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Cocci di Covid. Non è andato tutto bene. PDF Stampa E-mail
Scritto da Direttivo Nazionale AIILF   
Lunedì 29 Giugno 2020 08:30

Angela Chiodi e Michela Spagnoli sono due colleghe bresciane che operano in un servizio COVID.

In questi mesi di emergenza, come migliaia di altri colleghi, hanno sempre avuto un sorriso per i pazienti.

Sul loro volto, davanti al paziente.

Dietro, invece, si accumulavano ansie, paure, drammi, stress, dolore e la sensazione di non poter tornare più come prima.

Finita l'emergenza hanno deciso di prendere in mano una macchina fotografica e coinvolgere le colleghe (i due colleghi maschi il giorno dello stage erano di turno) in un progetto grafico-artistico che raccontasse questo dualismo.

Ne è nata una serie di scatti iconici, basati su 2 concetti fondamentali, tutto quello che è negativo, dolore, paura, noi infermieri lo teniamo dietro, nascosto al paziente e quando ci "rompiamo" utilizziamo la tecnica giapponese del Kintsugi, che consiste nell'utilizzo di oro o argento liquido o lacca con polvere d'oro per la riparazione di oggetti in ceramica (in genere vasellame), usando il prezioso metallo per saldare assieme i frammenti. La tecnica permette di ottenere degli oggetti preziosi sia dal punto di vista economico (per via della presenza di metalli preziosi) sia da quello artistico: ogni ceramica riparata presenta un diverso intreccio di linee dorate unico ed irripetibile per via della casualità con cui la ceramica può frantumarsi. La pratica nasce dall'idea che dall'imperfezione e da una ferita possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica e interiore.


Lasciamo però adesso che siano loro stesse a raccontare la loro emozionante opera.

"In questi mesi abbiamo visto i social e le città piene di “andrà tutto bene”. Parole che danno conforto, certo.
Ma è andato davvero tutto bene?
Abbiamo voluto, attraverso la fotografia, mostrare vicinanza e rispetto per tutti coloro che hanno perso qualcuno a causa del Covid-19.
Perché per queste persone no, non è andato tutto bene.
Qualcuno ha perso i genitori, i nonni, un amico, un collega, il/la compagno/a di una vita.
Qualcuno ha perso un pezzo di cuore che non gli verrà più restituito.
Anche molti infermieri non ce l'hanno fatta e sono diventati vittime di quello che hanno cercato di curare.
Alcuni di noi si sono ammalati e sono dovuti rimanere lontani dalle proprie famiglie e dal lavoro, altri invece, seppur non avessero contratto il Covid-19, hanno preso la decisione di allontanarsi dai propri affetti per proteggerli.
Ogni tanto, per tutto questo ed altro, noi infermieri ci siamo sentiti a pezzi.
Solitamente quando qualcosa si rompe, cerchiamo di aggiustarlo facendo in modo che il danno sia invisibile.
Invece noi, come l'arte del Kintsugi, abbiamo cercato di riparare le crepe con l'oro, evidenziando le nostre ferite impreziosendole.
E se da ogni ferita c'è luce che entra, per tutti coloro che non possono più combattere, per tutti quelli che hanno perso qualcuno, a tutti voi, la nostra vicinanza.

Il nostro #nonèandatotuttobene, i nostri #coccidicovid.
Angela e Michela."

 

 


Ultimo aggiornamento Lunedì 29 Giugno 2020 08:36
 
COVID-19 e spagnola. Davvero sono simili? PDF Stampa E-mail
Scritto da Direttivo Nazionale AIILF   
Martedì 16 Giugno 2020 08:30

Spesso durante questa pandemia di CoViD-19, il coronavirus è stato paragonato all'influenza spagnola, che uccise milioni di persone (tra i 50 ed i 100) tra il 1918 e il 1920.

Un articolo pubblicato sullo Smithsonian Magazine analizza i due fenomeni, e ne deduce che questo confronto non è del tutto corretto e, soprattutto, non si può utilizzare la spagnola come metro di paragone per capire come andrà a finire la pandemia attuale.

Ci sono infatti importanti differenze biologiche tra il SARS-CoV-2 e il ceppo di H1N1 alla base dell'epidemia di influenza spagnola.

A questo vanno aggiunte sostanziali differenze tra il contesto abitativo, igienico e sociopolitico attuale e quello dell'epoca (il primo dopoguerra).

LA GRANDE GUERRA.

La diffusione della spagnola venne certamente favorita dalla situazione dell'epoca.

Durante la I° guerra mondiale molti giovani lasciarono le proprie case per andare a combattere su fronti di battaglia che spaziavano dalle Ardenne alle porte di Mosca.

Questa spostamento di truppe permise al virus di circolare e contagiare i soldati, causando la prima ondata dell'epidemia nella primavera del 1918.

Nell'autunno dello stesso anno arrivò una seconda ondata pandemica: si diffuse grazie ai commerci con le rotte marittime e ferroviarie in tutto il mondo.

MUTAZIONI GENICHE

Si stima che tra il 1918 e il 1920 la spagnola uccise tra i 50 ed i 100 milioni di persone nel mondo: quel ceppo del virus poi scomparve da solo, probabilmente a causa del fatto che in molti l'avevano contratto e si era quindi creata un'immunità di gregge, oppure a causa delle mutazioni del virus stesso.

