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Le "infermiere volontarie" della CRI non sono nemmeno OSS PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Venerdì 17 Giugno 2016 08:02

Nessuna equipollenza tra diploma di infermiera volontaria e diploma di Oss specializzato.

Le infermiere volontarie costituiscono un Corpo ausiliario delle Forze Armate, disciplinato dall'Ordinamento militare (D.Lgs. n. 66 del 2010, art. 1729 e ss.). Il codice disciplina, esclusivamente, l'organizzazione, le funzioni e l'attività della difesa, della sicurezza militare e delle Forze Armate. La disposizione - art. 1737 del Codice dell'Ordinamento militare - prevede che "il personale in possesso del diploma, equivalente all'attestato di qualifica di operatore socio-sanitario specializzato, esclusivamente nell'ambito dei servizi resi, nell'assolvimento dei compiti propri delle Forze armate e della Croce rossa italiana, è abilitato a prestare servizio di emergenza e assistenza sanitaria con le funzioni e attività proprie della professione infermieristica"


E' evidente come preveda che l'equivalenza operi esclusivamente nell'ambito dei servizi e dei compiti propri delle Forze Armate e della Croce Rossa Italiana, escludendo qualsiasi equivalenza al di fuori di quel settore.


Nessuna equiparazione quindi per loro nel Servizio Sanitario Nazionale o negli ambulatori della Croce Rossa che offrono prestazioni, a volte di ESCLUSIVA PERTINENZA INFERMIERISTICA, ai cittadini.

Ultimo aggiornamento Venerdì 17 Giugno 2016 08:06
 
ATTACCO ALLA PROFESSIONE. ORA BASTA! PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Cortigiano   
Lunedì 30 Maggio 2016 17:18

All'inizio fu la sentenza k-flebo, e molti gioirono.

In senso lato si dava dignità professionale e giuridica all'infermiere.

Gli si riconoscevano competenze e responsabilità da autonomo professionista, non più, come scritto nella sentenza, di "mero esecutore di ordini".

Forti del nostro diritto romano, dove le sentenze non fanno giurisprudenza, pensavamo solo agli aspetti positivi di quella sentenza.

Quale madornale errore...

Da allora infatti si è consolidata, ultima sentenza il mese scorso, le linea giuridica per la quale, di fronte ad un errore prescrittivo, l'infermiere è comunque responsabile.

E non ci si è limitati più a farmaci universalmente conosciuti, utilizzati in ogni ambito, come poteva essere nel caso del potassio.

Una recente sentenza in tal senso ha condannato, con pene sovrapponibili a quelle dei medici coinvolti, 2 infermiere per l'errata somministrazione di un farmaco che, anche secondo alcuni professori specialisti di quella branca intervenuti come testi in aula, "erano sconosciuti ai medici giovani e ad alcuni degli anziani".

Secondo l'orientamento giurisprudenziale più recente quindi l'infermiere deve possedere conoscenze di farmacologia e farmacodinamica uguali, se non superiori (per riconoscere l'errore), ai medici.

Un orientamento francamente fuorviante, destabilizzante e fuori dalla realtà giuridica e formativa.

La speranza è che Appello e Cassazione (sono tutte sentenze di primo grado) smontino queste tesi sanzionatorie.

L'infermiere NON E' un medico. La sua formazione in farmacologia è irrisoria rispetto a quella dei laureati in medicina.

Perfino nei farmaci più diffusi si deve spesso fare forza sull'esperienza, figurarsi per quelli ultraspecialistici!

E' giunta l'ora di mettere un freno a questa vera e propria "caccia alle streghe".

Se i media ed alcuni giudici, succubi al fascino della lobby, credono in questo modo di "scaricarsi la coscienza" occorre ricordare a tutti come la colpa, in diritto, sia PERSONALE. Non si può dividere fra gli altri imputati.

E' necessario anche smetterla con la pronazione totale alle parti civili; una moglie, una madre, un figlio, un fratello è giusto e doveroso abbiano l'adeguato riconoscimento in casi di danno o peggio di perdita del parente, ma questo NON PUO' significare il rovinare vita e carriera a chi nulla poteva per limitare quell'evento.

