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Sull'orario di servizio ed i suoi problemi PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Martedì 27 Gennaio 2015 15:39

Sono tra le domande più presenti tra colleghi e sui social network, oltre che nei messaggi e nelle mail a cui rispondiamo quotidianamente.

Sembra utile quindi chiarire alcuni concetti già espressi altrove e riunirli in un articolo completo ed unico, che comprenda alcuni aspetti fondamentali dell'orario di lavoro, e dei problemi ad esso collegati, sempre riferendosi alle vigenti disposizioni di legge.

Orario massimo di servizio

L'orario massimo di servizi è indicato, nella vigente legislazione (legge 300/71 ed altre), in 12 ore.

Alcuni giuristi però ritengono, in quanto più recente, sia valido ill D.LGS 66/2003 (in parte modificato dal D.Lgs.213/2004). Il decreto in realtà cita esclusivamente i riposi minimi, 11 ore consecutive tra un turno ed il successivo.

La sua interpretazione estensiva consentirebbe una durata massima del lavoro di 13 ore (24 ore giornaliere, meno le 11 di riposo).

La questione ancora non è stata pienamente chiarita, anzi, ogni giudice può ritenere valida una qualsiasi delle 2 interpretazioni.

Per sicurezza, quindi, si indica la durata massima dell'orario di lavoro in 13 ore.

Oltre questo orario non è però solo in difetto il datore di lavoro, ma anche il lavoratore stesso, che sta violando la stessa norma.

Questo implica la non copertura della eventuale assicurazione, ad esempio. Violando una norma, inoltre, si è correi. Non comunicandolo all'azienda si può essere condannati anche per eventi per i quali non abbiamo nessuna colpa. E' sufficiente essere a conoscenza di aver violato una legge (sull'argomento rimandiamo a questa sentenza)

Cambio turno assente

E se dovessimo andare oltre il nostro orario di servizio perchè il cambio turno non si presenta?

Intanto vediamo quale è la procedura corretta di tutti in caso di malattia improvvisa.

Se un collega ci comunica di non poter venire al lavoro lasciando quindi scoperto il turno, si deve:

1) comunicare il contenuto della telefonata al Coordinatore, se presente, possibilmente alla presenza di un testimone. Trasmessa la comunicazione, riprendere la propria occupazione assistenziale.

2) Se non sono in servizio il Coordinatore o il proprio Dirigente Infermieristico, telefonare al dirigente reperibile della Direzione Sanitaria (il nome del reperibile è custodito dal centralino e farselo passare al telefono) comunicandogli la situazione di scopertura del turno venutasi a creare.

(P.s. per la vigente legislazione è sempre possibile registrare le proprie telefonate).

Se l'azienda (intesa come tutti i dirigenti coinvolti) non provvede al cambio o il collega neanche avverte della propria malattia (il che lo rende passibile di provvedimento disciplinare e/o denuncia penale) si è obbligati a coprire il turno fino alla durata massima di 13 ore.

L'obbligo non è esercitabile se da tale comportamento possono derivare danni a minori o invalidi, purchè dimostrabili. (l'esempio classico è quello dei figli che escono da scuola e si devono andare a prendere).

Si devono comunque ripetere i punti 1 e 2, evidenziando il limite delle 13 ore di lavoro.

Oltre il proprio orario, comunque, è previsto si garantiscano solo le emergenze, non il normale lavoro di routine.

Arrivati in prossimità del limite delle 13 ore consecutive di lavoro si deve telefonare al 112 (Carabinieri) spiegando la situazione di illegalità e di pericolo in cui ci si trova e chiedendo di intervenire sul luogo per verificare la situazione e consentire la stesura del verbale di denuncia. Nel caso vi fosse anche il rischio di compromettere la sicurezza della propria famiglia, per esempio se i figli sono rimasti soli perchè il papà ha dovuto andare al lavoro e quindi ci si espone anche al rischio di denuncia penale per abbandono di minori ed incapaci (art. 591 Codice Penale) si deve pretendere dai carabinieri di coinvolgere l’autorità competente, il sindaco o il giudice di turno, affinchè si possa trovare una sicura e solerte soluzione.