Gli studi fin qui condotti fanno ipotizzare che il SARS-CoV-2 sia relativamente stabile: il virus della spagnola, al contrario, mutò rapidamente, così come accade a quello dell'influenza stagionale, per proteggersi dalla quale è necessario vaccinarsi ogni anno.

LA STAGIONALITÀ.

Un altro fattore che rende difficile fare previsioni sul futuro della pandemia attuale da SARS-CoV-2 è il fatto che il nuovo coronavirus, al contrario di quello dell'influenza, non sembra condizionato dalla stagionalità. In realtà ancora non sappiamo se lo è.

(Le indagini satellitari fatte dall'Università di Harvard ed analizzate anche dal Mossad israeliano, che dimostrerebbero un notevole aumento del traffico e delle auto parcheggiate intorno agli ospedali cinesi già da agosto 2019, farebbero ipotizzare che non lo sia affatto, se ha superato sia il caldo estivo che il freddo invernale delle province cinesi).

In definitiva «le oscillazioni nei casi di COVID-19», si legge sullo Smithsonian Magazine, «non sembrano comparabili con le "ondate" di influenza del 1918 e 1919».


Paragonare quindi la CoViD-19 con la spagnola potrebbe avere solo una ragione di fondo in effetti.

L'influenza spagnola si è conclusa.

Ed è quello che possiamo sperare della COVID-19

 
Comunicato AIILF su DM 82 del 14/05/2020 (Decreto Manfredi). PDF Stampa E-mail
Scritto da Direttivo Nazionale AIILF   
Lunedì 18 Maggio 2020 17:05

I meno giovani ricorderanno la primavera del 1994.

Sotto l’egida dell’allora IPASVI tutti gli infermieri scesero in piazza a rivendicare una posizione professionale ormai conquistata sul campo ed una evoluzione legislativa che sancisse quella realtà.

Alla fine dello stesso anno assistemmo all’uscita del Profilo Professionale e da allora, con sempre maggiore rapidità, la legislazione ha seguito, a volte perfino anticipato, la crescita, la specializzazione e la responsabilizzazione della nostra professione.

Almeno fino al 14 maggio 2020.

Appena due giorni dopo aver “festeggiato” il 200° anniversario della nascita della nostra fondatrice, nell’anno Internazionale degli Infermieri, in piena emergenza sanitaria, durante la quale ogni singolo infermiere, con le proprie specifiche competenze e funzioni si è speso ben oltre il limite, con almeno 40 decessi di colleghi per COVID-19, quando il Paese, ed il mondo intero, hanno finalmente iniziato ad avere la percezione della profondità e complessità della professione infermieristica, in perfetta concomitanza con un Decreto del Governo che niente stanzia di quanto promesso per valorizzare almeno economicamente i nostri sacrifici, il 14 maggio (pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del 17/05/2020) il Ministro Manfredi, cieco a tutto questo, pubblica un Decreto anacronistico, offensivo, degradante e fuori da qualsiasi logica economica, culturale, professionale ed educativa.

Il Ministro dell’Università e della Ricerca Scientifica modifica con un atto unilaterale le norme per le classi di Laurea Infermieristica abbassando gli standard per l’accreditamento dei Corsi di Laurea per i prossimi 2 anni accademici, affermando quindi che si deve “fare di più” con “meno”.

Il numero minimo di docenti di riferimento, sia ordinari che a contratto, per tale accreditamento passa infatti da 5 a 3 unità.

Vengono inoltre inseriti, tra i docenti di riferimento, “almeno 2 medici ospedalieri”, senza nemmeno considerare la possibile e logica alternativa che tali docenti di riferimento possano essere invece infermieri.

Un “attacco” ed un danno non solo ai tanti docenti Infermieri che già meriterebbero maggiore spazio, ma anche a tutta la professione infermieristica.

Solo un anno fa, col DM del 7 gennaio, venivano stabilite le regole del gioco nella formazione universitaria degli infermieri.

L’attuale DM riporta l’orologio della professione a quell’iniziale 1994.

Forse anche più indietro.

Gli infermieri devono essere formati da infermieri.

E’ evidente e dovrebbe essere scontato.

Non esiste altro corso universitario dove i docenti di riferimento appartengano ad altre professioni che, per quanto operanti nello stesso ambito, sono evidentemente diverse.

Nessuno ha mai sentito di ingegneri civili che dirigano il corso di laurea in architettura!

Non dimentichi il MIUR che il Governo di cui fa parte il Ministro Manfredi ha previsto, solo nella fase iniziale del riordino ed espansione del SSN, l’assunzione di almeno 9600 colleghi per la neo-normata figura dell’infermiere di famiglia; risulta quindi evidente che per formare l’accresciuta necessità di infermieri servano ovviamente più docenti.

Infermieri, ovviamente.

La scrivente Associazione, sulla base di quanto esposto, chiede l’immediata revisione del DM in oggetto, alla luce della legislazione vigente e di concerto con il Ministero della Salute, gli Ordini professionali degli Infermieri, le Società Scientifiche e le Associazioni Infermieristiche.