In troppi casi, inoltre, gli avvocati ancora fanno affidamento a perizie stese da medici.

Quale attendibilità possono avere questi elaborati, provenendo da persone che hanno giurato fedeltà ad Ippocrate, su un foglio che impone loro la strenua difesa dei colleghi?

Quale conoscenza hanno questi sull'effettivo lavoro dell'infermiere?

Quale scienza possono mettere a disposizione dell'infermiere, se infermieri non sono?

Quale valenza difensiva possono avere le loro perizie, in procedimenti dove quasi sempre ci si deve difendere più dalle accuse dei medici indagati che da quelle del PM?

In conclusione;

o cambiamo la giurisprudenza, riassegnando in maniera UNIVOCA le competenze esclusive di ognuno, in modo che la prescrizione sia, come stabilito dalle legge, una ESCLUSIVA COMPETENZA MEDICA,

oppure, se l'infermiere deve essere esperto di farmacologia per coprire gli errori dei medici, cominciamo a:

- formarlo adeguatamente in Università, magari togliendo lezioni inutili che nulla hanno a che vedere con l'infermiere, come il rifacimento dei letti

- dargli la possibilità, date formazione e competenze, di fare prescrizioni

- RETRIBUIRLO ADEGUATAMENTE per tutte queste nuovo competenze ed il rischio nel metterle in pratica.

Se dobbiamo essere anche medici vogliamo le stesse possibilità e gli stessi stipendi...

 
Gratuito patrocinio per le vittime di abusi. Ancora non ci siamo. PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza AIILF   
Lunedì 16 Maggio 2016 08:56

l Ddl. n.733/09 approvato con emendamenti dal Senato della Repubblica il 5 febbraio dello stesso anno, ha introdotto nel nostro ordinamento, come ormai è certo l'istituto del Patrocinio a spese dello Stato per le vittime dei reati di violenza sessuale.

Così infatti recita testualmente l'art. 41 che introduce il comma 4 ter nel corpo dell’art. 76 del d.p.r. 115/02: deroga ai limiti di reddito previsti dal presente decreto. Agli oneri derivanti dalle disposizioni di cui al comma 1 si provvede con gli ordinari stanziamenti di bilancio>.

Ebbene, la deroga ai limiti reddituali attualmente in vigore (euro9.723,84) determina, evidentemente, una sostanziale modifica dello istituto così come è stato tradizionalmente inteso.

Il legislatore, infatti, sembra prefigurare, sull'onda dell'emotività e della pubblica opinione, una atipica forma di agevolazione all'accesso del gratuito patrocinio per le vittime di reati, seppure gravissimi, provocando un vero e proprio stravolgimento fisiologico dell'istituto e aprendo la breccia a prevedibili questioni di legittimità costituzionale, in relazione alla differente disciplina rispetto ad altre figure di reato altrettanto gravi, come, ad esempio, il tentativo di omicidio.

L'Anvag ha sempre propugnato il miglioramento dell'istituto nel solco dei principi costituzionali di eguaglianza in armonia con le norme dell'ordinamento internazionale di natura pattizia e sempre al fine di agevolare l'accesso alla Giustizia da parte del cittadino che si trova in difficoltà obbiettive di non poter sostenere i costi della assistenza e difesa giudiziale ed extragiudiziale.

A meno che il nostro legislatore con l'iniziativa in oggetto non voglia dimostrare che sono maturi i tempi per introdurre anche in Italia un principio che in altri Paesi è già realtà come quello che è inserito nella disciplina dell'istituto dell'aiuto giudiziario in Francia laddove si legge che

 

Avv. Nicola Ianniello
Avvocato patrocinante in Cassazione

 
Approvato il nuovo codice europeo sulla privacy PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Giovedì 14 Aprile 2016 17:50

Strasburgo approva in via definitiva la riforma della privacy che a breve manderà in soffitta il testo unico de 2003.

Con il voto finale del parlamento europeo termina il percorso di revisione della normativa Ue sulla protezione dei dati, che sostituirà la vecchia direttiva targata Ce e risalente al lontano 1995.