Oltre il termine delle 13 ore si è autorizzati/obbligati a lasciare il posto di lavoro. La responsabilità, avendo provveduto a comunicarlo nei tempi e nei modi corretti, ricade esclusivamente sul Coordinatore, sul Dirigente Infermieristico o sull'Azienda (a chi è stato comunicato e non ha provveduto).

Richiamo in servizio

Uno delle "abitudini" diffuse in questi casi è richiamare in servizio il collega che è di riposo. Procedura assolutamente illegale per come viene espletata.

Chiariamo anzitutto che, dove non esista il servizio di pronta disponibilità (cosiddetta reperibilità) non esiste nessun obbligo legale di lasciare il proprio numero di telefono al Coordinatore della propria unità operativa. Sul sito del Garante della Privacy è addirittura disponibile uno stampato per chiedere la cancellazione di questo ed altri dati non necessari presenti fuori dai luoghi preposti (in questo caso il telefono dovrebbe essere a disposizione, senza comunque l'obbligo, del solo ufficio del personale). Il modulo per la cancellazione dei dati è disponibile a questo indirizzo.

Questo perchè l'unica modalità prevista da leggi e contratti per richiamare in servizio il dipendente è l'ordine di servizio.

Come già scritto nel Piccolo Vademecum dei Diritti Infermieristici l'ordine di servizio deve essere a consegna certa al dipendente, essere scritto, motivato, indicare la data, provenire dal Responsabile del Servizio, avere carattere di eccezionalità ed essere consegnato con almeno 24 ore di preavviso. (art. 28 CCNL 1995, art. 34 CCNL 1999).

Una violazione qualsiasi di queste norme invalida la richiesta da parte dell'azienda.

Sui ritardi da parte dei colleghi montanti è utile ricordare che il dipendente che regolarmente entra in servizio in ritardo è passibile di licenziamento. Sentenza Cassazione

Ribadiamo quindi che l'unica modalità di richiamo in servizio è, appunto, l'ordine di servizio (visto sempre come una imposizione al dipendente, in realtà è anche a sua stessa garanzia. Se nel tragitto tra casa e lavoro, ad esempio, si è vittime di un infortunio, non abbiamo nessun documento che possa provare che stavamo andando a lavoro, essendo solo e soltanto il turno garante dei propri turni.

Sentenze in merito escludono, a maggior ragione, chiamate in servizio tramite SMS, mail, messenger vari, What's Up, Facebook, Twitter o social media.

Reperibilità

Come già trattato nel Piccolo Vademecum:

- la reperibilità, in realtà si chiama Servizio di Pronta Disponibilità (SPD) è possibile solo in alcuni reparti, le sale operatorie e le strutture di emergenza, non è quindi possibile avere il SPD negli altri reparti o unità operative. (comma 11 – art. 7 – CCNL integrativo 20/09/2001)

- non possono fare il SPD i coordinatori (ex Caposala) e gli oss inquadrati nel ruolo tecnico (cioè tutti o quasi) (comma 11 art. 7 – CCNL integrativo 20/09/2001)

- per un turno di SPD fatto in un giorno festivo, con chiamata o meno, l'infermiere ha diritto ad un giorno di riposo compensativo nella settimana successiva. Ma va richiesto solo nel caso in cui si abbiano delle ore di surplus, in quanto il riposo compensativo verrà conteggiato con 6 ore di debito orario (comma 6 – art. 7 – CCNL integrativo 20/09/2001)

- i turni di reperibilità non possono essere superiori a 6 nel mese (comma 10 – art. 7 – CCNL integrativo 20/09/2001)

- i turni di reperibilità sono di 12 ore e possono essere 2 consecutivi, quindi di 24 ore, solo nei festivi (comma 6 e 7 – art. 7 – CCNL integrativo 20/09/2001)

- il SPD è possibile solo la notte e nei festivi (comma 6 – art. 7 – CCNL integrativo 20/09/2001)

Ultimo aggiornamento Martedì 27 Gennaio 2015 16:42
 
Evento AIILF - Sicilia PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Martedì 13 Gennaio 2015 15:52

Ultimo aggiornamento Martedì 13 Gennaio 2015 15:53
 
EVENTO AIILF-LIGURIA PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Sabato 10 Gennaio 2015 18:37

 
Depenalizzazione? Cosa c'è di vero? PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Martedì 23 Dicembre 2014 15:25

Da giorni in Internet si parla insistentemente dell’avvento di un’ampia depenalizzazione riguardante ben 112 reati tra cui, per citare i più gettonati, l’omicidio colposo, lo stalking e il maltrattamento di animali. Il tutto condito con i classici inviti a far “girare” la notizia, a firmare petizioni e tutto il consueto campionario di comportamenti sociali che caratterizzano le bufale per catena di Sant’Antonio. La realtà, però, è parecchio differente ed è facile verificarla.