Poggibonsi (Si), 18 maggio 2020


Il Presidente AIILF, per il Direttivo Nazionale

Eugenio Cortigiano


 
Il rischio nell’assistenza extraospedaliera in incidenti che coinvolgono auto elettriche. PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Domenica 26 Gennaio 2020 12:59

Abstract

Oggi i veicoli ibridi ed elettrici rappresentano una quota crescente di nuovi veicoli stradali ed hanno un continuo sviluppo. Gli obiettivi dell'introduzione di questi veicoli includono l'abbassamento dell’impatto negativo sull'ambiente e la riduzione dei costi operativi. Questi veicoli però hanno specifiche particolari relative ai rischi legati al loro utilizzo. Questo documento fornisce gli elementi chiave relativi ai rischi legati all’assistenza extraospedaliera in incidenti che coinvolgano veicoli ibridi ed elettrici. Il documento si concentra sull’identificazione del rischio e dei pericoli che possono derivare dai veicoli ibridi ed elettrici, che sono specificamente correlati alle loro differenze tecniche rispetto ai veicoli convenzionali con motore a combustione interna. Tali rischi esistono quando i veicoli sono in uso, ma anche quando il veicolo è spento o peggio incidentato. Vi è quindi l'identificazione di potenziali rischi per il personale di emergenza in caso di incidente con questi tipi di veicoli. Tenendolo presente che le fonti letterarie sono piuttosto scarse e in Italia praticamente non ce ne sono, le conclusioni rappresentano uno sforzo per sistematizzare le conoscenze disponibili al fine di aiutare i professionisti dell’emergenza-urgenza a ridurre i rischi.

Di cosa parliamo.

I veicoli elettrici hanno il potenziale per offrire molti benefici per la società come il miglioramento della qualità dell'aria in città e la riduzione del biossido di carbonio derivante dalle emissioni del trasporto su strada (a seconda della fonte di energia elettrica). Tuttavia sono molto diversi dai veicoli convenzionali e presentano alcuni nuovi pericoli per la sicurezza. I veicoli non sono intrinsecamente pericolosi, né espongono necessariamente il pubblico a rischi maggiori dei veicoli con motore a combustione interna.

Tuttavia posseggono il potenziale per conseguenze indesiderate come sempre quando una nuova tecnologia è introdotta. Se tali conseguenze devono essere ridotte al minimo, quindi, è importante che le norme di sicurezza dei veicoli siano al passo con le novità tecnologiche.

Ai fini del presente documento, "veicolo elettrico" comprende generalmente ibridi e veicoli puramente elettrici. I veicoli ibridi combinano energia elettrica da un ricaricabile di bordo, da un sistema di accumulo di energia (come una batteria) e un motore a combustione interna.

Un "light hybrid" spegne il motore quando il veicolo è fermo e si riavvia quando l'acceleratore è premuto. L’energia della frenata è immagazzinata e può essere utilizzata per supportare il motore a combustione interna durante accelerazione.

Un "complete hybrid" è in grado di funzionare con la sola batteria, anche se di solito per brevi distanze.

Un "plug-in hybrid" può essere caricato direttamente dalla rete e può funzionare a energia elettrica per distanze più lunghe.

Un "extended range electric vehicle" utilizza un piccolo motore a combustione interna esclusivamente per caricare la batteria. Il o i motori alle ruote sono esclusivamente elettrici.

I veicoli puramente elettrici funzionano solo a batteria e non hanno un motore a combustione interna.

I regolamenti tecnici globali delle Nazioni Unite che sono attualmente in atto non prevedono particolari disposizioni per i veicoli elettrici.

Tuttavia, è stata presentata una proposta per istituire due gruppi di studio informali sui veicoli elettrici per creare una base per il possibile sviluppo di un regolamento tecnico globale delle Nazioni Unite.

Un gruppo si concentrerà sulla sicurezza, mentre l'altro si concentrerà sull'aspetto ambientale dei veicoli elettrici.

Le proposte per le disposizioni di sicurezza dei veicoli elettrici sono:

→ Protezione degli occupanti da scosse elettriche;

→ Requisiti di ricarica;

→ Requisiti di sicurezza per l'energia ricaricabile;

→ Sistemi di smaltimento.

Gli argomenti "post-crash" proposti sono:

-         Isolamento elettrico;

-         Integrità della batteria;

-         Best practice o linee guida per i produttori ed i soccorritori;

-         Procedure di scarica della batteria.

 

Rischio elettrico

Le tensioni utilizzate nei veicoli elettrici sono potenzialmente molto pericolose.

Per questo posseggono una serie di caratteristiche di sicurezza per garantire l’incolumità degli occupanti o di altre persone.

Il circuito ad alta tensione è isolato dal telaio del veicolo (e qualsiasi altro conduttore). Questo significa che una persona dovrebbe toccare entrambi i poli positivi e negativi del circuito per ricevere una scossa elettrica. Ciò richiederebbe una perdita di isolamento su entrambi i lati del circuito.

I veicoli possono impiegare vari mezzi per prevenire il contatto diretto con parti in tensione, ad esempio isolanti materiali o barriere fisiche.

Una collisione però potrebbe compromettere questi sistemi e le misure di sicurezza descritte potrebbero non essere sufficienti, facendo aumentare il rischio di scosse elettriche. l'isolamento elettrico potrebbe essere perso, tanto che entrambi i poli positivi e negativi del circuito entrino in contatto con il veicolo o la carrozzeria. Tuttavia è probabile, ma non obbligatorio, che i veicoli siano dotati di un dispositivo che disconnette l'accumulo di energia dal circuito ad alta tensione nell'evento di un incidente. Ciò si ottiene generalmente tramite sensori di rilevamento crash come per attivare i pretensionatori e l’airbag.