Il nuovo regolamento detta nuove e più stringenti regole, in particolare per quanto riguarda i dati digitali, reperibili su internet,  "per garantire ai cittadini – afferma in un comunicato Federprivacy – un livello di protezione elevato e uniforme in tutti gli Stati membri dell'Unione Europea per un pieno sviluppo dell'economia digitale".

Il testo detta disposizioni sul diritto all'oblio, sul diritto di trasferire i dati ad altri fornitori di servizi e di essere informati in caso di violazioni, sul consenso (chiaro ed informato) al trattamento dei dati personali e sull'obbligo per le imprese di utilizzare linguaggi comprensibili nelle informative a pena di sanzioni che possono arrivare fino a 20 milioni di euro ovvero al 4% del fatturato annuo per i trasgressori.

Con il nuovo regolamento "è stato finalmente dato ordine per un mercato digitale finora dominato indiscriminatamente dai colossi del web americani, che ora dovranno invece rimboccarsi le maniche per allinearsi", ha commentato il presidente di Federprivacy, Nicola Bernardi.

In previsione anche la creazione "della figura di un responsabile della protezione dei dati, che avrà il compito di vigilare che la propria azienda rispetti effettivamente le regole, fungendo da punto di contatto sia con gli interessati che con l'Autorità garante".

Un ruolo cruciale perché questa figura, come avviene nel caso dei privacy officer nei paesi anglosassoni, potrà fornire – prosegue la nota – "consulenza al management per utilizzare correttamente i dati personali per implementare le proprie attività di business senza però infrangere le regole".

Il regolamento sarà pubblicato nei prossimi giorni nella Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea per entrare in vigore 20 giorni dopo. Le disposizioni saranno immediatamente applicabili (senza necessità cioè di recepimento) in tutti gli stati membri due anni dopo tale data.




Ultimo aggiornamento Giovedì 14 Aprile 2016 17:51
 
Gli straordinari DEVONO essere pagati PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Giovedì 21 Aprile 2016 13:29

Il pagamento delle ore effettuate in straordinario, o comunque eccedenti il monte orario previsto, essendo state fatte su richiesta dell'Azienda, e non per scelta personale, devono essere pagate o risarcite con riposi aggiuntivi, ma sempre dietro scelta precisa del dipendente.

Anche al termine del fondo per il pagamento dello straordinario, infatti, la retribuzione oppure il recupero sono esclusivamente a discrezione del dipendente, così come sancito dal CCNL 1998/2001, art.34, comma 6 e dal CCNL integrativo 2001, art.9.

A conferma di quanto detto è intervenuta recentemente anche una Sentenza del Tribunale del Lavoro di Busto Arsizio, la 1077/2014.

Il Giudice ha rilevato il pieno diritto del dipendente di richiedere il pagamento delle ore effettuate in straordinario.

Questo purchè derivanti da turni stabiliti dall'Azienda, per questo più di una volta abbiamo ricordato l'obbligo per l'Azienda ed il diritto del Dipendente di emanare ordini di servizio. Esso infatti permette, oltre alla tutela legale del dipendente, anche di dimostrare che le ore effettuate in straordinario sono state richieste dall'Azienda e non derivanti da una libera scelta del dipendente.

Lapidaria ed insofferrente alle giustificazioni aziendali, nella sentenza del Giudice Limongelli si legge: “….orbene la prassi non è legge mentre è legge che il lavoratore abbia diritto al pagamento almeno ogni anno……ma ciò che taglia la testa al toro e fa comprendere che l’azienda con tale furbo accorgimento, altro che prassi, ottiene di pagare quanto e quando vuole lo straordinario…"

Questa sentenza sancisce il giusto principio delle norme, che determinano il diritto per il lavoratore a vedersi pagato lo straordinario secondo i CCNL vigenti.

L’effettuazione dello straordinario deve essere ben definito, l’eccezionalità, troppo spesso è consolidata come consuetudine. Se c’è carenza costante di personale, si devono assumere gli operatori necessari.