Partiamo, anzitutto, dal significato della parola depenalizzare: ridurre un illecito penale (un reato che spesso prevede anche la galera) a mero illecito amministrativo, come se fosse un divieto di sosta. Un passaggio non da poco, ma proprio l’ampiezza dello scarto sanzionatorio avrebbe dovuto suggerire prudenza. Approfondiamo. Con la legge 28 aprile 2014, n. 67 il legislatore ha, tra le altre cose, delegato al Governo un’ampia revisione dei reati contemplati dal codice penale e non. Così, si è certamente deliberata una vera e propria depenalizzazione per una serie di reati minori, spesso realmente “bagatellari”. E’ un cammino iniziato anni fa per giungere ad un sistema caratterizzato da un “diritto penale minimo”.

Ma per omicidio colposo, stalking e maltrattamenti agli animali, per fare i soliti esempi così sentiti, non ci sarà alcun colpo di spugna. Lo chiarisce la lettera m) dell’art. 1 che, a questo punto, conviene citare integralmente “escludere la punibilità di condotte sanzionate con la sola pena pecuniaria o con pene detentive non superiori nel massimo a cinque anni, quando risulti la particolare tenuità dell’offesa e la non abitualità del comportamento, senza pregiudizio per l’esercizio dell’azione civile per il risarcimento del danno e adeguando la relativa normativa processuale penale”. Cosa significa tutto ciò? Lo spiega meglio uno schema di decreto legislativo che sta circolando informalmente, ma è chiaro che si tratta di qualcosa di profondamente differente dalla tanto vituperata depenalizzazione. La non punibilità (che non equivale ad una generalizzata cancellazione del reato) può conseguire, nel singolo caso concreto, a condizione che:

  • il reato astrattamente sia punibile con la pena pecuniaria o con una detentiva non superiore, nel massimo, ai cinque anni (e lo stalking, in effetti, ci starebbe quanto a pena);

 

ma anche che:

  • l’offesa sia particolarmente tenue;
  • Il comportamento non sia abituale.

 

Fatto sempre salvo il diritto al risarcimento in capo al danneggiato che non rimane certo abbandonato al suo destino. Non si tratta di una novità, non si tratta di una porcheria di un Governo cattivo e lassista. L’”irrilevanza del fatto” è già conosciuta nel processo minorile e in quello davanti al giudice di pace. Si tratta, forse, di un istituto non perfetto, ma sicuramente perfettibile. E l’esperienza giudiziaria ci dice che può funzionare. Parliamo di dare una possibilità, una seconda chance ad una persona che può aver fatto una sciocchezza nella vita. E, francamente, non mi sembra una cosa sbagliata. Si pensi ad un piccolo furto al supermercato, magari ad opera del pensionato che non arriva a fine mese. Chi si sentirebbe di condannarlo? Stiano tranquille le donne offese e maltrattate, stiano tranquilli gli animalisti: nessuno vuole privarli delle loro sacrosante tutele.

 
Depenalizzazione? Cosa c'è di vero? PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Martedì 23 Dicembre 2014 15:26

Da giorni in Internet si parla insistentemente dell’avvento di un’ampia depenalizzazione riguardante ben 112 reati tra cui, per citare i più gettonati, l’omicidio colposo, lo stalking e il maltrattamento di animali. Il tutto condito con i classici inviti a far “girare” la notizia, a firmare petizioni e tutto il consueto campionario di comportamenti sociali che caratterizzano le bufale per catena di Sant’Antonio. La realtà, però, è parecchio differente ed è facile verificarla.