Justen e Schöneburg descrivono la filosofia attuata da Daimler nei veicoli ibridi ed elettrici Mercedes-Benz. Due sono state le strategie di spegnimento implementato da Daimler: un taglio reversibile per piccole collisioni e un taglio irreversibile per collisioni più gravi. Un altro esempio è fornito da Uwai, nella descrizione di un sistema di spegnimento sviluppato da Nissan.

Lo scollegamento dell'accumulatore di energia ricaricabile dal resto del circuito ad alta tensione ridurrà il rischio di scosse elettriche durante e a seguito di un incidente, ma sarà anche importante assicurarsi che l'accumulatore di energia ricaricabile non sia danneggiato in modo da non provocare un incendio o un'esplosione. Inoltre, scaricare l'accumulatore di energia ricaricabile consentirà una manipolazione sicura durante l’assistenza agli occupanti ed il recupero del veicolo. Questo è stato illustrato negli Stati Uniti dove un veicolo elettrico ha preso fuoco tre settimane dopo una prova d'urto sul palo. La batteria è stata danneggiata durante l'impatto e liquido di raffreddamento è finito sull'elettronica durante l’impatto. La batteria non è stata scaricata prima che il veicolo fosse posto in deposito e il conseguente incendio ha distrutto il veicolo e diversi altri parcheggiati nelle vicinanze.

La direttiva 96/79 / CE e il regolamento UN 94 stabiliscono i requisiti minimi per l'impatto frontale delle automobili. Entrambi specificano un frontale in cui l'auto viene spinta contro una barriera offset deformabile a 56 km/h.

Allo stesso modo la direttiva 96/27 / CE e il regolamento UN n. 95 stabiliscono i requisiti minimi per l'impatto laterale, tramite un test in cui una barriera mobile deformabile viene spinta contro il lato della macchina a 50 km/h.

Non ci sono disposizioni specifiche per i veicoli elettrici nelle direttive UE.

I veicoli elettrici sono generalmente più pesanti dei veicoli con motore a combustione interna equivalenti.

Il sistema di accumulo dell'energia ricaricabile (ad es. batterie, condensatori, elettromeccanici, volani, ecc.) è la fonte principale di peso aggiuntivo. Un veicolo può anche richiedere alcune caratteristiche strutturali per accogliere il peso del sistema di accumulo dell'energia ricaricabile e queste funzionalità possono aggiungere ulteriore peso. Ci sono numerose pubblicazioni che discutono di potenziali effetti del peso del veicolo sulla sicurezza.

La fisica di base è relativamente semplice: se due veicoli di massa diversa si scontrano, il più pesante subirà una decelerazione inferiore rispetto al veicolo più leggero. La realtà è più complessa e vari fattori possono influire sulle prestazioni di sicurezza secondarie di un veicolo in una collisione, come quello strutturale, l’integrità dell'abitacolo, lo spazio disponibile per assorbire energia, le prestazioni dei sistemi di ritenuta.

Talouei e Titheridge hanno scoperto che un aumento di massa di 100kg riduce il rischio di lesioni in un incidente del 3%.

Sembrerebbe quindi che un veicolo elettrico offra vantaggi secondari di sicurezza ai suoi occupanti (in alcune circostanze). Tuttavia un veicolo più pesante sarà anche più "aggressivo" e quindi aumentando la massa di un particolare veicolo potrebbero aumentare i rischi per gli occupanti di altri veicoli.

Una ricerca del Loss Data Institute negli Stati Uniti ha scoperto che le probabilità di ferirsi in un incidente sono del 25% inferiori per le persone che viaggiano su auto elettriche.

I pericoli legati all’assistenza extraospedaliera

La sicurezza dell’impianto elettrico di un’auto o la protezione contro le scosse elettriche comprende i livelli di tensione nei veicoli e la protezione contro il contatto diretto e indiretto.

I livelli tipici di tensione per auto e piccoli furgoni variano da 48V a 120V, per furgoni di grandi dimensioni da 96V a 240V e autobus da 300V a 600V.

Questi livelli di tensione sono potenzialmente pericolosi e dovrebbero pertanto essere presi in considerazione durante le operazioni di soccorso.

Parti sotto tensione presenti nel sistema di propulsione elettrica devono essere protette dal contatto diretto con persone all'interno o all'esterno del veicolo attraverso l’isolamento o da una posizione inaccessibile.

Il problema del contatto indiretto è strettamente connesso con gli “errori” della carrozzeria. Qualsiasi connessione secondaria tra il circuito di guida e il veicolo è considerato un errore. Gli errori della carrozzeria possono portare a diversi pericoli come corto circuiti, scossa elettrica o funzionamento incontrollato.

La batteria è la parte più critica per i veicoli elettrici.

Presenta numerosi potenziali pericoli: elettrico, meccanico, chimico e pericolo di esplosione.

Il compartimento che ospita le batterie deve essere progettato in modo da evitare qualsiasi contatto diretto, involontario o un corto circuito.

Per quanto riguarda gli aspetti meccanici, poiché la batteria è la parte più pesante, la sua posizione dovrebbe essere determinata in modo da evitare instabilità del veicolo e dovrebbe essere limitata per evitare danni in caso di incidente.

I pericoli derivanti dall'aspetto chimico dipendono dal tipo di batteria.

