facendo campagne educative nelle scuole e nei villaggi per educare e creare consapevolezza nelle bambine, ma anche nei bambini.

Un importante esempio è quello di Dirie Waris, una modella somala che da bambina è stata costretta alla mutilazione dalla mamma e dalla nonna. Scappata a Londra all’età di 13 anni, oggi Dierie è la portavoce della campagna delle Nazioni Unite contro le mutilazioni genitali femminili e denuncia costantemente queste pratiche. Il suo libro, Fiore Del Deserto, in cui racconta la sua storia, è diventato simbolo della sua lotta e della lotta di tante altre donne che non accettano la società patriarcale in cui vivono e decidono di combattere. Non sono per loro, ma per dare un futuro migliore a tutte coloro che verranno dopo.


Tratto da Osservatorio dei Diritti, associazione no-profit.

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Ultimo aggiornamento Venerdì 07 Febbraio 2020 09:25
 
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