Partiamo, anzitutto, dal significato della parola depenalizzare: ridurre un illecito penale (un reato che spesso prevede anche la galera) a mero illecito amministrativo, come se fosse un divieto di sosta. Un passaggio non da poco, ma proprio l’ampiezza dello scarto sanzionatorio avrebbe dovuto suggerire prudenza. Approfondiamo. Con la legge 28 aprile 2014, n. 67 il legislatore ha, tra le altre cose, delegato al Governo un’ampia revisione dei reati contemplati dal codice penale e non. Così, si è certamente deliberata una vera e propria depenalizzazione per una serie di reati minori, spesso realmente “bagatellari”. E’ un cammino iniziato anni fa per giungere ad un sistema caratterizzato da un “diritto penale minimo”.

Ma per omicidio colposo, stalking e maltrattamenti agli animali, per fare i soliti esempi così sentiti, non ci sarà alcun colpo di spugna. Lo chiarisce la lettera m) dell’art. 1 che, a questo punto, conviene citare integralmente “escludere la punibilità di condotte sanzionate con la sola pena pecuniaria o con pene detentive non superiori nel massimo a cinque anni, quando risulti la particolare tenuità dell’offesa e la non abitualità del comportamento, senza pregiudizio per l’esercizio dell’azione civile per il risarcimento del danno e adeguando la relativa normativa processuale penale”. Cosa significa tutto ciò? Lo spiega meglio uno schema di decreto legislativo che sta circolando informalmente, ma è chiaro che si tratta di qualcosa di profondamente differente dalla tanto vituperata depenalizzazione. La non punibilità (che non equivale ad una generalizzata cancellazione del reato) può conseguire, nel singolo caso concreto, a condizione che:

  • il reato astrattamente sia punibile con la pena pecuniaria o con una detentiva non superiore, nel massimo, ai cinque anni (e lo stalking, in effetti, ci starebbe quanto a pena);

 

ma anche che:

  • l’offesa sia particolarmente tenue;
  • Il comportamento non sia abituale.

 

Fatto sempre salvo il diritto al risarcimento in capo al danneggiato che non rimane certo abbandonato al suo destino. Non si tratta di una novità, non si tratta di una porcheria di un Governo cattivo e lassista. L’”irrilevanza del fatto” è già conosciuta nel processo minorile e in quello davanti al giudice di pace. Si tratta, forse, di un istituto non perfetto, ma sicuramente perfettibile. E l’esperienza giudiziaria ci dice che può funzionare. Parliamo di dare una possibilità, una seconda chance ad una persona che può aver fatto una sciocchezza nella vita. E, francamente, non mi sembra una cosa sbagliata. Si pensi ad un piccolo furto al supermercato, magari ad opera del pensionato che non arriva a fine mese. Chi si sentirebbe di condannarlo? Stiano tranquille le donne offese e maltrattate, stiano tranquilli gli animalisti: nessuno vuole privarli delle loro sacrosante tutele.

 

Tratto da neXt, quotidiano online.

Ultimo aggiornamento Martedì 23 Dicembre 2014 15:36
 
Lo stalking condominiale PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Venerdì 12 Dicembre 2014 08:36

Il condominio negli ultimi anni lungi dall'essere un luogo di convivenza civile, ambiente di socializzazione etc..si è trasformato in un cruento campo di battaglia.

Complice la crisi economica, che rende difficile il pagamento delle quote condominiali, la crescente immigrazione ed il sopraggiungere di altre problematiche è in continuo aumento il fenomeno dello “stalking” dei vicini”.

Tale problematica, che potrebbe destare una certa ilarità, è in realtà un fenomeno che si diffonde a macchia d’olio da nord a sud,non conosce sesso, razza, classe sociale .

Quartieri periferici con situazioni di disagio, ma anche i quartieri della Roma bene diventano teatro di episodi di stalking di insospettabili quanto rancorosi vicini.

Così accade nella tranquilla Vicenza dove per la presenza di un cane meticcio una signora viene minacciata ed invitata a trovarsi una nuova casa dai propri vicini.

Nel dicembre 2011 nella bergamasca si assiste ad una delle prime condanne per stalking comminata ad un 69 enne, accusato di atti persecutori, minacce e violazione di domicilio a danno di una famiglia alla quale l’uomo aveva più volte forato le gomme dell’ automobile, lasciato carcasse  ed escrementi di animali ed altre condotte riprovevoli che gli hanno cagionato la condanna al carcere per un anno e due mesi.