Le batterie con elettrolita acquoso emettono idrogeno a causa dell'elettrolisi. Ciò si verifica soprattutto al termine della carica e dovrebbe pertanto essere adottato in base a determinate misure per evitare il rischio di esplosione. Durante il processo di ricarica della batteria il veicolo è collegato alla rete di distribuzione principale e si dovrebbero prendere tutte le precauzioni per evitare il rischio di scosse elettriche.

Come detto sopra, i veicoli elettrici e ibridi hanno problemi di sicurezza che non sono collegati ai veicoli convenzionali e comprendono scosse elettriche, esplosioni, inondazioni dell'elettrolito e incendi.

Ci sono esempi pratici si incendi nei veicoli elettrici dopo un incidente o semplicemente nei garage dove sono stati tenuti. In qualche caso ciò è accaduto mentre il veicolo veniva ricaricato.

Indipendentemente dal fatto che il veicolo sia in uso o meno, il problema è l'incertezza associata con lo stato della batteria dopo un danno meccanico.

I connettori potrebbero essere difettosi o rovinatisi dopo l’impatto e perdere la comunicazione con una o tutte le parti della batteria con una quantità sconosciuta di energia che rimane nel sistema. In questo caso la gestione e la rimozione dell’infortunato diventa un problema significativo.

Indicatori relativi al malfunzionamento della batteria dopo il danneggiamento sono soltanto perdite di elettrolita (i solventi di carbonio sono infiammabili), essendo la corrente elettrica invisibile e non rilevabile se non con strumenti appositi.

Altri rischi, come quelli termici (la temperatura della batteria che può essere osservata dopo un malfunzionamento è superiore ai 1200 °) sono ugualmente nascosti e non facilmente rilevabili.

Per ogni tipo di sistemi di batterie comuni di oggi (come il piombo acido, ibrido nichel-metallo e ioni di litio) sono raccomandati metodi di gestione da parte del personale di emergenza, a seconda che l'incidente sia un incendio nella collisione che danneggia l'alloggiamento della batteria o altro evento pericoloso (es.allagamento).

Il fabbricante fornisce spesso dettagli specifici su come gestire le batterie. Tuttavia questa informazione non è sempre coerente e non sempre facilmente accessibile per il personale di emergenza.

Oltre il pericolo che può derivare dall’uso questi veicoli per gli utenti stessi la SAE (Society of Automotive Engineers) ha sottolineato i rischi per i soccorsi in caso di incidente.

Questi rischi includono potenziali scosse elettriche da sistemi danneggiati che vengono spenti durante o immediatamente dopo l'incidente. Per questo motivo l'associazione consiglia ai produttori di veicoli elettrici l’installazione di interruttori che interrompano l'energia in caso di incidente. La posizione di questi switch deve essere standardizzata per la sicurezza.

Il pericolo può essere ridotto se il personale dei servizi di emergenza ha un facile accesso alle batterie e se i produttori di veicoli creano una posizione unica per l'esclusione della corrente in tutti veicoli elettrici e ibridi.

 

Conclusione

È chiaro che l'uso di veicoli elettrici e ibridi nel futuro sarà uno dei principali punti di riferimento nello sviluppo del trasporto. Il loro uso sarà incoraggiato al fine di proteggere l’ambiente e scongiurare esaurimento dei combustibili fossili.

Di fronte a questa tecnologia completamente diversa le persone devono essere pronte per i nuovi rischi che ne derivano.

L'introduzione di veicoli elettrici richiederà la conformità con regole di sicurezza inerenti all'azionamento elettrico, in particolare in caso di incidente.

I professionisti che operano nei servizi sanitari di emergenza-urgenza devono essere addestrato su come reagire in caso di incidente. Dovrebbero essere consapevoli e addestrati per i rischi che si presentano in un incidente che coinvolge un veicolo elettrico o ibrido.


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Ultimo aggiornamento Domenica 26 Gennaio 2020 12:59
 
Mutilazioni Genitali Femminili PDF Stampa E-mail
Scritto da Direttivo Nazionale AIILF   
Venerdì 07 Febbraio 2020 09:21

Per mutilazioni genitali femminili si intendono tutte quelle pratiche volte alla parziale o totale rimozione della parte esteriore dei genitali femminili. Esse sono praticate per ragioni culturali, religiose o di altra natura, che non siano però di carattere terapeutico.

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha diviso questo genere di pratiche in quattro diversi tipi, classificandoli a seconda del livello di gravità. Essi sono la clitoridectomia (tipo I), l’asportazione (tipo II), l’infibulazione (tipo III) e, infine, altre pratiche di mutilazione genitale non classificate come l’uso di piercing, la cauterizzazione e taglio della vulva e l’uso di acidi, le quali rientrano tutte nel tipo IV.

Le mutilazioni genitali sono generalmente praticate attraverso l’uso di oggetti rudimentali, quali coltelli, forbici, lamette da barba e, di solito, senza l’uso di alcun tipo di anestetico. La maggior parte delle volte, le mutilazioni sono effettuate senza prendere in considerazione le basilari norme di igiene.


Le conseguenze su donne e bambine

Per questi motivi, le donne, le ragazze e, purtroppo, le bambine che sono sottoposte a mutilazioni riscontrano gravi problemi di salute e psicologici. Esse hanno un tasso di mortalità più alto e possono avere gravi problemi durante il parto.