Ultimo aggiornamento Giovedì 21 Aprile 2016 13:44
 
L'infermiere definito dalla Cassazione PDF Stampa E-mail
Scritto da Ufficio di Presidenza   
Mercoledì 13 Aprile 2016 09:31

Cassazione Penale N. 2541 del 21 gennaio 2016

C’è chi continua a ricondurre l’infermiere alla figura di fedele assistente del medico nelle esecuzioni di compiti di cura della “persona” malato.

Eppure, anche a livello giurisprudenziale, è ormai acclarato il riconoscimento di una professionalità assolutamente unica e specifica, la cancellazione di ogni concetto di “asservimento” al medico, al management sanitario, e alle Asl.

L’infermiere è un vero e proprio professionista e protagonista del sistema sanitario. Esso è depositario di conoscenze specifiche, di professionalità, di un know-how che non è solo nozionistico, ma si basa su anni di rapporto diretto, stretto, unico, con il paziente. Tutto ciò lo rende un soggetto attivo nelle fasi di cura e, soprattutto, un ottimo osservatore e, quindi, un ottimo consigliere nel miglioramento e nella risoluzione di tutti gli aspetti inerenti i processi assistenziali.

Naturalmente, tale ruolo centrale, oltre a portare con sé l’onore del riconoscimento, grava l’infermiere dell’onere della responsabilità.

E’ questo il concetto alla base della decisione della Cassazione che, sul solco di un orientamento costante in tema di responsabilità sanitaria omissiva, riconosce l’infermiere quale legittimato passivo di una richiesta di risarcimento danni con conseguente responsabilità penale dello stesso, al posto del medico.

Il caso nasce dalla morte di un paziente ricoverato in un reparto di terapia intensiva cardiologica. L'utente era stato collegato ad un nuovo macchinario per la rilevazione dei parametri vitali che prevedeva l’attivazione manuale degli allarmi che, se non attivati, restavano in stand-by. La mancata attivazione dei detti allarmi impedì il riconoscimento di un arresto cardiaco, con conseguente decesso del detto paziente.

L'accusa per il medico è stata di omissione riscontrabile non solo nel mancato controllo dell’operato degli ausiliari, ma anche per la mancata organizzazione di corsi specifici sul nuovo macchinario. In primo  grado il medico è stato assolto, salvo poi essere condannato per omicidio colposo in secondo grado.

Gli ermellini, nel dirimere la vicenda, hanno analizzato la figura dell’infermiere  specificando che, lo stesso non è considerabile come semplice ausiliario del medico, ma al contrario, è egli stesso un professionista sul quale grava ogni forma di responsabilità. Fra queste, rientra senza dubbio la responsabilità omissiva che deriva dalla particolare posizione di garanzia che l’infermiere ha nei confronti del paziente e che è autonoma rispetto alla posizione del medico.

Con la sentenza in discorso, quindi, la Cassazione delinea in maniera chiara e specifica la posizione dell’infermiere precisando che esso è da considerarsi come vero e proprio professionista dotato, soprattutto in reparti come la terapia intensiva, di autonomia decisionale e organizzativa, oltre che di conoscenze specifiche che lo rendono in grado di intervenire senza l’ausilio del medico in caso di comparsa di situazioni di crisi per il paziente.

Da tale autonomia, discende in maniera diretta e non mediata, la responsabilità degli infermieri stessi.

A chiusura della sentenza la Cassazione chiarisce che la preparazione degli infermieri sui macchinari non è responsabilità dei primari che non hanno obblighi formativi da far rispettare o da assolvere nei confronti del personale sanitario.

Tale responsabilità, secondo la Legge n°412/91 è del Direttore Sanitario.

Ad esso spetta, infatti, la verificazione non solo del corretto funzionamento dei macchinari, ma anche del possesso dei titoli e delle conoscenze specifiche del personale in servizio presso la struttura. Da ciò dovrebbe derivare anche l’obbligo di prevedere apposita formazione sull’utilizzo dei macchinari in dotazione presso la struttura o la scelta di personale che sia fornito a priori di certificazioni riguardanti l’utilizzo dei macchinari stessi.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 13 Aprile 2016 09:32
 
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