Interessante in tal senso la sentenza della Corte di Cassazione N 20895 del 25 Maggio 2011 con la quale si condannavano  le molestie e condotte di un condomino che aveva cagionato un perdurante stato di paura e ansia in alcune donne residenti nel condominio.

Tante richieste di  soccorso ai carabinieri, alle forze dell’ordine, ai policy maker dalle quali emerge l’esigenza di una politica unitaria di mediazione abitativa, volta a fornire sicurezza e benessere nel territorio, attraverso la promozione di strategie, attività e soggetti in grado di gestire la conflittualità (conflict coaching)  .

Con l’avvio della mediazione condominiale, pubblico e privato possono fornire una soluzione extragiudiziale alla “difficoltà dell’abitare”, individuandone le sfaccettate criticità .

Il problema andrebbe, a mio avviso, affrontato su più livelli, e l’attore pubblico potrebbe  essere un importante partner del conflict coaching condominiale,come accade in alcune città dove si sono avviati i cd sportello condominio.

Roma,Firenze,Padova ,Lucca ,Vicenza si attrezzano per offrire ai cittadini -condomini sportelli gratuiti ,in grado di offrire un counselling e attività di coaching per le svariate problematiche condominiali,sulla scia dei paesi anglosassoni e nordamericani ,dove è consuetudine l'attivazione,presenza e utilizzo di tali sportelli .

In Europa infatti è ormai radicata la presenza della mediazione condominiale che da noi è appena partita,  e che potrebbe attraverso una virtuosa sinergia pubblico –privato presentare interessanti risvolti sociali.

Mi riferisco ad ambiziosi progetti di housing sociale, conflict coaching abitativo, integrazione degli immigrati ,attraverso i quali migliorare la vivibilità dei nostri Comuni e delle nostre belle città.

Fondamentale è dunque sensibilizzare gli attori del territorio rispetto ai temi del diritto alla casa,e del conflitto abitativo .

I condomini sono luoghi nei quali si generano conflitti che spesso finiscono nelle aule dei tribunali o degenerano negli episodi di stalking tristemente menzionati in apertura.Tuttavia l’armonia condominiale  va ricercata anche attraverso soluzioni che prevengano e non solo affrontino il disagio sociale ed  il degrado abitativo con tattiche di negoziazione per un progetto educativo di condominio.

La costruzione di relazioni positive nel condominio è un obiettivo possibile che può essere raggiunto laddove il conflict coacher costruisca un percorso per il miglioramento dei rapporti di vicinato del condominio attraverso il proprio intervento. Può destare sorpresa l’esplicito riferimento ad un progetto educativo, ma, nella pratica, quando si discute di "condomini maleducati" non si fa forse riferimento ad una dimensione educativa ? Del resto tutte le relazioni interpersonali sono inevitabilmente educative: possono essere volontariamente educative laddove chi educa ne ha consapevolezza e indirizza verso comportamenti sociosolidali; possono essere involontariamente educative laddove siano le relazioni sociali spontanee a costruire nelle persone un’esperienza di rapporti positivi o negativi che siano .

Sopratutto nel passato i condomini erano luoghi dove si intrecciavano relazioni di aiuto e di rispetto,oggi al contrario vige spesso il malumore, il risentimento, le critiche e il conflitto. Il conflict coacher è un soggetto che può operare in tal direzione a pieno titolo, sempreché sia autorevole ed accetti la posizione di arbitro in cui il condominio lo colloca. A tal fine  deve essere sufficientemente calmo ed attento da osservare le relazioni e le tensioni senza farsi coinvolgere;deve costruire una strategia ed agire al fine del miglioramento nella relazione condominiale. Se ha saputo osservare saprà anche difendersi dai molteplici istigatori, manipolatori ed oppressori presenti nel condominio che vorrebbero aizzare il conflitto e costituiscono l’origine di tanti conflitti.

Non si tratta solo di arbitrare delle controversie raggiungendo compromessi accettabili per tutti, si tratta di interpretare le ragioni psicologiche dei conflitti e intervenire sui problemi con comunicazioni che sono il preciso antidoto per ciascuno dei rapporti critici precedentemente analizzati.

 
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