Inoltre, queste pratiche risultano in contrasto con i diritti basilari delle donne, sanciti nei vari trattati internazionali, e attentano all’integrità fisica e alla salute mentale e fisica delle donne. Contrastano anche con il principio fondamentale di non-discriminazione sancito nella Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (Cedaw) e nella Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia (Crc).

Tra le maggiori conseguenzenegative connesse alla pratica della circoncisione femminile, come accennato, ci sono le alte probabilità di riscontrarecomplicazioni durante il partoche, in casi estremi, possono portare alla morte sia della madre sia del bambino/a.

Tra le conseguenze a breve termine si possono riscontrare emorragie ed infezioni, mentre tra quelle a lungo termine è importante menzionare sterilitàdanni agli organi interni e in casi estremi, morte.


Dati Oms e paesi delle mutilazioni genitali femminili

I dati riguardanti la diffusione di queste pratiche sono allarmanti. L’Organizzazione mondiale della sanità stima che più di 125 milioni di donne attualmente in vita hanno subito una qualche forma di mutilazione genitale.

Le percentuali più ampie di mutilazioni genitali si possono riscontrare nell’Africa Subsahariana e nella Penisola Arabica. Alcune statistiche dimostrano che più del 90% delle donne tra i 15 e i 49 anni che vivono in queste due zone hanno subito una qualche forma di mutilazione.


Mgf nel mondo: Somalia, Egitto, Sudan. Ma anche Nigeria e Kenya. E pure Asia, America Latina, Europa

Inoltre, diversi studi documentano l’esistenza di queste pratiche in più di 29 paesi. In alcuni, come la Somalia, l’Egitto e il Sudan, la percentuale di donne, ragazze e bambine mutilate supera l’80 per cento. In Kenya e Nigeria siamo tra il 26% e il 50%, mentre in CamerunNiger e Iraq i numeri scendono fino al 10 per cento.

Le mutilazioni genitali femminili sono praticate anche da alcuni gruppi etnici in Asia e America Latina e, a causa dell’elevato numero di immigrati che si spostano verso l’Europa e il Nord America, anche in queste zone sono stati riscontrati casi di mutilazioni genitali. Nella sola zona dell’Unione europea si stima che circa 500.000 donne abbiano subito mutilazioni genitali.

Mgf: perché si praticano

Purtroppo esiste ancora molta ignoranza nei confronti di queste pratiche, che generalmente sono associate a motivi di carattere religiosoLe ragioni che stanno dietro alla perpetuazione delle mutilazioni, invece,possono essere varie e non necessariamente legate alla religione.

Esse, infatti, sono spesso giustificate da motivi di carattere culturale, come il mantenimento delle tradizioni, il miglioramento della fertilità, la promozione di una coesione sociale e culturale all’interno delle comunità, la prevenzione della promiscuità, la promozione dell’igiene femminile e la preservazione della verginità.

Infine, a volte, anche il movente religioso e l’adempimento di obblighi relativi alla propria religione possono essere motivi alla base della diffusione di queste pratiche. Nella religione musulmana, in particolare, è usanza etichettare le donne non circoncise come “cattive musulmane”, mentre quelle che accettano la pratica vengono ammirate e lodate all’interno della loro comunità (Little, C.M. “Female Genital Circumcision: Medical and Cultural Considerations“, Journal of Cultural Diversity 10.1 (2003): 30-4. Print).

Inoltre, è usanza associare la circoncisione con la purificazione e la pulizia, due requisiti fondamentali dell’Islam, conosciuti con il nome di Tahara. Tuttavia, è importante sottolineare che all’interno del Corano non c’è alcun riferimento alla necessità di praticare la circoncisione alle bambine e ragazze.

Il soffione simbolo della campagna di Actionaid contro le mutilazioni genitali femminili

Il soffione, simbolo di ActionAid contro le Mutilazioni Genitali Femminili

È importante evidenziare che le mutilazioni genitali femminili sono praticate soprattutto in paesi prevalentemente dominati dagli uomini, dove le donne faticano a raggiungere posizioni di spicco e sono generalmente relegate in casa. In questi paesi, il movente religioso e/o culturale si associa alla pressione sociale riguardante la pratica di questa forma di circoncisione femminile. Infatti, a causa soprattutto di motivi religiosi, le donne devono arrivare vergini al matrimonio e quindi, per preservare e proteggere la verginità, sono sottoposte alle pratiche di mutilazione genitale.

In alcuni paesi, infatti, è usanza comune credere che le ragazze che non vengono sottoposte alle mutilazioni non sono in grado di contenere il loro desiderio sessuale e cerchino perciò di avere rapporti sessuali con chiunque. Il paradosso sta nel fatto che, in genere, gli uomini sanno veramente poco di questi rituali, i quali vengono incentivati e portati avanti dalle donne, le quali credono che, una volta circoncise, le loro figlie diventino più belle e rispettabili.

Escluso il motivo religioso, dunque, alcuni studiosi sono propensi a interpretare l’esistenza di queste pratiche come una forma di controllo sociale di donne e ragazze che vivono all’interno di società prevalentemente patriarcali, dove il loro ruolo si riduce a quello di mogli e madri.


Mgf in punto di legge: cosa dice il diritto internazionale

Le mutilazioni genitali femminili sono considerate una violazione dei diritti umani dal 1993, quando, durante la Conferenza mondiale sui diritti umani svoltasi a Vienna, diverse nazioni hanno preso atto dell’esistenza del problema e, di conseguenza, hanno iniziato a legiferare in merito, proibendo queste pratiche.

Prima del 1993, la risposta delle varie nazioni circa l’urgenza di far fronte al problema era stata quella di “medicalizzare” le circoncisioni facendole praticare da medici specializzati, in modo da ridurre il numero di vittime. Solo a partire dalla Conferenza di Vienna, le mutilazioni genitali femminili sono stata definite come una violazione dei diritti umani.

Esse, infatti, violano il diritto alla vita, il diritto all’uguaglianza e alla non-discriminazione sulla base del genere e sono considerate una forma di tortura e di trattamento inumanodegradante.

Durante la Conferenza di Vienna, le mutilazioni genitali femminili sono state classificate come una forma di violenza contro le donne (violence against women, Vaw), la quale, per la prima volta, veniva riconosciuta come una violazione di diritti umani da proteggere attraverso le norme di diritto internazionale.

Purtroppo, come tutte le pratiche radicate all’interno delle società, le mutilazioni genitali femminili non sono facili da abolire e la semplice creazione di norme e leggi, sia a livello nazionale che internazionale, non è sufficiente. Delle solide leggi sono necessarie per punire coloro che continuano a praticare la circoncisione femminile su bambine e ragazze, ma, allo stesso tempo, c’è urgenza di affiancare la creazione di leggi a processi educativi e a cambiamenti socio-economici e attitudinali.

Infatti, spesso queste pratiche vengono giustificate dietro il cosiddetto “relativismo culturale”, secondo il quale è sbagliato imporre idee occidentali volte all’abolizione di queste pratiche strettamente legate alla cultura e alle tradizioni delle popolazioni che le praticano e che solo dai paesi “occidentali” sono definite come violazioni di diritti umani.


Testimonianze di mutilazioni genitali: il caso Dirie Waris

Per tutti questi motivi, le leggi volte all’abolizione delle mutilazioni genitali sono necessarie ed urgenti, ma devono essere accompagnate da processi dal basso verso l’alto, che possano davvero provocare un cambiamento nelle attitudini delle popolazioni. Ciò di cui hanno urgente bisogno gli Stati sono campagne educative, volte al cambiamento di atteggiamento da parte di coloro che ne sono direttamente interessate: le donne.

Campagne informative da parte delle organizzazioni internazionali e non governative sono la chiave per permettere alle donne di esaminare le varie opzioni e le conseguenze delle scelte che andranno a fare, in modo da permettere loro di scegliere consapevolmente se essere sottoposte e/o sottoporre le loro figlie alle mutilazioni.

La buona notizia, in ogni caso, è che c’è un alto margine di miglioramento: tanti Stati hanno adottato leggi che proibiscono le mutilazioni e tanti attivisti e persone influenti si sono schierati contro queste pratiche, facendo campagne educative nelle scuole e nei villaggi per educare e creare consapevolezza nelle bambine, ma anche nei bambini.

Un importante esempio è quello di Dirie Waris, una modella somala che da bambina è stata costretta alla mutilazione dalla mamma e dalla nonna. Scappata a Londra all’età di 13 anni, oggi Dierie è la portavoce della campagna delle Nazioni Unite contro le mutilazioni genitali femminili e denuncia costantemente queste pratiche. Il suo libro, Fiore Del Deserto, in cui racconta la sua storia, è diventato simbolo della sua lotta e della lotta di tante altre donne che non accettano la società patriarcale in cui vivono e decidono di combattere. Non sono per loro, ma per dare un futuro migliore a tutte coloro che verranno dopo.


Tratto da Osservatorio dei Diritti, associazione no-profit.

E' possibile sostenere la redazione dell'Osservatorio con un piccolo contributo.

Ultimo aggiornamento Venerdì 07 Febbraio 2020 09:25
 
Le specializzazioni forensi. Il futuro che vorremmo. Ed una critica. PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Sabato 25 Gennaio 2020 19:38

 

Diciamolo francamente, come sempre.

Quando si parla di "competenze avanzate" e "specializzazioni infermieristiche", nonostante le dichiarazioni entusiastiche a noi resta sempre l'amaro in bocca per una certa mancanza di coraggio.

E non ultima, una visione piuttosto ristretta e tradizionalistica, oseremmo dire medicocentrica, della nostra professione.

Dice, ma davvero? Ma cosa dite?

Lo diciamo e lo ribadiamo.

Le aree individuate sono basate su una sanità che forse non esiste più e su specifiche dichiaratamente mediche, non infermieristiche.

Oltretutto, nonostante la revisione degli atti e degli accordi, sono rimaste sostanzialmente identiche a quelle citate nella vecchia legge 42 del 2006.

Aree, dicevamo, evidentemente basate su una sanità obsoleta e medicocentrica, o comunque sull'attività medica che si svolge in quella determinata unità.

Sappiamo tutti, credo, quanto sia accomunato lo specifico professionale di un infermiere che lavori in medicina o in chirurgia, mentre è estremamente differenziato tra un collega che lavori in pneumologia ed uno che operi in geriatria.

Eppure con la divisione per aree scelta dagli alti livelli istituzionali i primi 2 sono in 2 aree diverse, gli altri 2 nella stessa area.

Ricordiamole, quindi, queste aree, tanto per chiarirsi:

AREA CURE PRIMARIE – SERVIZI TERRITORIALI/DISTRETTUALI

AREA INTENSIVA E DELL’EMERGENZA URGENZA

AREA MEDICA

AREA CHIRURGICA

AREA NEONATOLOGICA E PEDIATRICA

AREA SALUTE MENTALE E DIPENDENZE

 

Non vi pare manchi qualcosa?

E' abbastanza evidente come siano totalmente omesse tutte le aree "intellettuali" della professione.

Eppure, oggi, nel 2020, abbiamo infermieri che pur non ricoprendo ruoli dirigenziali, che soggiaciono ad altre differenziazioni, lavorano nel rischio clinico, nella formazione, nella gestione dei processi.

Ed abbiamo gli infermieri legali e forensi.

Noi.

Che è vero possiamo essere e siamo trasversali a tutte le aree, ma perchè negare, come ai colleghi citati sopra, una propria aree di intervento?

Non sono solo quisquilie burocratiche, sono determinazioni che identificano il professionista in modo univoco e gratificante.

E permettono uno sviluppo professionale ben più specifico e caratterizzante.

L'Italia è stata forse il primo paese fuori dagli Stati Uniti dove l'infermieristica forense è stata proposta, con ottimi risultati, testimoniati anche dall'attività decennale della nostra Associazione.

Dopo quell'afflato di novità, però, il tempo pare essersi fermato, e con esso la progressione della nostra specializzazione.

Siamo fondamentalmente rimasti al 2008, con la creazione dei primi master.

Ed allora noi, nell'anno internazionale dell'infermiere, rilanciamo la sfida ad Università, Istituzioni e FNOPI.

Riprendiamo in mano il fervore che all'estero anima il nostro specifico professionale e cominciamo a proporre specializzazioni dell'infermiere legale e forense.

Esistono già almeno in 2 paesi, Stati Uniti ed Inghilterra.

Torniamo davvero a quel 2008, che ha visto l'Italia capofila di questa formazione specifica ed introduciamo quelle che sono le nostre aree di specializzazione:

1. Infermieri specialisti correttivi

Forniscono un'assistenza sanitaria efficiente e di qualità alle persone detenute dai tribunali, compresi quelli in carcere, strutture minorili e altre istituzioni correzionali. All'interno di queste strutture, gli infermieri specialisti correttivi possono curare i malati, eseguire esami fisici di routine e somministrare farmaci a persone con bisogni cronici.

2. Infermieri specialisti in clinica forense

Gli specialisti della cliniche forense usano la loro formazione avanzata per servire come esperti clinici, insegnanti, ricerche, consulenti e amministratori in diversi contesti forensi. Possono lavorare in pronto soccorso, nei programmi di esame di aggressioni sessuali, nelle unità di trattamento psichiatrico.

3. Specialisti in gerontologia forense

Gli specialisti in gerontologia forense aiutano a indagare sui casi di abuso, abbandono o sfruttamento degli anziani e lavorano per sensibilizzare sulle questioni legali e sui diritti umani.

4. Infermieri ricercatori forensi

Tipicamente impiegati nell'ufficio di medicina legale, gli infermieri ricercatori forensi esaminano il corpo, studiano la scena, assistono nelle autopsie e raccolgono informazioni sulla storia medica e sociale del defunto al fine di determinare la causa esatta della morte.

5. Infermieri psichiatrici forensi

Sono specializzati nella gestione dei trasgressori con disturbi psicologici, sociali e comportamentali. Valutano e selezionano i pazienti per il trattamento, forniscono cure riabilitative e supervisionano le azioni di un paziente all'interno della comunità. Inoltre possono esaminare e curare gli imputati criminali e assistere i colleghi che hanno assistito ad aggressioni o hanno subito qualche forma di trauma emotivo.

6. Consulenti infermieri legali

Che siano CTU o CTP aiutano gli avvocati, i PM ed i giudici che lavorano in cause civili o penali in cui la legge e la medicina si sovrappongono. Alcune di queste situazioni potrebbero includere negligenza , lesioni personali, indennizzo dei lavoratori e libertà vigilata. I consulenti infermieri legali applicano la loro formazione infermieristica forense e l'esperienza clinica per interpretare, ricercare e analizzare le informazioni clinicamente rilevanti relative a un caso o reclamo, educando gli avvocati su fatti sanitari e fungendo da collegamento tra avvocati, coleghi e clienti.

7. Infermiere coroner o investigatori della morte

Applicano le loro abilità infermieristiche alle indagini sulla scena del crimine. Come primo professionista forense ad arrivare sulla scena di una morte sospetta analizza la scena ed esamina il corpo al fine di approssimare il tempo della morte e trovare indizi medici che potrebbero spiegare la causa.

8. Infermieri con specializzazione SANE (sexual assault nurse examiners)

Offrono cure compassionevoli e tempestive alle vittime di aggressioni sessuali. Qualificati attraverso un'educazione infermieristica forense specializzata, valutano le lesioni che una vittima ha subito; individuano, raccolgono e preservano prove forensi rilevanti per il reato; forniscono informazioni o segnalazioni relative alla cura continua della vittima. In aula, gli infermieri SANE rappresentano la vittima, fungendo da testimoni esperti che offrono testimonianza sulla base delle loro prove documentate.

 

Fonti: American Association of Legal Nurse Consultants; Associazione internazionale delle infermiere forensi; Educazione forense; Bollettino del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, Ufficio per le vittime del crimine; Risorse per l'educazione infermieristica Medi-Smart.


 
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